redazione il torinese

Trancio di salmone con puré di broccoli e ceci

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Un tris di sapori per una ricetta d’effetto, un piatto completo, nutriente e sano. La delicatezza e morbidezza del salmone abbinate ad un colorato pure’ vellutato sorprendera’ i vostri ospiti.

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Ingredienti

2 Tranci di salmone fresco

250gr. di ceci lessati

2 piccole teste di broccolo

½ spicchio di aglio

1 piccolo peperoncino

Olio evo, sale, 1/2 limone, prezzemolo q.b.

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Cuocere i tranci di salmone a vapore irrorati con il succo del limone. Cuocere, sempre a vapore, i broccoli precedentemente lavati, quindi frullarli con l’aglio, il peperoncino, i ceci scolati e risciacquati. Allungare il pure’ con un mestolino di acqua di cottura dei broccoli per renderlo piu’ cremoso, aggiustare di sale, aggiungere l’olio evo ed il prezzemolo tritato. Servire tiepido.

 

Paperita Patty

Oulx, la torre delfinale tra storia e leggenda

Svetta imponente sul paese di Oulx in alta Valle di Susa e domina l’abitato da molti secoli ma pochi se ne accorgono al di là di una veloce occhiata transitando in auto o a piedi. Non vederla è impossibile ma sono davvero pochi coloro che la raggiungono per visitarla. E pensare che ad agosto decine di migliaia di persone, tra italiani e turisti stranieri, passano per Oulx e molti si fermano per le vacanze estive. È la Torre Delfinale di Oulx che dalla collina del paese, sulla strada che sale a Sauze, fa bella mostra di sé. Dovrebbe esserci la fila di gente ma non c’è. Da centinaia di anni il monumento simbolo di Oulx racconta storia e leggende di una valle ricchissima di Storia, da Annibale (forse, chissà, non si saprà mai con certezza se è passato da qui) all’imperatore Augusto, che, tra l’altro, ringraziamo tutti per aver concesso, nel 18 a.C. , le vacanze ferragostane, le “Feriae Augusti” di duemila anni fa appunto, dai longobardi di Desiderio e Adelchi a Carlo Magno, dai terribili Saraceni a Carlo VIII e Francesco I di Francia che in qualche modo hanno avuto a che fare con questo paese e a tanti altri personaggi storici. La torre delfinale o torre saracena come viene erroneamente chiamata, di proprietà del Delfino di Francia, fu eretta su uno sperone roccioso nella seconda metà del Trecento. È stata anche definita “torre saracena” ma in realtà è di molto posteriore alle scorrerie dei mori e faceva parte del castello delfinale del Quattrocento. Dopo decenni di totale abbandono è stata riportata, alcuni anni fa, al suo antico splendore dal Comune di Oulx, Regione Piemonte e Compagnia di San Paolo con un complesso e costoso intervento di restauro. Anticamente la rocca serviva da magazzino per conservare il grano e in seguito fu trasformata in una torre merlata a scopo difensivo. Dal tetto si gode una bellissima vista sul borgo e la torre è ancora più suggestiva con l’illuminazione notturna. Un sistema multimediale racconta ai visitatori la storia della valle e il territorio di Oulx. Questo piccolo ma importante tesoro d’arte sorge nei pressi della chiesa di Santa Maria Assunta ed e’ gestito dalla Pro Loco di Oulx. Al suo interno si possono vedere mostre di pittori e artisti della valle.

Filippo Re

Foto Oulx.org

Il pensiero ha fatto esplodere la Bastiglia

Sapete chi ha abbattuto la Bastiglia, Gilbert?”. “Il popolo”. “Voi non mi capite, scambiate l’effetto per la causa.

Per cinquecento anni, amico mio, sono stati incarcerati nella Bastiglia conti, signori,principi, e la Bastiglia è rimasta in piedi. Un giorno, un re insensato ebbe l’idea di incarcerare il pensiero, il pensiero a cui è necessario lo spazio, l’estensione, l’infinito! Il pensiero ha fatto esplodere la Bastiglia e il popolo è entrato attraverso la breccia”.Alexandre Dumas, grande interprete del romanzo storico e del teatro romantico, è sepolto al Pantheon di Parigi, nel Quartiere Latino, dove sorge il primo grande monumento della capitale francese. Un sonno eterno, accanto alle salme di altri  personaggi illustri come Voltaire, Rousseau, Victor Hugo. In queste poche frasi tratte da “La Contessa di Charny”, uno dei suoi romanzi più avvincenti, si coglie l’essenza della prosa, la potenza e il fascino della sua scrittura. Le vicende narrate dallo scrittore francese più popolare dell’Ottocento ( chi non ha letto “I tre moschettieri” e “Il conte di Montecristo”?) si svolgono in un momento cruciale per la storia della Francia e dell’Europa (dalle giornate del 5 e 6 ottobre 1789 fino al processo e all’esecuzione di Luigi XVI il 21 gennaio 1793). Nel racconto dettagliatissimo e appassionato dell’avventura collettiva della Rivoluzione francese ritroviamo personaggi famosi come Cagliostro, Mirabeau, Marat, Danton, Robespierre, Saint-Just, ma anche tantissimi altri personaggi le cui storie individuali si intrecciano con la Storia, quella dalla “esse” maiuscola. Ma quello che conta, più di ogni altra cosa, è la capacità di far intendere l’esprit du temps, l’intelligenza creativa, l’abilità di affascinare il lettore. Il romanzo è il quarto volume del ciclo di Maria Antonietta e della Rivoluzione e venne scritto nel 1855. Più di un secolo e mezzo ci separa da allora ma è quell’idea del pensiero che fa esplodere la Bastiglia, in tempi di grigio conformismo e di ragionamenti troppo “corti”, a riempire il cuore e tener viva una speranza.

Marco Travaglini

Il verde che purifica

Non solo belle e decorative, ma anche utili e protettive. Le piante sono una risorsa magnifica per la salvaguardia della nostra salute, sono in grado di catturare infatti alcune sostanze dannose per il nostro organismo, eliminare cattivi odori, come quello delle sigarette, mantenendo l’aria di casa salubre. La loro funzione ornamentale, come le notevoli proprietà balsamiche   che aromatizzano i nostri ambienti, fanno di questi organismi vegetali dei fedeli compagni che ricambiano cure e attenzioni con apprezzabili cortesie che favoriscono la salute. Anche la Nasa si è interessata a questo tema confermando la capacità di alcune piante di eliminare fino al 73% delle sostanze tossiche presenti nell’aria. Ogni pianta svolge un compito specifico nella sua azione depurativa per esempio l’Azalea, pianta dai meravigliosi colori originaria del Giappone e della Cina, filtra la formaldeide. L’Edera, il vivace rampicante verde, assorbe l’odore lasciato da pitture e inchiostri, ma anche il benzene contenuto nei detersivi. Inoltre è una pianta che arreda moltissimo soprattutto se si ha spazio per farla crescere ed espandere sulle pareti. L’Anthurium, dalle foglie a forma di cuore e fiori colorati e bianchi, può rimuovere una importante dose di ammoniaca ma anche di toluene (impiegato per il trattamento di vernici e colle) e xilene (solvente per gomme e cuoio). Il Ficus Benjamin, molto utilizzato negli appartamenti ma anche negli uffici oltre che per la sua piacevolezza anche per la sua facilità nella cura, è tra i migliori agenti nella rimozione degli allergeni provocati dalla presenza di mobili e tappeti. L’Aloe Vera, pianta africana facilissima da coltivare: poca acqua e tanta luce, è in grado di eliminare ben il 60% del benzene contenuto in vari prodotti in uso quotidianamente come i detergenti chimici. Non dimentichiamo inoltre le sue proprietà medicinali, è infatti un antinfiammatorio, un cicatrizzante, un idratante ma anche un antibatterico e gastro protettivo. Il Falangio, molto resistente e indicato per chi non ha propriamente il pollice verde, filtra anche l’ossido di carbonio oltre al benzene e alla formaldeide. La Palma di Bamboo, piccola e graziosa pianta che produce piccoli fiori e frutti, è molto utile per combattere le esalazioni di trielina, un pericoloso agente cancerogeno spesso usato nei prodotti sintetici per il lavaggio a secco e nei solventi. Infine la Dracaena, conosciuta come il Tronchetto della Felicità, oltre a filtrare l’aria dalle sostanze nocive già citate, è abile a ridurre l’ansia, la tristezza e lo stress. E’ molto utile anche contro il mal di testa e il bruciore agli occhi e grazie alla sua capacità di assorbire anidride carbonica mentre emette ossigeno ha effetti positivi sulla concentrazione e sulla produttività.

Maria La Barbera

 

La volata di Calò

Storie di uomini e biciclette 

 

È lui che nel 1926 , lavorando nella sua bottega, s’inventa dalla a alla zeta la prima bicicletta fabbricata nell’isola più grande del mediterraneo. Porta il suo nome come marchio

Quella di Calò Montante è una  storia che sfuma nella leggenda. In Italia, terminata la prima guerra mondiale,  il ciclismo diventa uno degli sport più popolari; sono gli anni di del dualismo tra il piemontese Costante Girardengo e il lombardo Alfredo Binda e sulle strade polverose e sconnesse la bicicletta diventa per molti  una vera passione, a partire dai più giovani. Anche per Calogero Montante, classe 1908, che arriva al punto di costruirsi, da solo, una bici da corsa montandola pezzo per pezzo. Lo fa al suo paese, nel mezzo della campagna  siciliana riarsa dal sole e dalle zolfare: Serradifalco,in provincia di Caltanissetta. È lui che nel 1926 , lavorando nella sua bottega, s’inventa dalla a alla zeta la prima bicicletta fabbricata nell’isola più grande del mediterraneo. Porta il suo nome come marchio. L’amore per le due ruote è tanto forte al punto da spingere Calò a formarsi una squadra di ciclisti, con tanto di divise cucite dalla sarta del paese sulle quali campeggia ricamata la scritta “Montante”. Poi la passione si trasforma in un vero e proprio lavoro: viene aperta una fabbrica e le bici Montante diventano un marchio prestigioso. Si producono biciclette per i carabinieri (modello truppa e modello ufficiali) per i postini e i macellai, bici di tutti i tipi e per tutte le esigenze. La fabbrica resterà attiva sino agli anni Cinquanta quando l’azienda Montante, comincerà a occuparsi di moto e si espanderà poi in altri settori. La storia di quest’impresa è raccontata in un libro del giornalista Gaetano Savatteri, pubblicato da Sellerio con uno scritto di Andrea Camilleri: “La volata di Calò”. Una bella storia , quasi leggendaria, di un artista della meccanica, di un inventore che dal suo paese di zolfatari siciliani lanciò i suoi “Cicli Montante” in tutt’Italia. Anche l’inventore del commissario Salvo Montalbano, nel suo racconto, ricorda quando nel luglio del 1943 pedalava a fatica “senza mai un problema meccanico” da Serradifalco a Porto Empedocle, lungo una strada dissestata dalle bombe e dai carri armati. Un ricordo vivo, quello di Andrea Camilleri, perché grazie a quella bicicletta, imprestatagli dai suoi amici di allora, riuscì a ritrovare il padre che si era salvato dai bombardamenti. Durante lo sbarco degli americani sulla costa Sud dell’isola, Camilleri con la sua famiglia si andò a rifugiare a Serradifalco, per sfuggire ai bombardamenti di Porto Empedocle. Finiti quei terribili giorni era necessario andare a scoprire che fine avesse fatto il padre, di cui non si avevano più notizie. Un viaggio del genere, in quegli anni era come affrontare l’incognita di una lunga e “perigliosa” avventura. E   quella bicicletta che glielo consentì. Così, in un passaggio,  lo descrive Camilleri: “ A un quarto circa del percorso, Alfredo forò per laterza volta. E io decisi di abbandonarlo al suo destino, visto che la mia bicicletta procedeva imperterrita, salda, forte, non subiva forature, la catena rimaneva sempre ben ferma al suo posto, i raggi nelle cadute non si rompevano, il manubrio non si piegava di un millimetro, una vera meraviglia. Ripresi, da solo, il mio viaggio. E ogni tanto le parlavo, alla bicicletta, carezzandole la canna come se fosse la criniera di un cavallo”. Prima e più dell’automobile, la bicicletta è stato il mezzo di trasporto per eccellenza della società di massa. Meccanica sofisticata e leggera, disponibile a tutti, il suo essere simbolo molto umano di modernità e di futuro affascinò subito gli spiriti liberi e industriosi. Come quello di Calò Montante, scomparso ultranovantenne nel 2000, la cui storia è descritta da Gaetano Savatteri con garbo e maestria.  “Nell’anima c’è sempre la passione per la bici, per le corse, per i giri d’Italia che riprendono – scrive Savatteri – nuovi duelli sulle strade d’Italia. Adesso sono quelli tra Coppi e Bartali. L’Italia è divisa, nello sport e nella politica. Democristiani e comunisti. Peppone e don Camillo. Fausto e Gino. Coppi elevato a simbolo del laicismo, Bartali emblema del cattolicesimo tradizionale. Calogero Montante nel 1948 sceglie di stare dalla parte di Bartali”. E lo fa con le sue biciclette, tutte su misura. Ogni esemplare è unico, così come è unica la terra dove Calò le realizza, nella sua Serradifalco, arida zona sulfurea ai margini di una cavità carsica, dove sperimentò la sua industriosa fantasia che lui stesso ribattezzò come il suo “ peccato del fare”.

Marco Travaglini

Una golosa crostata di mandorle e cioccolato

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La proposta di oggi e’ tutta da gustare, una frolla friabile un goloso ripieno avvolgente, cioccolatoso, dal sapore ineguagliabile

La crostata e’ un dolce tradizionale capace di reinventarsi in mille modi. La proposta della settimana e’ tutta da gustare, una frolla friabile un goloso ripieno avvolgente, cioccolatoso, dal sapore ineguagliabile.

Una tentazione deliziosa.

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Ingredienti per la frolla:

200gr.di farina

100gr. di burro

70gr. di zucchero

2 tuorli

1 pizzico di sale

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Ingredienti per la farcia:

1 grossa mela

100gr. di mandorle ridotte a farina

100gr. di cioccolato fondente 70%

15 amaretti pestati

2 uova intere

50gr.di burro fuso

60gr.di zucchero

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Preparare la frolla impastando velocemente la farina con il burro freddo a pezzetti, lo zucchero, il sale e i due tuorli. Avvolgere in pelliccola e riporre in frigo per 30 minuti. Affettare sottilmente la mela, frullare le mandorle a farina, pestare gli amaretti. Stendere la frolla in uno stampo per crostate ricoperto con carta forno, bucherellare il fondo, cospargere la pasta con meta’ degli amaretti e sistemare le fettine di mele. Sciogliere il burro con il cioccolato. Nel mixer frullare a velocita’ bassa le uova con lo zucchero, la farina di mandorle e il cioccolato fuso. Versare la crema sulle mele e infornare a 180 gradi per circa 50 minuti. Lasciar raffreddare e decorare con gli amaretti rimasti.

 

Paperita Patty

La pasta è saporita con fave, pecorino e salsiccia

Un’idea per un primo piatto insolito e gustoso?

Linguine fave e salsiccia.

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Ingredienti per 4 persone:

320gr. di linguine o trenette

400gr. di fave fresche o surgelate

300gr. di salsiccia o salamella

Cipolla, sale,pepe, olio

1 ciuffetto di menta.

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Sbollentare le fave (conservare un mestolino di acqua di cottura), privarle della pellicina, lasciar raffreddare e frullarne meta’ con l’acqua di cottura, il ciuffo di menta, sale, pepe. Nel frattempo soffriggere un pezzetto di cipolla con un cucchiaio di olio, aggiungere la salsiccia ridotta a pezzettini, lasciar rosolare, unire il pure’ di fave e le fave intere rimaste. Cuocere la pasta al dente e spadellarla nel sugo. Servire con pecorino grattugiato fresco.

 

Paperita Patty

(Foto: il Torinese)

Le zucchine in carpione, gustosa tradizione

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Le zucchine, quelle verdi chiare, tenere e dolci, ricche di acqua e vitamine ideali per reintegrare i sali minerali

 

Le ricette devono essere veloci, facili da preparare, leggere ma allo stesso tempo saporite. E le zucchine, quelle verdi chiare, tenere e dolci, ricche di acqua e vitamine sono  ideali per reintegrare i sali minerali persi con la sudorazione, molto gradevoli nel gusto e versatili nelle diverse preparazioni. Un modo goloso per cucinarle e’ con una gustosissima marinatura.

Ingredienti:

 

1 kg.di zucchinette

1 cipolla bianca

2 spicchi di aglio

1 rametto di salvia

6 foglie di basilico

origano fresco

½ bicchiere di aceto di mele

½ bicchiere di olio evo

sale q.b.

Lavare le zucchine, spuntarle e tagliarle a tronchetti. In una larga padella soffriggere la cipolla e l’aglio affettati, aggiungere le zucchine e rosolare mescolando ripetutamente a fuoco vivace per 10 minuti, aggiungere gli aromi, salare e sfumare con l’aceto, proseguire la cottura per altri 2 minuti. Lasciar marinare in frigo per almeno un giorno. Servire freddo. Croccanti e gustose.

Paperita Patty

Luigino, il cacciatore di serpenti

Luigino “mazzabis” era un serparo. Conosceva i segreti per catturare e maneggiare le vipere. S’intrufolava nelle zone più scomode e rocciose, passando in rassegna gli  anfratti vari, alla ricerca dei rettili. Soprattutto a mezza costa, nelle parti  più assolate dei pendii del Mottarone, tra i sassi nascosti dal brugo, nei pressi delle cave di granito o sui versanti  scoscesi del torrente Selvaspessa. “Caro mio, non si va per serpi in pianura. Bisogna scarpinare e non aver fretta. Ti apposti e, quando la biscia si stende a prendere il sole, l’acchiappi al volo. Bisogna esser lesti, veloci. Altrimenti ti morde e son dolori“.

Luigino “mazzabis”, all’anagrafe Luigi Poldo, aveva studiato medicina a Pavia dando tutti gli esami senza però laurearsi. Tornato sul lago Maggiore, a Baveno, dopo aver fatto diversi lavori,  da un tempo lavorava come assistente di un dentista e s’era impallinato con la storia del serparo.  Dai serpenti che catturava, cavava il veleno per poi cederlo ad un’ importante ditta farmaceutica del milanese tramite il dottor Klever , il farmacista del posto. Le cercava un po’ ovunque: dall’alpe Vidabbia al Monte Zughero, dai valloni sotto i Corni di Nibbio fino in Valgrande. Soprattutto quest’ultima zona, oggi parco nazionale, godeva di una certa fama. La chiamavano, infatti, la “valle delle vipere”, alimentando il mito del  leggendario Bazalèsch (il basilisco) e del Galètt , una vipera nera con la cresta che emanava un profumo talmente insistente da far cadere addormentate le persone. In realtà l’essere così poco teneri con queste serpi è ingiusto. La vipera e’ un animale piuttosto timido e pauroso, che attacca solo per difendersi. Può rappresentare un pericolo per le capre o le mucche ma  i casi di donne e uomini morsi dalle vipere  sono piuttosto rari. “ Quando si incontrano sul percorso, basta semplicemente fermarsi e aspettare che si allontanino”, ci diceva Luigino. “ Questo nel caso riusciamo a vederle per primi, altrimenti se arriviamo troppo vicini e la spaventiamo, la vipera può reagire, prima di attaccare, con quel suo caratteristico “soffio”, che e’ abbastanza impressionante”.

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Le vipere, per loro sfortuna e per nostra fortuna, sono gli unici serpenti velenosi esistenti in Italia (la sola regione dove non esistono vipere è la Sardegna). A seconda della specie, possono vivere indifferentemente in pianura, in collina o in montagna, così come  nei boschi, nelle pietraie, nei prati o lungo le siepi, manifestando una certa predilezione per i luoghi soleggiati. La vipera dispone di un apparato velenifero perfetto ed efficace, una vera e propria “arma letale”: il veleno , prodotto da una ghiandola posta sopra il palato, viene inoculato nella ferita al momento del morso attraverso appositi canalini che porta dentro le due piccole zanne. Altamente tossico, talvolta mortale, è in grado di agire in meno di un quarto d’ora. Ovviamente prediligono le zone dove ci si può  nasconder bene, abbastanza isolate. “ Le serpi le trovi lontano dai posti abitati”, aggiungeva Luigino. “Se incontri un aspide o un marasso,lo riconosci dalla testa triangolare e dagli occhi: le vipere hanno le pupille verticali, simili a quelle dei gatti. Si distinguono così dalle bisce innocue che hanno la pupilla tonda. Anche se, a dire il vero, un sacco di gente non perde tempo a guardarle negli occhi e scappa via a gambe levate”. Noi , curiosi, gli chiedevamo se c’era una  tecnica per catturarle.  Guardate, la serpe percepisce le vibrazioni del terreno, e fugge. Se però ti avvicini lentamente, con passo felpato,  e più o meno conosci la zona, non è difficile scovarla e catturarla anche se si è mimetizzata tra sassi  ed arbusti. Dovete sapere che la serpe è abilissima a mimetizzarsi e la sua colorazione si adatta all’ambiente  dove vive. E’ una grandissima artista nel camuffarsi. A volte si riesce a catturarle anche non in ferma. Sì, perché quando si muovono è più facile riconoscerle. Ma, ricordate: più che la tecnica, conta l’esperienza, l’intuito. Io ne catturo parecchie di vipere  ma capita spesso che per prenderne una ci devo tornare anche tre o quattro volte. Non è né una cosa semplice, né una cosa impossibile. Molto dipende dal luogo dove vive. Per la tecnica di cattura ci vuol mano ferma e occhio vigile:le  afferro per la coda a mani nude e le sollevo in aria. Così neutralizzo la vipera perché non riesce più a risollevarsi e mordere, e la ficco nel sacco. A volte  uso anche   il bastoncino biforcuto ma non mi piace tanto”. Ma c’era anche un periodo “buono” per la caccia? Luigino, sorridendo, rispondeva con un detto ( “ a S. Giuseppe la prima serpe” ) che indicava tra fine marzo e l’inizio dell’estate il periodo migliore. Raccontava che nei  boschi e fra i sassi di Pian di Boit, in Valgrande, c’erano quelli che – catturate le vipere – le chiudevano in apposite cassette di legno con uno spioncino e le spedivano all’istituto sieroterapico di Milano.

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Per quei montanari era  un modesto integrativo finanziario al magro reddito d’alpeggio. “ Sapete,ragazzi: si guadagna qualcosa, ma non si diventava ricchi. Quelle catturate in aprile valgono di più, perché contengono una maggiore quantità di veleno. In una stagione, un bravo viperaio riesce a catturarne 70-80. Io, una decina d’anni fa, ho raggiunto il mio record: centoventitrè. Ma è stato davvero un anno di grazia. A proposito, vi ho mai raccontato di quella volta che ho dovuto soccorrere il Martin Cappella? Lo conoscete, no?”.  Lo conoscevamo sì: era uno dei “fungiatt”, dei cercatori di funghi più esperti della zona del Mottarone. Nonostante questo – stando al racconto di Luigino –  un pomeriggio  si dimenticò della necessaria prudenza. Eppure sapeva bene cos’era bene evitare di fare. Ad esempio,   mai frugare con le mani  tra le felci, vicino ai sassi, senza prima essersi accertati che non vi fosse pericolo. Gli era parso di vedere un fungo e, allungata la mano, la ritirò di scatto, dolorante. La vipera l’aveva “tassato”.. “ L’ho sentito gridare e sono volato lì come un falchetto. La pelle nel punto della morsicatura era già rigonfia, arrossata, con chiazze bluastre. Non mi sono fatto pregare. L’ho fatto distendere e con il mio coltello ho inciso la ferita, succhiando e sputando via il veleno. Con la cintura dei pantaloni gli ho stretto il braccio una ventina di centimetri sopra il segno del morso e l’ho caricato in spalla. Per fortuna non eravamo distanti dalla cava. Con il  fuoristrada di uno degli addetti a far brillare le mine necessarie a staccare le lastre di granito, siamo andati al pronto soccorso a Pallanza dove l’hanno curato. E v’assicuro che da quella volta gira sempre con il bastone e prima di metter giù le mani , fruga dappertutto con quello. Cosa volete, il morso della vipera gli ha messo una fifa addosso che non vi dico”. E concludeva i suoi racconti ricordando a chi l’ascoltava che lui, raramente, aveva ammazzato una biscia perché – in fondo – quegli esseri – un po’ come tutti gli animali – “non erano certo peggio degli uomini”.

Marco Travaglini