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Luisa Levi: la signora medico

in CULTURA E SPETTACOLI

Torino e le sue donne
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile.Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.

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7 Luisa Levi: la signora medico

Agli albori del mondo, le donne ricoprivano ruoli di guaritrici, curavano i mali dell’anima e del corpo al pari degli uomini, come testimoniano vari reperti delle popolazioni euroasiatiche, africane o azteche. Il brusco cambiamento arriva con l’Inquisizione, che trasforma le conoscenze curative femminili in osceni patti con il maligno e le donne guaritrici in temibili streghe. Da questo momento in poi, per molto tempo, solo gli uomini potevano frequentare le Università e solo i dottori in medicina potevano praticare le arti guaritorie. Unica eccezione fu la scuola di Salerno, all’interno della quale, nell’XI secolo, lavorava Trotula, “sapiens matrona” (“donna sapiente e saggia”), abilissima levatrice proveniente dalla ricca e nobile famiglia de Ruggiero di origine Longobarda. Le donne dovranno aspettare  secoli perché le porte delle Università vengano aperte anche a loro, il che accadrà soltanto tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Se le Istituzioni aprono le porte, l’opinione comune resta serrata e le donne medico devono combattere più degli uomini per veder realizzati i propri obiettivi. Tra le tante “combattenti” ricordiamo Mary Putnam Jacobi: diplomatasi nel 1863 in Farmacia a New York, poco dopo ottiene la Laurea in Medicina al Woman’s Medical College della Pennsylvania; porta avanti la convinzione che per diventare validi medici sia fondamentale avere non solo una buona preparazione scientifica, ma anche una grande compassione per chi soffre. Diventerà portavoce del Movimento Medico Femminile a capo della Working Women’sSociety e dell’associazione per l’Advancement of the MedicalEducation for Women.  In Italia, troviamo Maria Dalle Donne, prima docente di Ostetricia nella Regia Università di Bologna, laureatasi in Filosofia e Medicina nel 1799, e dirigente, nel 1804, presso la Scuola delle Levatrici, e Maria Montessori, nata ad Ancona nel 1870: è lei la prima donna italiana a conseguire la Laurea in Medicina e Pedagogia (ma anche in Scienze Naturali e Filosofia). La nostra storia di oggi ha come protagonista una delle tante donne caparbie e preparate che non si è mai arresa di fronte agli ostacoli frapposti dalle ferree regole della  società: Luisa Levi.  Luisa Levi nasce a Torino il 4 gennaio 1898, diviene medico neuropsichiatra infantile, attenta studiosa di problemi riguardanti la sessualità dell’infanzia. E’ ricordata principalmente poiché è la prima donna medico italiana a pubblicare un lavoro sull’educazione sessuale, intitolato “L’educazione sessuale: orientamento per i genitori”. Scopo del libro è aiutare i genitori a dare un sano indirizzo alla vita sessuale dei loro figli, evitando errori comuni dovuti a pregiudizi. Luisa Levi è figlia di Ercole Raffaele e Annetta Treves, entrambi di religione ebraica. E’ lo zio materno Marco Treves, psichiatra e fratello del noto Claudio Treves, a suscitare in lei il desiderio di diventare medico. Luisa frequenta a Torino il liceo Vittorio Alfieri e in seguito si iscrive, nel 1914, alla tanto desiderata Facoltà di Medicina presso l’Università degli Studi di Torino. Nel suo primo anno di corso stringe amicizia con Maria Coda, l’unica altra donna frequentante. Luisa segue nel corso degli studi il laboratorio di Anatomia e Istologia Normale e quello di Clinica Medic
a, rispettivamente p
resso gli studi di Romeo Fusari e di Camillo Bozzolo e Ferdinando Micheli. La giovane donna riuscirà ad ottenere i premi “Pacchiotti” e “Sperino” per le massime votazioni conseguite negli esami speciali e nella discussione della tesi: “Sopra un caso di endocardite lenta”, con cui si laurea l’8 luglio 1920, conseguendo il massimo dei voti e la lode. Luisa è donna non solo di alta cultura ma anche molto coraggiosa: durante la prima guerra mondiale è infermiera volontaria presso l’ospedale territoriale della Croce Rossa Italiana di Torino, in cui presta servizio come aspirante ufficiale medico nel laboratorio psico-fisiologico dell’Aviazione, diretto da Amedeo Herlitzka. Dopo alcuni anni in qualità di assistente presso diverse cliniche, nel 1928 lavora con il titolo di medico per le malattie nervose dei bambini presso l’ospedale pediatrico Koelliker di Torino, dando così inizio alla sua carriera di neuropsichiatra infantile. Nel 1927 si reca a Parigi per perfezionarsi in malattie mentali e malattie nervose. Sebbene la sua formazione sia ricca di riconoscimenti e nonostante l’ottima preparazione, Luisa incontra non poche difficoltà ad essere assunta nelle diverse cliniche psichiatriche, dove, in caso di pari merito, le vengono preferiti i suoi colleghi maschi. La dottoressa non si arrende e nel 1928 vince un posto, dedicato a sole donne, bandito dai manicomi centrali veneti per la colonia medico-pedagogica di Marocco di Mogliano, fondata da Corrado Tummiati. Negli anni successivi pubblica diversi articoli sulla mente dei bambini e sulla loro rieducazione. Le peripezie di Luisa, però, non sono finite e dopo un anno dall’assunzione il direttore amministrativo la induce a dare le dimissioni. Nel 1932 viene accettata nella Casa di Grugliasco, dove rimane fino all’emanazione delle leggi razziali. Durante la seconda guerra mondiale, privata del lavoro, si ritira nella campagna di Alassio, di proprietà dei genitori, e qui si dedica a lavori agricoli. Dopo l’8 settembre 1943 si rifugia con la madre a Torrazzo Biellese, dove vive sotto falso nome. Qui, grazie al Comitato Femminile di Ivrea, collabora attivamente come medico della settatantaseiesima Brigata Garibaldi. Nel secondo dopoguerra, determinata a portare avanti il suo impegno scientifico e politico, Luisa Levi entra in Unità Popolare e fa parte della sezione PSI “Matteotti” di Torino;  diventa poi membro attivo dell’UDI (Unione Donne Italiane) e si iscrive alla Camera Confederale del Lavoro della città subalpina. Continua a dedicarsi alla neuropsichiatria infantile dopo aver conseguito la libera docenza con la tesi su “Infanzia anormale” nel 1955. Dopo una vita passata a lottare, trova finalmente riposo proprio nella città da cui era partita: si spegne, infatti, a Torino nel dicembre del 1983.

 

Alessia Cagnotto

Fresca insalata di zucchine grigliate

in LIFESTYLE
Un modo diverso, semplice e veloce per gustare le zucchine. Un’insalata ricca di gusto, un piatto unico delizioso, perfetto per l’estate.
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Ingredienti
3 zucchine chiare
80gr. di tonno sott’olio
1 cucchiaio i capperi dissalati
1 cucchiaio di pinoli
Succo di limone, prezzemolo, menta q.b.
Sale, pepe q.b.
1 spicchio di aglio
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Lavare e tagliare sottilmente in lunghezza le zucchine. Scaldare bene la piastra di ghisa e cuocere le zucchine 3 minuti per parte. In una ciotola preparare la vinaigrette emulsionando l’olio con il sale, il pepe, il succo del limone, lo spicchio di aglio tagliato a meta’, il prezzemolo e la menta precedentemente tritati, lasciar insaporire per una mezz’ora. In una terrina mettere le zucchine grigliate, aggiungere il tonno sminuzzato, i pinoli ed i capperi, condire con la vinaigrette eliminando l’aglio, mescolare bene e servire.
 
Paperita Patty

Pizza rustica, la bontà delle cose semplici

in LIFESTYLE

La bellezza della semplicita’. Pochi semplici ingredienti che si uniscono e danno vita ad uno dei simboli della tradizione italiana nel mondo: la pizza

Una base croccante farcita con pomodoro, mozzarella, olive. Prepararla in casa e’ davvero semplice e veloce, non occorrono particolari capacita’, potete impastare la base nella planetaria o a mano, il risultato sara’comunque garantito. Profumata, calda, filante….impossibile resisterle!

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Ingredienti :
(dosi per tre teglie tonde da 28cm)
 
500gr. di farina 0
5 cucchiai di olio evo
2 cucchiaini di zucchero
1 cucchiaino di sale fino
1 bustina di lievito secco tipo Mastro Fornaio
275ml di acqua tiepida
Salsa di pomodoro rustica q.b.
Mozzarella q.b.
Olive taggiasche q.b.
Filetti di acciuga (facoltativi, a piacere)
Basilico o origano
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Preparare l’impasto base. Impastare, nel mixer o a mano, per almeno dieci minuti, la farina precedentemente setacciata con la bustina di lievito secco, aggiungere lo zucchero, il sale, l’olio ed infine l’acqua tiepida. Quando si e’ ottenuta una palla morbida ed elastica, metterla sul piano di lavoro infarinato e riprendere ad impastare a pugno chiuso con forza, sbattendo ripetutamente l’impasto sul tavolo. Quando la pasta si presentera’ liscia ed inziera’ a formare delle piccole bolle, inciderla con quattro tagli a croce, metterla in una terrina infarinata, coprirla con un tovagliolo e riporla in forno o nel micronde (spenti) al riparo da correnti d’aria per almeno quattro ore. Terminata la lievitazione riprendere l’impasto, impastarlo nuovamente sino a sgonfiarlo, tagliare la pasta in tre parti, stenderla a mano o con il mattarello,sistemarla nelle teglie  tonde  foderate con carta forno, guarnire con passata di pomodoro, mozzarella a dadini, olive, filetti di acciughe o altro a piacere, irrorare con un filo di olio, salare. Infornare nel forno preriscaldato alla massima potenza e cuocere ciascuna pizza per circa 15/20 minuti. Servire calda.

 

Paperita Patty

Le foto dei lettori. Gran Madre: fascino e mistero

in FOTO DEI LETTORI/LIFESTYLE

Una suggestiva veduta scattata dalla scalinata della Gran Madre da  Fabio Liguori. Sullo sfondo piazza Vittorio, al centro la guglia della Mole.

Una vita operaia

in CULTURA E SPETTACOLI

Giuseppe Granelli, classe 1923 ( morto a novant’anni nel 2013), operaio colto dell’acciaieria Falck di Sesto San Giovanni, è il protagonista di questo libro-inchiesta di Giorgio Manzini. Cresciuto nel villaggio Falck divenne, grazie a “Una vita operaia”, emblema della condizione dei lavoratori metalmeccanici nell’Italia del secondo dopoguerra

“Una vita operaia”, scritto da Giorgio Manzini e pubblicato da Einaudi negli “Struzzi Società” nel 1976, non è certo un libro nuovo e nemmeno si può dire sia stato un bestseller anche se vendette parecchie copie. E’ però un libro importante e persino attuale. Giuseppe Granelli, classe 1923 ( morto a novant’anni nel dicembre di due anni fa ), operaio colto dell’acciaieria Falck di Sesto San Giovanni, è il protagonista di questo libro-inchiesta di Giorgio Manzini. Cresciuto nel villaggio Falck divenne, grazie a “Una vita operaia”, emblema della condizione dei lavoratori metalmeccanici nell’Italia del secondo dopoguerra. Manzini, giornalista e redattore di “Paese Sera” ( scomparso, a 61 anni, nel 1991)  interrogò a lungo Granelli, scelto tra decine di migliaia di operai  di Sesto San Giovanni perché era conosciuto come un sindacalista di fabbrica che non ha mai sgarrato e perché era una persona libera e intelligente. Una vita come tante, chiusa in un giro ristretto, ma anche investita “dai bagliori dei grandi avvenimenti politici”:la Resistenza, le illusioni del ’45, le difficoltà economiche del dopoguerra,la rottura del fronte operaio,la restaurazione, la caduta del mito di Stalin, la lenta riscossa sindacale.

Questo libro di Giorgio Manzini – saggio, inchiesta, romanzo vero – ripubblicato recentemente dall’Archivio del Lavoro, oggi assume un significato ancora più profondo perché racconta di un uomo – Giuseppe Granelli, il protagonista in carne e ossa – che per quarant’anni ha lavorato alla Falck di Sesto San Giovanni. La sua esistenza è stata quella della città dove ha vissuto, dagli stabilimenti dell’acciaieria al villaggio operaio al Rondò da dove partivano le grandi marce solidali. Storie che sono diventate una parte della nostra storia nazionale: un simbolo altalenante di conquiste, di sconfitte, di risalite, di cadute, un microcosmo che può rispecchiare la vita dell’intero Paese. La fabbrica amata e odiata – il pane, la fatica, il conflitto – non c’è più. I resti, certi resti, dei vecchi capannoni (Concordia, Unione, Vittoria: si chiamavano così i vecchi stabilimenti della Falck),le fonderie, i laboratori, il forno sono come ombre e fantasmi di un passato. Resta la memoria di “una vita operaia”, di quel Giuseppe Granelli che, una volta andato in pensione, diventò la “voce degli operai” e raccolse le biografie di quasi 490 sindacalisti della Fiom,militanti, semplici operai che avevano speso la vita in fabbriche come l’Alfa Romeo, la Falck, l’Innocenti, la Breda, la Pirelli, la Richard Ginori, la Magneti Marelli e tante altre di cui non ci si ricorda nemmeno più il nome. Un lavoro prezioso, certosino, cosciente che quelle “sue vite”, raccolte con la consueta pazienza, catalogate nell’Archivio del lavoro di Sesto, erano la sua eredità, la medaglie al valore che nessuno gli ha mai messo sul petto. Il padre di Granelli, Tone, aveva lavorato anche lui alla Falck Concordia per quarant’anni, manutentore al laminatoio. Giuseppe (detto Giuse, Tumìn, Granel) cominciò a faticare, ragazzo di fabbrica, a 14 anni, per 84 centesimi l’ora a portar l’olio, scopare i trucioli di ferro, allungare gli stracci ai compagni alla macchina. Manzini seppe fare di Granelli il simbolo di milioni di uomini di un passato ora morto e sepolto.

Questo libro appartiene, come ha scritto Corrado Stajano, “alla letteratura industriale”, quella dei Carlo Bernari, Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Primo Levi, Vittorio Sereni. Granelli, nel portafoglio, conservò per anni una fotografia di Stalin, per lui l’uomo della guerra patriottica, il vincitore delle armate naziste. Il XX Congresso del Pcus fu un trauma, la rivolta di Budapest un colpo al cuore. Granelli tenne sempre fede ai suoi principi di giustizia sociale: tolse dal portafoglio la foto di Stalin e non ne rimise altre. Amava il dubbio, il confronto. Aveva un grande rispetto per il sapere, era curioso, frequentò a Milano la Casa della Cultura diretta da Rossana Rossanda, era attratto dal fascino di Cesare Musatti e lesse i grandi libri della storia e della letteratura. Il libro di Manzini lo rese felice. Gli fece capire che una vita come la sua, simile a quella di infiniti altri, poteva  e doveva essere ricordata. Le ultime tre righe del libro raccontano la sua pazienza, la sua tenacia e la saggezza di quest’operaio che sapeva fare “i baffi alle mosche”: “ L’importante è continuare il rammendo, sostiene Granel, e avere fiducia. Se non si avesse fiducia si starebbe qui a diventar matti tutti i giorni?”. Manzini è morto da quasi venticinque anni. Anche Granelli non c’è più : è sepolto nel silenzio del cimitero del paese dei suoi genitori, a  Moio De’ Calvi, nella bergamasca. Rimane questo libro, “Una vita operaia”, troppo bello e troppo importante per non essere ripreso in mano, per leggerlo o rileggerlo.

 

Marco Travaglini

Susanna: l’importanza di chiamarsi Agnelli

in CULTURA E SPETTACOLI

Torino e le sue donne

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  

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3. Susanna: l’importanza di chiamarsi Agnelli

Difficile, se non impossibile, parlare di Torino e non della Fiat.  La vicenda della Fiat inizia l’11 luglio 1899, quando viene fondata la Società Anonima Fabbrica Italiana di Automobili-Torino su iniziativa del Cavalier Giovanni Agnelli. Passa davvero poco tempo e la ragione sociale diventa Fabbrica Italiana Automobili Torino, FIAT, (fortunato acronimo che in latino significa “che sia!”). Il primo stabilimento viene inaugurato nel 1900, nei primi anni la produzione è di poco più di venti automobili all’anno realizzate da circa una trentina di operai, nel 1903 arriva la quotazione in Borsa e inizia la grandezza della storia di una delle industrie più conosciute al mondo. Con il trascorrere del tempo la produzione aumenta, così come le esportazioni all’estero che arrivano fino in Australia e in America. Nel 1926 si avvia la costruzione della fabbrica del Lingotto e si fanno i primi passi verso la produzione di massa. Nel 1930 nasce la Littorina, la prima automotrice di tutto il mondo, nel 1937  viene inaugurato lo stabilimento Mirafiori. Nel 1943 Agnelli si ritira dall’azienda e suo nipote Gianni entra nel Consiglio di Amministrazione. Dopo la crisi della Seconda Guerra Mondiale il gruppo è protagonista del miracolo economico italiano con ben più di quattrocentomila macchine prodotte ogni anno. Nel 1955 viene lanciata la “600”, dopo due anni l’iconica “500”, a cui seguono la “850”, la “124” e la “128”. Negli anni Settanta la società viene convertita in “holding”. Il “boom economico” arriva negli anni Ottanta, segnato dalla mitica “Panda” e da altri successi come la “Uno” e la “Tipo”. Nel 1993 la FIAT accoglie il gruppo Maserati. Altri anni difficili arrivano con il Duemila, quando la crisi si fa sentire di nuovo dopo decenni. Viene avviata l’alleanza con la General Motors che però si conclude dopo poco, Con le morti di Gianni e di Umberto la situazione si complica ulteriormente. Il presidente diventa Luca Cordero di Montezemolo con Sergio Marchionne come Amministratore Delegato. È proprio quest’ultimo a seguire di persona l’accordo con Chrysler, (FCA, Fiat Chrysler Automobiles, nasce il 29 gennaio 2014). Lo stesso Montezemolo viene sostituito da John Elkann. Alla FIAT è legato un altro primato torinese, quello di Ernestina Prola, la prima donna patentata, nel 1907. La più grande industria d’automobili d’Italia segna il destino anche di un’altra donna, quello di Susanna, la quale da subito è conscia del fatto che non potrà mai trovarsi ai vertici della fabbrica del nonno. La chiave dell’esistenza di Susanna è anche legata all’affermazione che le rivolse l’austera istitutrice Miss Parker: “Non dimenticare di essere una Agnelli”, parole che le rammentano costantemente di far parte di una famiglia che decide le sorti di ogni suo componente, esattamente come una dinastia reale.  Susanna Agnelli nasce a Torino il 24 aprile del 1922, da Edoardo Agnelli e Virginia Bourbon del Monte. È la terza di sette figli; insieme ai fratelli Umberto e Gianni, Susanna è stata una esponente di spicco della famiglia torinese proprietaria della FIAT. A vent’anni, durante la Seconda Guerra Mondiale entra nella Croce Rossa per portare il suo aiuto sulle navi che trasportano soldati feriti. Alla fine della guerra sposa il Conte Urbano Rattazida cui avrà sei figli, l’amore però non dura e la coppia divorzia nel 1975 dopo aver vissuto per diverso tempo in Argentina. Dal 1974 al 1984 Susanna si dedica alla politica, diventando sindaco del comune di Monte Argentario (Grosseto). Nel 1976 viene eletta deputato e nel 1983 Senatore nelle liste del partito Repubblicano italiano. Durante la sua carriera politica parlamentare ha ricoperto la carriera di Sottosegretario agli Esteri dal 1983 al 1991 sotto varie Presidenze del Consiglio. Ricopre, inoltre, il ruolo di Ministro degli Esteri (prima e unica donna nella storia italiana ad accedere al Dicastero della Farnesina), durante il governo guidato da Lamberto Dini tra il 1995 1996. Susanna è già laureata in lettere ma nel 1984 riceve una seconda laurea honoris causa in Legge dalla Mount Holyoke University del Massachusetts USA. Nel 1979 viene eletta alle elezioni europee per le liste del PRI, in ambito comunitario è  membro della Commissione per le Relazioni Economiche Esterne. Aderisce al gruppo parlamentare liberal-democratico, rimanendo in carica fino all’ ottobre 1981. Negli anni Settanta è presidente del WWF, negli anni Ottanta è l’unico membro italiano all’ ONU della “Commissione Mondiale per l’ambiente e lo sviluppo” (rapporto Brundtland). Autrice di diversi libri come sc
rittrice e memorialista, tra le pubblicazioni particolarmente importante è la sua autobiografia intitolata “
Vestivamo alla marinara”, testo divenuto un best seller in Italia e all’estero. Il libro racconta della sua infanzia e della sua giovinezza, dalla nascita a Torino fino al matrimonio con Rattazzinel ’45, sono ventitré anni particolari, che coincidono con l’ascesa e la caduta di Mossolini. Cura l’edizione Cesare Garboni, che definisce il lavoro: “la storia di una ragazza e del suo nome”.  Per diversi anni Susanna continua a seguire una rubrica di posta intitolata “Risposte private” sul settimanale Oggi, ed è nominata Presidente del Comitato Direttivo di Telethon onlus sin dai primi anni Novanta, quando la maratona benefica è arrivata in Italia. Nel 1997 fa nascere la fondazione “Il Faro”, organizzazione che ha l’obbiettivo di insegnare un mestiere a giovani italiani e stranieri in difficoltà, consentendo loro di acquisire capacità professionali spendibili sul mercato. Susanna muore a Roma all’età di 87 anni, il 15 maggio 2009, all’ospedale Gemelli, dopo il ricovero per i postumi di un intervento traumatologico subito qualche settimana prima.  Di lei raccontano Thea Scognamiglio, sua nipote, Carlo Scognamiglio, presidente del Senato tra il 1994 e il 1996, Giorgio La Malfa, segretario del Partito Repubblicano dal 1987 al 2001, Ilaria Borletti Buitoni, sua amica dai tempi della prima campagna elettorale del 1976, attuale Sottosegretario al Ministero dei Beni Artistici e Culturali, Pasquale Terracciano, ambasciatore d’Italia per il Regno Unito, suo stretto collaboratore alla Farnesina, e molti altri. Di lei ha scritto il giornalista Enzo Biagi: “E’ una donna coraggiosa che ha soprattutto un merito, la sincerità”.

 

Alessia Cagnotto

Tagliata di manzo con verdure grigliate

in LIFESTYLE

Deve il suo nome al taglio che si pratica a fine preparazione; viene servita tagliata a fettine dal cuore rosa nappate con il fondo di cottura

La tagliata di manzo e’ un piatto semplice, delizioso, succulento e appagante. Si ottiene con una rapida cottura della carne. Deve il suo nome al taglio che si pratica a fine preparazione; viene servita tagliata a fettine dal cuore rosa nappate con il fondo di cottura.

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Ingredienti:

600gr. di sottofiletto di manzo spesso 5 cm. (pezzo intero)

3 zucchine

1 melanzana

1 cespo di radicchio di Treviso

sale, pepe, olio evo, prezzemolo q.b.

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Togliere la carne dal frigo almeno un’ora prima della cottura. Affettare le verdure e grigliarle. A fine cottura condire con olio, sale, pepe e prezzemolo.  Procedere con la cottura della carne. Scaldare molto bene la bistecchiera, a fuoco vivace, cuocere la carne su ogni lato per circa cinque minuti in modo che si formi una bella crosticina e l’interno rimanga al sangue. Lasciar riposare due minuti, tagliare a fettine sottili, condire con sale, pepe e olio evo. Servire su un tagliere accompagnato dalle verdure grigliate. Gustatela appena pronta.

 

Paperita Patty

 

Il tempo dei maggiolini

in CULTURA E SPETTACOLI

La  narrativa dell’autore intende dare voce soprattutto alla gente comune, a quel mondo piccolo ma non minore col quale lo scrittore di Omegna ha sempre amato convivere, assimilandone i problemi,  le speranze, le gioie e i dolori

“Il tempo dei maggiolini” è un  libro che contiene sedici racconti di Marco Travaglini (nella foto) , edito dalla torinese Impremix Edizioni Vislagrafika. Confesso che mi ha sempre attirato la  narrativa di Marco Travaglini perché  intesa a dare voce soprattutto alla gente comune, a quel mondo piccolo ma non minore col quale lo scrittore di Omegna ha sempre amato convivere, assimilandone i problemi,  le speranze, le gioie e i dolori. Una scrittura la sua che nasce dal cuore e arriva al cuore, che sa  cogliere con passione e slancio poetico   la vita delle strade, dei piccoli paesi del lago e della montagna, con attenzione particolare – è il caso di “Il tempo dei maggiolini” – al passato, ai giorni dell’ infanzia, della  giovinezza, a tempi meno facili ma più ricchi di semplicità, di saggezza antica, di rapporto umano. Erano gli anni delle case di ringhiera, dei grandi prati non ancora invasi dal cemento; delle quattro stagioni; delle primavere verdi  punteggiate di rondini e maggiolini; delle serate estive sfolgoranti di lucciole, sull’aia o davanti alla calma scura del lago ancora impregnato dei caldi profumi del giorno, delle creme solari.

Su questi sfondi, che Marco riprende con l’attenzione e la sensibilità dell’osservatore acuto, si intrecciano avvincenti storie di quotidianità, popolate da personaggi estrosi, a volte strambi e un po’ picareschi, ma sempre coinvolgenti perché pennellati con felice aderenza: il fiorista Arrigo Molinetti, patito del canto e di Jannacci, e il giardiniere Galaverna, che spopolano nelle balere  col complessino dei “Trambusti”, offrendo la loro arte in cambio di polli, conigli e tacchini arrosto; il Belletti, un po’ tocco,  imbattutosi in un cavallo parlante; il Secchi, che spaventa di sera le   donne dalle parti del cimitero; l’analfabeta Albertino, convinto che basti comprare gli occhiali per saper leggere; e decine di altre figure tipiche della vita povera e raccolta del tempo che fu. Su tutte la maestra Maria Scrivani la quale, a dispetto dei suoi 90 anni, ripercorre con straordinaria lucidità la sua carriera di insegnante a Omegna, ricostruendo l’atmosfera della vecchia scuola e della città con la precisione e l’acutezza del cronista  di vaglia.

Il ritratto del suo alunno Gianni Rodari,  “un bambino con lo sguardo serio ma con i pensieri allegri” è da antologia, così come quello di altre realtà omegnesi, fra le quali la storica ditta  Cardini, specializzata nella lavorazione delle lamiere metalliche, diventata famosa per la  pionieristica attività nel settore dei giocattoli di latta. “Papà, se tu comperi un giocattolo Cardini, il più bravo, il più studioso diverrò tra i bambini”, recitava una pubblicità sulle  pagine della Domenica del Corriere e del Corriere dei Piccoli.Il libro spazia sull’intera provincia del Verbano Cusio Ossola e si spinge oltre, sconfinando nel Novarese. Ricche di fascino la leggenda della pentola d’oro delle due Quarne, atavicamente divise da feroce rivalità, e la rievocazione delle tradizioni, degli usi e dei costumi walser della valle Formazza, mentre  la descrizione delle riprese di Una spina nel cuore, film tratto da un racconto di Piero Chiara, girato alla stazione di Omegna, e di I bei tempi di Villa Morini, “scandalosa” rievocazione delle case chiuse, che trasformò in un set da film “scollacciato” la tranquilla comunità di Brovello Carpugnino, è semplicemente esilarante.

Non poteva ovviamente mancare il lusciàt, mitico artigiano che girava l’Europa ad aggiustare e vendere parapioggia e parasoleArgante Delvivo, di Sovazza, assurse addirittura, per volontà nientemeno che della principessa Sissi, a  “ombrellaio fornitore ufficiale della Casa d’Asburgo”.  E ricco di mistero è Vincent, il pittore dei sogni e delle stelle, apparso all’improvviso sul lago sul finire dell’estate, tra un temporale e l’altro: “Allampanato, magro come un chiodo, il volto, incorniciato da una rada barba grigia,  era illuminato da due vivaci occhi neri che luccicavano al riparo delle folte sopracciglia”.E c’è tanto dell’altro.Un bel revival davvero, questa nuova raccolta di Travaglini, che la dolcezza della memoria e il profondo coinvolgimento emotivo dell’autore rendono  ancora più vero e palpitante. Un momento di ricordo e forse di rimpianto per chi vent’anni non ha più, una scoperta piacevole e frizzante per chi di quel passato ha percepito solo gli echi”.

 

Benito Mazzi  

Risotto classico agli asparagi

in LIFESTYLE

Gli asparagi ortaggi pregiati protagonisti della primavera, teneri germogli che simboleggiano il risveglio della natura, poche calorie, ricchi di sali minerali hanno proprieta’ disintossicanti, diuretiche ed antiossidanti. Il risotto agli asparagi e’ un primo delicato e raffinato generalmente realizzato con asparagi verdi, un grande classico della nostra cucina.

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Ingredienti

300gr. di asparagi

200gr. di riso

40gr. di burro

30gr. di parmigiano grattugiato

1 scalogno

Brodo vegetale q.b.

½ bicchiere di vino bianco secco

Sale, pepe, q.b.

***

Pulire e lavare gli asparagi poi tagliarli a tocchetti. In una larga padella sciogliere 20gr. di burro, rosolare lo scalogno finemente affettato, aggiungere il riso e lasciar tostare per qualche minuto poi, sfumare con il vino bianco. Aggiungere gli asparagi, mescolare, salare, pepare e poco alla volta bagnare con il brodo vegetale sino a cottura (circa 20 minuti). Togliere dal fuoco, mantecare con il burro rimasto, il parmigiano e servire subito.

Paperita Patty

“Compagni”, il libro in cui rivive la storia dei Pajetta

in CULTURA E SPETTACOLI

“Come si poteva tenere vivo nel ricordo quel mondo di persone generose, attive che avevano ispirato la loro vita a ideali forti e vi erano rimaste sempre coerenti?”

S’intitola “Compagni” il libro scritto da Elvira Pajetta , pubblicato dall’editore Macchione. Il racconto di una “giovinezza tenace” e coraggiosa, vissuta nel desiderio di una libertànegata dal fascismo e nell’impegno politico comunista, un riferimento ideale mai venuto meno nella famiglia Pajetta e incarnato nei giovani Gian Carlo, Giuliano e Gaspare, i tre figli di Elvira Berrini (la nonna dell’autrice) e Carlo Pajetta, avvocato del banco San Paolo di Torino, emarginato per non aver voluto prendere la tessera del Partito nazionale fascista. A loro si aggiunge il ritratto, al tempo stesso forte e delicato, della madre di Elvira, Claudia Banchieri. “ Come si poteva tenere vivo nel ricordo quel mondo di persone generose, attive che avevano ispirato la loro vita a ideali forti e vi erano rimaste sempre coerenti?”, scrive Elvira Pajetta. Aggiungendo: “Questi fogli rappresentano i giorni di un calendario che per me era necessario comporre”.Quella raccontata in “Compagni” è una storia intima e pubblica allo stesso tempo che si gioca su più scenari. Sullo sfondo ci sono la Francia, pronta ad accogliere i tanti rifugiati politici italiani, la guerra civile in Spagna, l‘Unione Sovietica e l‘Italia di Benito Mussolini. Una storia che in parte si svolge anche a Taino, in provincia di Varese, sulla sponda lombarda del lago Maggiore, dove Elvira Berrini e Carlo Pajetta hanno abitato fin dagli anni ’20 e luogo che terrà a battesimo la militanza comunista dell’adolescente Giuliano. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale mise a dura prova i destini dei giovani Pajetta. Giuliano ,che si trovava Oltralpe, venne arrestato dai gendarmi francesi e trasferito, dopo la condanna, al carcere di Nimes da dove evase con un’azione degna di un romanzo di Dumas.

La figlia Elvira ripercorre molti anni dopo lo stesso cammino fatto dal padre verso l’Italia, un vero pellegrinaggio dove antiche ferite si riaprono per far scorrere la storia. Gaspare e il cugino Piero ( Nedo) cadono in combattimento: il primo il 13 febbraio del ’44 , al Cortavolo di Megolo, con altri undici partigiani guidati dal Capitano Beltrami ; il secondo un mese dopo in uno scontro in montagna con i fascisti. A sua volta Giuliano, dopo essere rientrato in Italia per partecipare alla Resistenza, conoscerà sia il carcere di San Vittore che il lager di Mauthausen, dove verranno internati migliaia di italiani.Nel racconto di Elvira c’è posto anche per molto altro: la felicità del 25 Aprile, giorno della liberazione dall’occupazione nazifascista, l’impegno di Giuliano Pajetta e del figlio Gian Carlo nel Pci del dopoguerraaccanto a Enrico Berlinguer, i rapporti con l’Urss, i fatti tragici di Ungheria, i ricordi di Roma e Firenze. Belle foto, in parte inedite, e un nutrito numero di documenti testimoniano tutti questi passaggi pubblici e privati. Un lavoro lungo, non facile, durato ben otto anni. “Negli ultimi anni tutto il mio mondo si era modificato”, dice Elvira Pajetta. “ Molte cose erano sparite del tutto e molte avevano cambiato posto o dimensione. Mio padre Giulianoera morto nel 1988. Il muro di Berlino, smantellato nell’anno successivo, era diventato un monumento alla Germania unificata. Il Partito Comunista Italiano, dove avevo abitato da sempre, aveva cambiato nome e ora avrebbe dovuto cambiare forma. Mi rendevo conto, certo, che da vent’anni le crepe nei muri di “casa mia” erano diventate sempre più visibili. La mia famiglia, “I Pajetta”, non era più quella che, come in un disegno infantile, mi ero tenuta dentro per tanto tempo: mia nonna Elvira e i suoi tre figli, Giancarlo, Giuliano e Gaspare, i comunisti. Raccontarla era necessario”.

 

Marco Travaglini

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