redazione il torinese

La storia della Falchera in un libro di Federica Calosso

Con “Falchera, Pietra Alta, Villaretto. Borghi fuori porta”, scritto da Federica Calosso con la collaborazione di Sergio Demarchi, la collana “Borghi di Torino” delle edizioni Graphot si arricchisce di un nuovo volume. Falchera è un quartiere all’estrema periferia nord del capoluogo piemontese che merita di essere scoperto anche dai torinesi “con le scarpe sulle sue strade bucate, con l’olfatto tra i suoi alberi e i suoi giardini, con gli occhi sulle sue architetture e i suoi laghetti, con le orecchie tra i tanti dialetti dei suoi abitanti”. Il borgo è nato negli anni ’50 grazie al lavoro di un gruppo di giovani architetti, guidati da Giovanni Astengo, che si sono ispirati ai quartieri operai del nord Europa. Il libro di Federica Calosso esplora un’area poco conosciuta della città: parte dal nucleo storico di Falchera e arriva alla zona nuova, attraversa il piccolo borgo semi agricolo del Villaretto nato nel ‘400 grazie ai mulini, raggiunge il Villaggio Snia voluto da Riccardo Gualino negli anni ’20 e, infine, approda a Pietra Alta, dove oggi il cinema indipendente ha trovato casa. Sono pagine che raccontano una storia intensa quelle scritte dalla giornalista che aveva già firmato, con Luisella Ordazzo, il volume dedicato allo storico quartiere operaio di Borgo San Paolo. Una lunga e minuziosa ricerca ha consentito all’autrice di proporre un percorso che si snoda attraverso i racconti delle persone che ogni giorno scelgono di vivere attivamente questa periferia, nonostante le sue numerose contraddizioni.

M.Tr.

CTO, raggiunte le mille donazioni di cute

Per 2.158.024 cm2 alla Banca della Cute

E’ stato raggiunto il significativo e ragguardevole traguardo delle mille donazioni di cute per un totale di 2.158.024 cm2, presso la Banca della Cute dell’ospedale Cto della Città della Salute di Torino. La suddetta Banca ora è diventata, prima ed unica in Italia, anche una vera e propria “officina farmaceutica” per la produzione di tessuti. La Tissue & Cell Factory Banca della Cute di Torino è una Struttura Semplice (responsabile dottoressa Carlotta Castagnoli) della SC Grandi Ustioni (direttore dottor Maurizio Stella), del Dipartimento di Chirurgia Generale e Specialistica (direttore professor Mario Morino) della Città della Salute di Torino. Dall’anno 2000 è Centro di Riferimento regionale per la conservazione della cute, autorizzata dal CNT ogni due anni, ed opera in sinergia col Centro Grandi Ustionati. L’attività della Banca comprende, fin dall’istituzione, il prelievo, il trattamento e la conservazione dei lembi cutanei alloplastici prelevati da donatori multiorgano e multitessuto, inoltre effettua i controlli di qualità dei tessuti, produce attività di ricerca applicata e supervisiona le applicazioni cliniche. La distribuzione dei lembi di cute di banca è dedicata principalmente a pazienti ustionati, nei quali la discrepanza tra superfici illese utilizzabili per prelievo di trapianti cutanei autologhi e le aree lese diviene fattore prognosticamente rilevante. Il trapianto di cute alloplastica è il gold standard per ovviare a tale situazione, rappresentando una terapia salva-vita: infatti confrontando le casistiche del Centro Grandi Ustioni di Torino dal biennio 1995-97 con le casistiche attuali si evince che l’indice di mortalità è diminuito dal 24% al 12%. Inoltre la cute alloplastica può favorire la guarigione di ulcere croniche ed altre importanti patologie cutanee.

I risultati ottenuti hanno permesso progressivamente l’estensione del servizio anche ad altri ospedali in regione e fuori regione, in particolare la regione Liguria, dove è stato realizzato un deposito di tessuto cutaneo presso IST Policlinico San Martino di Genova. La Banca della Cute di Torino garantisce così un presidio salva-vita ad un bacino di utenza di almeno 6 milioni di abitanti. Ad oggi in sinergia con il Centro Regionale Trapianti del Piemonte e della Valle d’Aosta (direttore professor Antonio Amoroso), la Banca ha gestito in questi primi 18 anni di attività, mille donazioni di tessuto cutaneo multitessuto e/o multiorgano, prelevando 2.158.024 cm2 di cute e realizzando 2300 trapianti, con un totale di 1.754.910 cm2 di cute distribuita. Con l’entrata in funzione della nuova sede, realizzata ad hoc ed attiva dal maggio 2016, la Tissue and Cell Factory Banca della Cute ha rinnovato profondamente la propria funzione e la sua organizzazione interna. Obiettivo principale della nuova struttura è stato quello della trasformazione in una vera e propria “officina farmaceutica” per la produzione di tessuti e cellule derivanti dal tessuto cutaneo, prelevato da donatore secondo normativa GMP, normativa che in Europa regola la produzione dei farmaci. Ciò ha comportato un notevole innalzamento dei parametri di sicurezza e di qualità del prodotto ed è attualmente l’unica banca in Italia che assicura la produzione di tessuto tegumentario da donatore secondo normativa GMP.La nuova struttura (superficie totale circa 610 m2), situata presso l’ospedale CTO della Città della Salute di Torino, è articolata in due ambiti funzionali (classificati e non classificati) nettamente distinti anche dal punto di vista strutturale. Nella Banca della Cute l’accesso alle aree di lavorazione è riservato al solo personale autorizzato ed altamente specializzato. La disposizione dei locali prevede step successivi di vestizione del personale che accede alle diverse aree di lavorazione a pulizia e contaminazione controllata. Oltre al tessuto cutaneo crioconservato e glicerolato – i prodotti storici della Banca – la nuova struttura permette la produzione di nuovi prodotti, tra cui si ricorda il derma decellularizzato da donatore, destinato alla ricostruzione post-chirurgica (ad esempio nei casi di mastectomia e di laparocele) ed il tessuto adiposo autologo crioconservato (prima banca in Italia ad essere autorizzata allo stoccaggio).La realizzazione della nuova sede della Banca ha coronato un impegno decennale. Grazie ad un concept clinico ed ingegneristico estremamente evoluto ed a tecnologie avanzate, la Banca della Cute rappresenta un esempio di struttura sanitaria pubblica all’avanguardia al servizio dei cittadini.

 

(foto: il Torinese)

 

Strage di Ancona: parte la petizione del Moige

Per chiedere al Governo autorizzazioni più restrittive per locali ed eventi dedicati ai minori

 

Online la petizione del Moige per dire basta a chi lucra irresponsabilmente sulla pelle dei nostri figli.Di fronte ai morti di Corinaldo non possiamo restare fermi e in silenzio ma dobbiamo subito agire per evitare che ci siano altre “Lanterne Azzurre”.“In questi giorni, emerge con forza una mancanza inaccettabile di responsabilità collettiva che non è soltanto a Corinaldo ma molto più diffusa sul territorio nazionale.Il rispetto delle norme è fondamentale soprattutto per i gestori di locali e discoteche e per tutti coloro che entrano in contatto con i minori, organizzando eventi in cui spesso circolano droga, alcol e fumo, ed altre sostanze vietate.Per questo abbiamo lanciato una petizione per chiedere al Governo di approvare con urgenza misure più restrittive e più controlli per tutti i locali pubblici che vogliono organizzare eventi per i minori.In particolare chiediamo di introdurre misure come l’obbligo di telecamere a circuito chiuso; controlli  della polizia durante ogni evento pubblico dedicato ai minori; obbligo di apertura e chiusura in orari diversi dai locali per gli adulti; divieto di ingresso ai minorenni nelle discoteche per adulti; chiusura immediata e revoca della licenza per chi supera il numero di ingressi legalmente consentiti; revoca definitiva a chi vende oppure ospita individui che vendono ai minori  alcol, fumo, droghe  o  pasticche allucinogene e droganti. Crediamo che queste richiesta siano una base importante per garantire ai nostri figli un divertimento senza rischi e in sicurezza”. Queste le parole di Antonio Affinita, direttore generale del Moige – Movimento Italiano Genitori. 

Link alla petizione: https://www.citizengo.org/it/signit/167254/view

Savoiardi biscotti “reali”

SAVOIARDISemplici, leggeri, friabili e delicati, queste le caratteristiche dei “Savoiardi”, biscotti tipici della tradizione piemontese conosciuti in tutto il mondo

Una lunga tradizione poiche’ sembra che i savoiardi siano nati nel XIV secolo creati dal cuoco di Amedeo VI, conte di Savoia, in occasione di una visita a corte dei reali di Francia.Tante le ricette per preparare in casa i biscotti della nostra infanzia, questa e’ la versione che vi suggerisco di provare.

 

Ingredienti (dosi per circa 40 biscotti)

60gr. di farina 00

40gr. di fecola di patate

90gr. di zucchero

3 uova intere

1 bustina di vanillina

1 pizzico di sale

scorza di limone grattugiata

zucchero a velo

 

Separare i tuorli dagli albumi. Mescolare la farina alla fecola di patate. Montare i tuorli con meta’ zucchero sino a renderli spumosi (frullare per almeno 20 minuti), aggiungere il sale, la scorza grattugiata e la vanillina; poco alla volta, unire ai tuorli le farine sempre mescolando con delicatezza per non smontare l’impasto. In una ciotola montare gli albumi (a neve ben ferma) con lo zucchero rimasto.

Unire l’impasto di tuorli agli albumi sempre mescolando delicatamente dall’alto verso il basso e riempire la sac a poche. Coprire la teglia con un foglio di carta forno e far scendere l’impasto a cilindri di 6 cm. circa distanziandoli tra loro. Spolverare con zucchero semolato e dopo un paio di minuti con zucchero a  velo. Cuocere in forno preriscaldato a 170 gradi per 20 minuti circa. Lasciar raffreddare. Si conservano bene in una scatola di latta.

 

Paperita Patty

 

Flash-mob: “Un libro per Natale” in via Revel

“Un libro per Natale” è l’invito che da anni il Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis rivolge ai Soci e agli amici perché pensino per i loro regali di Natale ai libri: silenziosi preziosi discreti “doni” che accompagneranno tutto l’anno la persona che li riceve

Anche quest’anno è allestita nella rinnovata sede di via Ottavio Revel 15 a Torino, l’esposizione delle pubblicazioni realizzate dal Centro Studi Piemontesi insieme ad altri libri sul Piemonte di non facile reperibilità nelle librerie.  Si inaugura mercoledì 12 dicembre dalle ore 11,30 fino alle 19, con pane, vino, parole, pagine, auguri.

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Mercoledì 12 dicembre 2018 a partire dalle 11,30

Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis

Via Ottavio Revel 15 – Torino

inaugurazione della mostra

Un libro per Natale

        con un brindisi di buon augurio

Ingresso

Antiche pubblicità di latta: dalla Venchi alla Talmone Venchi Unica

Piccola mostra a cura di Silvie Mola di Nomaglio

Sala Renzo Gandolfo

ore 12 circa Rosanna Roccia e collaboratori presentano

il n. 2, 2018 di “Studi Piemontesi”

ore 12.30  gli Auguri del Presidente Giuseppe Pichetto

Sala Agar Pogliano

ore 13 circa Marco Giaccone, Sua maestà il Pane: ieri oggi e domani

dalle 13,30 flash-mob di presentazione libri Novità e in Catalogo

Intervengono gli autori: Elena Gianasso, Costanza Roggero, Giovanni Tesio, Graziella Riviera, Franco Cravarezza, Daniele D’Alessandro, Fabrizio Antonielli d’Oulx, Maria Teresa Pichetto, Pier Massimo Prosio, Corinna Desole, Giovanni Ronco, Liliana Pittarello, Albina Malerba, Giorgio Casartelli, Ada Brunazzi, Carla Casalegno, Sergio Donna, Bruno Guglielmotto Ravet, Vittorio Marchis…..  e quanti vorranno parlare di libri….

ore 17.30 Claudio Costa, I bianchi e i rossi di Castellinaldo

 La mostra proseguirà fino al 22 dicembre –  Mercoledì 12 dicembre apertura fino alle ore 19

Sabato 15 e sabato 22 dicembre apertura con orario continuato 10-18Chiuso la domenica

L’Europa “al contrario” del Medioevo

FOCUS INTERNAZIONALE / STORIA

di Filippo Re

L’Europa nel Medioevo? La sponda ricca del Mediterraneo non era la nostra, quella europea, ma quella meridionale, quella africana. Dalle coste libiche e tunisine non partivano barconi di disperati, di profughi e di migranti economici alla ricerca di fortuna, lavoro e denaro. Il sud non era povero e arretrato e il nord non era sviluppato e prospero come ai tempi nostri. Tutt’altro, i viaggiatori musulmani che sbarcavano nell’Europa cristiana mille anni fa si trovarono di fronte capanne, tende e allevamenti di bestiame, gente povera e incivile che viveva più o meno come i barbari. La civiltà era altrove, la “modernità”, la cultura e l’arte erano a sud in mezzo alle popolazioni arabe, in quel Maghreb oggi alle prese con guerre, povertà, terrorismo e perenne instabilità politica da cui si cerca di fuggire con ogni mezzo. L’Europa di quel tempo era così. Sembrava che gli arabi provenissero perfino da un altro mondo e fossero portatori di sapienza e insegnamento. Per loro il nostro caro continente era solo una terra da conquistare e saccheggiare come accadde con la dominazione musulmana della Spagna e della Sicilia. Un’Europa cattolica incapace di riprendersi, di rimettersi in cammino, prigioniera di sé stessa, come scrive lo storico inglese Chris Wickham, docente di storia medievale a Oxford, nel libro fresco di stampa, “L’Europa nel Medioevo” (Carocci editore), quasi schiacciata a ovest dalla Spagna musulmana e a est dall’Impero bizantino e dal califfato abbaside in Medio Oriente. L’Europa sottosviluppata non piaceva affatto al mondo arabo-islamico, allora più evoluto e potente, che invece aveva un’ammirazione particolare per la Cina imperiale dove tutto era perfetto e in ordine. E che dire delle città europee? A Parigi e a Londra si camminava nel fango ma Damasco, Il Cairo, Tunisi, Palermo e Samarcanda potevano contare su centri urbani già sviluppati e all’avanguardia per quei tempi. Se nella Spagna moresca Cordova contava almeno 300.000 abitanti e figurava come l’ornamento del mondo con sorgenti, terme, canali, palme, aranci, facendo volare il pensiero allo splendore dell’Alhambra, tra arabeschi, fontane, colonne e archi, Palermo era la città magnifica per eccellenza, ricca di palazzi, chiese e moschee, giardini e mercati, una delle più belle del Mare Nostrum. Con un milione di abitanti Baghdad era la metropoli più importante del mondo ed erano i tempi in cui Federico II, l’imperatore siculo-germanico, era un mediatore di sapienza tra mondo islamico e mondo europeo. Cordova primeggiava nella cultura. La biblioteca del califfo al Hakam II conteneva 400 mila volumi mentre la più grande biblioteca europea si doveva accontentare di poche centinaia di libri. Il califfo la abbellì con opere scientifiche e filosofiche della Grecia antica tradotte in arabo e con numerosi scritti di Aristotele, Galeno, Tolomeo e Avicenna. Poi, più avanti nel tempo, dal XII secolo in avanti, le cose mutarono profondamente e l’Occidente prese il sopravvento come viene descritto nel volume di Wickham che fornisce al lettore un’ampia ricostruzione delle relazioni tra il nostro continente e la civiltà musulmana.

 

 

 

Vrbanja, il ponte triste di Sarajevo

Quello di Vrbanja è il ponte più triste della storia recente di Sarajevo. Noto anche come “ponte della morte”, attraversa la Miljacka e  collega il quartiere di Grbavica con quello di Marijin-Dvor. Nel tempo ha cambiato nome e ora è il ponte Dilberović Sučić , dai cognomi delle due donne che vi persero la vita, prime vittime dell’assedio di Sarajevo: una studentessa e una pacifista che vennero uccise da un cecchino proprio lì. La prima aveva genitori bosgnacchi (i bosniaci musulmani), la seconda era croata. Suada Dilberović era nata a Dubrovnik, la Ragusa di Dalmazia, e non aveva ancora ventiquattro anni. Si trovava a Sarajevo per studiare medicina all’università e frequentava il sesto anno quando iniziò il conflitto, nei primi giorni di aprile. Il 5 aprile del 1992 è la data in cui ufficialmente iniziò l’assedio della città di Sarajevo. Quel giorno si svolse un’imponente manifestazione a favore della pace e dell’indipendenza della Bosnia, che era stata appena dichiarata. Radovan Karadžić, lo psichiatra leader dei serbo bosniaci, intervenne in Parlamento e disse che se la Bosnia si fosse resa indipendente dalla Serbia, i serbo bosniaci avrebbero reagito con le armi. Il presidente della Bosnia, Alija Izetbegovic´, gli rispose rivolgendosi a tutti i bosniaci e dicendo loro di stare tranquilli perché non ci sarebbe stata nessuna guerra. Gli studenti, comunque, si radunarono e manifestarono (la memoria di ciò che era accaduto da poco in Croazia era ben viva e il fragore della guerra s’annunciava).

In piazza non c’erano solo bosniaci. Molti avevano raggiunto Sarajevo dalla Serbia e dalla Croazia. Erano tanti e insieme a loro c’era la gente comune. Pare fossero centomila. I cecchini serbi, rintanati all’Holiday Inn (allora sede del Partito Democratico Serbo) aprirono il fuoco causando sei morti e ferendo altre persone. Le prime a essere colpite a morte, sul ponte Vrbanja, furono loro: Suada Dilberović e la trentaquattrenne OlgaSučić. Oggi sul ponte c’è una targa in ricordo di queste vittime innocenti che recita “Kap moje krvi potecˇe i Bosna ne presuši”, cioè ”una goccia del mio sangue scorre e la Bosnia non diventerà arida. In un primo momento il ponte venne nominato Most Suade Dilberović(Ponte Suada Dilberović) per essere successivamente rinominato come Most Suade i Olge (Ponte Suada e Olga). Il 15 novembre 2007 l’Università di Sarajevo ha assegnato a Suada Dilberović la laurea in Medicina alla memoria. Storie di vite offese e storie di amori spezzati, come quella di Admira Ismić e Boško Brkić , due ragazzi come tanti, nati entrambi nel 1968 a Sarajevo. Lei era bosniaca di fede musulmana e lui era serbo bosniaco di fede cristiano ortodossa. Erano fidanzati, si amavano e volevano fuggire dalla città. Il 19 maggio 1993, percorrendo il Ponte Vrbanja, un cecchino aprì il fuoco su di loro. Bosko morì subito, mentre Admira, ferita gravemente, non tentò di fuggire: abbracciò Bosko e attese la morte. I loro corpi restarono sul selciato per cinque giorni, come due moderni e tragici Romeo e Giulietta. Admira e Bosko furono ritratti nell’immobilità della loro morte e divennero il simbolo di quella guerra fratricida. La coppia, in un primo tempo sepolta a Lukavica, un comune della Republika Srpska, è stata portata nell’aprile del 1996 al cimitero del Leone, una collina di Sarajevo, ricoperta interamente di croci dove ora riposano l’uno vicino all’altra. Proprio di fronte alle loro tombe, al di là del muro di cinta del cimitero, c’è il caffè dove i giovani fidanzati si incontravano e s’innamorarono; ai tavolini di quel locale, concordarono il loro piano di fuga per vivere il loro sogno di un amore lontano dalle bombe e dall’odio.

C’è però un’altra targa sul ponte. Vi si legge: “Sarajevo, 2000. Caro Moreno, il tuo sangue e entrato nelle crepe di questa Storia. Sei arrivato in questa umanità sofferente e sei partito beato. E ora dal tuo martirio nascono storie nuove, storie che si concretizzano nella pace.. fino agli estremi confini del mondo..”.  È firmata “Mir (Pace) – Marco F”. La targa ricorda un italiano di 34 anni, Gabriele Moreno Locatelli, originario di Canzo, nei pressi di Como, volontario del movimento Beati i costruttori di pace, ucciso dai cecchini proprio sul ponte di Vrbanja, un anno e mezzo dopo Suada e Olga. Era il 3 ottobre 1993, a Sarajevo. Gabriele Moreno, con altri quattro amici del movimento, era impegnato nella realizzazione del progetto “Si vive una sola pace”. Iniziarono l’attraversamento di quel ponte, si fermarono a metà, inginocchiandosi in preghiera. In un attimo furono investiti dai proiettili dei cecchini. Avrebbero dovuto posare lì un mazzo di fiori, sul luogo del primo morto di quella città ferita dalla guerra dell’odio. Poi sarebbero dovuti andare dai soldati serbi e da quelli bosniaci, offrendo agli uni e agli altri un pane di pace. Lo portarono in ospedale, venne operato due volte e con l’ultimo fiato, prima di morire, chiese agli altri: “Stanno tutti bene?”. Hanno scritto di lui all’Azione Cattolica: “Gabriele Moreno Locatelli è un vagabondo del Vangelo che parte dalla Lombardia e non pianta la sua tenda da nessuna parte, passando per tante esperienze e obbedendo a due sole regole: seguire Gesù e servire tutti coloro che ci passano accanto in questa breve vita”. È una vita straordinaria la sua. Milita nell’Azione Cattolica, studia teologia a Napoli e Friburgo, prova per cinque anni a fare il francescano tra Assisi, Napoli e la Sicilia. Bussa anche alla porta dei Piccoli Fratelli di Gesù, a Spello. Vive tre anni a Parigi, per assistere un prete infermo. All’ingresso della sua casa di Canzo aveva messo una targa con queste parole tratte dal Cantico dei Cantici: “Forte come la morte e lamore”. Pensando di diventare frate francescano – in una comunità particolare che predica il ritorno al rigore delle origini – aveva sperimentato la questua a piedi nudi. Moreno aveva una fede sconfinata ed era mosso da principi saldissimi. Quaranta giorni prima di morire, dalla capitale bosniaca assediata, lanciò un grido in forma di poesia che era una testimonianza con cui cercava di scuotere le coscienze di tutti. Eccola: ”Vi prego, gridate che qui la gente muore di granate, di snajper (cecchini), di malattie ma anche di paura, angoscia, disperazione perché non c’è pace, non c’é pane e l’inverno arriva e nessuno crede che non li abbiamo dimenticati. Vi prego, gridate”. Scrissero ancora di lui, all’Azione Cattolica: “Cosi se ne va questo cristiano vagabondo, che a forza di cercare il Signore in ogni terra ha finito con lincontrarlo a metà di un ponte proibito”. Ho percorso molte volte quel “ponte proibito” che ora non è più tale. La prima volta non avevo fiori freschi ma volevo comunque lasciare qualcosa, in segno di rispetto, sulle lapidi e sulla targa del ponte: ho sistemato dei rametti di rosmarino e foglie di menta che ho trovato in un orto lì vicino. Il profumo e l’azzurro-violetto del fiore del ricordo e tutte le virtù di una pianta che ricresce e fiorisce anche nelle condizioni più avverse.

Marco Travaglini

 

Nuoto: Mondiali, Alessandro Miressi sfiora il podio

www.federnuoto.piemonte.it

Cinque centesimi di secondo hanno separato l’Italia e Alessandro Miressi dal podio iridato della 4×100 stile libero, disputata nella prima giornata dei Mondiali in vasca corta di Hangzhou. Il quartetto azzurro ha chiuso con il record italiano di 3’05”20 alle spalle degli Stati Uniti (record del mondo 3’03”03), della Russia (record europeo 3’03”11) e del Brasile (3’05”15). Ottime prestazioni per tutti e quattro i frazionisti azzurri: Santo Condorelli (46″76), Alessandro Miressi (46″03), Marco Orsi (46″41) e Lorenzo Zazzeri (46″00), terzi per tre quarti di gara e poi scavalcati in volata dal brasiliano Correia (45″61). Al di là dell’amarezza per la medaglia soltanto sfiorata rimane la soddisfazione per un ottimo piazzamento e per il record italiano. Il precedente primato nazionale risaliva al 2014, stabilito in 3’05″79 da Luca Dotto, Marco Orsi, Luca Leonardi e Filippo Magnini, quarti ai Mondiali in vasca corta di Doha. “Peccato quei cinque centesimi – ha commentato il campione europeo in lunga Alessandro Miressi nel dopo gara – ma come mio primo mondiale in corta va più che bene. Con 46″03 ho nuotato il mio migliore lanciato. Abbiamo dato tutto quello che avevamo. Gli altri erano degli alieni”.

Caffè Hag e Splendid: i lavoratori chiedono aiuto all’Europa

Delegazione al Parlamento Ue di Strasburgo
Un caffè “amaro” ai deputati del Parlamento europeo è stato offerto oggi da una delegazione di lavoratori della Splendid, celebre marchio italiano che dal 31 gennaio vedrà la chiusura dello storico stabilimento di Andezeno, in provincia di Torino, in cui lavorano  57 persone e dove si produce anche il  caffè  Hag. La proprietà, il gruppo olandese Jde, ha annunciato infatti la decisione di spostare la produzione in altri paesi europei.
«Mi metterò in contatto con la multinazionale proprietaria della Splendid per farci spiegare  perché se ne vanno se l’azienda è in attivo – ha detto il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, incontrando a Strasburgo la delegazione di lavoratori – . È giusto che debba esserci il profitto da parte delle imprese, ma ricordiamoci che la stella polare della nostra economia europea si chiama economia sociale di mercato. Bene il mercato, ma deve esserci anche una politica sociale». 
«Questo è l’ennesimo caso di delocalizzazione di un brand italiano all’estero – sottolinea l’eurodeputato Alberto Cirio –. Non si può pensare di venire in Italia a comprare le nostre aziende e poi portare la produzione altrove tenendosi il marchio italiano. Caffè Splendid come Pernigotti nell’immaginario collettivo dei consumatori  sono associati   all’Italia e in Italia deve restare la produzione. Questo è il percorso di difesa del “made in”: significa che se un prodotto nasce in un luogo è in quel luogo che la sua produzione deve rimanere. È comprensibile che in momenti di crisi si delocalizzi per cercare la sopravvivenza dell’azienda, ma non è il caso della Splendid. Prima del profitto viene la vita e il lavoro di tante famiglie piemontesi ed italiane».
«L’assurdità è che il 25 settembre siamo andati a discutere il premio di produzione e ci siamo ritrovati 57 lettere di licenziamento  – ha spiegato il rappresentante dei lavoratori, Andrea Errico, Rsu Uila  – . Lo stabilimento di Andezeno ha 60 anni di storia ed è un’eccellenza con un  assenteismo bassissimo e un  alto livello non solo di professionalità, ma anche di sicurezza, tanto che a luglio abbiamo festeggiato ancora una volta i “mille giorni sicuri” con zero infortuni. Noi speriamo che dall’Europa possa arrivare un nuovo input a questa vicenda, che caffè Splendid e Hag rimangano ad Andezeno e i lavoratori possano tornare nello stabilimento a produrre con la stessa qualità ed efficienza due prodotti che sono a pieno titolo simbolo del made in Italy».
 
La delegazione di lavoratori è stata accompagnata dal consigliere comunale di Chieri (TO) Rachele Sacco. P resenti in segno di solidarietà anche alcuni dipendenti della ex Embraco di Riva di Chieri (To).
«Questi lavoratori non rappresentano solo il Chierese, il Piemonte o l’Italia. Sono lavoratori europei e quindi tutta l’Europa ha il dovere di tutelarli  – sottolinea Rachele Sacco – . L’azienda, oltre a scegliere di delocalizzare, ha messo addirittura il veto sulla possibilità che dei competitor acquisiscano lo stabilimento di Andezeno. Chiediamo che l’Ue intervenga, affinché Jde faccia un passo indietro».
(cs)