redazione il torinese

Piazza di San Venceslao, Jan Palach e la “primavera di Praga”

Piazza di San Venceslao o meglio la Vaclavské , come la chiamano i praghesi,  è un luogo alquanto anomalo. Più che una piazza vera e propria è un largo viale lungo 750 metri nel cuore di Nové Město, la città nuova. Per ammirarne la maestosità si può raggiungere il Museo Nazionale, alla sua sommità, e da lì  – dove è stata collocata la statua equestre di San Venceslao –  guardare il lungo viale. In questo punto, un tempo, c’era la Porta dei Cavalli, che alla fine dell’Ottocento venne abbattuta per far spazio al monumentale museo. Insieme al santo a cavallo ci sono i quattro patroni della Repubblica Ceca (Ludmilla e Procopio davanti, Adalberto e Agnese dietro). Sullo zoccolo si possono leggere delle parole che i cechi hanno sempre invocato nei momenti di difficoltà: “Non lasciarci perire, noi e i nostri discendenti”.

Simbolo dell’identità praghese

Questa piazza, i piccoli Champs-Élysées, rappresenta il simbolo dell’identità praghese e ceca da quando, nel 1848, durante i moti rivoluzionari, venne chiamata così. Nel 1918 fu da qui che partirono le rivolte antiasburgichea favore dell’indipendenza nazionale, dichiarata il 28 ottobre di quell’anno. E fu lì che, nell’agosto del 1968 i praghesi  protestarono contro l’invasione dei carri armati sovietici venuti a stroncare la Primavera di Praga, l’esperimento di “socialismo dal volto umano” (in pratica una vera e propria liberalizzazione e democratizzazione della vita politica) portata avanti dai dirigenti comunisti di quel paese guidati da Alexander Dubček. Alla mente ritorna una delle più belle canzoni di Francesco Guccini: “Di antichi fasti la piazza vestita, grigia guardava la nuova sua vita: come ogni giorno la notte arrivava, frasi consuete sui muri di Praga. Ma poi la piazza fermò la sua vita e breve ebbe un grido la folla smarrita, quando la fiamma violenta ed atroce, spezzò gridando ogni suono di voce”. La fiamma è quella che, la sera del 16 gennaio 1969, trasformò in una torcia umana il corpo di un giovane studente di filosofia praghese, il ventenne Jan Palach. Il suo sacrificio fu un gesto di libertà, un grido contro tutte le tirannie.

 

Il “testamento” di Jan Palach

Sul suo quaderno scrisse quello che può essere definito, a tutti gli effetti, il suo testamento politico. Leggiamolo:”Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zparvy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà“.Il gesto di Jan Palach non rimase isolato: almeno altri sette studenti, tra cui il suo amico Jan Zajíc ( la “torcia numero due”),seguirono il suo esempio.

“…la città intera che muta lanciava una speranza nel cielo di Praga”

Il funerale di Jan Palach (che venne poi sepolto nel cimitero di Olšany) fu programmato per domenica 25 gennaio 1969. L’organizzazione fu curata dall’Unione degli studenti di Boemia e Moravia. Vi parteciparono circa seicentomila persone, arrivate da tutto il paese. In silenzio, proprio  come racconta la già citata canzone di Guccini (“dimmi chi era che il corpo portava,la città intera che lo accompagnava:la città intera che muta lanciava una speranza nel cielo di Praga”). Quel giorno, in una Praga plumbea,  scrisse  Enzo Bettiza sul Corriere della Sera .. “il suono delle sirene a mezzogiorno e il rintocco delle campane trasformano l’intera città in un «paesaggio pietrificato,dove tutti rimangono fermi e silenziosi per cinque minuti”.

A terra, una croce in orizzontale

Il monumento in sua memoria ( e di Jan Zajíc ) è poco visibile. Si trova a pochi metri dalla fontana davanti all’edificio del Museo Nazionale, dove Jan si cosparse di benzina e si dette fuoco. Nei giorni seguenti, in quello stesso luogo, si tenne lo sciopero della fame a sostegno delle rivendicazioni espresse da Palach e fu esposta la sua maschera funebre.  Il monumento, realizzato dall’artista Barbora Veselá e dagli architetti Čestmír Houska e Jiří Veselý, è stato realizzato in forma orizzontale. Dal lastricato del marciapiede emergono due bassi tumuli circolari collegati da una croce di bronzo (che simboleggia allo stesso tempo un corpo come una torcia umana). La posizione della croce indica la direzione in cui Jan Palach cadde a terra. Sul braccio sinistro della croce si leggono i nomi di Jan Palach e Jan Zajíc con le rispettive date di nascita e morte. Entrambi , e prima di loro, gli insorti di Budapest nel 1956, furono i primi caduti per la nuova Europa. Ci vollero vent’anni per riconquistare pienamente indipendenza e libertà, fino al novembre del 1989, quando s’avvio la “rivoluzione di velluto” che in breve rovesciò il regime cecoslovacco e filosovietico di  Gustáv Husák ed elesse presidente della Repubblica lo scrittore e drammaturgo Václav Havel, mentre  Dubček fu acclamato, riabilitato ed eletto presidente del Parlamento.

Marco Travaglini

Con il vento tornano gli incendi in montagna

Sono una settantina gli incendi boschivi divampati in Piemonte dal 30 dicembre, quando dalla Regione è stato dichiarato lo stato di massima pericolosità. In tutto 180 i mezzi del sistema antincendi e 507 i volontari del corpo Aib impiegati. Il  vento di foehn di queste ore nelle vallate alpine e il rialzo delle temperature ha favorito il propagarsi delle fiamme. Nel Torinese incendi estesi a a Corio e Coazze, che da ieri stanno impegnando Aib e Vigili del Fuoco. La Protezione civile regionale monitora  la situazione e ha  attivato il proprio servizio di elicotteri e la Sala Operativa Unificata Permanente presso la direzione regionale dei Vigili del fuoco.

AVVELENATA LA CAGNETTA DI SUSANNA TAMARO, BRAMBILLA: “IL PARLAMENTO ESAMINI LA MIA PROPOSTA”

“Solidarietà e vicinanza all’amica Susanna Tamaro per la morte della sua cagnetta, uccisa dal “solito” boccone avvelenato. E’ sorprendente, in materia, l’inerzia del governo e dello stesso Parlamento. Eppure non dovrebbe essere così difficile trasformare in legge l’ordinanza ministeriale, che viene reiterata ogni anno, e rafforzarla, come prevede una proposta di legge che ho firmato e depositato il primo giorno di questa legislatura, introducendo nel codice penale un articolo specifico che punisca chi ‘prepara, miscela, detiene, utilizza, colloca o abbandona esche o bocconi avvelenati o contenenti sostanze nocive o tossiche, compresi vetri, plastiche e metalli o materiale esplodente, che possono causare intossicazioni o lesioni o la morte di una persona o di un animale'”. Lo dichiara l’on. Michela Vittoria Brambilla, commentando il post su Facebook con il quale la scrittrice annuncia la morte per veleno della sua cagnolina.“Quasi ogni giorno – aggiunge l’ex ministro – da tutto il territorio nazionale, i media riportano notizie tristemente simili a quella data da Susanna Tamaro: è ora di affrontare il problema con una legge”.

Basket, salviamo il salvabile

Sul futuro del basket torinese sapremo la prossima settimana. Purtroppo il canovaccio tracciato in questi mesi viene confermato. È la sfortuna che si è accanita sulla società. Questa ultima partita ha dell’incredibile. 4 secondi dalla fine beccarsi un tiro da tre ed andare ai supplementari capita nel basket. Con il tiro che prima di entrare fa una parabola illudendoci che sarebbe uscita: è proprio sfortuna. Vincere la partita è lo scopo. Ora non solo scopo sportivo, ma un problema economico. Se perde ancora  quattro partite il rischio retrocessione è concreto se non certo. Forni vuole vendere. Oramai è esausto. Da parecchio le trattative sono  in corso. Un giornale ha fatto l’ iperbolica cifra di 4 milioni di euro.  Scritto a vanvera? Non penso. Più probabile sia la sommatoria dei debiti accumulati nel corso degli anni. Ed ora una stagione ipotizzata per vincere  si conclude nella lotta per non retrocedere. Anche per questo stanno partecipando agli incontri per definire il tutto rappresentanti di Fiat. Poi rimane il valore della serie A di Basket. E probabilmente ci sono più tavoli  dove si sta giocando la partita.  In altre parole se gioca in A uno ha un valore se si gioca in A due un altro. Unica cosa certa è che chi subentrerà si accollerà i debiti. Ed ogni situazione di rescissione contrattuale si porta dietro dei possibili contenziosi con relativi costi. Insomma esplosioni ( in senso figurato ) che producono altre esplosioni. Concordo con chi ha sostenuto che tutti , in primis la politica torinese, deve adoperarsi per aiutare nel risolvere le criticità . Ad oggi, si è spettatori impotenti di questa cronaca di una morte annunciata. Venduta la società poi si vedrà.  Con una seconda domanda: perché comprano? Sicuramente per amore dello sport. Ma quando i compratori non sono torinesi o piemontesi chiederci il perché è doppiamente lecito. La paura che la serie A salti dalla nostra città è lecita. Mi si può obiettare che è prematuro fasciarsi la testa prima di avercela rotta. Rispondo che quando si è stati scottati con l’acqua calda si ha paura anche dell’acqua fredda. Ben venga chi compra se salverà la situazione . Ma volendo che rimanga tutto a Torino qualcosa si deve fare già da subito. Esemplifico. Il Pala Vela è stato assegnato al Basket anche per intercessione dell assessore competente. Ora la Giunta dovrebbe chiedere la pubblicità dell’accordo raggiunto. Essendo una giunta di Grillini la vedo dura che capiscano. Ma tentare non nuoce. Secondo: il Parco Olimpico é di fatto diventato socio dell’ operazione, socio nella buona e cattiva sorte. Ed il 10 % delle quote del Parco Olimpico è pubblico. Un amministratore nominato di concerto da Comune e Regione. Se vogliono, il pubblico può dire la sua. Ovviamente se se la sentono ed hanno voglia. L’ interesse ci dovrebbe essere. Il basket torinese in serie A è un bene comune di tutti i torinesi. Solo due mesi fa chi ha sostenuto che saremmo arrivati a questo punto era accusato di vaneggiare e di delirare. Ma avvenendo purtroppo ciò che e stato profetizzato è oggi realtà incontrovertibile. Ci saranno ancora polemiche sul perché è avvenuto. Ad oggi non ci interessano. Salviamo il salvabile.
Patrizio Tosetto

SALA ROSSA: IL 28 GENNAIO L’ELEZIONE DELL’UFFICIO DI PRESIDENZA

Presidente e vice presidenti del Consiglio comunale di Torino saranno eletti dalla Sala Rossa il 28 gennaio prossimo. Secondo il Regolamento del Consiglio comunale, infatti, l’Ufficio di presidenza resta in carica 30 mesi dal momento del suo insediamento, all’indomani delle elezioni amministrative. L’attuale organismo, composto dal presidente Fabio Versaci, dalla vice presidente Serena Imbesi e dal vice presidente vicario Enzo Lavolta, essendo giunto al completamento di metà mandato, dovrà quindi essere rinnovato. Tuttavia, presidente e vice presidenti sono rieleggibili. 

SALA ROSSA: IL 28 GENNAIO L'ELEZIONE DELL'UFFICIO DI PRESIDENZA

Presidente e vice presidenti del Consiglio comunale di Torino saranno eletti dalla Sala Rossa il 28 gennaio prossimo. Secondo il Regolamento del Consiglio comunale, infatti, l’Ufficio di presidenza resta in carica 30 mesi dal momento del suo insediamento, all’indomani delle elezioni amministrative. L’attuale organismo, composto dal presidente Fabio Versaci, dalla vice presidente Serena Imbesi e dal vice presidente vicario Enzo Lavolta, essendo giunto al completamento di metà mandato, dovrà quindi essere rinnovato. Tuttavia, presidente e vice presidenti sono rieleggibili. 

Dal Marocco alla Tunisia si scaldano le piazze

FOCUS INTERNAZIONALE  di Filippo Re

Sembra tornato il clima delle Primavere arabe del 2011 con nuove proteste popolari che sferzano il nordAfrica, dall’Egitto al Marocco, chiedendo democrazia, libertà, lotta alla corruzione e ai salari da fame, ma ben sappiamo che anche questa volta si tratterà di pura illusione

La speranza non muore mai ma anche il 2018 per il mondo arabo si chiude senza buone notizie. Anzi, le dittature arabe sono tornate più forti e repressive dopo il fallimento delle “Primavere”. Terrorismo, guerre infinite in Siria e nello Yemen, massacri e fosse comuni, la bestialità dei movimenti jihaidisti, gli attacchi ai cristiani e alle altre minoranze, il secolare scontro tra musulmani sunniti e sciiti che continua tuttora e, appunto, le dittature, come quella egiziana, che dopo aver cancellato i nefasti Fratelli musulmani, con il plauso dell’Occidente, calpesta i diritti umani e reprime sistematicamente oppositori e attivisti nell’indifferenza della comunità internazionale che finge di non vedere per difendere i propri interessi nell’area. Non c’è proprio nulla da salvare in questo Medio Oriente in profonda trasformazione. In Arabia Saudita, sotto il “riformista e modernizzatore” Mohammad bin Salman, giovane principe ed erede al trono, vero uomo forte del regno guidato dall’anziano padre, le esecuzioni sono raddoppiate. Tra il giugno 2017 e marzo 2018 sono state uccise 133 persone mediante decapitazione in piazza. La monarchia saudita è tra i primi cinque Stati al mondo per condanne a morte inflitte per terrorismo, violenza sessuale, rapina a mano armata e traffico di droga. Mohammad bin Salman, numero due del regime saudita, ideatore della guerra yemenita e ritenuto il mandante dell’omicidio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi a Istanbul è diventato un temuto dittatore, forse ancora più autoritario e tirannico degli ayatollah iraniani. Nell’Egitto del presidente al Sisi, alla vigilia del Natale copto del 7 gennaio, non accenna a diminuire il terrorismo islamista che cerca di destabilizzare il regime e mettere in ginocchio l’economia egiziana colpendo militari, forze di sicurezza e cristiani copti. L’attentato del 28 dicembre presso le piramidi di Giza, vicino al Cairo (4 morti per una bomba che ha fatto saltare in aria un bus turistico) era diretto contro il turismo egiziano, seconda fonte di entrate del Paese del Nilo. Si è trattato del primo attacco di estremisti islamici contro turisti stranieri da oltre un anno. Negli ultimi mesi c’è stata una ripresa del turismo ma il Paese resta molto lontano dai 14 milioni di turisti del 2010. Da decenni il gigante nordafricano combatte contro i terroristi nel nord del Sinai e nel governatorato di Minya dove il bersaglio preferito sono i cristiani. Corrono qualche rischio anche i turisti che affollano la zona del Mar Rosso. Nell’estate 2017 tre stranieri furono uccisi a coltellate a Hurghada mentre nel 2015 l’Isis rivendicò l’attentato che fece precipitare il velivolo con a bordo 224 turisti russi, sul Sinai, poco dopo il decollo da Sharm el-Sheik.

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Come sempre accade la risposta del governo è immediata e ampiamente pubblicizzata dai media per mettere in evidenza che il Paese dei Faraoni è costantemente sicuro e sotto controllo. Anche questa volta il governo egiziano di Abdel Fatah al Sisi è intervenuto drasticamente eliminando una quarantina di sospetti terroristi in diverse zone del Paese. Le misure di sicurezza attorno alle chiese del Cairo e delle altre principali città sono state rafforzate per il timore di attentati durante le festività degli ortodossi. Nel recente passato la minoranza copta è stata duramente colpita da gruppi di estremisti islamici e molti degli attacchi alle chiese si sono verificati durante le principali feste come il Natale o la Pasqua. I cristiani, in gran parte copti ortodossi, sono una minoranza pari al 10-15% del totale della popolazione. Fra il 2016 e il 2017 alcuni gravi attentati hanno colpito la comunità cristiana. L’attacco ai pellegrini copti del 2 novembre scorso nella provincia di Al Minya, rivendicato dall’Isis, ha causato 11 morti ma i più gravi si sono verificati nell’aprile 2017, nel giorno della Domenica delle Palme, quando 45 persone furono uccise in due attacchi dei miliziani dell’Isis contro la chiesa copta di Tanta e la cattedrale di Alessandria. Non è solo la paura del terrorismo a incendiare nuovamente il Medio Oriente ma anche la rabbia popolare contro la crisi economica, l’aumento del costo della vita e della disoccupazione giovanile. E a scendere in piazza sono soprattutto i giovani egiziani, i tunisini e i marocchini per protestare contro il caro benzina e l’incremento dei prodotti alimentari, del gas, dell’acqua, della luce e del pane. A Tunisi, al Cairo, a Rabat, la rivolta si fa di nuovo sentire, otto anni dopo le Primavere arabe. L’ira dei tunisini è divampata a Kasserine dove un giovane reporter, rimasto senza lavoro, si è bruciato vivo, accendendo la collera di migliaia di tunisini. Con la disoccupazione al 30% e l’inflazione che sfiora il 10% i grandi passi in avanti compiuti dalla Tunisia verso la democrazia e le libertà fondamentali non sono ancora sufficienti a garantire stabilità al Paese africano. E come un anno fa, nel gennaio 2017, anche oggi, a otto anni dalla fine della dittatura di Ben Alì, la rivolta dei tunisini riesplode nelle strade con manifestazioni e proteste anti-governative. Il cammino democratico è troppo lento e le difficoltà economiche sempre più pesanti da sopportare. Ai leader al potere si chiedono condizioni di vita migliori. La “rivoluzione dei Gelsomini” ha causato troppe illusioni. Ne è convinto Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi, secondo cui la democrazia non è un regalo o un’imposizione “ma è il frutto di un lungo cammino che qui ancora non abbiamo fatto. Se a livello di diritti in Costituzione non sono mancati passi in avanti l’economia è in grave difficoltà e a pagare il prezzo più alto sono i giovani e il sud del Paese già povero nonostante proprio da quel sud oggi dimenticato sia iniziata la rivoluzione”. Per i tunisini è passato nel frattempo un altro anno segnato da proteste, dal malcontento popolare e da una preoccupante ripresa del terrorismo. I giovani tunisini in questi otto anni dalla caduta del regime di Ben Ali hanno fortemente sperato di trovare posti di lavoro che purtroppo non si sono materializzati. Il popolo tunisino aspetta e spera ma nel frattempo il sogno del lavoro e del benessere tarda a realizzarsi. Ma è l’intero Maghreb a scuotersi e a chiedere di rispondere in modo concreto alla crisi economica. Tra il caos libico e un’ermetica Algeria dominata dall’esercito, dalla corruzione e dall’oppressione, anche il Marocco è sceso in piazza a chiedere l’aumento dei salari e, colpito per la prima volta dall’Isis nei giorni di Natale con la barbara uccisione di due turiste scandinave sui monti dell’Atlas, si è scoperto meno tranquillo e stabile.

Dal settimanale “La Voce e il Tempo”

Il tempo lento, dalle piante “barometro”alle tavole della lunazione

di Marco Travaglini

Il tempo, il clima, i ritmi delle stagioni, le “lune” hanno scandito – come un grande orologio biologico – la vita della civiltà contadina. E in montagna, dove il “tempo della lentezza” non ha abdicato di fronte ai ritmi convulsi imposti dalla cultura della simultaneità, quest’orologio non ha mai cessato di muovere le sue immaginarie lancette

Che si veda, che si senta oppure no, il tempo batte lentamente e segna, scuote, scava la sua storia. Ancor di più in un’epoca di paradossi: viviamo in una società che adora e odia gli orologi, ma dove quasi nessuno conosce più il significato e il valore del tempo.Tra le prime preoccupazioni dell’uomo, uno spazio centrale veniva occupato dalla misura del tempo e dello spazio.La civiltà rurale ha quindi tramandato nel tempo, come una preziosa eredità da generazione in generazione, da una comunità all’altra, pratiche, proverbi, aneddoti e saperi legati all’osservazione del cielo e, in particolare, della luna. La misurazione del tempo nell’arco della giornata non era affidata al conteggio delle ore e dei minuti ma bensì ad altre osservazioni : la lunghezza delle ombre, l’altezza del sole, il comportamento degli animali, i propri ritmi biologici, la vita della flora. Cose che oggi spesso se non sempre si trascurano  mentre un tempo ci si prestava più attenzione e rispetto. Del resto è l’esperienza, la “prova in campo”, che ha  sempre insegnato come, nonostante la rigidità delle leggi dell’astronomia, sia il tempo meteorologico a segnare i passaggi stagionali. Pochi sapevano leggere e scrivere e non era

materialmente possibile far conto sul calendario, quello con i numeri, mentre tutti seguivano lo scorrere  del tempo attraverso le festività dei santi. Solo gli anziani, gli “ultimi” rappresentanti di una quasi del tutto scomparsa civiltà rurale, coloro che piegano la schiena nel lavorare la terra, oggi rispettano ancora questa scansione del tempo, segno anche di un forte legame ancestrale con la stessa religione ( vissuta e praticata ognuno a modo suo ) , in quanto si riteneva che tutto quanto avviene in natura è frutto di un disegno superiore e il rispetto di divinità e santi è un motivo in più per sperare in una buona annata.La montagna, splendida riserva di biodiversità, d’acqua,aria,spazi, contenitore di culture e di saperi, ha da sempre stipulato un “suo” patto con il tempo.E forse non stupisce nemmeno che la meccanica perfetta, organizzatrice della danza sincronizzata che si nasconde dentro la cassa di un cronografo, abbia trovato in Svizzera la sua terra d’elezione: nel cuore delle Alpi, non altrove.Dunque il tempo è per il contadino, l’alpigiano, il montanaro il senso stesso del rapporto – per l’appunto “ritmico” – tra clima e stagioni, lunari e lavoro, venti e coltivi.

 

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I segni del tempo sono numerosissimi. Ad esempio le “piante barometro”, come la Carlina comune e la Carlina spinosa, o il Camaleone , la “Carlina nera” le cui brattee interne sono sensibili all’umidità e quanto l’aria n’è satura la “sentono” fino a chiudere il fiore. Un po’ come il “fiorrancio”,la Calendula pluviale ,che con la sua varietà spontanea permette di leggere il tempo e di azzardare indicazioni meteorologiche, visto che il fiore – quando il clima è secco – si apre alle 7 del mattino e resta così fino alle 16 pomeridiane; viceversa si rinchiude in anticipo o addirittura non si apre del tutto quando l’aria diventa umida e non promette nulla di buono. Gli animali sono sensibili e assumono atteggiamenti “indicatori”: i gatti si sentono prudere dietro alle orecchie, le mucche provano il desiderio di sdraiarsi sul prato per leccarsi le zampe anteriori, le mosche diventano “noiose”, le lumache si “spandono” a terra, le trote “bollano” per catturare al salto gli insetti costretti a volare a pelo d’acqua a causa della bassa pressione.Se il tempo è bello gli uccelli volano in alto , i pipistrelli volteggiano fino a sera inoltrata e le ragnatele in campagna si presentano allentate (se “marca” pioggia sono invece belle tese, come corde di violino).Nelle case contadine non mancavano poi forme chimiche di “marcatempo”, che reagivano all’umidità. Dal tradizionale “bossolo” del sale grosso (quante volte mi è capitato di sentire dire da mia nonna “deve piovere, il sale è umido! “) a quell’igroscopio del tutto particolare che si otteneva usando alcuni sali, tra i quali il cloruro di Cobalto. Miscelato con una soluzione gommosa (di solito gomma arabica o colla di pesce) dipinta su di un cartoncino, il cloruro assumeva un tenero colore roseo in presenza dell’umidità mentre era di un bell’azzurro brillante quando l’ambiente era asciutto. In quante case di contadini alla parete della cucina (che era poi il luogo più frequentato e “vissuto” dell’intera abitazione) mancava la cartolina raffigurante un santo – di solito S.Antonio – che teneva ben stretto nella mano un giglio? Quel fiore, trattato con gomma al cloruro di Cobalto, era il “marcatore”, soggetto a cambiare colore a seconda che l’aria fosse leggera o greve. La ricerca del tempo giusto aveva però un punto cardinale nella luna. Un legame fortissimo, quasi inscindibile, quello tra gli agricoltori e l’astro cantato da Leopardi (“Che fai tu, luna ,in ciel?dimmi, che fai,Silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai..”).Venivano seguite con particolare attenzione tutte le fasi di luna e ancora oggi sono tenute in considerazione da molti, tant’è che la maggior parte dei calendari le riporta. In particolare è la luna nuova che si aspetta, osservando il tempo meteorologico del giorno, per poter prevedere come questo si manifesterà per tutti i giorni del ciclo lunare seguente. Il nostro satellite non è quindi solo un affascinante astro del cielo ma è sempre stato un fondamentale punto di riferimento per l’uomo. La sua continua mutevolezza di forma, posizione e luce l’ha affascinato.

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La luna genera la vita con i suoi influssi, è capace di risvegliare e accrescere i fluidi vitali di ogni organismo vivente.In tutte le civiltà del passato è stata osservata con estrema attenzione, deducendone nozioni, tecniche agricole, mediche e tanto altro ancora.I Babilonesi basavano il loro calendari sulla luna, mentre per gli Egiziani era meno importante rispetto al Sole. I Greci la consideravano al pari di una divinità, con il nome di Artemide, dea delle selve e delle montagne. Anche i Celti avevano realizzato un calendario lunare, ma non occorre andare molto indietro nel tempo per vedere come nel terzo millenio la luna continui a essere il punto di riferimento fondamentale per fissare la festività della Pasqua. Questa cade nella domenica successiva alla prima fase di luna piena che si ha dopo l’equinozio di primavera. Ricordo di aver visto da piccolo, vicino al camino della casera dei miei nonni all’alpe Scèrea – tra Campino e Levo, sui fianchi del Mottarone – una vecchia copia di quello che era chiamato “al taccùin”, il calendario dove andavano annotate le cose da ricordare e che vicino ai giorni riportava le fasi della luna. Ogni data richiamava un’esigenza, un’azione da compiere, un fatto. O una divinazione. Al dieci di gennaio una bella giornata annuncia una buona annata. Se nevica il dieci di febbraio “l’inverno si accorcia di quaranta giorni”. Gennaio fa i ponti di ghiaccio, febbraio o li lascia o li rompe. Se febbraio è secco e bello, conserva il fieno per i mesi che verranno. Quando a marzo fa il tempo d’aprile non bisogna togliersi gli indumenti. Se piove il Venerdì Santo piove tutto quanto maggio. Il terzo giorno di aprile per quaranta giorni comanda. La grandine a maggio porta via vino, pane e formaggio (cioè , compromette tutti i raccolti) Se fa brutto il giorno della Candelora (2 febbraio) l’inverno è quasi finito.Se piove la Domenica delle Palme pioverà per sette domeniche di fila.Se invece  piove il giorno di Sant’Anna (26 luglio) “è tutta manna”. Guai seri, invece, se l’angelo (S. Michele, il 29 settembre) “si bagna le ali”: è facile che piova fino a Natale. Viceversa, se fa bello il giorno di Tutti i Santi (1 novembre) “andremo tutto l’anno nei campi”.

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Dai semplici taccuini alle sofisticatissime “tavole della lunazione”, ancor oggi – nella campagna della bassa pianura come sugli alpeggi – c’è chi consulta questi strumenti del tempo e non smette di guardare la luna per seminare e fare gli innesti, per il maggese (il periodo in cui il terreno non è coltivato affinché possano ricostituirsi le sostanze nutritive, in assenza della quali sarebbe povero e sterile) e per falciare il fieno quand’è maggengo, agostano o terzuolo, per spargere il letame , raccogliere le patate e conservarle senza che marciscano. Sul taglio della legna l’influenza della luna ci apre gli occhi su di un’infinità di regole e di “buone pratiche”. Il legname del tetto va tagliato ai primi di marzo. Se dovesse andare a fuoco la casa, le travi rimarrebbero sane; scure, annerite, affumicate ma sane e riutilizzabili. Se non si vuole che il legno marcisca sotto le intemperie allora va tagliato, indipendentemente dalla luna, gli ultimi giorni di marzo. Sarà quasi impermeabile. La legna da ardere va tagliata d’inverno, da novembre in poi, solo in luna calante.Se poi si vuole un bosco sano e forte, andrebbe tagliato ad ottobre, in luna crescente. Ma spesso non si fa così. Mi ha colpito un racconto di Mauro Corona, lo straordinario scultore-alpinista-scrittore di Erto. Scriveva che tagliando in quel periodo il bosco si rigenera rapidamente ma la legna tagliata in quel momento pesa meno e quindi i boscaioli storcevano il naso:“meno peso, meno guadagno”. E pazienza se il business sopravanzava l’ecologia.Il legno per una baita non può essere scelto a caso: tagliato d’inverno, in luna calante, durerà a lungo.La stessa linea di crescita di un albero è importante. Dipende da tante cose e non è uguale per tutti anche se tutti crescono in verticale.L’andatura di crescita può andar su dritta ma anche girare a destra o a sinistra. Se si vuol lavorare il legno per delle scandole o una grondaia, bisogna lasciar perdere quello dalla corteccia che si “avvita”: prima o poi si torcerà. Anche i fulmini scelgono gli alberi dove cadere. Mai su quelli ad andatura diritta, sempre su quelli che “girano” tant’è che la “lésna”, la saetta, provoca uno squarciamento che va giù a spirale, dalla cima al piede. Se un albero soffre, non “butta” più, fa crescere poche foglie, bisogna mozzargli subito la cima in luna piena. Se si è attenti e rapidi, se non è troppo compromesso, si riprenderà mentre con certe lune anche il solo taglio di un ramo potrebbe essere esiziale e condurre la pianta a morte certa. Per eliminare le erbacce non ci sono solo i diserbanti. Se si strappano in luna giusta e in certo periodo dell’anno, non ricrescono più. E il periodo buono è a fine aprile. Un cespuglio intralcia il passaggio su un sentiero?Per non vederlo più basta tagliarlo in luna crescente, a febbraio. Ma l’influenza della luna nello scandire gesti e guidare scelte va ben oltre.Il bucato andava fatto con la luna nuova, pena il formarsi di cerchi concentrici e ombrati nel mastello che avrebbero irrimediabilmente macchiato la biancheria. La luna era – ed è ancora – fondamentale per andare in cerca di funghi e tartufi; il maiale era macellato con la luna nuova di dicembre; la legna da ardere andava tagliata nella luna del primo quarto, mentre quella da lavoro (per assi, mobili, ecc.) alla luna vecchia d’agosto. La luna doveva essere propizia per confezionare a regola d’arte sottaceti e sott’olii, per preparare le conserve e persino per tagliarsi le unghie ed i capelli (nell’ultimo quarto). Il camino si spazzava tra la luna nuova e la luna vecchia perché la canna fumaria stesse più a lungo pulita,senza incrostarsi di fuliggine. La carne secca e salata si conservava più a lungo ed era più buona se la sua preparazione avveniva tra l’ultimo ed il primo quarto. Il cambio stagionale di stalla per il bestiame si organizzava garantendo il “passaggio” con la posizione dell’astro in luna calante, evitando così l’eccesso d’umidità e la sovrabbondanza di moscerini. Anche lo scasso del terreno per la ricerca e la captazione dell’acqua si eseguiva con la luna crescente poiché con quella calante gli affioramenti sorgivi erano molto modesti se non addirittura scarsi. La luna regola l’imbottigliamento del vino e ci sono ancora tavole della Lunazione (o del mese sinodico), relative alla terra e al sole – formate da 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 2,8 secondi – che indicano i giorni migliori per imbottigliare il nettare di Bacco, dando anche modo di conoscere l’età della luna, che è poi la chiave dell’intera disciplina della lunazione. E dove collocare, poi, la messe di “detti” sulla luna? Luna smorta, pioggia alla porta; luna rossastra il vento la guasta, luna lucente bel tempo si sente; con la luna calante fai cosa importante; luna d’agosto, bagno nel mosto; o la fatalissima “ da luna crescente fino al quarto primo va bene ai ricchi ed a chi li conta in stimo, dalla calante fino all’ ultimo quarto di luna va male ai poveri ed a color che hanno sfortuna”. L’anno solare – di 12 mesi – eccede l’anno lunare – di 12 lunazioni – di 10 giorni,21 ore e 1 minuto per cui la tredicesima luna si ha matematicamente ogni 997 giorni, cioè ogni 2 anni e quasi 9 mesi, e in genere le lunazioni si rassettavano ai mesi solari con la Pasqua che cade sempre – come già ricordato – nella domenica successiva al plenilunio che segue immediatamente l’Equinozio di primavera,il 21 marzo.Il contadino non si affidava ai calcoli matematici ma guardava direttamente il cielo.

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Tutto questo fa sorridere ? Può darsi. Stando però a quanto sostengono gli studiosi della “cronobiologia”, che si occupano essenzialmente dei ritmi biologici, l’influenza della luna è tutt’altro che una leggenda. E la lentezza non è tempo perso. E’ un tempo diverso. E’, appunto, il “tempo della lentezza” che ancora oggi, soprattutto in montagna, si pratica per scelta o perché obbligati dall’ordine naturale delle cose. E’ il tempo che amava Alex Langer, una delle personalità più straordinarie e sensibili della seconda metà del secolo scorso,  quando scriveva: “Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del di più ad una del può bastare o del forse è già troppo. Dopo secoli di progresso, in cui l’andare avanti e la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle speranze terrene, può sembrare effettivamente impari pensare di regredire, cioè di invertire o almeno fermare la corsa….Bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi d’inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero e proprio regresso, rispetto al più veloce, più alto, più forte. Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi”. La Carlina Spinosa, l’impasto di colla e cloruro di cobalto per colorare il santino segnatempo, le tavole della lunazione e lo sguardo che si perde nel cielo alla sera non rappresentano un desiderio di regresso verso qualcosa che non c’è più o se c’è ancora è perché accompagna il nostro immaginario: suggeriscono una possibilità, uno stile e una cultura di vita. Per riflettere seriamente sul nostro tempo e sul bisogno di far valere i nostri tempi. E, in fondo, avere un tempo per noi.

 

 

TORNANO LE OLIMPIADI INVERNALI DI 50&PIU’

Dopo il successo delle prime due edizioni, tornano le Olimpiadi invernali di 50&Più dedicate agli atleti over 50 che saranno ospitate nella cornice innevata di Sansicario (TO) al centro delle Alpi dell’Alta Valle di Susa, a 1700 m di altitudine

 

Per gli amanti dello scii e della neve, l’appuntamento con la 3° edizione delle Olimpiadi invernali di 50&Più è dal 27 gennaio al 3 febbraio sulle piste del comprensorio sciistico della Vialattea che vanta ben 400 km di piste sul confine italo-francese, 69 impianti di risalita, oltre che essere stata location di gara durante la 20° edizione delle Olimpiadi Invernali di Torino nel 2006. Il divertimento è assicurato anche per i non sportivi, infatti Sansicario con Cesena Torinese e le sue frazioni offre diversi itinerari alla scoperta del patrimonio culturale, artistico e naturalistico dell’Alta Valle di Susa, come escursioni con motoslitta e cani da slitta. Discesa slalom (in doppia manche), sci di fondo classicosci di fondo pattinato e camminata di regolaritàsono le 4 discipline nelle quali si sfideranno i partecipanti che gareggeranno divisi in categorie in base all’età e in squadre provinciali. Le competizioni si concluderanno il 3 febbraio con l’assegnazione delle coppe 50&Più ai 3 migliori classificati, uomini e donne, che totalizzeranno il maggior punteggio in assoluto, le coppe regionali 50&Piùalle regioni che totalizzeranno i 3 migliori punteggi e infine le coppe provinciali 50&Più alle squadre provinciali che si classificheranno con i 3 migliori punteggi. La provincia vincitrice riceverà il Trofeo 50&Più che verrà poi rimesso in palio l’anno successivo e assegnato definitivamente alla provincia che vincerà per 3 anni, anche non consecutivi, i giochi invernali di 50&Più. Vincitrice delle due precedenti edizioni è stata la provincia di Belluno, che ha trionfato con i suoi atleti over 50 nelle classifiche assoluti uomini e donne.