DALLA CAMPANIA Incredibile ma vero: per sfuggire ai controlli del carcere, un detenuto 40 enne di Poggioreale, a Napoli, in prigione per reati comuni, ha ingoiato un telefono cellulare di 8 centimetri per due, che ha tenuto nello stomaco per circa un mese. La notizia è stata data dal quotidiano partenopeo Il Mattino. La scoperta del telefono è avvenuta durante i controlli effettuati in ospedale dove l’uomo era stato trasportato dopo un malore. Grazie a una laparoscopia il telefonino è stato asportato.
Accoltella il fratello per un’eredità
Ha colpito il fratello con cinque coltellate, una profonda lo ha ferito al polmone, e ha tentato di lasciare l’Italia a bordo di un pullman FlixBus partito da Torino verso Bruxelles, ma è stato rintracciato e bloccato al confine con la Svizzera. L’episodio è avvenuto a Cossato, nel Biellese. L’aggressore è un 42enne di origini marocchine, che ha accoltellato il fratello nel corso di una lite probabilmente legata questioni economiche per un’eredità. La vittima, che ha avvisato i carabinieri, è ricoverata in condizioni gravi all’ospedale.
Accoltella il fratello per un'eredità
Ha colpito il fratello con cinque coltellate, una profonda lo ha ferito al polmone, e ha tentato di lasciare l’Italia a bordo di un pullman FlixBus partito da Torino verso Bruxelles, ma è stato rintracciato e bloccato al confine con la Svizzera. L’episodio è avvenuto a Cossato, nel Biellese. L’aggressore è un 42enne di origini marocchine, che ha accoltellato il fratello nel corso di una lite probabilmente legata questioni economiche per un’eredità. La vittima, che ha avvisato i carabinieri, è ricoverata in condizioni gravi all’ospedale.
Riflessi di luce in piazza Castello
“La decisione di Giorgia Meloni di far confluire Fratelli d’Italia nel raggruppamento europeo che comprendeva anche il movimento di Raffaele Fitto apre nuovi scenari, non solo a livello continentale ma anche in Italia ed in Piemonte”. Roberto Rosso, consigliere comunale torinese ora confluito in Fdi, guarda con ottimismo alle sfide del prossimo futuro. A partire da quelle per il rinnovo del Consiglio regionale piemontese.
”È evidente che la nostra regione ha assoluta necessità di un cambiamento radicale. Che non parta dagli slogan gridati in piazza da qualche madamina in cerca di notorietà e di una candidatura, ma che arrivi alle grandi opere partendo dalla riscoperta dei nostri valori, della nostra identità “. D’altronde con gli slogan non si costruisce nulla e non si scavano tunnel, mentre i risultati si ottengono quando si ha la consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si vuol fare.
”Il Piemonte è in crisi, cresce meno delle altre regioni del Nord. E questo perché si è affidato ad un
sistema di potere che non funziona, che premia gli amici degli amici e non i migliori, i più competenti. Difficile crescere quando tutto viene gestito dai mediocri, ad ogni livello. Così la Tav diventa la foglia di fico dietro cui nascondere tutti gli errori commessi in questi anni”.
Rosso, da sempre, è favorevole alla tratta ferroviaria ad alta velocità, “che non deve essere solo un’occasione per garantire commesse pubbliche ad aziende che impiegano manodopera straniera, ma deve essere lo strumento per valorizzare tutto il nostro territorio”. A suo avviso, inoltre, la Tav deve essere messa in rete con una serie di altre opere non solo utili ma indispensabili. “Basti pensare al completamento della tangenziale di Torino che manca della tratta ad Est, o alla pedemontana che favorirebbe il rilancio del Canavese, ad un collegamento tra la Val Chisone e la Valle di Susa, alla Ceva-Albenga”.
Grandi opere, grandi cantieri, nuova occupazione. Ma non basta. “Perché bisogna restituire un’anima alla nostra regione. Bisogna restituire l’orgoglio di essere piemontesi, occitani, francoprovenzali, walser.
Senza dimenticare l’apporto degli italiani arrivati dalle altre regioni e valorizzando anche l’apporto di quegli stranieri che si sono integrati”.
Dunque la riscoperta della cultura come base per una nuova fase di crescita. “Ma una cultura aperta, non le solite manifestazioni a senso unico nel nome del politicamente corretto e del pensiero unico obbligatorio. Una cultura che possa spaziare dalla storia all’arte, dalla filosofia all’impresa. Perché nel Dna del Piemonte è presente la cultura del lavoro, dell’industria, della sana amministrazione. Nel nostro Pantheon ci sono Alfieri e Gozzano, ma anche Einaudi e Adriano Olivetti “.
Da qui occorre ripartire. E forse l’esperienza di Adriano Olivetti diventa l’esempio più utile “poiché unisce la visione del grande imprenditore che lancia la sfida agli Stati Uniti con quella del mecenate che porta ad Ivrea intellettuali ed artisti, senza dimenticare il filosofo ed il politico con il suo progetto di Comunità “.
“La decisione di Giorgia Meloni di far confluire Fratelli d’Italia nel raggruppamento europeo che comprendeva anche il movimento di Raffaele Fitto apre nuovi scenari, non solo a livello continentale ma anche in Italia ed in Piemonte”. Roberto Rosso, consigliere comunale torinese ora confluito in Fdi, guarda con ottimismo alle sfide del prossimo futuro. A partire da quelle per il rinnovo del Consiglio regionale piemontese.
”È evidente che la nostra regione ha assoluta necessità di un cambiamento radicale. Che non parta dagli slogan gridati in piazza da qualche madamina in cerca di notorietà e di una candidatura, ma che arrivi alle grandi opere partendo dalla riscoperta dei nostri valori, della nostra identità “. D’altronde con gli slogan non si costruisce nulla e non si scavano tunnel, mentre i risultati si ottengono quando si ha la consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si vuol fare.
”Il Piemonte è in crisi, cresce meno delle altre regioni del Nord. E questo perché si è affidato ad un
sistema di potere che non funziona, che premia gli amici degli amici e non i migliori, i più competenti. Difficile crescere quando tutto viene gestito dai mediocri, ad ogni livello. Così la Tav diventa la foglia di fico dietro cui nascondere tutti gli errori commessi in questi anni”.
Rosso, da sempre, è favorevole alla tratta ferroviaria ad alta velocità, “che non deve essere solo un’occasione per garantire commesse pubbliche ad aziende che impiegano manodopera straniera, ma deve essere lo strumento per valorizzare tutto il nostro territorio”. A suo avviso, inoltre, la Tav deve essere messa in rete con una serie di altre opere non solo utili ma indispensabili. “Basti pensare al completamento della tangenziale di Torino che manca della tratta ad Est, o alla pedemontana che favorirebbe il rilancio del Canavese, ad un collegamento tra la Val Chisone e la Valle di Susa, alla Ceva-Albenga”.
Grandi opere, grandi cantieri, nuova occupazione. Ma non basta. “Perché bisogna restituire un’anima alla nostra regione. Bisogna restituire l’orgoglio di essere piemontesi, occitani, francoprovenzali, walser.
Senza dimenticare l’apporto degli italiani arrivati dalle altre regioni e valorizzando anche l’apporto di quegli stranieri che si sono integrati”.
Dunque la riscoperta della cultura come base per una nuova fase di crescita. “Ma una cultura aperta, non le solite manifestazioni a senso unico nel nome del politicamente corretto e del pensiero unico obbligatorio. Una cultura che possa spaziare dalla storia all’arte, dalla filosofia all’impresa. Perché nel Dna del Piemonte è presente la cultura del lavoro, dell’industria, della sana amministrazione. Nel nostro Pantheon ci sono Alfieri e Gozzano, ma anche Einaudi e Adriano Olivetti “.
Da qui occorre ripartire. E forse l’esperienza di Adriano Olivetti diventa l’esempio più utile “poiché unisce la visione del grande imprenditore che lancia la sfida agli Stati Uniti con quella del mecenate che porta ad Ivrea intellettuali ed artisti, senza dimenticare il filosofo ed il politico con il suo progetto di Comunità “.
Un campo di patate
È uno di quei modi di dire, insieme a maggioranza bulgara, tra i più popolari in Italia. Per i più giovani vale la pena di ricordare che, per quanto riguarda l’espressione “maggioranza bulgara” ci si riferisce a quando la Bulgaria era una repubblica popolare nell’orbita sovietica e le votazioni dei mitici e famosi comitati centrali dei partiti al potere nei paesi dell’est Europa avvenivano sempre all’unanimità. In quella parte d’Europa il mondo è cambiato, non sempre in meglio, ma il detto è rimasto . In verità anche per quanto riguarda il modo di dire : è come un campo di patate , bisogna fare qualche precisazione. Il detto vale se ci si riferisce a dopo che i buoni tuberi o se vogliamo chiamarli con il nome scientifico ” solanum tuberosum ” sono stati raccolti . Prima , se si guarda un campo coltivato di patate , è uno spettacolo di ordine e di rigogliosità bello a vedere e dove la natura ed il lavoro dell’uomo danno uno spettacolo straordinario. Ma tornando al nostrano modo di dire esso mi è ritornato in mente , con qualche imprecazione , nella giornata di venerdì mentre in parte a piedi ed in parte , come sempre , guidavo la Vespa attraversavo il centro di Torino. Una tristezza ed un pericolo. Le vie delle zone auliche della capitale sabauda ridotte come e peggio del famoso “campo di patate”. Piazza Castello, Piazza Carignano, Via Cesare Battisti e zone adiacenti disseminate di cubetti di porfido divelti e ampie macchie di catrame a deturpare la pavimentazione di quello che una volta si poteva definire il salotto di Torino.
***
Per non parlare del tratto che da Via Giolitti porta a Piazza San Carlo e poi fiancheggiando la bella chiesa di Santa Cristina porta ad accedere alla Piazza CLN dove la pavimentazione era uno
spettacolo , quasi un biliardo, e che ora è una tristezza a guardarlo. E così girando per via Pietro Micca, Cernaia , Garibaldi, Po e tutte , dove più e dove meno, le altre. Non si salvano nemmeno le vie laterali , dove i cubetti di porfido, come tante piccoli satelliti viaggiano per conto loro sballottati dalle auto e dalle persone in un carambola brutta a vedersi ed in qualche caso pericolosa per i pedoni più distratti e per incauti ciclisti e motociclisti . Ogni tanto dopo giorni ed in alcuni casi settimane, nei casi più evidenti, a sistemare momentaneamente e a deturpare esteticamente arriva uno sconnesso manto di catrame che anticipa di mesi ed in qualche caso , purtroppo in via definitiva , la risistemazione originale . Incuriosito mi sono informato da alcuni amministratori di altri comuni che, con dovizia di informazioni, mi hanno spiegato che in questo modo , oltre a fare tardi e male, si spende di più . Prima per la sistemazione provvisoria e poi per quella definitiva che avviene su di un’area più ampia rispetto all’intervenire subito ed in maniera definitiva appena uno o due cubetti di porfido oppure una losa o una pietra si smuovono. Insomma si opera tardi e male e si spende di più. Così , tra una buca ed un cubetto di porfido da evitare ed concerto delle pietre che sotto le ruote della Vespa si muovono , si circola per le vie del centro di Torino al tempo di ” Chiarabella” .
Pennette “risottate” in sugo di calamari
Un primo piatto di pesce per una gustosa cena da “gourmet”
La pasta viene cotta come se fosse un risotto, direttamente nel sugo. Questo tipo di cottura esalta il sapore degli ingredienti e conferisce alla pasta una irresistibile cremosita’.

Ingredienti
400gr. di calamari puliti
300gr. di pennette integrali
1 grosso pomodoro
1/2 cipolla
1 carota
1 bicchiere di vino bianco secco
Brodo vegetale q.b.
2 filetti di acciuga sott’olio
1 peperoncino
Prezzemolo, olio, sale q.b.
Tritare finemente la cipolla e la carota, soffriggere in poco olio in una larga padella. Aggiungere il pomodoro pelato e tagliato a dadini, lasciar cuocere qualche minuto poi, aggiungere i calamari precedentemente puliti e tagliati a tocchetti. Lasciar insaporire e sfumare con il vino bianco. Quando il vino sarà evaporato aggiungere la pasta e mescolare bene, salare poco e coprire con qualche mestolo di brodo caldo. Aggiungere i filetti di acciuga ed il peperoncino. Proseguire come si fa con il risotto, aggiungendo brodo sino a cottura. Prima di servire cospargere con prezzemolo tritato. Servire subito.
Paperita Patty
Pennette "risottate" in sugo di calamari
Un primo piatto di pesce per una gustosa cena da “gourmet”
La pasta viene cotta come se fosse un risotto, direttamente nel sugo. Questo tipo di cottura esalta il sapore degli ingredienti e conferisce alla pasta una irresistibile cremosita’.

Ingredienti
400gr. di calamari puliti
300gr. di pennette integrali
1 grosso pomodoro
1/2 cipolla
1 carota
1 bicchiere di vino bianco secco
Brodo vegetale q.b.
2 filetti di acciuga sott’olio
1 peperoncino
Prezzemolo, olio, sale q.b.
Tritare finemente la cipolla e la carota, soffriggere in poco olio in una larga padella. Aggiungere il pomodoro pelato e tagliato a dadini, lasciar cuocere qualche minuto poi, aggiungere i calamari precedentemente puliti e tagliati a tocchetti. Lasciar insaporire e sfumare con il vino bianco. Quando il vino sarà evaporato aggiungere la pasta e mescolare bene, salare poco e coprire con qualche mestolo di brodo caldo. Aggiungere i filetti di acciuga ed il peperoncino. Proseguire come si fa con il risotto, aggiungendo brodo sino a cottura. Prima di servire cospargere con prezzemolo tritato. Servire subito.
Paperita Patty
La ribellione di Rosa Parks
Nella sua biografia, prima di morire nel 2005, scrisse: “Molti dissero che quel giorno non mi alzai perché ero stanca. Ma non è vero. Ero invece stanca di cedere”. La sua storia ispirò, tra gli altri, il film La lunga strada verso casa (1990) con Whoopi Goldberg
A Montgomery, capitale dell’Alabama, erano le sei del pomeriggio del 1° dicembre del 1955, quando Rosa Parks – una sarta afroamericana di 42 anni- prese posto nell’autobus giallo e verde della Cleveland Avenue, per rincasare dopo una giornata di lavoro. Un gesto normale, quotidiano, quasi banale se non fosse che per le assurde leggi segregazioniste dell’America degli anni Cinquanta, la donna ebbe la grave colpa di sedere nella parte sbagliata del mezzo, quella riservata ai “bianchi”. A quelli dalla carnagione scura, come lei, spettavano pochi posti in coda. Ma quei posti, quel giorno d’inizio dicembre di più di sessant’anni fa, erano tutti occupati e alla sarta non andava di affrontare un viaggio in piedi. Oltretutto, come segretaria della locale sezione del NAACP (l’associazione nazionale per la promozione delle persone di colore), non lo trovava più ammissibile. Così, sfidando le convenzioni sociali dell’epoca e gli sguardi di sbieco dei bianchi, prese posto nella fila di mezzo. Dopo alcune fermate, l’autobus era tutto occupato e alcuni bianchi rimasero in piedi. Fu a quel punto che Rosa Parks si vide intimare dall’autista James F. Blake l’ordine di alzarsi e cedere il posto ai primi. La donna si rifiutò e tenne una posizione ferma fino all’arrivo della polizia, che la trasse in arresto per condotta impropria e per aver violato le leggi di segregazione razziale
della città. Il gesto della donna innescò un moto di sdegno e indignazione nelle comunità afroamericane che portò ad un boicottaggio dei mezzi pubblici, durato ben 381 giorni. A guidare la protesta c’era il pastore protestante Martin Luther King, che individuò nell’atto di ribellione della Parks la molla che diede vita al movimento dei diritti civili americani. L’anno seguente arrivò la prima importante vittoria: la Corte Suprema stabilì l’incostituzionalità delle discriminazioni razziali sugli autobus. Altre ne seguirono, come l’approvazione del Civil Rights Act del 1964. Il gesto coraggioso di Rosa Parks, diventata la figura-simbolo del movimento dei diritti civili, venne premiato, nel 1999, con la Medaglia d’oro del Congresso. Nella sua biografia, prima di morire nel 2005, scrisse: “Molti dissero che quel giorno non mi alzai perché ero stanca. Ma non è vero. Ero invece stanca di cedere”.La sua storia ispirò, tra gli altri, il film La lunga strada verso casa (1990) con Whoopi Goldberg.
Marco Travaglini
