Velocità, abuso di alcolici e uso di sostanze psicotrope i temi affrontati dalla Polizia Stradale
Ieri si è svolta a Palazzo Arsenale una conferenza sul tema della sicurezza stradale. Dinanzi ai vertici dell’Istituto e ad una cospicua rappresentanza di personale militare e civile del Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito è intervenuto il Dott. Mario Nigro, Dirigente il Compartimento Polizia Stradale del Piemonte e Valle d’Aosta. Fra gli argomenti affrontati l’eccesso di velocità e i rischi derivanti dalla guida sotto effetto di alcolici o sostanze psicotrope. Nel 2015 in Piemonte si sono verificati 8438 incidenti stradali con lesioni; ai 12.244 feriti per motivi legati alla circolazione stradale si devono aggiungere le 208 vittime gran parte delle quali coinvolte in eventi causati da velocità eccessiva, guida in stato di ebbrezza, abuso di droghe. Il 54% di questi incidenti ha interessato il capoluogo piemontese. Nel corso di un intervento
rivelatosi di grande interesse per il pubblico, il dottor Nigro ha illustrato le conseguenze amministrative e penali delle più gravi violazioni al codice della strada. Particolarmente interessante la descrizione degli ausili tecnici utilizzati dalle forze dell’ordine nella quotidiana attività di tutela della sicurezza stradale: il sistema tutor, gli etilometri di ultima generazione ed i kit per l’individuazione degli stupefacenti. A conclusione della conferenza è stato proiettato un video realizzato dalla Polizia Stradale e riguardante il drammatico incidente avvenuto sulla A26 nei pressi di Alessandria nel giugno del 2013 e costato la vita a quattro giovani francesi. La conferenza sulla sicurezza stradale, promossa dal Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito e realizzata grazie alla professionalità della Polizia Stradale ha suscitato particolare interesse anche in virtù del recente via libera del parlamento al disegno di legge sul reato di omicidio stradale.


disastro. Si ritrovò licenziato, senza una lira e per di più anche un po’ sospetto agli occhi del Regime. Così prese una decisone netta, pur essendo per indole poco incline agli atti estremi: lasciò Roma e raggiunse l’amico Bonfantini a Novara e da lì, in bicicletta, pedalando su strade sterrate e polverose “con ritmo quasi da professionisti” arrivarono al “buen retiro” di Corconio, stregati da panorama tra il lago, le montagne e le antiche case di pietra. Quel posto divenne il suo luogo dell’anima, del vino, delle carte : ci rimase due anni, lontano da Roma e dal cinema, in compagnia di Mario Bonfantini ( “vivendo la scrittori” ) e della gente del posto. Nel racconto “Un lungo momento magico” lo scrittore torinese rievocò le circostanze che lo avevano spinto a cercare rifugio sul Lago d’Orta. Lo fece
dopo la morte di Bonfantini, “ponendo fine al silenzio su quell’esperienza dovuto forse a quella forma di pudore cui si ricorre a volte per proteggere le cose più care”. In quel tempo Soldati scrisse il suo primo e bellissimo libro, “America primo amore”, diario e racconti del giovanissimo intellettuale europeo della sua esperienza di vita negli Stati Uniti, tantissimi articoli e vari altri scritti
tra cui la prima parte del “La confessione”. Soggiornarono all’albergo della famiglia Rigotti , quasi adottati da quella famiglia, dove Angioletta e sua sorella Annetta, la “Nitti”, mandavano avanti l’attività , perché il padre, pa’ Pédar, “badava alla campagna, alle bestie, a fare il vino, a distillare la grappa clandestina, a commerci vari, a divertirsi e battere la cavallina”. Corconio, cento abitanti allora, fu un luogo importante per Soldati e Bonfantini, i “due Marii”, capace di offrire sorprese e meraviglie tra le pieghe più insospettabili della vita quotidiana, in prossimità del lago e sotto il “meraviglioso miraggio” del Monte Rosa. Lì condivisero con la comunità del piccolo borgo la vita, lenta e piacevole, scandita dalle partite di bocce e dalle “lunghe giornate al tavolino, ore interminabili proficue, difese e ovattate dal silenzio delle lente nebbie”. Conoscono personaggi eccentrici, ascoltando i loro racconti: il Nando, un “matto pacifico” che credeva di essere un genio della politica e si riferiva a se stesso in terza persona; il Cesarone, un uomo che aveva venduto sua moglie a un ricco capo mastro emigrato negli Stati Uniti.
Insomma, fu un periodo d’incontri e di lavoro in un atmosfera dove Mario Soldati, cresciuto negli ambienti della borghesia sabauda, scoprì i valori della “civiltà contadina”, restandone influenzato. Soldati riconobbe l’importanza di quell’esperienza , parlando dell’antica amicizia con l’altro “Mario”, quando scrisse: “ ..il momento più importante della nostra amicizia e forse anche della sua e della mia vita è tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1936, quando il destino ci appaiò, ci assecondò nella scelta di un volontario esilio sul lago d’Orta: quell’autoconfino rigeneratore, quel delizioso paradiso perduto e ritrovato che accogliendo lui e me, Mario il vecchio e Mario il giovane, ci salvò in extremis da strazianti, estenuanti, storte vicende sentimentali e restituì l’uno e l’altro al suo vero
se stesso. Fa bisogno di dire che recuperammo allora, e conservammo poi per sempre, il senso della realtà, della bellezza, della vita”. Sul finire della lunghissima parentesi romana, a metà degli anni Cinquanta, poco prima del suo “rientro al Nord”, Soldati frequentò assiduamente le zone della giovinezza come “villeggiante fuori stagione”, sul lago d’Orta e sul Maggiore, dove nacquero – ad esempio – i racconti de “La Messa dei villeggianti”. A Orta e Corconio, Mario Soldati tornò anche per girare nel ’59 “Orta mia”, un magnifico cortometraggio della collezione Corona Cinematografica, di grande ed elegante narrazione, girato in un superbo Ferraniacolor. Già nel 1941 aveva scelto il “suo” lago per realizzarvi le scene conclusive del film “Piccolo mondo antico” e, successivamente, vi ambientò alcuni dei suoi “Racconti del Maresciallo”. Il filmato di “Orta mia” si chiude sulla terrazza di una vecchia osteria
affacciata sul lago, richiamando il luogo che aveva accolto i due amici tanti anni prima. Per una significativa coincidenza, anche Mario Bonfantini, nel suo volume “Il lago d’Orta” , del 1961, scelse di congedarsi dai suoi lettori con la stessa immagine di Soldati, descrivendo così l’albergo Rigotti: “Una modesta casa di belle linee dove era fino a non molti anni fa una cortese locanda: v’è chi sostiene che dalla sua lunga terrazza si gode, in ogni stagione, la più bella vista del lago”. Ora l’albergo non c’è più, ma tutto il resto è rimasto più o meno come allora.Dalla Chiesa di S. Stefano alla seicentesca villa della famiglia Bonola. La stazione , col quel rosso ferroviario dei muri sempre più smunto,da tempo è una casa privata: lì, i treni che sferragliano sulla Domodossola-Novara, non si fermano più da una vita. Ma se i muri delle case potessero parlare chissà quanti racconti avrebbe in serbo Corconio. Storie per chi sa ascoltare e non ha fretta. Come non ne avevano, a quel tempo, i “due Marii”.
Sbalordiscono i numeri. Otto i registi che dirigono e cinque i drammaturghi che hanno scritto, 38 gli attori impegnati con 25 collaboratori e 11 tecnici, 96 costumi e 170 bottoni automatici con 260 metri di passamanerie, 30 spade per 25 duelli, 9 ore e 40 minuti di spettacolo, otto puntate per 56 repliche complessive per un totale di 11200 spettatori, sinora ogni replica sold out con gli spettatori alla ricerca dell’ultimo posto disponibile per familiari e amici che reclamano. Un vero successo. Inseguito, commentato, condiviso, consigliato, trasmesso. Già, perché Beppe Navello ha pensato bene (benissimo) di rispolverare per la stagione del TPE, tra le pareti dell’Astra, quella antica impresa sperimentata allo Stabile dell’Aquila – ne era il direttore – nella stagione 1986/87 di inscenare I tre moschettieri del vecchio Dumas (pure lui pubblicava a puntate), D’Artagnan e compagni di cuore e di spada con re e regina, con le mire del Richelieu e del damerino Buckingam, i languori di Costanza e gli intrighi di Milady, con un fitto incrociarsi di spade tra musiche e canzoni, con un gruppo di attori quasi tutti under 35 che non sanno davvero cosa voglia dire giocare al risparmio, il tutto immerso in uno spazio rivisitato (l’impianto scenico con balaustre tutt’intorno, scale semoventi, abbozzi di taverne, angoli del Louvre, strade insidiose, è firmato da Luigi Perego, come i costumi, bellissimi, stivali e cappelli piumati, trine e pizzi, lunghe collane, ampi mantelli dai più differenti colori) che inalbera con un colpo d’occhio da bocca aperta le case e i tetti della place des Vosges parigina, tra gli applausi di un pubblico che finora s’è letteralmente goduto le prime due puntate – regie rispettivamente di Navello e Gigi Proietti, seguiranno Piero Maccarinelli e Ugo Gregoretti a completare la vecchia guardia del progetto, già aquilana, e poi i giovani Myriam Tanant, Andrea Baracco, Robert Talarczyk e Emiliano Bronzino – con risate e contagiosa partecipazione. Nessun pericolo per chi
entrasse a mezza strada nel racconto perché non manca neppure il riassunto delle puntate precedenti con la voce piacevolmente squillante della giovanissima annunciatrice Lia Tomatis, come non mancano, lo si fa per ogni megaproduzione che si rispetti, i siparietti per gli sponsor che han dato una mano all’iniziativa. Il passato scorre veloce sul pavimento a scacchiera che è al centro della sala, quello stesso in cui le vicende seguono alle vicende, il giovane guascone fa il suo ingresso in città su di un mezzo che è metà cavallo e metà bipattino simpaticamente scorrazzante e zigzagante, o dove a tratti piroettano le musiche di Germano Mazzocchetti eseguite al piano da Alessandro Panatteri, con canzoncine vivaci e coretti facilmente assimilabili offerti da belle voci; il presente da par suo scivola in modo leggero dando di gomito alla grande o spicciola attualità, dalle unioni civili ai selfie sempre lì a portata di mano.

I signori del Governo tengano giù le mani dalla casa, che è il bene primario di milioni di italiani, e la smettano di fare marchette alle banche. Confabitare annuncia quindi una mobilitazione nazionale per fare ritirare il provvedimento. Se il Governo andrà avanti, minaccia Zanni, ci troverà in prima linea a difesa della casa e dei diritti dei proprietari. Impugneremo il decreto davanti alla Corte Costituzionale e , al tempo stesso, avvieremo una raccolta di firme in tuttItalia per arrivare ad un referendum abrogativo nella malaugurata ipotesi che questa scempiaggine venga approvata dal Parlamento.
Negli anni ’50 è a Torino: una maglia da corridore ed un posto di lavoro alla Ceat. Sempre da dilettante approda alla S. Pellegrino, dove conosce Gino Bartali, e da professionista entra a far parte della Carpano; lui granata, con le maglie bianconere di Silvio Giacotto partecipa al Giro d’Italia insieme a Defilippis, Balmamion, Conterno, Zilioli, i campioni torinesi. Dal ’60 al ’63 frequenta il mondo dei professionisti: in quattro stagioni
corre per la Carpano, per la Baratti e per la Ghigi, prima di concludere nella Carpano. Quando ha idealmente appeso la bicicletta al chiodo, è diventato uno dei più noti ristoratori, prima in un locale della collina e in seguito in Corso Moncalieri, vicino al ponte Isabella, sulle rive del Po. Così il feeling con Torino e gli amici ciclisti è continuato e si è fatto ancora più saldo con il passare del tempo. Poi, oltre a tanto lavoro, opere umanitarie in Africa insieme con il Gruppo Missionario Laico di Merano, a riprova della sua grande generosità. Sabato 1 giugno 1996 muore intorno alle 19.30 all’Ospedale Molinette di Torino, stroncato da un ictus: era stato ricoverato il sabato precedente, operato mercoledì, non ce l’ha fatta. In coma profondo, non si è risvegliato.
Il ragazzino di 15 anni soffriva fin da piccolo di una malattia renale congenita
E’ considerato uno dei massimi esponenti italiani dell’economia liberale e liberista
