Una suggestiva immagine serale della Mole, oltre il Po e i Murazzi, scattata dai giardini Ginzburg da Mihai Bursuc.

Una suggestiva immagine serale della Mole, oltre il Po e i Murazzi, scattata dai giardini Ginzburg da Mihai Bursuc.

Ha sparato alla madre, un operaio di 48 anni di Saluzzo, mentre stava maneggiando una pistola I carabinieri lo hanno denunciato per lesioni colpose e importazione illegale di armi. Infatti in casa aveva addirittura 41 tra fucili, carabine e pistole ad aria compressa. Proprio armeggiando incautamente con una di questa, ha accidentalmente sparato un colpo che ha colpito la mamma di 72 anni, che è stata costretta a ricorrere alle cure ospedaliere. Ha riportato ferite guaribili in 7 giorni. E da questo episodio è iniziata l’indagine dei carabinieri.
Ogni settore, da quello delle passerelle a quello automobilistico, dal trucco alla musica e all’arredamento, passando per l’abbigliamento, è soggetto alla tendenza vintage, andando a rispolverare vecchi brand arricchendoli del valore aggiunto apportato dalla tecnologia
Di Paolo Pietro Biancone*
In ambito economico aziendale ogni fenomeno è spiegabile a partire dal bisogno che soddisfa. Anche il business del vintage ha il suo perché. Perché si resta affascinati irrimediabilmente dai richiami del passato e da tutto ciò che è ormai in disuso? Che ci si trovi di fronte ad un’auto d’epoca, ad un indumento o ad un oggetto di arredamento, l’interesse e la curiosità scatenano i nostri sensi verso un immediato desiderio di possesso. il termine vintage è diventato sinonimo dell’espressione d’annata dopo essere stato inizialmente usato per definire i vini invecchiati. Oggi il concetto vintage si è allargato fino ad abbracciare vari aspetti della nostra cultura – dalle auto, ai vestiti, ai dischi,
all’arredamento. Il messaggio che si vuol far passare è sostanzialmente: Vintage è bello, vintage è cool e moderno. Il fenomeno economico aziendale del vintage rappresenta cosa hai vissuto e sognato da bambino. Quando assumono valore i pezzi vintage? Quando chi le sognava raggiunge età di eccesso di reddito. Ecco il motivo per cui vanno a ruba le barbie e i robot giapponesi degli anni ’70; mentre i giochi e gli oggetti degli anni ‘80 non suscitano ancora particolare interesse: gli acquirenti potenziali, i trentenni di oggi, che le hanno vissuto oggetti e giochi anni ’80 non ha ancora maturato l’eccesso di reddito, che consenta loro di “possedere” i sogni e ritrovare ricordi.
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Vintage”, “d’antan”, “come una volta”: la merce invecchiata dal tempo ha sempre fascino sui consumatori. Tanto che il mercato dell’usato si conferma in espansione in Italia nel 2016 con un 1,5% in più rispetto all’anno precedente. Roma (10,9%), Milano (7,8%) e Torino (5,7%) sono le tre provincie più floride, contando rispettivamente 378, 272 e 200 attività. Torino è anche
capoluogo del vintage: è presente, ogni seconda domenica del mese, la Fiera del C’era una volta, chiamata anche Gran Balon. Più di 200 espositori presenti e centinaia di capi d’abbigliamento e accessori sia per gli adulti che per i più piccoli, puramente vintage e retrò. Per chi ama la moda in ogni sua declinazione è senz’altro da visitare. Anche Roma, la città eterna, ha il suo mercatino dell’usato: ogni domenica del mese, ad esempio, in Zona Casilina apre il Circolo degli Artisti, per chi è in cerca di oggettistica vintage di ogni tipo. Infine, a Bari, non si può non visitare La Fiera del Catapano che si tiene ogni prima domenica del mese ed è visitato da migliaia di persone. Un mercatino dell’usato da vedere per chi si trova a Milano è senz’altro quello relativo alla Fiera di Senigallia: si svolge ogni sabato lungo i navigli in zona Porta Genova, ed è un piccolo mercato nel quale è possibile trovare veramente di tutto.
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Dai vestiti alternativi, a oggetti vintage di ogni tipo fino ad arrivare a dischi e vinili introvabili. È uno dei più antichi della città e nasconde sempre delle piccole perle. A Napoli, invece, è sempre presente la Fiera antiquaria, ormai divenuta un vero e proprio luogo di ritrovo per tantissimi appassionati. Sono infatti molte le riviste di settore che spesso se ne occupano. Ogni settore, da quello delle passerelle a quello automobilistico, dal trucco alla musica e all’arredamento, passando per l’abbigliamento, è soggetto alla tendenza vintage, andando a rispolverare vecchi brand arricchendoli del valore aggiunto apportato dalla tecnologia: è il caso ad esempio della MINI o della Cinquecento, riesumate dal boom
economico automobilistico e perfettamente adattate alle esigenze qualitative ed estetiche dei giorni nostri. Ma è soprattutto nell’ambito dell’abbigliamento che gli amanti del sapore antico possono sbizzarrirsi sganciandosi dall’obbligo modaiolo dell’abito monomarca o perfettamente abbinato e lasciarsi andare alle più sfrenate rappresentazioni della propria fantasia ricorrendo ai tanti mercatini o negozi di vintage diffusisi a macchia d’olio in ogni città o più semplicemente curiosando tra i bauli di mamme e nonne ripescando piccoli tesori perduti. Rievocare articoli di ‘seconda mano’ è il modo più simpatico ed eccentrico per rendersi unici tra tradizione e innovazione, anche attraverso semplici dettagli, affiancando autentici pezzi di design alle evoluzioni del gusto.
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*Professore Ordinario di Economia Aziendale e coordinatore del Corso di Dottorato in Business & Management
(foto: il Torinese)
Il 1 gennaio dello scorso anno è entrato in vigore il Regolamento del decentramento del Comune di Torino che ha istituito le Commissioni di Quartiere. Si tratta di strumenti di coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi decisionali e nella realizzazione delle politiche di territorio. Dopo l’ultima tornata amministrativa, le otto Circoscrizioni cittadine stanno ora provvedendo a renderle operative. La Commissione che riguarda il Quartiere Centro della Circoscrizione 1 viene presentata venerdì 10 febbraio, alle ore 19, al Centro San Liborio, via Bellezia 19, al Centro San Liborio – FabLab Pavone. Interviene la coordinatrice Eleonora Averna
Massimo Iaretti
(FOTO: IL TORINESE)
Al di fuori di guerre combattute tra eserciti di nazioni o coalizioni, non si è mai parlato, sino ad un certo punto, di terrorismo, o meglio, di attacchi terroristici commessi dolosamente contro cittadini. E quando tale neologismo ha fatto breccia nella nostra società, più che altro si ‘limitava’ a compagini autoctone contro il sistema di quel Paese
Di Alessandro Continiello *

“Ci sono tanti tipi di guerre. Fin dai primi passi l’uomo ne ha inventate e praticate tante. E si può dire, riassumendo, che le ha considerate secondo i tempi e le ideologie, tribunali dei principi, continuazioni della politica con altri mezzi, patologie sociali [….] Secondo gli studiosi dell’antico fenomeno ci sono gli ultra-conflitti (armi di distruzione di massa), gli iperconflitti (guerre mondiali), i macro-conflitti (guerre internazionali o civili localizzate), i medio-conflitti (Algeria negli anni ’90, Irlanda del Nord, Palestina), i micro-conflitti (guerriglia o terrorismo limitati nello spazio e nel tempo) e gli infra-conflitti (rivalità armate, guerra fredda)[1]“. Questo l’incipit di un interessante articolo sulla genesi della guerra in Iraq, sempre attuale. Conflitti armati che, per lungo tempo, pur con qualche eccezione come visto, sono stati combattuti in modo “convenzionale” o “simmetrico”: sostanzialmente ci si affrontava ‘a viso aperto’ e l’esercito più forte – o tatticamente meglio schierato (Roma docet) – risultava vincitore. Gli stessi Romani erano soliti rispettare dei vinti non solo gli usi e costumi, tollerandoli, ma anche la religione. I Romani non hanno mai lottato per affermare i loro Dei. Questo, a contrario, il detto latino che imperava in epoca romana nei confronti degli altri conquistatori: “Barbari iura gentium iuriumque humanorum principia quoque ignorat” [2].
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Così ebbe a dire alla Costituente, saggiamente ed in modo altresì tagliente, Benedetto Croce nella seduta del 24 luglio del 1947: “La guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall’una e dall’altra parte intesi unicamente alla vittoria, dall’una e dall’altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o
conducente alla vittoria. Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che dica o lo sa troppo bene”[3]. Numerosi testi hanno avvalorato la tesi su un concetto‘standard’ di combattimento. Basti richiamare “L’arte della guerra” (Bingfa), scritta dallo stratega e filosofo cinese Sun Tzu, ove si è disquisito della “vitale importanza della guerra e della sua preparazione in modo rigoroso, secondo un tatticismo preciso” non a caso è considerato il più antico manuale strategico); o “Della guerra” (Von Kriege), un altro trattato di pura strategia militare, scritto dal generale prussiano Von Clausewitz, in cui si è considerata l’attività bellica quale “prosecuzione della politica con altri mezzi”. Quello che si vuol significare, con tale prologo, è che i conflitti armati, pur aberranti, avevano delle “regole”: si combatteva tra soldati e le vittime civili, quantomeno in apparenza, dovevano risultare dei “danni collaterali”.[4]
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Cosa sta accadendo negli ultimi anni[5]? Quale ulteriore paura attanaglia la società e il nostro comune vivere, tale da modificare le nostre abitudini? Il terrore di azioni indiscriminate, per mezzo di armi da guerra utilizzate tra la folla “alla cieca”, di bombe fatte scoppiare intenzionalmente nelle ore di punta o in luoghi affollati, di camion usati come arieti contro la folla inerme ed inerte. Il tutto perpetrato “in ragione di una dottrina integralista”, sotto l’egida di un fanatismo religioso-militante, cioè non di una matrice politica così come eravamo abituati a conoscere. Atti commessi per la sola ‘colpa’ di essere membri della società con un credo religioso differente (kafir). La storia, in un certo senso, si ripete. E così, nostro malgrado, se prima si è imparato a conoscere Al Qaida,

movimento islamista sunnita terroristico, promotore di un fondamentalismo islamico con a capo Osama Bin Laden, ora siamo stati costretti a non ignorare l’Isis (o Is o Daesh) o l’autoproclamatosi Stato Islamico, anch’esso predicante il jihad, il fanatismo religioso-militare inteso come chiara violenza indirizzata a Stati e organizzazioni internazionali mediante l’uso di kamikaze, di veri e propri ordigni umani. Cita una recente sentenza penale del Tribunale di Milano che, nel caso dell’Isis, “dietro l’apparenza di uno Stato legittimo perfettamente organizzato […] si cela un “progetto politico” portato avanti con metodi terroristici, il cui scopo ultimo è il sovvertimento degli Stati democratici a cui le truppe con il vessillo nero vogliono sostituire la rigida applicazione della legge islamica[6]“. Ecco che il brocardo latino citato torna di attualità. Al di fuori di guerre combattute tra eserciti di nazioni o coalizioni, non si è mai parlato, sino ad un certo punto, di terrorismo, o meglio, di attacchi terroristici commessi dolosamente contro cittadini. E quando tale neologismo ha fatto breccia nella nostra società, più che altro si ‘limitava’ a compagini autoctone contro il sistema di quel Paese: nel nostro caso, in Italia, si dice che siamo più preparati contro il terrorismo, stante la nostra pregressa esperienza avverso il brigatismo, poi debellato a caro prezzo, e i sodalizi associativi di stampo mafioso.
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In questo particolare momento storico l’attenzione dei nostri Servizi di Intelligence – e di tutti gli altri Paesi – è focalizzata a (cercare di) prevenire avvenimenti di natura terroristica di matrice islamica. Questa situazione di insicurezza acutizza vecchi sentimenti di odio e rancore o, quantomeno, di diffidenza: si tende, erroneamente ma inesorabilmente –pur non giustificabilmente- a guardare con sospetto tutti coloro che professano una religione differente dalla nostra, ritenendoli potenzialmente pericolosi, dimenticando, però, che l’Isis ha preso di mira anche le stesse popolazioni, nel mondo musulmano, di una corrente differente (gli sciiti, ad esempio[7]) o sterminando e riducendo in schiavitù gli yaziti (perché seguaci di una fede pre-islamica considerandoli, in tal guisa, miscredenti dai fondamentalismi dello ‘Stato islamico’).

Una continua violazione dei diritti umani, ma non l’unica purtroppo. D’altronde lo stesso termine ‘proselitismo’ sta a significare, etimologicamente parlando, l’opera o l’attività volta alla ricerca di nuovi adepti (per una religione, ad esempio): in tal caso non vi sarebbe nessuna condotta illecita. Ma, sempre per ‘proselitismo’, si può altresì intendere la ricerca nel convertire una persona non solo a una religione, ma anche a una dottrina. Orbene, se tale ‘dottrina’ (integralista, non tout court il credo religioso) è ritenuta per stessa ammissione di chi la professa contra legem – nel senso che i mezzi per raggiungere lo scopo prevedono l’uccisione di persone e la distruzione di res attraverso modalità terroristiche – e la ‘promozione’ funge da indottrinamento proprio per perpetrare delitti ‘nel nome di’
o ‘a favore della causa’, non sarebbe da ritenersi in se stessa come reato? Il nostro ordinamento è corso ai ripari, come si suole dire, per non creare un pericoloso vuoto normativo (c.d. horror vacui), cercando di coprire a più ampio spettro tutte quelle condotte associative di ‘promozione, costituzione, organizzazione, direzione e finanziamento’ (art. 270 bis c.p.), ma anche la mera ‘assistenza agli associati’ (art. 270 ter), ossia la condotta ‘esterna’ di favoreggiamento a tutti i livelli (rifugio, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione); e, altresì, le ulteriori attività finalizzate ad ‘arruolare’ soggetti ‘”per il compimento di atti di violenza o sabotaggio con finalità di terrorismo” (art. 270 quater).
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E ancora, risultano contra ius, “l’organizzazione, il finanziamento ed il propagandare’”, viaggi in territorio estero ‘per il compimento di condotte con finalità di terrorismo’ (art 270 quater.1), così come ‘”’addestramento o il fornire istruzioni sulla preparazione o l’uso di materiali esplosivi ed armi da fuoco, sostanze chimiche e batteriologiche, nonché altra tecnica per il compimento di atti di violenza o sabotaggio’” ( art. 270 quinques), sempre con finalità di terrorismo.

Attualmente, accanto alla preoccupazione per il rientro dei combattenti stranieri nei territori dell’Isis (foreign fighters), si è creato un nuovo timore nel nostro Stato: il pericolo che si annidino nelle carceri soggetti detenuti di religione musulmana che abbiano abbracciato la ‘causa dell’Isis’ e che compiano proselitismo all’interno delle stesse. Trattasi del (nuovo) pericolo di radicalizzazione nelle carceri. “Sono 19 i detenuti di fede islamica radicalizzati e ristretti in apposite sezioni, mentre circa 200 sono gli ‘attenzionati’[8]”, questi i dati dell’anno precedente contro gli attuali: “Sono 170 i detenuti sottoposti a specifico monitoraggio, a cui se ne aggiungono 80 attenzionati e 125 segnalati,
per un totale di 375 individui a vario titolo radicalizzati[9]”. Quindi il pericolo ‘terrorismo internazionale’ non è assolutamente debellato, dovendosi necessariamente ‘tenere alta la guardia’. Come tutelarsi? Personalmente ritengo che a questa domanda non esista una risposta univoca, ma sicuramente attraverso una peculiare attività di prevenzione dei nostri apparati di intelligence, un controllo capillare del territorio da parte delle Forze dell’Ordine – come accaduto con l’arresto del terrorista un mese fa -, e una attenzione particolare negli istituti di pena e alle frontiere (ovvero nelle località ove sbarcano persone bisognose di aiuto –all’interno delle quali potrebbero sempre annidarsi soggetti con intenzioni bellicose).
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Ed ancora, un controllo accurato delweb ed una politica, pur difficile, che eviti situazioni di emarginazione da parte di queste persone giunte e stabilizzatesi nel nostro territorio o di ‘seconda generazione’, relegandole in zone o quartieri, così come accaduto in Francia o in Belgio, e così fomentando, indirettamente, una avversione per lo Stato ospitante o comunque di nascita, dove il potenziale proselitismo finalizzato al jihad potrebbe trovare un terreno fertile. Risultano oggi più che mai attuali le parole pronunciate dall’ex magistrato Ferdinando Imposimato, nel corso di un’intervista nel lontano 1986, contro il terrorismo: “Quali rimedi? A mio avviso occorre elaborare una risposta diversa da quella ideata ed attuata per il terrorismo negli anni ’70: in questa fase occorre una strategia differenziata a seconda che si tratti di terrorismo interno o terrorismo internazionale. Per il terrorismo interno […] Una diversa azione s’impone per il terrorismo internazionale, specie di matrice mediorientale. Occorre riconoscere che l’arresto e anche le dure condanne dei terroristi non hanno alcun potere deterrente […] I militanti di questi gruppi mediorientali prevedono e spesso desiderano di morire nell’azione terroristica […] Allora che fare? Occorre cercare di risolvere il problema sul piano politico agendo politicamente ed economicamente sui Paesi che alimentano il terrorismo [..][10]”.
*Alessandro Continiello,
Avvocato del Foro di Milano e Presidente del comitato locale della LIDU
(esperto in diritto penale, criminologia forense, analisi della scena del crimine; intelligence, relazioni internazionali, terrorismo)
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[1] Tratto da: “Iraq, una guerra senza faccia” di B. Valli, sul sito www.repubblica.it 08/02/2007
[2] Trad.: I barbari ignorano il diritto delle genti e anche i fondamenti dei diritti umani. Tratto da “La civiltà romana” sul sito www.romanoimpero.com
[3] Tratto da: “Ancora considerazioni sui rapporti fra terrorismo e giurisdizione”, in Difesa Penale, ed. Bucalo, Latina, anno IV, gennaio-marzo 1986, di G.V. Mura
[4] Il discrimen può esser dato con l’utilizzo della bomba A (o bomba atomica/nucleare) nell’agosto del 1945 da parte degli Americani
[5] Si potrebbe dire dalla fatidica data dell’11 settembre 2001 con l’attacco alle Torri gemelle
[6] Tratto da: “Terrorismo e indottrinamento. Anatomia della fattispecie alla luce di una recente pronuncia della Corte di Cassazione” di A. Continiello, sul sito www.giurisprudenzapenale.com del 26/01/2017
[7] Per un approfondimento: “Qual è la differenza tra musulmani sunniti e sciiti?” sul sito www.internazionale.it del 05/01/2016
[8] Tratto da: “Carceri. Antigone: In italia 19 detenuti radicalizzati..” sul sito www.ilfattoquotidiano.it del 15/02/2016
[9] Tratto da: “Mettere al centro i diritti per combattere la radicalizzazione in carcere” di P. Gonnella sul sito www.openmigration.org del 25/01/2017
[10] Tratto da una intervista al Corriere della Sera del 27/03/1986 in Difesa Penale cit.
Sabato 11 febbraio alle ore 17, al Centro “Pannunzio” in via Maria Vittoria 35H, Monica Mercedes Costa, premio “Mario Soldati” 2016, autrice di un importante saggio su “Letteratura e cibo nel Novecento: Mario Soldati”, terrà una conferenza, integrata da proiezioni, sul tema: ALLA RICERCA DEI CIBI GENUINI E DEI VINI SINCERI SULLE ORME DI MARIO SOLDATI. Interverrà Giorgio Soldati. Un omaggio al giornalista – scrittore Mario Soldati che ebbe per primo l’ardire di promuovere il cibo ed il vino al ruolo di protagonisti, dettando i fondamenti di quella cultura del territorio di cui molti gli sono debitori.
L’Artusi vola Oltreoceano. L’Istituto Alberghiero di Casale Monferrato, proseguendo nel percorso di ampliamento delle proprie attività didattiche ha da qualche mese avviato il progetto “L’Artusi va al mare” che – partito con la festività dell’8 dicembre all’Hotel Regina Mundi di Pietra Ligure (in Provincia di Savona) – entrerà a pieno regime la prossima primavera consentendo alle brigate di cucina e di sala, formate dagli allievi e coordinate dai docenti dell’Istituto, di maturare una notevole esperienza sul campo.

Oltre a questa innovativa sperimentazione unica in Italia, a confermare la crescita dell’Istituto, ci sono i risultati pubblicati negli ultimi due anni sul portale Eduscopiolavoro della Fondazione Agnelli e i successi professionali ottenuti nel mondo del lavoro dagli ex allievi, alcuni dei quali lavorano presso chef stellati o in strutture alberghiere di prestigio in Italia e all’estero. Per tutti questi risultati l’Istituto è stato valutato ed individuato come modello d’eccellenza tra le scuole alberghiere Italiane, e di conseguenza è stato coinvolto in un progetto Internazionale. Il Dirigente dell’Istituto Artusi, Claudio Giani ed il docente di cucina Paolo Pozzuolo, si recheranno in Brasile dal 12 al 20 febbraio, nello stato federale del Paranà, per partecipare allo studio di fattibilità ed alla progettazione di un Istituto Alberghiero in terra Brasiliana. Nell’occasione verrà, dunque, messo a frutto in termini di consulenza il know – how che è stato acquisito nel corso degli anni da parte dell’Istituto Alberghiero, grazie alle esperienze didattiche maturate in aula, nei laboratori, nei servizi esterni, nei programmi sperimentali, a dimostrazione che la scuola è ormai apprezzata per la sua attività a livello non solo nazionale, ma anche Internazionale.
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L’Istituto Alberghiero Artusi è a Casale Monferrato in corso Valentino 95.
Per informazioni telefonare 014273722 oppure tramite mail segreteria@istitutoartusi.it
Il progetto STILL BODY EXPERIENCE WITH DIGITAL BRAINdel coreografo DANIELE NINARELLO, vincitore del del bando ORA! LINGUAGGI CONTEMPORANEI PRODUZIONI INNOVATIVE della Compagnia di San Paolo, apre le porte per un’esperienza condivisa con il pubblico in ottica di un dialogo che precederà il debutto della creazione STILL in maggio nell’ambito del Festival Interplay.

Sabato 18 Febbraio 2017 dalle ore 16 alle ore 18 alla Lavanderia a Vapore di Collegno, due ore che sono occasione di condividere il processo di creazione e di ricerca che sono alla base del progetto.Il pubblico presente sarà coinvolto in un direttamente negli incontri che mirano a mettere in contatto audience e artista con una modalità che supera ilmomento “didattico” : lo sperimentare direttamente i percorsi creativi che portano alla costruzione di un’opera fornisce strumenti atti alla comprensione della stessa.Saranno presenti agli incontri Daniele Ninarello coreografo e ideatore del progetto, Emanuele Lomello Interaction Designer e referente della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (NABA) e Gigi Piana artista visivo.
“Il marketing territoriale e turistico, abbinato a strategie di rilancio anche occupazionale è certamente un elemento importante per evitare la desertificazione delle nostre montagne e delle nostre valli. Abbiamo un prezioso patrimonio paesaggistico, storico e culturale che richiede politiche turistiche condivise tra le amministrazioni locali: queste non devono muoversi singolarmente ma fare sistema, collaborare con le realtà private e aprire gli orizzonti per attrarre nuovi flussi turistici “.
E’ il commento della vicepresidente del Consiglio regionale e presidente della Consulta regionale europea, Daniela Ruffino (FI), a margine del convegno dell’Uncem sul marketing territoriale, tenutosi a Susa.
“La crisi sta decimando le attività commerciali e non è certo accettabile che in decine e decine di Comuni non esista più un negozio. E’ quindi da apprezzare pienamente l’iniziativa di Uncem che pone il problema di
valorizzare l’economia locale. Per competere dobbiamo puntare su ciò di cui disponiamo, ad incominciare dalla qualità dei nostri prodotti alimentari e artigianali, dalla tradizione dell’accoglienza alberghiera, dalla nostra storia enogastronomica”, aggiunge la presidente della Consulta Europea, che sottolinea l’opportunità di “intercettare con campagne di comunicazione i flussi turistici che gravitano su Torino, per portarli a conoscere le nostre montagne, sia d’inverno, sia d’estate”.
“Anche la Consulta regionale si rende disponibile fin da ora al dialogo con gli amministratori del territorio, per creare un’interfaccia con le istituzioni europee, così da individuare possibili progetti transfrontalieri ai quali i nostri territori potrebbero aderire. Non dobbiamo pedere lo smalto olimpico che le nostre montagne hanno conquistato nel 2006, diventando note in tutto il mondo. Per essere competitive – conclude Ruffino – le località turistiche delle montagne torinesi devono puntare sulla professionalità, sull’attenzione nei confronti del turista e su un’accoglienza strutturata e non improvvisata. Solo così il turismo potrà diventare motore per creare nuove attività e nuovi posti di lavoro”.
DAL FRIULI VENEZIA GIULIA
E’ morto intossicato dal fumo della poltrona bruciata per un mozzicone di sigaretta, L’incidente è avvenuto Budoia (Pordenone), dove Renato Angelin, un pensionato di 74 anni è deceduto nella sua casa. L’uomo è stato trovato senza vita a terra, da sua nipote, in cucina, dalla nipote. I Carabinieri, ritengono che l’anziano, con problemi di deambulazione, non sia riuscito a salvarsi dal fumo acre sprigionatosi dalla poltrona trovata bruciata dalle fiamme causate da un mozzicone di sigaretta gettato in una borsa di nailon.