PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Replicare il successo del primo “Diavolo”: ma non se ne parla proprio
Ricordate? Vent’anni fa, quando la Miranda Priestley di Meryl Streep metteva piede nel suo elegante ufficio, viso di marmo e portamento altero, glaciale nel suo incedere, mentre tutti quanti rimettevano ogni cosa e se stessi soprattutto al giusto posto, e sbatteva borsetta e cappottone tra la poltrona e le braccia pericolosamente instabili della sottoposto di turno. Oggi mette piede, visivamente allontanata come spauracchio umano quanto editoriale e il cappottone se lo appende da sé, ad una gruccia, con tutto lo sforzo immaginabile: “i cattivi sono sempre i più interessanti”, circola come battuta in questo ammosciato “Il diavolo veste Prada 2”, come un tanto atteso flan che s’è seduto appena tirato fuori dal forno, e se aggiungete che Miranda ha perso di molto tutta quella sua cattiveria dentro a demolire persone e carriere vedrete che il gioco della prima puntata che tanto ci aveva catturato s’è parecchio perso per strada. Perché il fascino del male ha sempre il suo gran maledetto fascino, perché l’inferno – sin da quello dantesco e liceale – ha sempre avuto il sopravvento su un più o meno insipido e noiosetto paradiso, perché nella nuova vicenda il baricentro non può spostarsi da Miranda, campionessa eterna di raggelante leadership, alla Andy di Anne Hathaway che per quanto brava possa essere non reggerà mai il confronto con quell’incanto di donna. È cambiato il cinema, è cambiato il mondo dell’editoria, la carta stampata anzi patinata non regge più il forte impatto di un tempo, tutto cigola, tutto deve essere rivisto e rimesso in discussione.
Aggiungete la sceneggiatura zoppa della sempre Aline Brosh McKenna, zigzagante a rotta di colla e il montaggio tarantolato di Andrew Marcus che sembra fatto più per un’odierna moda filmica che per posati ragionamenti, per incastri che affascinano, aggiungete la regia disturbata del ripescato David Frankel e vedrete con quanto cuore poco contento me ne sono uscito dal cinema. Perché lo scoppiettìo che pullulava in quella prima puntata è andato quasi pressoché perso, o per lo meno parecchio sbiadito, perché manca come primo effetto d’esplosione quella sorpresa che ci aveva incantato, perché si va all’inseguimento di un mondo dorato, con cambi d’abiti che vanno al di là di ogni cifra che la costumista Molly Rogers possa aver immaginato – con l’aggiunta dei vari Dolce&Gabbana e Brunello Cucinelli e la bionda Donatella a comparsare nella Fashion Week milanese, con accompagnamento di Lady Gaga nel cortile di Brera, sotto l’occhio del nudo empereur francese. Come non sentire la mancanza di un in qualche modo impercettibile Nigel del sempre filosofeggiante Stanley Tucci, il suo distribuire abiti e borsette per un weekend in villa non ha più il lascia cadere dall’alto di un tempo, quasi una fredda scopiazzatura (e anche il doppiaggio del nostro Lavia si ritrova messo all’angolo).
Che succede? Succede che Andy Sachs – ragazza sola, con qualche embrione parcheggiato chissà dove per un eventuale poi, bagaglio sentimentale per ora in stand by, che a riprenderlo con quell’incidente di personaggio che le propone la sceneggiatura si farebbe solo del male: ma il bacetto finale la dice al contrario – s’è fatta egregiamente le ossa ed è diventata una giornalista affermata, di quelle che vanno in giro per serate a ritirare premi. Che, durante una di queste, mentre sta per pronunciare il discorso di ringraziamento che la porterà verso nuovi traguardi, suoni il cellulare, suo e di tutti i colleghi della testata attorno al tavolo, per leggere l’sms pronto ad annunciare del licenziamento in tronco: allora non di ringraziamento quelle parole ma per buttare sui social il clima di impoverimento e di paura e di crisi sempre più galoppante, per un mestiere che non dovrebbe mai cessare quelle doti di onestà e di inventiva che ne sono alla base.
Anche Miranda sta mostrando i suoi piedi d’argilla, finita dritta in uno scandalo per un articolo di troppo, avendo messo in luce quello che oggi è definito uno “sweatshop” – i dialoghi del film esondano di termini d’oltremanica -, ovvero la pubblicazione di un articolo promozionale per un marchio rivelatosi poi portatore di quella macchia d’infamia, sfruttamento e condizioni di lavoro miserevoli e socialmente inaccettabili. Licenziamento pure per lei. Ma già ci pensa l’editore a rimettere i conti a posto: chiamando Andy, a seguito di un’imbeccata che si scoprirà sul finale, a ricoprire il posto di features editor di “Runway”. Di qui in poi giravolte a valanga, Andy e Miranda a dover condividere gli uffici non affossando mai vecchie ruggini, si sentirà parlare di conclamata era digitale, di budget stretti da far quadrare, magari mettendoli nelle mani di qualcuno che possa pensare a un definitivo colpo di spugna, di economy al posto di business class e di champagne che lì non è certo servito, di affossamenti e di nuovi contenuti social, di momentanei successi che non decollano, di nuove trattative – con Dior, ad esempio, a rincontrare la Emily di Emily Blunt che ora vi lavora come brand manager, sciocco e stralunato principe azzurro al seguito che al momento giusto potrebbe essere in grado di sovvenzionare -, l’approccio in seguito più che fruttifero con l’ex moglie di uno sfacciatamente ricco magnate capace d’arrivare con un’intervista a puntino, ricconi vecchi e ricconi rispolverati, chi rileva e chi vende a chi, sgambetti e rivalse non preventivate, le promesse e i posizionamenti che non tornano, le amicizie femminili sbandierate e finite nel cestino, le trasferte milanesi con cena d’affari e di lezioni d’umanità all’ombra dell’”Ultima Cena” leonardesca, con colloqui vis à vis sull’intelligenza artificiale che avrà ridotto al minimo l’apporto umano, e, più o meno, per proseguire su quel ramo del lago di Como che fu già di Clooney, villa e giardino di gran riguardo.
Tutta materia difficile da tradurre per lo schermo, in un altalenante andamento che tenta al contrario di camuffare, maldestramente, lo svolgersi svogliato dell’intera caotica vicenda.
Uscendo dal cinema, ti convinci che “Il diavolo” era l’icona da non toccare, quella nicchia di piacere cinematografico durata per anni nell’immaginario collettivo e destinata ora forse a sbriciolarsi. Fredda quanto inutile, che davvero non ci arriva. Certamente non a imprimersi nella memoria come le radici di quell’albero che ci si è incaponiti ora a voler spremere. Streep è stata ben restia all’inizio del progetto a riacciuffare la sua Miranda e credo ci avesse visto giusto. Hathaway, Blunt, Tucci ricalano nei loro abiti ma è come vederli rimettere una mise che hanno già indossato e frustato e che nemmeno Nigel ha lo svaporato potere di rinverdire magari con un colorato accessorio in più. A me è mancato tanto quell’affilare i coltelli a ogni sguardo e a ogni frase, quel cicaleccio sotterraneo che era autentica linfa, tutto è divenuto opaco, disordinato, inconcludente, con buona pace di quel cappottone sbattuto demoniacamente vent’anni fa.
Protagonista dell’evento sarà il neonato Coro Barriera costituito da bambini provenienti da diversi plessi di scuola primaria e secondaria di primo grado degli istituti comprensivi Aristide Gabelli, Giovanni Cena e Bobbio Novaro, che si avvicenderanno sul palco portando in scena un repertorio composto da brani originali scritti da loro all’interno dei laboratori creativo-musicali “Ti scrivo una canzone” e qualche cover di brani amati dai più piccoli.

Dove nemmeno ci si dovrebbe impegnare, alla luce di quella effervescenza, a racchiudere in 90’, a rotta di collo, facendola rotolare giù per le scale, la vicenda del povero Ciampa, “strapieno di tragica umanità, non vivo ma arcivivo”, pianamente loico e meditabondo parola dopo parola, filosofeggiante della sua tranquilla quotidianità, al riparo di ogni sua pausa nell’esposizione di fatti e conseguenze. Che gli viene tellurizzata, questa sua benedetta quotidianità, dal comportamento di donna Beatrice, consorte tradita, lei ne è sicura, del cavalier Fiorica, di cui Ciampa è l’umile scrivano. Lei sa e io conosco, ma ogni cosa va richiusa dentro le mura domestiche e lì rimanervi. Finché Beatrice sprigiona il vaso di Pandora e ogni vipera se ne esce fuori, inondando una doppia famiglia e una intera città soprattutto, sino a decretare un probabilissimo scandalo che va immediatamente soffocato. La paura del ridicolo, l’abitudine del protagonista a mettere le mani avanti, sempre e per ogni cosa, quell’iniziare a vedersi sacrificabile (“che significa che io sono più che di famiglia…, sissignora, per la devozione… e lei rincalza “per la devozione e per tutto!”), quel constatare che “lo strumento è scordato” e che “la corda civile”, quella della società, quella delle convenienze, quella del saper stare al mondo, va subito rimessa a posto. Con questa ci sono “la corda seria” e “la corda pazza”, ecco, si darà la carica a quest’ultima, a Beatrice non resterà, non potendosi zittire i mormorii che già circolano, non potendo neppur più contare sugli appoggi dei notabili e del delegato Spanò, non valendo nulla il verbale e la sua testimonianza con cui s’andrebbe tutti quanti tranquilli, che “mostrarsi” pazza, l’esserlo con quei tanti “beee…!” ripetuti in faccia all’uno e all’altro, via per la strada del manicomio (tre mesi almeno finché non si saranno calmate le acque, una vacanza; “La villeggiatura” avrebbe intitolato Marco Leto il suo film del ’73: ecco, qualcosa di simile). Mantenendoci tutti ben stretto quel “pirandellismo” da cui si voleva scappare, da quell’intreccio di maschere e finzioni, da quella benpensante realtà dentro cui ancora oggi ci troviamo immersi. Mentre Ciampa “si butta a sedere su una seggiola in mezzo alla scena, scoppiando in un’orribile risata” che qui si fa anonima come molta parte della messinscena, laddove gli antichi “di rabbia, di selvaggio piacere e di disperazione” lasciano il posto a un rantolo che allo scrivano si soffoca in gola. La rabbia ha preceduto, durante i lunghi ragionamenti finali, la disperazione non la vediamo.

Chiara Noschese, come sempre, la butta in simpatia e questa volta non si risparmia anche dal filosofeggiare nelle vesti della collaboratrice che spera nella nuova legge del presidente, oltre a firmare una regia che non conosce soste, liberissima, divertita e assolutamente divertente, capace di cucinare a dovere tutta la sua squadra. Dice: “November è un circo a tre piste dove tutto è lecito pur di continuare ad avere soldi e potere. Il protagonista è un equilibrista di professione, feroce ma buffo, vulnerabile e capriccioso, tenero e impietoso, al centro di quel circo di spudorata venalità, dove tutto è concesso”. E lo spettatore vede con quanta sicurezza, con quanta sfacciata bravura Barbareschi stia su quel filo sospeso per aria, quanto si destreggi – da grande, gigionesco attore di razza: gesti, balletti, facce, parole parole parole, tutto una gran meraviglia – all’interno di quel circo che sta perdendo i pezzi (con il sospetto da parte nostra, ben venga!, che abbia lavorato di suo, nell’attualizzazione, in una Storia che cambia giorno dopo giorno). Simone Colombari, Nico Di Crescenzo, come esagitato rappresentante associazione nazionale produttori tacchini, speso a tutto pur di salvare le sue creature da una presunta aviaria e dalle luci della tivù troppo forti e infette che dovrebbero accompagnare l’intervista, e Brian Boccuni come grande capo indiano Dwight Grackle offeso nell’onore della moglie, completano il successone della serata.

