Capita piuttosto spesso di incontrare persone che decantino la loro conoscenza in un determinato settore, salvo smentita da parte di chi realmente sia esperto in tale materia come pure succede che qualcuno, realmente dotato, esperto e qualificato si sottostimi, non attribuisca il giusto valore alla propria capacità e, in generale, ritenga il lavoro altrui più meritevole o maggiormente valido.
A studiare questa distorsione cognitiva furono gli psicologi David Dunning e Justin Kruger, a cavallo tra il millennio scorso e quello attuale.
In cosa consiste? Secondo i due studiosi nelle persone si manifesta questa distorsione perché esiste una forte mancanza di consapevolezza di sé, che porterebbe a sottostimare le proprie competenze.
Per contro, però, vi è una fase nella quale l’individuo tende a sovrastimare le proprie conoscenze, anche quando siano mediocri, con il rischio di valutare erroneamente un fenomeno o giudicare da incompetente un evento.
Emergono, quindi, due aspetti importanti: il primo è che spesso ci si crede, in un certo campo, peggiori di quanto siamo in realtà e questo contribuisce a diminuire la nostra autostima; il secondo è che la sovrastima ci impedisce di vedere questa “incompetenza”.
Nel grafico osserviamo come, dopo un picco di sopravvalutazione dovuta ad una totale inesperienza, la fiducia in noi stessi diminuirà all’aumentare della conoscenza.
In questo caso non possiamo dire “In medio stat virtus” perché è proprio chi possegga una conoscenza media a sentirsi inadeguato; quando la conoscenza diventa approfondita, invece, si ottiene una fiducia corretta in sé stessi.
Come fare a sopravvivere in un mondo di social media, nel quale tutti sanno tutto di ogni materia disorientandoci ed essendo essi stessi disorientati? L’effetto Dunning-Kruger stesso può fornirci la risposta: se ci rendiamo conto di non conoscere una materia o di conoscerla in modo approssimativo dobbiamo sentirci in dovere di approfondire la conoscenza, di colmare le nostre lacune e di soddisfare la curiosità che il non sapere qualcosa genera.
Riferendosi alla società, come al singolo individuo, possiamo sostenere che la fiducia e la conoscenza sono un’accoppiata vincente per la crescita e che l’umiltà di ammettere di non sapere è il passaporto per imparare sempre più. “So di non sapere”: con questa frase Socrate precedeva di quasi 2400 anni gli studi di Dunning-Kruger.
E ricordate: solo gli ignoranti sono sicuri di avere sempre ragione.
Sregio Motta

Case che dovevano ospitare l’imponente marea di immigrati dal Sud (ma non solo; molti a Vallette anche i profughi istriani e giuliano-dalmati), attratti in questa estrema periferia nord-ovest della città, dalla speranza di un lavoro che, sotto la Mole, era soprattutto garantito in quegli anni da mamma Fiàt…Quartiere operaio, quartiere dormitorio, via via Le Vallette hanno poi negli anni conquistato terreno (con buona pace dell’ingegner Gino Levi – Montalcini che nel 1957 ne firmò il piano urbanistico, curando anche la progettazione dei vari edifici) fino a spingersi oggi alla parte nord del verde Parco Carrara, noto più comunemente come Parco della Pellerina e fino a fregiarsi, in un’area di stretto confine, di un’autentica magia urbanistico-sportiva come il complesso dello Juventus Stadium e della Cittadella bianconera, così come di un’imponente centrale per il teleriscaldamento entrata in funzione nell’inverno 2012 e che sembrerebbe fare di Torino la città oggi più teleriscaldata d’Europa. A vent’anni dalla sua progettazione, le Vallette in cui mi trovai a lavorare e che mi trovai a vivere dagli Anni Settanta alla fine degli Ottanta, incutevano, per i “forestieri”, un certo senso di reverenziale rispetto. E anche appena appena – a voler giocare di ottimismo – un po’ di panico. Del resto erano quelli, anche per Torino, gli anni bui del terrorismo, delle Brigate Rosse e di Prima Linea: 19 morti e 130 feriti si contarono in città fra il 1977 e il 1982. Erano quelli anche gli anni di un’accesa contestazione studentesca, figlia o figliastra del ’68. Quella che molti di noi giovani (allora) insegnanti avevano fatto propria o comunque vissuta – direttamente o indirettamente- sulla propria pelle e che ora si trovavano a confrontare con le nuove proteste di ragazzi che non avevano molti anni meno di loro, che okkupavano scuole e organizzavano cortei e manifestazioni anche di forte impatto sulla vita della città, ma poco recepite, se non per farne spesso uso strumentale, dalle istituzioni e da quelle forze politiche cui si chiedeva maggiore attenzione e maggiori risorse per la scuola italiana nel suo complesso. Eventi però che, per valenza politica, sembravano interessare solo marginalmente le Vallette, dove il “buco nero” era fatto principalmente di ribellione e rabbia sociale. Ebbene, in quelle Vallette, a cavallo degli Anni ’70-’80, dove anche la Scuola, così come le Comunità Parrocchiali non meno che la presenza di Enti socio-assistenziali, assumevano un ruolo determinante nell’accompagnamento dei ragazzi e delle loro famiglie, io arrivavo tutte le mattine con un’“affannata” Fiat 127 bordeaux, che avevo battezzato, non so perché ma mi sembrava un nome simpatico, Carolina . Partivo (ero quasi sempre in ritardo) da via Spano, Mirafiori Sud (all’altro capo della città); attraverso corso Sebastopoli, arrivavo a tutta birra in via De Sanctis – via Pietro Cossa per poi imboccare via Sansovino e corso Toscana e ritrovarmi in quel dedalo di strade impreziosito – come detto – dalla soavità di graziosi nomi floreali: via dei Gladioli, via dei Glicini, viale dei Mughetti, via via fino a via delle Magnolie. Qui al civico 9, mi trovavo ogni mattina di fronte a quella media statale, titolata allora al grande “Carlo Levi” (oggi a David Maria Turoldo), che, nel corso degli anni, sarebbe un po’ diventata la mia “seconda casa”. Avevo fatto pochi chilometri e mi sembrava, ogni giorno, d’essere atterrato, con la Carolina fumante, su un altro pianeta. Ero al mio primo incarico diurno. Dall’atrio, volavo ogni giorno due rampe di scale, strappavo al volo dal cassetto personale della sala insegnanti il registro e m’infilavo, con l’irruenza di un vigoroso centometrista ma insieme con la silenziosa leggerezza di una libellula – per non offrire al pubblico ludibrio il mio vituperabile e sempre più proverbiale ritardo – nell’aula di mia competenza. Chiudevo alle spalle la porta, mi dirigevo alla cattedra e mi buttavo, pancia a terra, nella mischia. Calmavo con non poca fatica gli animi e iniziavo ‘a mattinata…
