Brambilla, Minello e Pandiani presentano i loro romanzi al Circolo della Stampa


Sul podio della quarta edizione del “Premio” promosso dalla “Fondazione Bottari Lattes”
Cerimonia di premiazione al “Castello di Perno”
Monforte d’Alba (Cuneo)
La pistoiese di Montecatini Terme Silvia Cosimini con “Varie cose sulle sequoie e sul tempo” di Jón Kalman Stefánsson (Islanda, edito da Iperborea), Margherita Podestà Heir, novarese di Galliate con “Vaim” di Jon Fosse (Norvegia, edito da La nave di Teseo) e la milanese Francesca Turri con “Una notte a Nuuk” di Niviaq Korneliussen (Groenlandia, edito da Iperborea): sono loro le tre finaliste del “Premio Biennale Mario Lattes per la Traduzione”.
Il nome della vincitrice sarà annunciato sabato 27 giugno prossimo al “Castello di Perno”, nel cuore delle Langhe, con una cerimonia finale, condotta dalla giornalista Laura Pezzino, che metterà in dialogo le “traduttrici” e i “Giurati” del Premio in una tavola rotonda coordinata da Franco Perrelli (docente all’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari e professore di “Discipline dello Spettacolo Nordico” presso il “DAMS” dell’Ateneo torinese), cui parteciperanno anche alcuni dei traduttori di domani, gli studenti di “Lingue e Letterature straniere” dell’“Università di Milano”, per dare loro la possibilità di interagire e confrontarsi con gli esperti. La cerimonia verrà trasmessa in “streaming” sulla pagina “Facebook” della “Fondazione”, presieduta da Caterina Bottari Lattes.
Dedicato quest’anno alle “lingue scandinave”, il “Premio”, che ha raggiunto la sua quarta edizione, sotto le ali protettive della “Fondazione Bottari Lattes” di Monforte d’Alba (Cuneo) – in collaborazione con il “Castello di Perno” e della “Regione Piemonte” insieme ad altri Enti e Istituzioni locali – “ha inteso come sempre – sottolineano i promotori – valorizzare la figura del ‘traduttore’, grazie al quale è possibile conoscere testi diversi da quelli pubblicati nella nostra lingua e a cui è affidato il difficile compito di portare nel nostro Paese le storie e le narrazioni di un’altra cultura”.
Come già avvenuto nelle tre precedenti edizioni – dedicate rispettivamente alla lingua araba, al cinese e all’ispano-americano – la selezione delle opere si è articolata in due fasi: in un primo momento la “Giuria stabile” (composta da “traduttori” e “docenti” di consolidata fama), tenendo conto della capacità del traduttore di rendere in italiano la qualità letteraria del testo, ha individuato i tre romanzi finalisti. Ora la parola passa alla “Giuria specialistica”, esperta della lingua in oggetto (di cui fanno parte Daniela Marcheschi, Lorenzo Lozzi e Franco Perrelli) che, tra le tre traduttrici finaliste, decreterà la vincitrice. E, proprio a proposito della “terzina finalista” di questa edizione del Premio, così ha commentato la “Giuria stabile”: “A noi membri della Giuria stabile, che avevamo il compito di selezionare, per il valore della traduzione, tre libri fra quelli in concorso, il compito, in un primo momento, ci è parso assai difficile, ma il problema si è risolto per così dire da solo, perché su diciassette traduzioni, tre si sono imposte al nostro apprezzamento per la loro straordinaria qualità; e questo malgrado si tratti di romanzi molto diversi uno dall’altro nello stile e negli argomenti, cosa che esclude un’influenza del nostro gusto personale nel darne un giudizio … Confermando un talento già noto ai lettori, Silvia Cosimini, Margherita Podestà Her e Francesca Turri hanno saputo trasporre nella lingua italiana tre libri che, per la loro particolare originalità stilistica, avranno verosimilmente presentato notevoli difficoltà di traduzione. Difficoltà superate senza sforzo percepibile nel felice risultato finale”.

“Pillole” di sapere sulle traduttrici finaliste
– Silvia Cosimini. Nata a Montecatini Terme (Pistoia) nel 1966, si laurea in “Filologia Germanica” a Firenze e, nello stesso anno, si trasferisce in Islanda. Nel 2011, le è stato assegnato il “Premio Nazionale per la Traduzione” dal “Ministero dei Beni e delle Attività Culturali” e nel 2019 il “Premio Orostìr” dal Presidente della Repubblica Islandese. Attualmente è “docente a contratto” di “Lingua e Letteratura Islandese” all’“Università Statale” di Milano.
– Margherita Podestà Heir. Nata a Galliate (Novara) nel 1964, vive oggi stabilmente a Oslo. Per il suo contributo alla diffusione della Lingua e della Cultura italiane, è stata insignita nel 2006 dell’onorificenza di “Cavaliere della Repubblica Italiana”, cui è seguita nel 2022 quella di “Ufficiale della Repubblica”
– Francesca Turri. E’ “docente a contratto” di “Letterature Scandinave Contemporanee presso l’“Università di Milano”, ma la sua attività professionale si svolge prevalentemente a Copenaghen, dove vive e lavora come “traduttrice” ed “insegnante di Italiano”.
Gianni Milani
Nelle foto: Cover libri finalisti; Silvia Cosimini; Margherita Podestà Heir e Francesca Turri
Si intitola Riservato e narra una storia molto particolare, quella della vigilanza del Pci torinese. Il libro, edito da Impremix, l’ha scritto Diego Simioli, classe 1955, formatosi politicamente frequentando la 16ª sezione comunista di Torino in corso Giambone, intitolata a Giuseppe Bravin, un giovane partigiano gappista e medaglia d’argento al valor militare. E’ un racconto in gran parte autobiografico perché Simioli è stato per decenni uno degli uomini più autorevoli e rispettati del “mitico” servizio d’ordine del Pci. Nel libro, che raccoglie anche le testimonianze di Luciano Violante, Rocco Larizza, Pietro Marcenaro e Walter Veltroni, Simioli affronta senza reticenze e con coraggio la ricostruzione “dall’interno” di un’esperienza del tutto particolare e importante nella storia politica del più grande partito della sinistra, rendendo comprensibile il senso di una militanza talmente totalizzante da mettere in secondo piano tutto il resto, compresa la vita familiare. Lo fa con passione senza venir meno al proverbiale riserbo ed equilibrio, doti fondamentali e imprescindibili per chi fece parte di un organismo del tutto particolare e senz’altro importante, molto più importante di quanto non sia mai stato riconosciuto anche da molti uomini e donne della sinistra. Una esperienza di vita e di militanza che è anche la storia di una grande comunità, quella dei comunisti italiani prima e poi dei partiti che da quell’esperienza hanno preso vita. Le memorie di Diego si snodano lungo l’arco di decenni vissuti in quella comunità dove si è formato come persona, incontrando persone e vivendo situazioni ed episodi importanti. Diego Simioli e i suoi compagni li si incontrava alle manifestazioni o alle varie iniziative politiche, guidavano e salivano sulle macchine dei dirigenti con compiti di scorta in anni complicati, quando il terrorismo e l’eversione colpivano senza pietà come ricorda Luciano Violante nella sua introduzione. Uomini, compagni generosi che hanno dedicato gratuitamente tantissimo tempo sottratto ai loro affetti, a mogli e figli, alla loro vita di tutti i giorni, spesso pagandone le conseguenze nella loro sfera di vita privata. Compagni che per tanti come me sono diventati nel tempo un riferimento prezioso.

Per chi non li ha conosciuti immagino sia difficile capire fino in fondo il senso del loro impegno. Viaggiavano dentro quelle auto con i dirigenti di quel partito dei quali avevano ascoltato dialoghi, telefonate, conoscevano fatti, persone, episodi e aneddoti che avrebbero potuto riempire volumi di memorie e retroscena. Ma erano discreti, affidabili, riservati. E non era cosa da poco. Ho conosciuto Diego e suo fratello Rodolfo, Beppe Scattolin e tanti altri. Persone concrete, disponibili, appassionate e intelligenti. Quella loro riservatezza non era solo frutto di una professionalità maturata nel tempo ma il risultato di una profonda coscienza politica, di un senso della militanza e dell’appartenenza che restituiva intatta l’umanità e la passione che si portavano dentro. I loro (e non solo loro) “maestri”, Palmiro Gonzato e Pietro Cordone, sono state figure importantissime, quasi mitiche nel Partito comunista torinese del dopoguerra. Uomini tutti d’un pezzo che hanno praticato e insegnato la disciplina e il senso di appartenenza a quella comunità di donne e uomini che desiderava cambiare in meglio la società. Dai tanti aneddoti che Diego Simioli racconta, pur con la necessaria e imprescindibile riservatezza, dagli incontri con dirigenti come Giancarlo Pajetta e tanti altri, si intuisce nettamente la sostanza di quella miscela unica di passione e sentimenti che li spingeva a sacrificare tante cose, serate, notti, ferie, famiglie, per quella che ritenevano la loro missione dentro una grande storia comune. “ I compagni della vigilanza mi hanno silenziosamente insegnato il primato del partito – scrive Violante – perché il partito siamo tutti noi, la generosità, la fratellanza, il significato dell’appartenenza a una comunità che aveva regole e gerarchie, ma che aveva soprattutto rispetto reciproco e fiducia”. Quel servizio d’ordine, composto da militanti responsabili e preferibilmente robusti, era principalmente destinato a prevenire, ad evitare le provocazioni e le possibili degenerazioni delle manifestazioni, innescate per lo più da provocazioni dei gruppi più estremisti, di frange di manifestanti, dei fascisti e talvolta anche da parte di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine pubblico. A volte incompresi nel loro stesso partito, mai abbastanza valorizzati e ringraziati per quel prezioso e oscuro lavoro, Diego Simioli e gli altri della vigilanza sono restati molto legati tra loro e con questo libro, raccontandone almeno in parte la vicenda, è augurabile che possano venire risarciti almeno sotto il profilo della memoria per l’affidabilità, la disponibilità individuale e collettiva, la capacità organizzativa e la passione di un gruppo di militanti che ha sempre lavorato per la sicurezza e la tranquillità di tutti, spesso anche di chi non ne condivideva le idee politiche ma si riteneva un democratico.
Marco Travaglini
Venerdì 22 Maggio, alle 17,30 alla sala incontri del Polo del ‘900 di Torino ( Piazzetta Antonicelli, Palazzo San Daniele) la Sezione ANPI Eusebio Giambone, in collaborazione con l’Unione Culturale Franco Antonicelli, presenterà il libro “2 Giugno 1946. Storia di un referendum” di Federico Fornaro. Con l’autore dialogherà la giornalista e scrittrice Donatella Sasso. Introdurrà l’incontro Laura Marchiaro, presidente della sezione ANPI. L’evento, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica, riassume le vicende del giugno 1946 quando, con il voto della maggioranza degli italiani nel referendum istituzionale l’Italia passò dalla monarchia alla repubblica, concludendo una lunga transizione dal fascismo alla democrazia, iniziata il 25 luglio 1943. Per la prima volta nella storia d’Italia le donne poterono votare al pari degli uomini e ventuno di loro furono elette all’Assemblea Costituente. Come ha scritto Piero Calamandrei: «Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re». Dalla dittatura alla repubblica: si tratta di una fase complessa e contraddittoria, che qui viene riletta alla luce del dibattito sulla questione istituzionale e del controverso approdo alla scelta referendaria, oltre che analizzando la competizione tra gli alleati inglesi e americani per l’egemonia sul Mediterraneo. Regno del Sud e Resistenza convissero fino alla Liberazione, in un dualismo destinato ad alimentare la tesi secondo cui si sarebbe potuto fare di più e meglio per garantire una reale discontinuità con gli apparati burocratici e amministrativi del vecchio regime fascista. Ma il radicale rinnovamento dello stato fu frenato dalle forze della conservazione, largamente compromesse con il fascismo e, soprattutto, dal delinearsi all’orizzonte della guerra fredda e della competizione globale tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Federico Fornaro ( Genova, 9 dicembre 1962 ) Saggista e politico, è stato presidente dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea «Carlo Gilardenghi» (Isral). Fra le sue pubblicazioni: Giuseppe Romita. L’autonomia e la battaglia per la Repubblica (1996), Giuseppe Saragat (2003), L’anomalia riformista. Le occasioni perdute della sinistra italiana (2008), Aria di libertà. Storia di un partigiano bambino (2008), Pierina la staffetta dei ribelli (2013), Fuga dalle urne. Astensionismo e partecipazione elettorale in Italia dal 1861 a oggi (2016) e Elettori ed eletti. Maggioritario e proporzionale nella storia d’Italia (2017). Per Bollati Boringhieri ha pubblicato 2 giugno 1946. Storia di un referendum (2021) e Il collasso di una democrazia. L’ascesa al potere di Mussolini (1919-1922) (2022). È stato Senatore della Repubblica e attualmente è membro della Camera dei Deputati.
Donatella Sasso. Redattrice esterna presso Giulio Einaudi Editore. Ha lavorato come ricercatrice di storia contemporanea presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini collaborando con il Polo del ‘900 di Torino. Svolge attività didattiche nelle scuole primarie e secondarie sui temi della storia contemporanea, dei diritti, dei conflitti contemporanei. Giornalista pubblicista dal 2011, ha scritto per «L’indice dei libri del mese», «Pagine ebraiche», «L’incontro», «Keshet», «Prometeo», «Most» e «East Journal». Autrice di “Milena, la terribile ragazza di Praga”, Effatà, Cantalupa (Torino) 2014, del volume per bambini “Danuta a Oslo”, David and Matthaus, Pesaro Urbino 2015 e con Enrico Miletto di “Torino ’900. La città delle fabbriche”, Edizioni del Capricorno, Torino 2015 e “Torino città dell’automobile. Un secolo di industria dalle origini a oggi”, Edizioni del Capricorno, Torino 2017, “La caduta 1953-1989. Dalla morte di Stalin al crollo del Muro”, Edizioni del Capricorno, Torino 2017, “Un’inconsueta felicità”, Golem edizioni, Torino 2021, “Piazza della Vittoria”, Golem edizioni Torino 2023.
Libreria Feltrinelli
Piazza C.L.N. 251
Torino
Presentazione del libro
I sonnambuli e i ribelli.
Perché in Italia non c’è protesta sociale
di Ruggero D’Alessandro
(Meltemi Edizioni)
Torino è la città ideale con la sua tradizione storica di lotta radicata nel suo carattere industriale e nel ruolo centrale del suo movimento operaio e studentesco per parlare di desiderio di giustizia sociale e libertà. Dimentichiamo però i cliché della militanza: oggi la protesta si muove tra post, piazze fluide e identità precarie. È da qui che parte questo libro, dallo sguardo lucido e contemporaneo sulle ferite – sempre più visibili – della società italiana. Lo scrittore sociologo Ruggero D’Alessandro costruisce una riflessione critica sulle trasformazioni del presente, analizzando le dinamiche economiche, politiche e sociali che hanno progressivamente indebolito la protesta e la partecipazione collettiva. Con un linguaggio – accessibile ma denso – l’autore mostra con chiarezza i temi cruciali: le disuguaglianze crescenti, la crisi della rappresentanza politica, il rapporto, sempre più ambiguo, tra capitalismo e democrazia. Rispetto al Sessantotto, è vero: i movimenti di oggi sembrano più inclusivi, forse, capaci forse di parlare a tutti. Ma come? Qualcosa si è incrinato. Il legame con i partiti si è fatto distante, quasi ostile. La politica istituzionale ha perso credibilità — lasciando spazio alla sfiducia diffusa e a all’un’astensione elettorale sempre più marcata. E allora la domanda resta sospesa, urgente: che futuro hanno i movimenti? La risposta, suggerisce il libro, sta nella loro capacità di evolversi. Le tecnologie continueranno a essere strumenti potentissimi di mobilitazione immediata, ma non basteranno. Serviranno nuove architetture della partecipazione: reti stabili, associazioni, circoli, centri sociali, comunità, capaci di connettere realtà diverse, luoghi dove tornare a incontrarsi, a discutere, a decidere. Perché, anche nell’era digitale, la politica ha ancora bisogno di spazi corpi e visioni condivise perché giustizia sociale e libertà continuino a non essere solo un obiettivo e un paradigma di riferimento. Ma diventino finalmente reali. E Torino con il suo tessuto urbano e sociale, con la presenza di università e centri culturali continua a essere un ambiente favorevole per facilitare l’organizzazione collettiva.
Dettagli dell’evento:
• Data: 5 giugno
• Orario: 18:00 – 19:30
Luogo: Libreria Feltrinelli
Piazza C.L.N. 25 – Torino
Durante la presentazione l’autore dialogherà con i presenti, approfondendo i temi del libro e rispondendo alle domande del pubblico.
Ingresso libero fino a esaurimento posti.
Per ulteriori informazioni: Meltemi Editore – www.meltemieditore.it
Scrivere di Massimo Centini è per noi quasi equivalente a scrivere per il Laboratorio del Graal. Se ce lo si permette, sono entrambi ‘prodotti culturali’ tipicamente torinesi, attenti verso ‘un certo qual modo di pensare’, con un certo qual modo di vivere, pensare e soprattutto guardare al passato come a uno spiritus mundi che vive ancora accanto a noi.
Chiaramente ognuno ha propri linguaggi e differenti campi di indagine. Il gruppo di meravigliosi musicisti rappresentato da Rosalba Nattero (seguendo le orme di un titano come Giancarlo Barbadoro) nacque come espressione musicale di Celtic Rock, prima di librarsi in volo anche verso altri sorprendenti traguardi.
Massimo Centini, con simili obiettivi segue invece altre strade; è serio antropologo che da decenni scrive trattati, oltre che essere esperto conferenziere e titolare di cattedra all’Università Popolare di Torino. Ha pubblicato saggi con Mondadori, Piemme, Rusconi, Newton & Compton, Yume, Xenia, Diarkos, Giunti, Triskel e altri. Alcuni dei suoi volumi sono inoltre conosciuti all’estero.
Per scrivere poche righe su PAGANESIMO VIVO ci troveremo quindi a nostro discreto agio. Da dove veniamo, chi siamo ora e soprattutto esiste un filo di Arianna che ci permetta di tornare alle nostre più remote origini?
Come erano spiritualmente organizzate queste nostre terre prima dell’avvento del Cristianesimo e come questo le ha nei secoli rielaborate facendole proprie? Massimo Centini, da grande antropologo culturale traccia un bimillenario filo di Arianna per riscoprire le culture arcaiche delle nostre terre, attraverso riti, testimonianze e documenti, delineando una storia che si nasconde tra folklore e identità assopite ma mai dimenticate.
Anche se non espressamente citato, ‘Paganesimo Vivo’ affronta la fondante e complessa realtà del Sacro e come ciò che noi esperiamo come Cultura Cristiana sia ben più antico di cosa si pensi.
Com’è che remoti culti pagani siano diventati per il primo vescovo di Torino (San Massimo, IV/V secolo d. C.) attività demoniache? Fu indispensabile questa cesura?
Il problema non fu solo suo, ma di un intero continente, ufficialmente cristianizzato ma che aveva per millenni adorato alberi, seguito culti lunari, solari, i ritmi della natura, sacrificato animali e umani in nome di divinità celtiche, germaniche, latine.
E’ poco noto, ma in Scandinavia il sacrificio umano fu praticato ancora nel basso medio evo. Volgendo lo sguardo al nostro passato, il passaggio culturale di Roma verso la nuova religione fu impresa enorme. Per questo arduo compito evangelizzatore furono incaricati gli ordini monacensi, soprattutto irlandesi. San Colombano ne è forse il più importante testimone.
La Chiesa cercò di cristianizzare popolazioni europee rurali agrafe come riuscì, sia con minacce di punizioni ultraterrene, che trasformando culti pagani cambiandone i templi in chiese e trasformando festività pagane in culti cattolici.
Massimo Centini con grande rigore scientifico ricostruisce nel suo ultimo libro usanze che affondano in tempi antichi, tracciando percorsi che attraversano intere epoche.
Cosa si nasconde nella figura dell’orso, ancora presente in molte feste piemontesi? Per quanto possa essere di non facile comprensione, l’Orso è un animale archetipico che vive ancora sotto la nostra pelle. E’ espressione zoomorfa dell’alpino ‘Uomo selvaggio’ che non abbandona la nostra cerebrale parte primitiva. Questa figura si ritrova nel folklore piemontese, lombardo, come in Francia, nella vicina Svizzera e in tanti territori alpini.
Il libro parla nel suo ultimo capitolo di acqua, del suo potere ristoratore, vitale e salvifico. Ben prima di diventare ‘fonte battesimale’, l’acqua faceva parte del Sacro praticamente in tutte le culture a noi conosciute. Per proprietà transitiva, anche chi attorno a questo elemento liquido operava faceva parte di sacre figure lenitive, se non guaritrici per un’umanità spaurita, con economie di sussistenza.
Interessanti pagine del libro parlano delle Aquane e del loro significato salvifico. Può suonare strano ma la l’umile lavandaia raccoglie importanti substrati sacrali. Le ancora ottocentesche lavandaie sono quindi ultima traccia di remote sacerdotesse che facilitavano la fertilità, dissetavano genti e gestivano complessi culti, oltre che il contatto con il mondo dei morti.
Insomma, leggendo questo libretto di neanche 100 pagine avremo la possibilità di assumere tante informazioni su come noi tutti ora siamo ma soprattutto su come noi lontanamente fummo.
Massimo Centini e il Lab Graal, nelle loro rispettive discipline, con il loro instancabile lavoro questo fanno… e lo fanno benissimo.
FERRUCCIO CAPRA QUARELLI
Il Centro Studi Giancarlo Barbadoro
Il Centro Studi (commissione di lavoro della Ecospirituality Foundation) nasce con lo scopo di divulgare e promuovere l’immenso patrimonio intellettuale lasciato in eredità dallo studioso e ricercatore Giancarlo Barbadoro scomparso nel 2019. Le sue ricerche nell’ambito della cultura non convenzionale, dalle nuove frontiere della scienza alle tradizioni dei Popoli naturali, dalla storia sconosciuta allo sciamanesimo e all’Eco-spiritualità, costituiscono una preziosa guida per affrontare temi insoliti e spesso non trattati con la serietà che meritano.
www.centrostudibarbadoro.it
www.triskeledition.com
SABATO 23 MAGGIO 2026, ORE 21.00 – IL CLUB del GARAGE DI ARTE & CULTURA, Piazza Statuto 15, Torino – INGRESSO LIBERO
“PAGANESIMO VIVO” Sacro e profano nella tradizione popolare
Volume nr. 6 della Collana “Les Cahiers du Graal” a cura del Centro Studi Giancarlo Barbadoro. (Edizioni Triskel)
A cura di Massimo Centini (Scrittore e Antropologo). Introduce Rosalba Nattero (Giornalista, Presidente Ecospirituality Foundation)
Info eventi: 011/530.846 – info@eco-spirituality.orgwww.eco-spirituality.org– www.centrostudibarbadoro.it–www.triskeledition.com
Facebook e Instagram @Ecospirituality Foundation
“Libro d’arte in galleria” in diversi luoghi dell’arte associati a TAG
L’associazione TAG Torino Art Galleries annuncia, in occasione del Salone del Libro di Torino, la sua partecipazione al Salone OFF con l’iniziativa “Libri d’arte in galleria per il Salone OFF”, con presentazione di cataloghi e libri d’arte, permettendo al pubblico di appassionati di conoscere da vicino gli artisti, i curatori, i critici d’arte che saranno protagonisti di conversazioni capaci di mostrate i retroscena dell’arte attuale e i suoi processi di cambiamento, insieme alle storie di artisti e galleristi da sempre impegnati sulla scena dell’arte torinese, poliedrica e avanguardistica.
“Siamo entusiasti di rinnovare la nostra presenza al Salone OFF per il terzo anno consecutivo – dichiara la presidente di TAG, Elisabetta Chiono – offrendo un ologramma ricco di ologrammatra autori affermati e nuove voci del panorama letterario. Dopo il grande successo della passata edizione, le nostre gallerie hanno deciso di rilanciare con proposte inedite, pensate per coinvolgere cittadini e visitatori uniti dalla passione per l’arte”.
Presso la galleria Febo & Dafne si terranno due eventi in collaborazione con Cooperativa Letteraria e Fuori Asse, di Mario Greco e Caterina Arcangelo. Sabato 16 maggio, alle ore 18, sempre alla Febo & Dafne di via Vanchiglia 16, Silvia Tomasi presenterà l’opera “I figli di Aracne”, che dialoga profondamente con l’immaginario visivo e con i temi della creazione del corpo e della metamorfosi. Si tratta di un testo capace di offrire spunti di forte connessione con il linguaggio dell’arte contemporanea.
Silvia Tomasi, appassionata del mondo letterario e artistico, ha collaborato all’allestimento di diverse mostre e, dopo l’esordio su riviste quali Il Paragone e Verri, ha collaborato a svariati giornali periodici.
Sabato 16 maggio, alle ore 19, presso la galleria Febo & Dafne verrà presentato il numero 34 della rivista Nuova Téchne, dedicata al tema dei vizi. La rivista, diretta da Paolo Albani, prosegue la tradizione della storica Téchne, nata come laboratorio di scrittura sperimentale, gioco linguistico e creatività letteraria. All’incontro parteciperanno il direttore Paolo Albani insieme ai redattori che, presentando il nuovo numero, dialogheranno con il pubblico sul tema dei vizi nella letteratura, argomento affrontato con ironia e spirito ludico, secondo lo stile caratteristico della rivista. Il numero 34 inaugura la collaborazione con la casa editrice Fuori Asse Edizioni e raccoglie materiali molto diversi fra loro, tra cui testi creativi, documenti, ritagli antologici e contributi originali che esplorano i temi da prospettive imprevedibili e, spesso, paradossali.
Sabato 16 maggio, alle 18.30, presso la galleria Gagliardi & DOMKE Contemporary, in via Cervino 16, verrà presentato l’evento, per cui è gradita la prenotazione, “Astrazione mediale”. Si tratta di una pittura che non rappresenta, ma accade. L’artista Davide Maria Coltro presenta le “Filiazioni”, pensate come libri, esemplari unici firmati e numerati. Ciascuno corrisponde a un momento irripetibile del flusso mediale. In conversazione con il gallerista Pietro Gagliardi, la presentazione verterà sul chiarire la questione dell’oggetto-libro come interpretato da Coltro. Informazioni su info@gagliardiedomke.com.
Sabatom16 maggio, alle 17.30, in via Della Rocca 29, la galleria Simóndi è lieta di ospitare nei propri spazi, in occasione della mostra personale di Roberto Casti intitolata “A melody from outside, una lettura scenica tratta dall’Aleph di Borges, con la voce di Vincenzo Valenti. Il racconti di Borges costituisce fonte di ispirazione nella ricerca artistica di Casti. info@simondi.gallery
Lunedì 18 maggio, alle ore 18, alla Crag Gallery, in via Maria Vittoria 45, verrà presentato il volume “Storia freudiana del cinema italiano – sessualità, traumi e tabù da Flaiano a Sorrentino” di Alessandro Chetta, in dialogo con Michelangelo Toma. Si tratta di un’indagine originale sul cinema italiano attraverso la letteratura della psicanalisi freudiana. Il libro attraversa autori, immagini e narrazioni per far emergere tensioni profonde, rimozioni e desideri che hanno attraversato decenni di produzione cinematografica, da Flaiano a Sorrentino, un’ occasione per rileggere il nostro materiale visivo tra pulsioni, traumi e tabù non ancora risolti. Per informazioni: info@cragallery.com.
Mara Martellotta
Incontro con l’autore Sabato 16 maggio 2026, Ore 15
La vita segreta della redazione di un grande giornale
Anonima Cronisti – Le Vespe – Golem Edizioni
Progetto in collaborazione con Associazione Dimore Storiche Italiane ETS
Nella Torino post-olimpica, un gruppo di cronisti indaga sull’omicidio di un consigliere legato a una speculazione edilizia. Tra pressioni esterne e intrighi interni alla redazione, emergono corruzione e vecchie truffe. In bilico tra carta e digitale, i giornalisti difendono verità e deontologia contro interessi e compromessi. Col romanzo d’esordio “Anonima cronisti” Beppe Minello, storico giornalista de La Stampa, racconta con esperienza, passione e ironia quaranta anni di vita da cronista. Fatti inventati ma ispirati alla realtà. In libreria dal 15maggio.
Informazioni: Palazzo Conti di Bricherasio –
www.palazzocontidibricherasio.com [1] – email
info@palazzocontidibricherasio.com – Tel: 366 6866556
Il caso Garlasco verrà illustrato a Torino dal giudice Stefano Vitelli, che presenterà il libro, scritto insieme al giornalista Giuseppe Legato, “Il ragionevole dubbio di Garlasco. Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia”, presso l’hotel Principi di Piemonte
Oggi alle 19.30, presso il Grand Hotel Principe di Piemonte, il giudice Stefano Vitelli presenterà il libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco. Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia”.
Protagonista per la prima volta a Torino il giudice Vitelli, magistrato che nel suo percorso giudiziario assolse Alberto Stasi nel caso di Garlasco, una delle vicende di cronaca più controverse e divisive della storia italiana recente.
L’occasione è la presentazione del libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco. Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia”, scritto insieme al giornalista Giuseppe Legato. Un’opera che apre una riflessione profonda sul significato del giudicare, sul leso delle decisioni e sul confine sottile tra verità processuale e pressione mediatica. Il dialogo, che chiude il programma di “Una serata tra le pagine”, nell’ambito del progetto Principi di Piemonte UNA Experience, sarà molto più di una presentazione letteraria, un incontro tra giustizia, dubbio, responsabilità e racconto pubblico. L’evento rappresenta un momento di rilievo per Torino, in quanto fa conoscere direttamente al pubblico piemontese la vice di un protagonista diretto di una vicenda, come quella di Garlasco che, a distanza di anni, continua a far discutere il Paese. Si tratta di una serata noncostruita sul clamore ma sulla complessità, in quanto esistono storie che non si concludono con una sentenza, ma continuano a vivere nelle domande che lasciano dietro di sé.
Giovedì 14 maggio – ore 19.30 – Grand Hotel Principi di Piemonte, via Piero Gobetti 15, ingresso libero fino a esaurimento posti.
Mara Martellotta
Una vita in due atti: il trionfo e la caduta. Enzo Tortora ha assaporato il successo straordinario del giornalista e presentatore amato dagli italiani, volto simbolo della televisione popolare e di programmi entrati nell’immaginario collettivo. Poi il dramma improvviso e devastante. Un uomo del tutto innocente e impotente, crollato sotto il peso di accuse rivelatesi false e di quello che ancora oggi viene considerato il più grande orrore – non soltanto errore – giudiziario della storia italiana.
In “Applausi e sputi”, pubblicato da Edizioni Piemme, il giornalista Vittorio Pezzuto ricostruisce entrambe le vite di Tortora. Un racconto che intreccia analisi storica approfondita e indagine umana, restituendo il ritratto complesso di un uomo travolto da una vicenda che ha cambiato per sempre il rapporto degli italiani con la giustizia e con l’informazione.

Nelle pagine del suo libro scopriamo più di un Enzo Tortora.
«Con Portobello e gli altri suoi programmi, il Tortora televisivo, pioniere e innovatore, aveva portato sul piccolo schermo l’Italia reale, la gente comune, ottenendo un successo di pubblico strepitoso e guadagnandosi anche tante invidie. Non fu soltanto un grande giornalista e uomo di spettacolo. Divenne anche un protagonista civile e politico. Dopo il suo arresto Marco Pannella lo candidò al Parlamento europeo. Eletto con mezzo milione di preferenze, scelse di dimettersi all’indomani della condanna in primo grado a 10 anni di carcere per spaccio di droga e appartenenza alla camorra. Trasformando il suo calvario personale in una battaglia radicale per i diritti e la giustizia giusta, lottò fino all’ultimo giorno per migliorare la condizione dei detenuti, contro l’abuso della carcerazione preventiva e a favore della responsabilità civile dei magistrati. Amava ripetere: “Ero liberale perché avevo studiato, sono radicale perché ho capito”. È stato uno straordinario leader politico, una persona molto seria e rigorosa, con un grande senso dello Stato».
Lei sostiene che il caso Tortora abbia inaugurato il processo mediatico.
«Senza dubbio. Tortora venne arrestato alle quattro del mattino all’Hotel Plaza di Roma. Fu trattenuto per ore in caserma e fatto uscire soltanto quando fuori c’era la certezza di trovare un plotone di telecamere e fotografi appositamente convocati per distruggerne l’immagine e la reputazione. Da quel momento si prese poi l’abitudine di depositare direttamente in edicola gli atti che riguardavano l’inchiesta a suo carico: uno stillicidio di menzogne e testimonianze false dai contenuti surreali».
Che cosa è cambiato oggi rispetto ad allora?
«Oggi il processo mediatico è diventato permanente. Con i social si viene giudicati colpevoli o innocenti all’istante, in base alla simpatia o antipatia che si suscita. Quanto alla televisione, ormai non c’è fascia oraria che non proponga la sua dose di talk show sul caso giudiziario più appetitoso. Ci sono avvocati e giornalisti che abitano letteralmente negli studi tv, dibattendo per ore e ore di cose che non conoscono o di atti che per legge dovrebbero restare riservati. Negli anni Ottanta il Paese disponeva ancora di anticorpi importanti: giornalisti e uomini di cultura come Leonardo Sciascia, Giorgio Bocca ed Enzo Biagi compresero quasi subito l’assurdità delle accuse rivolte a Tortora. Oggi tutto è più rapido e più feroce. Eppure i processi veri continuano a essere lentissimi e il loro verdetto quando arriva non interessa più a nessuno: nel frattempo l’opinione pubblica è stata infatti sedotta da altre vicende di cronaca nera. Dal caso Tortora in poi si contano decine di migliaia di errori giudiziari e casi di ingiusta detenzione. E continua il malcostume di moltissimi cronisti che ogni volta fanno da acritica cassa di risonanza alle tesi colpevoliste della Procura di turno. Credo che la riforma più urgente dovrebbe essere la separazione delle loro carriere da quelle dei pubblici ministeri che passano loro le carte».
Pensiamo anche al recente referendum…
«Il corpaccione elettorale non ha ragionato davvero sul merito del quesito, ha votato su altro. Ad esempio al Sud ha protestato contro la cancellazione del reddito di cittadinanza. Abbiamo peraltro assistito a un pessimo dibattito, frutto di due trasformismi politici: pur di ridurre la consultazione a un maxi-sondaggio sul governo e su Meloni, gran parte della sinistra ha deciso di buttare a mare la sua storica posizione a favore del giusto processo e della separazione delle carriere dei magistrati; mentre la destra, che in buona parte è sempre stata giustizialista e manettara, ha provato a difendere le ragioni del Sì ma senza convinzione perché poco convinta. Un’occasione perduta per l’intero Paese».
Gran parte della prima vita di Tortora, quella degli applausi, è legata alla televisione. Che cosa deve la tv italiana a Enzo Tortora?
«Innanzitutto uno stile. Tortora portò in tv eleganza, precisione linguistica, persino il corretto uso del congiuntivo. Era colto e raffinato ma mai pedante, popolare senza essere volgare. Aveva la capacità di innovare continuamente il linguaggio televisivo. Inventò formule televisive che anticiparono ad esempio il televoto, la moviola e le nomination. Fu anche un pioniere delle televisioni private e lottò per difendere la loro esistenza, contro l’allora monopolio della Rai: passando da Telebiella a Telealtomilanese e arrivando ad Antenna 3 Lombardia contribuì a immaginare e soprattutto a realizzare una tv diversa. Diversa perché libera».
C’è un episodio che racconta bene il suo modo di fare televisione?
«Quando morì il calciatore granata Gigi Meroni, Tortora decise di non dare immediatamente la notizia durante La Domenica Sportiva, perché voleva essere sicuro che la famiglia non lo apprendesse dalla televisione. Era un giornalista che aveva un fortissimo senso umano e professionale del limite. Oggi quanti farebbero lo stesso?».
Tortora – e per questo fu licenziato – definì la Rai “un jumbo guidato da boy scout”. Vale ancora quella definizione?
«Non è più un “jumbo” in termini di ascolti e influenza, ma resta pur sempre una macchina enorme retta direttamente dai partiti e dai loro dipendenti. Quando qualcuno si ostina ancora a definirla “la più grande azienda culturale del Paese” mi viene da sorridere. E il sorriso si trasforma in riso se penso a quanti libri leggono ogni anno i suoi dirigenti».
Le è piaciuta la serie Portobello di Marco Bellocchio, che ha tratto sicuramente ispirazione anche dal suo libro?
«Ne sono stato il consulente storico e il prodotto finale mi ha soddisfatto. Per definizione ogni fiction contiene anche elementi di fantasia ma è stata fatta con grande rigore professionale. Fabrizio Gifuni si è confermato un mostro: attore di straordinario valore e persona di grande sensibilità, è riuscito a restituirci appieno gli occhi, i movimenti del corpo, la parlata stessa di Tortora».
Sa che molti giovani con cui ho parlato non sanno neppure chi fosse Enzo Tortora? Ma è mai possibile?
«Purtroppo sì. È il segno di un Paese che coltiva poco la memoria collettiva. Anche per questo ho scritto la prima edizione di Applausi e sputi nel 2008 e ho deciso oggi di aggiornarla: perché la sua storia continua a parlarci del presente. Quando uscì la prima edizione, la vicenda era già stata quasi rimossa. Molti, troppi giornalisti antropofagi avevano interesse a dimenticare e a far dimenticare il loro turpe contributo nel tiro al Tortora. Quanto ai magistrati che arrestarono prima e condannarono dopo Tortora, non hanno mai riconosciuto i propri errori, non sono stati sanzionati, non hanno dovuto pagare alcun risarcimento a lui e alla sua famiglia e hanno continuato a fare carriera per anzianità. Soltanto uno si dimostrò diverso, onorando la sua professione: il giudice istruttore Michele Morello, che lesse davvero le carte e comprese quanto quelle accuse fossero inconsistenti, false e contraddittorie. E la storia, fortunatamente, finì in altro modo».
Cristiano Bussola
