C’è un fenomeno che chiunque utilizzi la metropolitana di Torino conosce fin troppo bene: l’ingresso senza biglietto, saltando i tornelli con disinvoltura o accodandosi a chi paga, come se il rispetto delle regole fosse un fastidio per ingenui.
Non si tratta più di episodi isolati, ma di una pratica quotidiana, ostentata, normalizzata. E proprio questa normalizzazione rappresenta il vero problema.
Il viaggio clandestino non è soltanto una violazione amministrativa. Il patto civico, quell’accordo tacito per cui ciascuno contribuisce, secondo le regole, al funzionamento dei servizi pubblici è in totale declino. Chi non paga non elude il sistema, ma truffa gli altri cittadini, quelli che il biglietto lo acquistano, che rispettano le regole e che, proprio per questo, si sentono sempre più soli e beffati.
La domanda è inevitabile: dove sono i controlli GTT? Dove sono gli operatori incaricati di vigilare, di scoraggiare, di sanzionare? I tornelli, da soli, non bastano. Senza una presenza visibile e costante, diventano poco più che scenografie urbane, facilmente aggirabili da chi ha deciso che le regole valgono sempre per qualcun altro.
La sensazione diffusa è quella di un’assenza istituzionale. Non solo mancano i controlli, ma manca anche un messaggio chiaro: che pagare il biglietto è un dovere, non un’opzione. In molte città europee l’evasione tariffaria è contrastata con fermezza, continuità e un’idea precisa di legalità quotidiana. A Torino, invece, sembra prevalere una rassegnazione silenziosa, che finisce per alimentare l’illegalità invece di contenerla. E i cittadini sono stanchi. Stanchi di assistere ogni giorno a scene di arroganza e impunità. Stanchi di sentirsi ingenui per aver fatto la cosa giusta. Stanchi di un clima in cui il rispetto delle regole appare quasi fuori moda, mentre la furbizia viene tollerata, quando non addirittura giustificata.
Cosa si può fare? Rafforzare i controlli, certo. Rendere visibile la presenza di GTT nelle stazioni, soprattutto nelle fasce orarie più critiche. Ma serve anche qualcosa di più profondo: una presa di posizione pubblica, chiara, netta. Perché la metropolitana non è solo un mezzo di trasporto: è uno spazio comune, uno specchio della città che vogliamo essere. Continuare a voltarsi dall’altra parte significa accettare un lento scivolamento verso l’idea che le regole siano facoltative. E una città che rinuncia alle regole quotidiane rinuncia, a poco a poco, anche al rispetto reciproco. Torino merita di meglio. E i suoi cittadini hanno il diritto di non sentirsi più spettatori impotenti di un degrado annunciato.
Maria La Barbera


Ogni epoca ha le sue violenze. Questo è l’insegnamento che ci deriva dalla storia. Ci sarebbe la tentazione di considerare i fatti di Torino del 31 gennaio in una linea di continuità, ad esempio, con Lotta Continua che mise a ferro e fuoco parti della città con l’assalto all’ “Angelo Azzurro” (che costò la morte atroce di un giovane lavoratore studente) e alla sede del MSI. Lotta continua giunse alla demonizzazione e all’assassinio del commissario Calabresi e parte di essa confluì nel terrorismo armato e un’altra parte nel giornalismo radical – chic alla Gad Lerner. Certo la violenza è sempre la stessa, ma i fatti di Torino fanno pensare al G8 di Genova che fu una vera devastazione della città. L’episodio del poliziotto pestato fa pensare al carabiniere che Giuliani avrebbe voluto uccidere con un estintore. Anche a Genova venne reclutata manovalanza violenza all’estero come in parte a Torino. Ciascuno mescolerà inevitabilmente i suoi ricordi, ma il fatto indiscutibile è che per 30 anni Torino ha tollerato l’occupazione dell’edificio di Corso Regina, diventato un covo della violenza in città e in Val Susa contro la Tav. In Val Susa gli contro la polizia sono stati continui e molto sanguinosi, ma quasi tutti hanno minimizzato. La procuratrice Generale del Piemonte che si sta rivelando una magistrata davvero fuori ordinanza, ha denunciato la realtà che si raccoglie dietro Askatasuna e ha denunciato la connivenza di certa borghesia torinese con un coraggio e una lucidità eccezionali. Gli intellettuali torinesi tacciono o vanno ad applaudire al palazzetto dello Sport Barbero e D’Orsi che si ritengono perseguitati e ragionano ormai con degli slogan preconfezionati. Gli intellettuali torinesi non ci sono più. Al massimo ci sono dei professori in cerca di una notorietà che non arriva. Al massimo ci sono collaboratori di giornali che scrivono le solite vulgate o parlano d’altro. Solo Carmine Festa ha scritto un editoriale sul Corriere degno di attenzione e rispetto. Tutti i militanti dell’antifascismo a costo zero perché il fascismo non c’è più da 81 anni, si trincerano dietro la parola magica Resistenza che non a caso è quella evocata anche dai cortei violenti del 31 gennaio che hanno bloccato la vita di un’intera città. Mentre vorrei chiedere all’Anpi di esprimersi su questo uso improprio della parola resistenza, mi domando come sia possibile in democrazia che 20-30 mila manifestanti possano bloccare una città intera persino nei soccorsi di emergenza. Questa non è più democrazia, ma prepotenza, mentre l’idea di trattare con i manifestanti per evitare incidenti si è rivelata un’utopia. Non è possibile che le Forze di Polizia siano lasciate in balia della violenza senza che l’imperio della legge abbia il sopravvento e tutti gli incappucciati siano identificati e arrestati in fragranza di reato. I fatti di Torino ci insegnano che la violenza bruta va stroncata, anzi andava da tempo stroncata. Il clima che si respira è quello della guerra civile e del terrorismo brigatista a cui si sicuramente guardano questi estremisti. Eletti nelle istituzioni che sfilano dietro alle insegne di Askatasuna vanno denunciati come fiancheggiatori della violenza ed emarginati dalla politica. Dicono che non sia possibile distinguere preventivamente gli estremisti violenti dai manifestanti “non violenti”. Ho qualche dubbio in proposito. Tuttavia, se è davvero impossibile identificare e prevenire, allora devono essere i non violenti senza virgolette a disertare certi cortei, isolando a priori l’ala degli scatenati. Senza drastici provvedimenti presi in modo tempestivo Torino non potrà liberarsi da chi vuole impadronirsi della città come neppure gli squadristi fecero con la Marcia su Roma perché il Re fellone chiamò al potere Mussolini. Il fascismo qui non c’entra e i contesti storici sono diversissimi, ma il biennio rosso dopo la Grande Guerra inaugurò una stagione fi ubriacatura ideologica e di violenza che portò a dover scegliere – come disse Croce – tra ordine e libertà. Quel cartello dietro al corteo di sabato che evoca la Resistenza fa pensare all’abbaglio incredibile dello storico partigiano Guido Quazza che vide nei contestatori violenti del ‘68 gli eredi dei partigiani.