Smantellato “market della droga” in Barriera

La Polizia di Stato ha arrestato nei giorni scorsi, nel quartiere Barriera Milano di Torino, un quarantatreenne italiano per detenzione di sostanza stupefacente.
L’operazione è stata condotta dalla Squadra Mobile a seguito di una mirata attività info-investigativa. I poliziotti, dopo aver monitorato un sospetto e continuo viavai di persone presso un’abitazione di proprietà di un cittadino italiano sita nei pressi dei giardini Montanaro, hanno deciso di procedere a un controllo.
All’interno dell’appartamento, gli agenti hanno rinvenuto un vero e proprio “market” della droga, caratterizzato da una varietà di sostanze particolarmente ampia. Nello specifico, sono stati sequestrati oltre 1,2 kg di hashish suddivisi in panetti, circa 2 kg di marijuana, 20 pastiglie e una dose in polvere di MDMA, LSD in formato liquido e in francobolli, 10 pastiglie contenenti un principio attivo dagli effetti allucinogeni e psichedelici (fenetilamina), una dose di buprenorfina (oppiaceo), nonché 275 grammi di funghi allucinogeni e circa mezzo chilo di altre sostanze vegetali, presumibilmente stupefacenti.
Inoltre, sono stati sequestrati 10.000 euro, ritenuti provento dell’attività illecita, quattro bilancini di precisione e materiale per il confezionamento.
Al termine delle attività, l’uomo, cittadino italiano di 43 anni, è stato arrestato e, su disposizione dell’autorità giudiziaria, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari.
Il procedimento penale si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari, pertanto, vige la presunzione di non colpevolezza a favore dell’indagato sino alla sentenza definitiva.

La trappola

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IL PUNTASPILLI di Luca Martina

L’attesissimo incontro, a Pechino, tra i presidenti cinese e statunitense sembrerebbe essersi risolto in un nulla di fatto.

Al di là del pomposo cerimoniale le conclusioni hanno deluso ampiamente le aspettative e questo ha avuto un immediato effetto negativo sull’andamento dei mercati finanziari.

Possiamo davvero parlare di un’occasione persa per avvicinare la pace nel Medio Oriente e per dissipare la nebbia esistente nelle relazioni sino statunitensi?

Nel grande teatro delle relazioni internazionali, pochi rapporti sono tanto determinanti quanto quello tra Stati Uniti e Cina. Il vertice di Pechino del 2026 non ha rappresentato una svolta spettacolare, né ha prodotto un accordo capace di ridefinire le regole del gioco globale.

Eppure, proprio nella sua apparente modestia, esso segna un passaggio cruciale: il passaggio da una fase di confronto aperto a una fase di stabilizzazione strategica, fragile ma necessaria.

Non a caso Xi Jin Ping ha aperto il vertice con questa domanda retorica ma con una forte valenza strategica: “Cina e Stati Uniti possono superare la cosiddetta ‘trappola di Tucidide’ e creare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze? Se riusciremo a unire le forze per affrontare le sfide globali, dare maggiore stabilità al mondo e promuovere il benessere dei nostri popoli, ciò determinerà il futuro delle relazioni bilaterali”.

Dopo anni di escalation commerciale, culminati nella fase più acuta della guerra dei dazi del 2025, entrambe le potenze hanno compreso ciò che la storia economica suggerisce con insistenza: in un conflitto tra sistemi così interdipendenti, non esistono veri vincitori, ma solo perdite più o meno contenute.

Il vertice si inserisce dunque in questa consapevolezza condivisa, consolidando una tregua già abbozzata nei mesi precedenti, senza pretendere di trasformarla in una pace definitiva.

Il linguaggio adottato, quello di una “stabilità strategica costruttiva” estesa su più anni, riflette esattamente questo cambio di prospettiva. Non si tratta più di risolvere le divergenze, ma di renderle gestibili. Non di eliminare la competizione, ma di incanalarla entro limiti prevedibili.

In questo senso, il risultato principale del summit non è ciò che è stato firmato, bensì ciò che è stato implicitamente accettato: l’impossibilità di un disaccoppiamento totale e il riconoscimento di un equilibrio fondato su reciproche vulnerabilità.

Questo equilibrio poggia su una dinamica tanto semplice quanto determinante.

Gli Stati Uniti, pur restando tecnologicamente dominanti, dipendono dalla Cina per l’accesso alle terre rare, elementi indispensabili per le filiere industriali più avanzate. La Cina, dal canto suo, non ha ancora colmato il divario nei semiconduttori di fascia alta e rimane legata all’ecosistema tecnologico americano per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale più sofisticata. È un sistema di dipendenze incrociate che scoraggia l’escalation e favorisce una stabilità tattica, anche in assenza di fiducia strategica.

In questo contesto, gli accordi annunciati appaiono volutamente limitati, quasi rituali. Gli impegni di Pechino ad acquistare beni agricoli, energia e aeromobili statunitensi e quello americano sulla vendita degli avanzatissimi microchips di Nvidia (in attesa di essere in grado di produrli domesticamente) ai gruppi cinesi ricordano da vicino la logica degli accordi “Phase One” della precedente stagione negoziale: strumenti più politici che trasformativi, utili a mantenere aperti i canali ma insufficienti a modificare le strutture profonde degli scambi. Anche la creazione di nuovi organismi di dialogo economico, come i consigli per il commercio e gli investimenti (Boards of Trade and Investment), rappresenta più un segnale di metodo che un cambiamento sostanziale.

Una delle novità più significative del vertice, tuttavia, non riguarda tanto i contenuti degli accordi quanto la composizione stessa della delegazione americana. Accanto ai rappresentanti politici, erano presenti circa una dozzina di amministratori delegati delle principali multinazionali statunitensi, tra cui figure di primo piano come Elon Musk, Tim Cook e Jensen Huang. Questa scelta segnala un ritorno esplicito dell’impresa al centro della diplomazia economica: non più semplice spettatrice delle tensioni geopolitiche, ma attore attivo nel tentativo di ricostruire un terreno minimo di cooperazione. La presenza coordinata dei rappresentanti del vertice del capitalismo tecnologico, finanziario e industriale americano, gli stessi, Elon Musk in primis, che, dopo essere stati testimoni della cerimonia di insediamento di Trump, incominciavano a dubitare della sua volontà di sostenere gli interessi dei gruppi dal loro rappresentati, ha dato al viaggio una dimensione concreta, volta a riattivare flussi commerciali e opportunità di investimento in un contesto reso negli ultimi anni sempre più incerto.

E tuttavia, mentre sul piano economico si tenta di ricomporre una relazione funzionale, sul piano strategico emergono con chiarezza le linee di frattura. Tra queste, nessuna è più sensibile della questione di Taiwan, cui la leadership cinese ha attribuito nei colloqui un rilievo centrale. Pechino ha ribadito con fermezza che l’isola rappresenta il tema più importante nelle relazioni bilaterali, avvertendo implicitamente che un’eventuale gestione giudicata ostile da parte di Washington potrebbe compromettere l’intero equilibrio raggiunto.

L’enfasi posta su Taiwan non introduce un elemento nuovo, ma ne accentua la portata politica: è il segnale che, al di là della distensione commerciale, il confronto strategico resta vivo e potenzialmente destabilizzante.

Eppure sarebbe un errore sottovalutare la portata di questa fase. La stabilizzazione della relazione, pur parziale, riduce in modo significativo l’incertezza globale. Per le imprese e per gli investitori, il rischio principale degli ultimi anni non è stato tanto il livello dei dazi, quanto la loro imprevedibilità. In questo senso, la prospettiva di una tregua prolungata – anche senza una riduzione immediata delle barriere – consente un ritorno alla pianificazione e riporta l’attenzione sui fondamentali economici.

Parallelamente, tuttavia, la competizione non solo continua, ma si approfondisce. La relazione tra Washington e Pechino è ormai strutturalmente definita da quella che si potrebbe chiamare una “contrapposizione competitiva”: una combinazione di cooperazione selettiva e rivalità sistemica. Entrambe le potenze stanno rafforzando le proprie capacità interne, investendo in settori strategici e costruendo barriere, non solo tariffarie ma anche tecnologiche e regolamentari. Gli Stati Uniti puntano a consolidare il proprio vantaggio nell’innovazione, soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale, mentre la Cina accelera gli sforzi per raggiungere l’autosufficienza tecnologica e sfruttare la propria superiorità nella scala industriale.

Questa competizione è particolarmente evidente proprio nell’ambito dell’intelligenza artificiale, che si sta progressivamente sdoppiando in due dimensioni distinte. Da un lato, l’innovazione di frontiera, dove gli Stati Uniti mantengono un vantaggio significativo; dall’altro, la diffusione e l’implementazione su larga scala, dove la Cina può contare su un mercato interno vasto e su una capacità industriale senza pari. Il risultato non è una convergenza, ma una divergenza controllata, in cui ciascun sistema sviluppa punti di forza complementari e, al tempo stesso, concorrenti.

Il vertice di Pechino assume così il significato di una tregua e non di una soluzione definitiva. È il riconoscimento, da parte di entrambe le potenze, che il costo del conflitto aperto sarebbe eccessivo, ma anche che la convergenza è ormai fuori portata. In questo spazio intermedio si colloca il futuro delle relazioni internazionali: un equilibrio dinamico, fatto di attriti e compromessi, in cui cooperazione e competizione coesistono senza mai annullarsi.

Per il resto del mondo, e in particolare per i mercati globali, questa fase offre al tempo stesso un sollievo e una sfida. La riduzione del rischio sistemico apre nuove opportunità, ma la frammentazione crescente dell’economia globale impone scelte sempre più selettive.

Come spesso accade nella storia, non è l’assenza di tensioni a definire un’epoca, ma la capacità di gestirle senza lasciarsene travolgere.

In filigrana, tuttavia, emerge una dinamica più profonda, che richiama una delle lezioni più antiche della storia: la cosiddetta trappola di Tucidide, secondo cui il conflitto diventa più probabile quando una potenza emergente sfida un ordine consolidato.

Sebbene il rapporto tra Stati Uniti e Cina sembri rientrare perfettamente nello schema evocato dal presidente cinese, con una potenza dominante chiamata a gestire l’ascesa di un concorrente strategico globale, a differenza del passato, l’elevato grado di interdipendenza economica e tecnologica introduce un elemento nuovo: la consapevolezza condivisa che una rottura sarebbe distruttiva per entrambe le parti.

Se la trappola di Tucidide descrive il rischio, la “stabilità strategica costruttiva” rappresenta il tentativo, ancora incompleto e fragile, di evitarla.

In questa tensione tra storia e innovazione si gioca il futuro dell’ordine globale: non nella promessa di una pace definitiva ma nella capacità delle grandi potenze di convivere entro un equilibrio imperfetto, senza trasformare la rivalità in conflitto aperto.

Perché, per citare una massima del filosofo Voltaire, spesso la tanto agognata perfezione finisce per essere la più acerrima nemica del bene… e della pace.

Giovani agricoltori, dalla Regione bando reecord da 20 milioni di euro  per il ricambio generazionale e l’ innovazione

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Un bando con la dotazione record di 20 milioni di euro per l’insediamento dei giovani in agricoltura e la nascita di nuove aziende agricole under 41 in Piemonte: è una somma quasi doppia rispetto agli 11,6 milioni del bando precedente.

Lo hanno voluto il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore al Commercio, Agricoltura e Cibo, Turismo, Sport e Post-olimpico, Caccia e Pesca, Parchi della Regione Piemonte Paolo Bongioanni, che illustrano: «Una delle sfide cruciali della nostra agricoltura, sottolineata con forza dalle associazioni di categoria e dall’intero mondo produttivo, è il ricambio generazionale. Anche in Piemonte l’agricoltura condivide negli ultimi anni il trend della contrazione complessiva del numero di aziende a fronte di un aumento delle superfici produttive, ma anche di un progressivo invecchiamento. Eppure vediamo che sempre più giovani sono attratti dal mondo rurale, dalle produzioni agroalimentari di qualità e dalla possibilità di applicare approcci innovativi nell’uso di risorse, tecniche e tecnologie. Servono incentivi che diano la scossa, che incoraggino con strumenti concreti i giovani fino a 40 anni a subentrare nelle aziende o avviarle da zero. Grazie a questo bando che verrà pubblicato nei prossimi giorni, la Regione Piemonte li accompagna nella fase di startup per valorizzare il contributo di innovazione, idee ed entusiasmo indispensabile nella nuova fase di rilancio e promozione dell’eccellenza agroalimentare piemontese».

In soli 2 anni la dotazione regionale per i giovani agricoltori è passata da 400mila euro a 20 milioni, oltre ai bandi per l’agricoltura di precisione e innovativa cui possono partecipare anche i giovani già beneficiari degli altri bandi. L’ultimo ha consentito la partenza di 299 aziende agricole under 41 in tutto il Piemonte, facendo crescere il numero complessivo di 444 unità dalle 5.902 del 2023-24 alle 6.346 del 2025, con una crescita del 7,5% e un’incidenza del 15% sul totale delle imprese agricole piemontesi.

I fondi provengono per il 40,70% da fondi europei, per il 41,51% da fondi statali e per i17,79% da risorse regionali. Il premio di insediamento è erogato in conto capitale: per poterne beneficiare, il giovane imprenditore dovrà assumere la carica di capo di un’azienda agricola, presentando un dettagliato Piano Aziendale. Ecco come funziona il premio d’insediamento:

  • Insediamento di un solo giovane (impresa individuale): € 45.000, con una maggiorazione di € 10.000 se l’insediamento avviene in zona di montagna.

  • Insediamento congiunto di due giovani (soci): € 35.000 per ciascun giovane, con una maggiorazione di € 8.000 per ciascuno in caso di insediamento in zona di montagna.

  • Insediamento congiunto di più di due giovani (fino a un massimo di cinque): € 30.000 per ciascun giovane, con una maggiorazione di € 5.000 per ciascuno se l’insediamento avviene in zona di montagna.

Aggiunge l’assessore Bongioanni«I criteri premiali del bando attribuiscono inoltre punteggi maggiori o precedenze all’imprenditoria femminile, agli insediamenti che aderiscono ai regimi di qualità come produzioni Dop, Igp, Doc, Docg e bio, a quelli in aree marginali o sottoposte a particolari regimi di tutela ambientale, a quelli particolarmente attenti all’utilizzo delle risorse idriche. È un bando pensato per coniugare il potenziale di competitività e sviluppo delle nostre giovani imprese con le trasformazioni dei mercati e l’evoluzione delle loro richieste e sensibilità, cui la giovane imprenditoria piemontese è pronta a rispondere con idee ed entusiasmo».

Il bando verrà pubblicato nei prossimi giorni e resterà aperto fino al 15 settembre 2026.

Evade dai domiciliari e compie una rapina in un supermercato: arrestato

Fugge dagli arresti domiciliari e rapina un supermercato: arrestato e denunciato per possesso ingiustificato d’arma. Questa è l’operazione della Polizia di Stato che ha portato all’arresto di un uomo italiano di 45 anni, ritenuto responsabile di una rapina avvenuta nel pomeriggio in un supermercato di via Nicomede Bianchi, in zona San Donato. L’intervento è scattato dopo la segnalazione arrivata alla Centrale Operativa della Questura, che ha inviato sul posto le volanti.

Gli agenti sono arrivati a pochi metri dall’ingresso, in una strada vicina, e grazie alla descrizione ricevuta hanno individuato il sospetto nei pressi dell’esercizio commerciale. Nel marsupio che aveva con sé è stato trovato un coltello con lama lunga circa 20 centimetri. Secondo la ricostruzione, l’uomo avrebbe minacciato i cassieri con l’arma e si sarebbe allontanato con alcuni prodotti, poi recuperati e restituiti dalla polizia al negozio. L’uomo era già sottoposto agli arresti domiciliari nella propria abitazione e per questo è stato arrestato anche per evasione. È stato inoltre denunciato per possesso ingiustificato di arma.

Il procedimento penale è ancora nella fase delle indagini preliminari; per questo, fino a sentenza definitiva, per l’indagato vale la presunzione di innocenza.

VI.G

“Walls and borders”

MARTEDì 19 MAGGIO

Sono iniziati grazie al nostro contributo e ALLA VOSTRA GENEROSITÀ i lavori di completamento del piccolo presidio sanitario di Zeerat in Afghanistan. L’area  di riferimento della Clinica conta circa 10.000 abitanti. In un Paese ove anche le cure mediche sono di difficile fruibilità per le donne si è deciso di adeguare la Clinica con una Sala Parto e un Laboratorio Analisi oltre ai servizi igienici attualmente inadeguati.Vi terremo al corrente della prosecuzione dei lavori.Ma continuano le iniziative di finanziamento del progetto. A partire dall’ evento del 28/4, che vedete in locandina. Vi aspettiamo numerosi!

Borgo Rossini, un nuovo ritmo per la Torino che si affaccia sulla Dora

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Edifici bassi, laboratori, Street art e nuove giovani vibrazioni.

Il Borgo Rossini, a Torino appartiene a categoria particolare di quartiere: non è un’area chiara e definita sulle mappe, ma un territorio percepito, riconoscibile da chi lo vive. È una zona di confine, distesa tra la Dora, corso Regio Parco e le vie che portano verso Vanchiglia. Qui la città non ha mai davvero deciso cosa essere, e proprio per questo ha lasciato spazio a una trasformazione più spontanea, meno dichiarata, ma profondamente interessante. Borgo Rossini è nata come area produttiva tra Otto e Novecento; la vicinanza alla Dora lo ha reso naturalmente vocato alla piccola industria: officine, magazzini, laboratori artigiani. Non c’è monumentalità, ma funzionalità. Gli edifici sono bassi, i cortili profondi, gli spazi pensati per lavorare più che per apparire. A differenza di altre zone industriali torinesi, qui non si è mai consumata una frattura netta. Non c’è stato un prima e un dopo, ma un lento cambiamento, le attività produttive hanno lasciato spazio ad altro senza sparire del tutto. È una continuità discreta, esile.

La presenza del Campus Luigi Einaudi, progettato da Norman Foster, ha introdotto un nuovo ritmo. Non si è trattato di una trasformazione spettacolare, ma di una mutazione progressiva: più passaggi, più voci, più tempo vissuto nello spazio pubblico. Gli studenti hanno modificato l’uso delle strade, dei bar, delle ore della giornata portando vivacità. Hanno portato una domanda nuova, a cui il quartiere ha risposto senza perdere la propria identità, ma aumentando le vibrazioni. Borgo Rossini non è un luogo di bellezza cittadina nel senso convenzionale, è, piuttosto, un quartiere che ha fatto dell’imperfezione una cifra estetica. I muri diventano superfici narrative, i cortili accolgono studi e laboratori, gli spazi industriali si trasformano in atelier o luoghi ibridi. Nulla è completamente compiuto, e proprio per questo tutto resta aperto. Per scoprire le sue attrazioni è necessario camminarci lentamente con un occhio curioso e pronto alla scoperta.

Il tessuto commerciale riflette questa natura intermedia. Non ci sono grandi catene, né un sistema consolidato. Ci sono piccoli bar frequentati da studenti e abitanti storici, botteghe artigiane, laboratori creativi, spazi informali che mescolano lavoro e socialità. È un’economia di prossimità viva, che contribuisce a definire un carattere senza imporlo. La Dora scorre accanto al quartiere come una presenza silenziosa concedono passeggiate aperte sul lungo fiume, i ponti, gli interventi di riqualificazione stanno cambiando lo sguardo. Quest’area potrebbe diventare uno dei punti di contatto più interessanti tra città e paesaggio fluviale, ma questa trasformazione richiede attenzione, misura, visione. Ed è proprio nel futuro che il quartiere si gioca la sua identità. Borgo Rossini non ha bisogno di essere reinventato, ma di essere accompagnato. Ha bisogno di spazi pubblici curati, capaci di favorire l’incontro senza cancellare l’esistente; di sostegno alle attività indipendenti, per evitare una sostituzione rapida e omologante, di un progetto sulla Dora che la renda davvero accessibile e vissuta, di servizi che tengano insieme studenti e residenti storici. Ha bisogno, soprattutto, di una storia personale consapevole, che lo protegga dal rischio di diventare semplicemente “il prossimo quartiere di moda”. Perché la sua forza sta proprio in questa sospensione, il Borgo è uno di quei rari luoghi in cui la città non è ancora del tutto compiuta, e proprio per questo resta leggibile, attraversabile, raccontabile. Un quartiere che non si impone, ma si lascia vivere senza ambizioni impossibili.

Torino è questa, ogni angolo, ogni area o quartiere possiede e contiene bellezze esposte, ma anche nascoste, discrete e in attesa di avere una identità più definita, certo, ma senza essere snaturate della loro unicità e dalla loro personalità.

 Maria La Barbera

La truffa si camuffa!

Prosegue la campagna promossa dalla Città di Torino e dal Corpo di Polizia Locale

Il 21 maggio il prossimo appuntamento in collaborazione con il Moica Piemonte.

Negli ultimi anni le truffe sono diventate una delle forme di criminalità più diffuse, mutevoli e difficili da contrastare. Non si tratta soltanto dei raggiri tradizionali e conosciuti a molti, ma di un fenomeno capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti sociali e tecnologici, sfruttando paure, fragilità e abitudini quotidiane delle persone. Anche Torino, come molte grandi città italiane, si ci trova a fare i conti con un aumento di episodi che coinvolgono soprattutto anziani, persone sole ma, sempre più spesso, anche cittadini giovani e digitalmente esperti. Il tratto più insidioso delle truffe moderne è la loro capacità di camuffarsi.

Non esiste più un solo profilo del truffatore: può presentarsi alla porta con un tesserino apparentemente regolare, telefonare fingendosi un familiare in difficoltà o un operatore di banca, inviare un messaggio sul cellulare che sembra provenire da un ente pubblico o da un corriere. Le tecniche cambiano continuamente, ma l’obiettivo resta lo stesso: creare urgenza, confusione e pressione emotiva per spingere la vittima a consegnare denaro, dati personali o oggetti di valore. Nella nostra citta’ i racconti di tentativi di raggiro si moltiplicano e descrivono situazioni spesso molto simili. C’è chi apre la porta a un falso tecnico della caldaia o del gas, convinto di dover affrontare un’emergenza domestica, chi riceve una telefonata da un sedicente carabiniere o avvocato che parla di un incidente o di un familiare nei guai e chiede soldi immediati e chi, davanti a un messaggio che sembra provenire dalla banca, clicca su un link pensando di dover verificare un pagamento o aggiornare un account. Email, sms e messaggi via WhatsApp vengono costruiti con grande attenzione, riproducendo loghi, linguaggi e modalità comunicative di istituti bancari, servizi di spedizione o piattaforme online. Talvolta basta un clic per compromettere la sicurezza dei propri dispositivi o consentire l’accesso a dati sensibili.

Ma accanto alla tecnologia continua a pesare la componente psicologica: i truffatori studiano le emozioni, fanno leva sulla paura, sulla fretta o sul desiderio di aiutare qualcuno. Per questa ragione la prevenzione e l’informazione rappresentano oggi strumenti essenziali quanto l’attività investigativa. Saper riconoscere un comportamento sospetto, prendersi il tempo per verificare un’informazione, non lasciarsi trascinare dall’urgenza del momento e chiedere consiglio a familiari o alle forze dell’ordine può fare la differenza.

Prosegue proprio con questo obiettivo, nelle circoscrizioni cittadine, la campagna “La Truffa si Camuffa”, e’ promossa dalla Città di Torino e dal Corpo di Polizia Locale per aiutare i cittadini a riconoscere i segnali di pericolo e difendersi dai tentativi di raggiro. Dal 10 febbraio ad oggi gli incontri hanno registrato una partecipazione significativa, coinvolgendo centinaia di cittadini che hanno condiviso esperienze personali, dubbi e suggerimenti, trasformando gli appuntamenti in occasioni concrete di educazione civica e sicurezza collettiva. La campagna mette in guardia sia dai raggiri digitali, come email sospette o messaggi che invitano a cliccare su collegamenti fraudolenti sia dalle truffe messe in atto da falsi tecnici, sedicenti incaricati di manutenzioni urgenti, finti parenti o automobilisti che simulano danni allo specchietto dell’auto per ottenere denaro. Sono previsti appuntamenti in tutte le circoscrizioni cittadine.

 

Il prossimo appuntamento si terrà il 21 maggio alle ore 15.30 presso il CSV Vol.To di via Giolitti 21, nell’ambito degli incontri organizzati in collaborazione con Moica Piemonte APS. All’incontro saranno presenti l’assessore Marco Porcedda e il consigliere regionale Silvio Magliano. Coordinerà i lavori la presidente del Moica Piemonte, Lucia Rapisarda.

 Maria La Barbera

 

La natura che accoglie, la Fattoria Sociale Paideia a Flor 2026

La Fattoria Sociale Paideia  partecipa a Flor 2026, la manifestazione che, nel weekend dal 22 al 24 maggio prossimi, trasformerà  il Parco del Valentino in un grande giardino diffuso, proprio nel cuore di Torino.
Per tre giorni lo stand della fattoria sarà uno spazio di incontro tra natura,  creatività, condivisione, in cui sarà possibile conoscere il progetto sociale,  scoprire i prodotti realizzati dalla Fattoria e partecipare  ad attività aperte a tutti.
Tra le varie proposte figura il laboratorio a passaggio “Sacchetti profumati”, un’esperienza sensoriale dedicata ai profumi della natura e “ Solo il seme sa” , laboratorio su prenotazione per bambini e bambine dai 3 ai 10 anni, alle ore 16, in cui i piccoli partecipanti realizzeranno un mini orto utilizzando materiali di recupero e semi da orto.

Sarà possibile presso lo stand acquistare alcuni prodotti della Fattoria Sociale Paideia, espressione di un’agricoltura sociale che pone al centro il rispetto per la terra e la cura per le persone. Si tratta di prodotti quali la confettura di fragole, la composta di cipolle rosse, la composta di peperoni, la vellutata di zucca e patate, lo sciroppo di fiori di sambuco, le nocciole in miele e nocciole tostate.
La Fattoria Sociale Paideaia rappresenta un progetto della Fondazione Paideia che, dal lontano 1993, offre un aiuto concreto ai bambini con disabilità e alle loro famiglie.  La Fattoria fa parte della Fondazione Paideia, nata per volere delle famiglie Giubergia e Argentero, e rappresenta un ente filantropico che opera per offrire un aiuto concreto ai bambini con disabilità e alle loro famiglie. È  stato scelto il termine ‘Paideia’ perché, in greco, significa infanzia, crescita, educazione, formazione e il centro offre assistenza, accoglienza e sostegno ai bambini con disabilità,  prendendosi cura di genitori, fratelli, sorelle, nonni, affinché  ognuno possa esprimere al meglio le proprie potenzialità. Obiettivo principale è  quello di sostenere la crescita dei bambini e di chi si cura di loro, partecipando alla costruzione di una società più inclusiva e responsabile.

Fattoria Sociale Paideia

Strada Pino Torinese 15/1 Baldissero Torinese (TO)

Strada Vicinale Oia 20 Caramagna Piemonte ( CN)

La ragazza fantasma e il confine sottile tra vita e morte

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri per ragazzi che si limitano a raccontare un’avventura. E poi ci sono storie che riescono a fare qualcosa di più difficile: parlare della paura, della crescita e persino della morte con il linguaggio del mistero e della fantasia. La saga de Gli Invisibili di Giovanni Del Ponte appartiene decisamente a questa seconda categoria.
Anche in questo volume ritroviamo la celebre squadra degli Invisibili: Douglas, Crystal, Peter e Magica, adolescenti diversissimi tra loro ma uniti da un legame profondo e da esperienze al confine tra il reale e il soprannaturale. Stavolta tutto prende avvio da Douglas e dai suoi misteriosi “poteri di porta”, che lo conducono oltre la soglia tra la vita e la morte. È lì che incontra Nancy, una ragazza che non ricorda cosa le sia accaduto e che scoprirà, poco alla volta, di essere morta.
Da questo momento il romanzo si trasforma in un viaggio inquietante e affascinante, in cui gli Invisibili dovranno affrontare Testa di Morto, presenza oscura e terrificante che incarna paure profonde e ancestrali. E proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti della scrittura di Del Ponte: la capacità di utilizzare elementi horror e paranormali non come semplice espediente narrativo, ma come metafora delle inquietudini adolescenziali. Crescere significa attraversare territori sconosciuti, confrontarsi con il dolore, con la perdita, con il senso di smarrimento. Gli Invisibili combattono mostri, ma in fondo combattono anche le fragilità della loro età.
L’autore costruisce una narrazione dal ritmo cinematografico, ricca di colpi di scena e atmosfere cupe, ma sempre alleggerita da momenti ironici e da dinamiche di amicizia autentiche. I protagonisti sembrano quasi una squadra di giovani supereroi: Peter è la mente razionale e strategica, Douglas l’impulsivo pronto a rischiare tutto, Crystal lotta con i propri poteri psichici, mentre Magica osserva da lontano ma continua a rappresentare un punto emotivo fondamentale per il gruppo.
Interessante anche il modo in cui Del Ponte intreccia suggestioni provenienti da mondi diversi: dalla narrativa fantastica ai fumetti, dal cinema horror ai classici romanzi d’avventura per ragazzi. Nelle atmosfere della saga si percepiscono echi di Stephen King, Neil Gaiman e dei grandi romanzi di formazione, ma il risultato mantiene comunque una forte identità personale.
Uno degli aspetti più riusciti della serie è proprio la sua capacità di parlare a pubblici differenti. Pur essendo pensata per giovani lettori, la saga riesce a coinvolgere anche gli adulti grazie ai temi affrontati e alla profondità emotiva che si nasconde dietro l’avventura. Non mancano infatti riflessioni sul bullismo, sul rapporto con i genitori, sulla solitudine e sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo.
Torinese, Giovanni Del Ponte è da anni una delle voci più interessanti della narrativa italiana per ragazzi. Nei suoi libri il mistero non è mai fine a sé stesso: diventa uno strumento per esplorare emozioni profonde e per accompagnare il lettore in quel territorio fragile e complicato che separa l’infanzia dall’età adulta. Ed è forse proprio questo il segreto della forza degli Invisibili: ricordarci che le paure, quando vengono condivise, fanno un po’ meno paura.
MARZIA ESTINI

La tenue trama dell’acqua di lago

 

Bonaccia, tempesta, onda, schiuma, increspature del vento, sciabordio lungo i moli. Chi è nato sulle rive del Verbano o del Cusio, come i persici, ha nel sangue la trama dell’acqua del lago. Non è cosa che si possa capire fino in fondo se non s’avverte dentro, nel profondo di se stessi. Si avverte, si prova un debole per quei ghirigori disegnati dalle correnti in superficie. Sono disegni, rughe cesellate nell’istante stesso che precede la loro cancellazione da un’altra onda. Affascina lo scorrere lento della corrente nelle vicinanze delle foci degli immissari, con i pesci che si mettono di traverso, puntando il muso in senso opposto, tenaci come salmoni pronti a spiccare il salto. Come ogni cosa viva mettono a nudo il loro spirito ribelle e stanno lì, in direzione ostinata e contraria. Anche i colori del laghi a nord del Piemonte – Maggiore, d’Orta, Mergozzo – il più delle volte, non s’accontentano delle mezze misure prediligendo tonalità forti: grigio metallo e antracite sotto la pioggia battente d’inverno; verdeazzurro carico, pieno di vita e di promesse in tarda primavera; dolente e malinconico, pur senza rassegnazione, negli autunni dove il colore delle foglie dei boschi tinge di giallo e arancio il riverbero dell’acqua vicino alle rive. Sul Cusio, nell’ombra di una nuvola che accarezza il Mottarone e fugge via, rapida, verso l’alta Valsesia, irrompe la scia di una barca a motore che taglia a metà l’immagine riflessa per poi lasciare all’acqua il compito di ricomporla, con le forme morbide e mosse di un’opera di Gaudì. Torce le immagini, le confonde. A volte le piccole onde appaiono e scompaiono a pelo d’acqua lasciando immaginare le squame del mostro del lago. Ma ci sarà poi davvero, il mostro del lago? E cosa potrà mai essere? Uno di quei draghi che infestavano l’isola prima che San Giulio li scacciasse, arrangiatosi a vivere nei fondali più scuri per scansare l’esilio? E’ maschio o è femmina, come quella creatura scozzese che non ama farsi fotografare? Questo è il lago d’Orta. E nel lago, questo è certo, vivono quei pesci che hanno poca voglia di farsi pescare. Sostando sulle rive dell’Orta o del Maggiore si avverte subito l’odore dell’acqua. Un odore forte, intenso, d’alga e di sassi bagnati, del legno tirato a lucido e verniciato di fresco del fasciame delle imbarcazioni, di quel vento che viaggiando raccoglie e conserva odori e profumi. Le prime canne da pesca, rudimentali attrezzi di bambù che da ragazzi ci si costruiva da soli, nel tempo si sono raffinate grazie alle mani esperte di artigiani di talento. Ora le usano in pochi, sostituite da quelle lucenti, super tecnologiche, leggere e flessibili come giunchi. Le canne telescopiche al carbonio sono però troppo sensibili per le mani segnate dai calli dei vecchi pescatori. Se proprio occorre ammodernarsi, meglio quelle robuste, affidabili, in solida vetroresina. Si sentono bene al tatto, stringendole tra le dita. Quasi tutti gli amici possiedono canne simili. E spesso, insieme, si va a pescare. Un modo come l’altro per stare in compagnia, rievocando scampoli di vecchie memorie. Secondo voi, tra amici, solitamente dove ci si trova? All’osteria per una bevuta e quattro chiacchiere? Al Circolo per una partita a scala quaranta, una briscola chiamata o una più impegnativa scopa d’assi? Alla balera, per fare quattro salti in compagnia di quelle che un tempo furono ragazze e oggi, sempre più spesso,sono diventate delle vedove? Secondo voi, dove ci si trova? Al bar, al cinema, sulle gradinate di un campo di calcio di periferia guardando l’arrancare dietro una sfera di cuoio giocatori di squadre che spesso perdono, qualche volta pareggiano e raramente vincono? O magari giù in piazza, seduti in fila su una panchina a guardar passare la gente, commentare le novità e le maldicenze, discutendo di sport e di politica? Il mondo è paese, si sa, e anche i passatempi sono più o meno gli stessi. Ma con gli amici abbiamo deciso diversamente. Con rispetto per tutti abbiamo scelto un’altra strada. Intendiamoci: le cose citate le facciamo anche noi, per carità. Si fanno, si fanno ma quando decidiamo di stare in compagnia ci si trova tra di noi in riva al lago. Là dove il Cusio fa una piccola ansa va in scena da tantissimo tempo, quasi fosse una rappresentazione di tragedia greca, l’infinita gara a chi dimostra d’essere il più scaltro tra la combriccola di stagionati pescatori e quei persici diventati, con il tempo e con l’età, sempre più furbi e sospettosi. Chi abbocca? Chi fa la figura del pesce lesso? Noi, facendoci prendere per il naso da quei ciprinidi a strisce – pesci “della Juve” come dice storcendo il naso uno dei nostri, granata fino al midollo – o loro, ingannati dall’esca luccicante e dall’incontenibile golosità? Difficile dirlo. Ci si scambia spesso di ruolo, nonostante la sfuggevole abilità dei guizzanti abitanti del lago. Ma questa è la storia che accompagna le storie di chi è nato e vive sui laghi e che sente scorrere dentro di sé la trama fluida dell’acqua dolce.

Marco Travaglini