Allo “Spazio Kairos” di Torino va in scena “Oasi Kebab” con la torinese Compagnia Teatrale “Operazione Miro”
Venerdì 30 gennaio, ore 21
Sul palco un racconto di drammatica, inquietante attualità. Al centro della storia che si va a narrare, giovani “post-Millenials”. I giovani–giovanissimi della cosiddetta “Generazione Z” (quella “coorte demografica” indicativamente nata fra gli ultimi anni del secolo scorso e la prima decina o poco più del Terzo Millennio); l’era dei “nativi digitali”, cresciuta con “Internet” e “Smartphone” e spesso, oggi, al centro di gravi episodi di criminalità più o meno organizzata (baby gang, violenza urbana, bullismo) generata da vari fattori e disagi generazionali sui quali è difficile esprimersi con reale competenza e unitarietà, ma certamente amplificati dalla deleteria “realtà virtuale” dei social media, nonché da “sottoculture trap” (la “musica trap” è colonna sonora di quel malessere giovanile fatto di rabbia e delirio di onnipotenza) esaltanti soldi, droga e violenza. Ma anche solitudine infinita, speranze scomparse nella voragine del nulla. Amici fidati e frequenti compagni di tristi avventure, le pistole esibite nei social con espressioni deliranti, coltelli che paiono parte integrante di un abito-divisa, portati come armi di difesa e (spesso) di offesa in giro per le strade, nelle notti della “Movida” … a scuola. Le comuni reazioni di noi “Boomers”: tanta incredulità, tanta tristezza, tanta dolorosa apprensione. Il tutto a fronte di episodi incomprensibili, ingiustificabili e sempre più frequenti. Registrati un giorno sì e l’altro pure. Ultimo, in ordine di tempo (come non ricordarlo!) l’uccisione in un Istituto Tecnico di La Spezia del diciottenne Aba, strappato a questo mondo con una feroce coltellata infertagli dal diciannovenne Zouhair Atif, per motivi di gelosia. Vite spezzate. Famiglie distrutte. E la società e la politica a farsi domande, ipotesi su ipotesi, perfino a litigare (lo sport preferito dei nostri “regnanti”) senza rendersi conto della necessità di serie prese di posizione, di richieste di sicurezza per cui non esistono colori politici, ma solo la volontà di un impegno comune in grado di riportare etica, pace, rispetto e fratellanza in questo nostro piccolo piccolo mondo.
Ed é proprio in questo mondo, attraverso queste strade e in preda a questi disgraziati “travagli” (su cui troppo mi sono dilungato e, di ciò, chiedo venia) che s’aggira il protagonista, specchio di un profondo “disagio post-adolescianziale”, dello spettacolo teatrale – inserito nella stagione “Unicum” di “Onda Larsen” – in programma venerdì 30 gennaio (alle 21) presso lo “Spazio Kairos” di via Mottalciata 7, a Torino. Titolo: “Oasi Kebab”.
Scritto da Bruno Orlando, viene messo in scena dalla torinese Compagnia “Operazione MIRO – Mondi Immaginari Realtà Obiettive” e vede sul palco lo stesso Orlando, con Martina Michelini e Luca Catarinella, gruppo nato dalla Scuola di Teatro “Sergio Tofano”, diretta da Mario Brusa, e dalla “Shakespeare School” di Jurij Ferrini. Al centro della storia, in una notte di pioggia, un diciannovenne che si finge un’altra persona per lavorare come cameriere nella panineria ambulante “Oasi Kebab”. Lo chef Francesco lo istruisce sulla gestione della notte, mentre il ragazzo ha in realtà “intenzioni criminali”, supportato da Clarissa, unica cliente presente.
La noia e l’incertezza sul futuro sono “presenze vive” sul palco. Che i tre attori trasmettono e ne condividono, in ogni minima sfumatura, con il pubblico. Così da chiedersi se mai, quelle brutte “canaglie” – “noia” e “incertezza” – possano davvero spingere a comportamenti avventati. E pericolosi. Di certo possibili in quell’oceano di malessere, silenzioso ma profondo e incombente nella sua terrifica realtà.
A confermarlo gli stessi attori: “La ‘Generazione Z’ ha subìto il trauma della pandemia da Covid-19 negli anni più importanti per la crescita personale e lo sviluppo di una propria identità. Non è un caso che il tasso di suicidi tra gli adolescenti in tutto il mondo sia salito come non mai: è l’effetto di un malessere generazionale. Un malessere che, diversamente dalle epoche passate, è più mentale che fisico, quasi senza sintomi. Eppure si sta male. In mezzo all’incertezza delle prospettive future, basta un attimo per ritrovarsi a compiere azioni avventate, senza un vero senso di fondo apparente. Quante volte di fronte a tragiche notizie ci domandiamo: come è possibile? La risposta è palese: queste azioni risultano essere una delle molteplici conseguenze causate dalla mancata promessa di un futuro”. Quella che ormai è spesso disattesa dalla nostra società. E da chi forse (famiglia, scuola, politica? O meglio, tutte e tre!) ancora potrebbe prendere in mano le redini di un “cavallo impazzito” apparentemente non più gestibile. Anche se, in lontananza, brillano ancora tenui lumi di speranza. Accesi spesso dagli stessi “giovani”. A noi tutti – istituzioni, madri e padri e nonni, tutti insieme – non lasciarli spegnere.
Gianni Milani
Nelle foto: immagini dallo spettacolo

