LIFESTYLE- Pagina 48

Lavastoviglie, tergicristalli e Baci Perugina? Li hanno inventati le donne

 

Figure straordinarie che con le loro “creature” hanno cambiato la storia di tutte e tutti.

Nonostante le loro scoperte abbiano determinato un cambio di rotta  per milioni di persone, non si parla mai abbastanza di quelle donne che grazie alle loro scoperte hanno messo in atto diverse rivoluzioni nei costumi della societa’ contemporanea. Non e’ retorica di genere, ma semplicemente una considerazione che va a supportare l’ipotesi secondo cui le donne per conquistare spazio nelle varie collettivita’ hanno dovuto combattere senza armi pari.

Tra le ideazioni raccontate in questo articolo molte, per cultura e per credenza, saranno state attribuite sicuramente a degli uomini, tuttavia non e’ cosi, e questo conferma che non esistono cose idee e genialita’ divise in base al sesso e ogni essere umano puo’ mettere a disposizione la propria intelligenza a servizio di tutti. 

Un primo caso e’ quello di Mary Anderson che ha inventato il tergicristalli meccanico. Dopo aver sperimentato, infatti, le copiose nevicate di New York che la costringevano a scendere dall’auto ogni volta che doveva pulire i vetri dalla neve, si e’ convinta che il problema dovesse essere risolto  e invento’ un meccanismo che con una leva posizionata internamente alla macchina faceva muovere una stecca di gomma sul vetro anteriore il cui brevetto fu depositato nel 1917; in seguito, sempre una donna, Charlotte Brigwood,  fece diventare automatico questo strumento, divenuto irrinunciabile, superando in efficienza il precedente.

A Josephine Cochrane  invece dobbiamo tutta la nostra gratitudine per aver dato vita alla lavastoviglie. Questa signora ingegnosa, una ricca aristocratica che dava molte cene nella sua casa, un giorno si accorse che le sue stoviglie si stavano rovinando a causa dei continui lavaggi, cosi’ si industrio’ e creo’ una macchina, brevettata nel 1886, che attraverso delle pompe, azionate manualmente,  introduceva al suo interno getti d’acqua capaci di detergere piatti, bicchieri e tutto il resto. Josephine, in seguito al successo della sua idea, fondo’ l’azienda  Garis-Cochran Dish-Washing Machine Company, ora di proprietà della Whirlpool Corporation.

E i Baci Perugina? Ebbene si’ anche qui c’e’ l’estro di una donna, una italiana: Luisa Spagnoli, la stilista, che prima del matrimonio con Annibale Spagnoli era Luisa Sergentini. Nel 1909 rilevo’ una drogheria che divento’ il laboratorio  Perugina che fondo’ insieme a Buitoni. Nel 1922 Luisa inventò un cioccolatino fatto con la granella di nocciole e un cuore di gianduia chiamato in un primo momento “Cazzotto” perche’ simile alla nocca di una mano; Giovanni Buitoni in seguito lo ribattezzò come  “Bacio Perugina” quello al cui interno si trovano pensieri e citazioni.

Caresse Crosby , invece, libero’ le donne dai rigidi corsetti fatti di ossa di balena, scomodi, dolorosi e anche poco etici considerando il tema della violenza sugli animali. Mary Phelps Jacob (il vero nome della Caresse) si cuci’ da sola il suo primo reggiseno, utilizzando dei fazzoletti di stoffa e del filo, in occasione di un ballo a cui doveva partecipare indossando un vestito la cui linea veniva alterata dal corsetto che avrebbe dovuto portare. Nel 1914 la sua invenzione fu iscritta nel registro dei brevetti arrivando senza rimpiazzi  fino ai giorni nostri in diverse e funzionali versioni.

Ve li ricordate, poi, i lunghi pomeriggi a giocare a Monopoli, bene anche qui la protagonista e’ una donna e precisamente da Elizabeth Magie Phillips che nel 1903, inspirandosi al Landlord’s Game, invento’ il tanto famoso e amato gioco da tavolo. Questo passatempo in realta’ nacque con un fine didattico, ovvero spiegare come mai i ricchi lo diventano sempre di piu’ mentre i poveri diventavano sempre piu’ poveri. Nel 1910 la Parker Brothers pubblicò il suo gioco e, 30 anni dopo, mise sul mercato il Monopoly, creato da Charles Darrow, che, al contrario purtroppo, premiava i monopoli piuttosto  che contrastarli, stesso gioco con diverso obiettivo ludico-sociale.

Tante altre donne si sono ingegnate e  hanno variato in positivo il corso della storia e delle nostre abitudini: Bette Nesmith Graham con il bianchetto per correggere gli errori di scrittura o dattilografia, Tabitha Babbitt attraverso la progettazione  della sega circolare (che pero’ non pote’ brevettare), Anna Connelly con la sua scala antincendio, Lyda Newman con la creazione della spazzola di setole (non animali) adatta ai diversi tipi di capelli.

Nonostante le loro scoperte e quelle di tante altre donne siano rimaste talvolte all’ombra rispetto a quelle portate alla luce dagli uomini, l’importanza delle loro  idee ha modificato per sempre usanze, consuetudini e  costumi , ha favorito il comfort riducendo  la fatica e   migliorando la qualita’ di molte  vite.

Proprio in questo momento molte altre donne sono a lavoro per il bene comune e per il progresso, ci auguriamo che il loro sogno e le loro abilita’ siano apprezzate e riconosciute in un’ottica e con un approccio di parificazione, in una prospettiva di totale equilibrio di genere.

MARIA LA BARBERA

Fiorenzo, l’operaio che faceva “i baffi alle mosche”

/

Quando ho conosciuto Fiorenzo – detto anche “stravacà-rundell” – era ormai in pensione ma il mio collega Rinaldo, più giovane di me, l’aveva avuto come “maestro” in fabbrica

Finita la scuola dell’obbligo, nonostante i buoni voti, Rinaldo aveva scelto – contro il parere dei genitori – di andare a lavorare in fabbrica. “Per studiare c’è sempre tempo“, si era detto. Un errore bello e buono che lui stesso, con il tempo, aveva ammesso. Sì, perché, come spesso accade, “ogni lasciata è persa“, e ciò che non si fa all’età giusta è ben difficile che si possa recuperare più avanti. Per sua fortuna Rinaldo aveva, come dire, “recuperato” ai tempi supplementari, da privatista, studiando di sera e lavorando di giorno. Era approdato alla Banca quando stava per festeggiare il suo venticinquesimo compleanno. Il signor Bruno, che aveva una fabbrichetta proprio sotto casa mia, lo diceva sempre anche a me: “Studia. Fat mia mangià i libar da la vaca“. Farsi mangiare i libri dalla vacca equivaleva, un tempo, a smettere di studiare per fare il contadino, imbracciando vanga, rastrello e falce al posto di penna, libro e quaderno. Quando non ce n’era necessità assoluta, era un peccato non “andare avanti” a scuola. Comunque, tornando a Rinaldo, non si mise certo a piangere sul latte versato. La fabbrica, un’azienda meccanica con una trentina di dipendenti, era poco distante da casa sua e venne assegnato come “bocia“, come apprendista,  alle “cure” di Fiorenzo. 

***

“ Dovevi conoscerlo a quel tempo, amico mio. Era un operaio provetto, in grado di fare “i baffi alle mosche”. Tirava di fino con la lima, maneggiava con abilità il truschino per tracciare e il calibro per le misurazioni. Era un ottimo attrezzista, in grado di preparare uno stampo per la pressa ma s’intendeva bene anche di macchine come le fresatrici e i torni. Per non parlare poi della rettifica”. Con quella macchina utensile, si lavora sui millesimi, togliendoli dal pezzo in lavorazione con precisione chirurgica, grazie alla mola a grana fine e durissima che garantisce un alto grado di finitura. “ Sotto la sua guida ho imparato, in quegli anni, a lavorare sulle rettificatrici in tondo, senza centro e su quella tangenziale, per le superfici piane. A volte bisognava mettersi la mascherina, soprattutto quando si lavoravano i pezzi cromati: quelle nuvole di acqua e olio emulsionabile che abbattevano le polveri  e raffreddavano il “pezzo”, non erano per niente salubri”.  Nell’officina, a lavorare con Riccardo e Fiorenzo, erano in diversi. C’era un capo operaio che veniva dalla provincia di Varese, soprannominato “lampadina“, con la sua crapa pelata e la palandrana blu dalle tasche sfondate a forza s’infilarci gli attrezzi; Antonio, tornitore dall’aria austera che al solo guardarlo metteva in soggezione; Luìsin, una specie di factotum che s’occupava principalmente del magazzino; Silverio, abile e scaltro saldatore che si esprimeva per metafore mutuate dalle pubblicità di “Carosello“; Ansaldi, addetto ai trapani, compreso quello radiale che sembrava davvero un mostro con il suo pesante mandrino che stringeva ragguardevoli punte adatte a forare le lastre più grandi.

***

Dal racconto di Riccardo pare proprio che si respirasse un clima di grande umanità in quei capannoni. Anche gli scherzi che toccavano alle “matricole“, non erano mai troppo pesanti. Se mandavano a prendere la “punta scarpina del 43“, il calcio nel sedere veniva quasi appoggiato alle chiappe, senza foga. Un “ricalchin“, niente di più. Chiedere al fresatore di poter ottenere un po’ “d’acqua d’os“, comportava una annaffiatura appena accennata con lo spruzzino a mano. In caso di necessità, richiesto con i dovuti modi, non mancava mai l’aiuto dei più esperti, segno di una disponibilità al giorno d’oggi quanto mai rara. “Un giorno Fiorenzo, soddisfacendo la mia  curiosità – racconta Riccardo   mi spiegò l’origine di quel soprannome  che s’era “guadagnato” da giovane, lavorando in una fabbrica un po’ più grande. Portando una cassa di rondelle di ferro verso il magazzino non aveva visto in tempo un buco nel pavimento ed il carrellino si era ribaltato, rovesciando sul pavimento l’intero contenuto”. Aveva impiegato una mezza giornata a scovarle, quelle maledette rondelle. Erano finite dappertutto: sotto le macchine e i banchi, nei cumuli di trucioli di ferro e tra la segatura che avevano buttato per terra sotto l’alesatrice per asciugare l’acqua che colava giù. “Da quel momento sono diventato lo “stravacà-rundell”. Poco importa se quella è stata l’unica volta che mi è capitato”, ammetteva, sorridendo, Fiorenzo. Personalmente l’ho conosciuto al circolo, una dozzina d’anni fa. Da quando gli era morta l’Adalgisa, sua moglie, veniva più spesso a fare quattro chiacchiere e una partita a carte insieme a noi. Raccontando degli episodi della fabbrica – che trovavano conferma nelle parole di Riccardo – emergevano altre figure, alcune esilaranti come nel caso di Igino e di Fedele. Entrambi avevano l’abitudine del bere che consideravano tale, rifiutando categoricamente che fosse “un vizio“. Igino lo conosco e me ho avuto prova quando,  insieme, siamo andati, una mattina di primavera, a pescare nel Selvaspessa, il torrente che dal Mottarone scende giù fino al lago Maggiore. Prima di raggiungermi sul greto del torrente, aveva fatto colazione “alla montanara“: pane, formaggio e una grossa tazza di caffè e grappa, dove la grappa prevaleva e di molto sul caffè. Dopo un’ora che si pescava, chiamandolo e non ricevendo risposta, lo trovai sdraiato su di un sasso, con i pantaloni arrotolati sopra il ginocchio e i piedi nudi nell’acqua corrente del fiume.

***

L’acqua era gelata ma lui, sbadigliando sonoramente dopo le mie scrollate, mi disse che “aveva caldo ai piedi e un po’ di sonno“, e così ne aveva approfittato. Roba da matti, penserete ma vi assicuro che per Igino era la normalità. Aveva un fisico bestiale. Quando la domenica, indossata la maglia azzurra del Baveno, giocava a pallone, correva sulla fascia come una locomotiva per l’intera durata della partita, mostrando una riserva inesauribile di fiato. E a caccia di camosci era capace di stare delle ore immobile, nella neve, per mimetizzarsi. Fedele, invece, era più indolente e si muoveva sempre e solo sulla sua “Teresina”, una Vespa 125 del 1953, che teneva lustra e curata nemmeno fosse la sua morosa. Fiorenzo e Riccardo ricordavano il giorno in cui l’autista dell’azienda, con la sua “Bianchina“, stava tornando da una commissione. Lo videro in fondo al viale alberato, con la freccia pulsante a sinistra. Alle sue spalle c’era Fedele, sulla sua Vespa. L’auto procedeva a passo d’uomo ma non svoltò a sinistra al primo incrocio. Fedele gli stava dietro, tradendo una certa impazienza. La “Bianchina“, nonostante la freccia sempre inserita, non svoltò nemmeno in procinto delle altre due strade che gli avrebbero consentito la deviazione annunciata dall’indicatore luminoso . Ormai persuaso che la freccia era rimasta inserita per una dimenticanza dell’autista, Fedele accelerò per il sorpasso. Fu in quel momento che, giunta in prossimità del cancello della fabbrica, l’auto svoltò repentinamente e Fedele, con una sterzata disperata, evitò di un soffio la collisione , infilandosi nel bel mezzo di una siepe di rovi. “ Non ti dico in che stato era quando riuscì a liberarsi dalla morsa dei rami spinosi”, confessò Riccardo.

***

Era uno strazio, con i vestiti strappati e il corpo coperto di graffi. Anche la sua  “125” era un graffio unico e soltanto la velocità, inaspettata quanto provvidenziale, del vecchio autista nel mettersi al riparo dalla sua furia – barricandosi nel gabinetto alla turca – impedì al motociclista di strozzarlo”. Quegli anni, certamente duri e non facili, venivano raccontati sia dall’anziano Fiorenzo che dal più giovane Riccardo come una specie di “formazione alla vita”.  “ Mi hanno aiutato a farmi la “scorza”, a capire come girano le cose e ad avere grande rispetto per il lavoro e per quelli che – quando hanno un impegno – non si tirano indietro, senza dimenticare che non costa nulla dare una mano a chi è in difficoltà e fatica a tenere il passo“, diceva Riccardo. Confidava di essere in debito con i suoi compagni di allora per tutte le cose che aveva appreso, “anche per quelle meno belle che- comunque – servono a volte più di quelle piacevoli”. Li aveva conosciuto Marcello, che voleva andare dal ginecologo perché “ghò mal ad un ginocc’.. ” e  De Maria, che conosceva a memoria la Divina Commedia; aveva lavorato gomito a gomito con Carmelo, una “testa fina” in grado di leggere i disegni tecnici più sofisticati che nemmeno un ingegnere avrebbe potuto “bagnargli il naso” e Morlacchini che, un giorno, si costruì una padella per le caldarroste talmente pesante che bisognava essere in due per far “ballare” le castagne sul fuoco. Tutti erano un po’ speciali e molto, molto umani. Forse – ne sono convinto anch’io che pure ho percorso una strada diversa – si dovrebbe andar tutti, anche per poco, a lavorare in fabbrica, in cava o in ambienti simili. Si capirebbero tante cose e si direbbero tante stupidaggini in meno.

 

Marco Travaglini

 

Torino e il tartufo: un profumo che arriva dalle colline e conquista la città

A Torino il tartufo non è solo un ingrediente: è un rito, una stagione dell’anima, un profumo che attraversa le cucine e si insinua nei mercati, nei ristoranti, nelle conversazioni tra appassionati. Anche se il suo cuore batte poco più a sud, tra le colline delle Langhe e del Roero, il tartufo trova da sempre nel capoluogo piemontese una delle sue vetrine più attente e competenti.
Gran parte del tartufo che arriva sulle tavole torinesi proviene infatti dalle zone attorno a Alba, territorio considerato tra i più vocati al mondo per la raccolta del tartufo bianco. Un prodotto che, una volta scavato nei boschi, trova nella ristorazione torinese un pubblico preparato e disposto a riconoscerne il valore.
Bianco o nero: due mondi diversi
Il più celebrato resta il tartufo bianco, raro, intensamente profumato, delicato e impossibile da coltivare. È quello che può raggiungere cifre importanti: il prezzo al chilo varia molto a seconda dell’annata, della pezzatura e della qualità, ma non è insolito che superi abbondantemente i mille euro nei periodi di maggiore richiesta.
Accanto al bianco, il tartufo nero occupa un posto stabile nelle cucine torinesi. Meno costoso, più resistente al calore e dal gusto deciso, viene spesso utilizzato anche in preparazioni elaborate. Non ha l’aura mitica del bianco, ma offre continuità e versatilità.
Il tartufo “da gara” e le aste del prestigio
Da anni, nelle zone di origine, si svolgono eventi e aste dedicate ai tartufi più pregiati, esemplari eccezionali per dimensione, forma e profumo. Alcuni di questi raggiungono valutazioni molto elevate e finiscono nelle mani di collezionisti, ristoratori o imprenditori disposti a cifre importanti pur di aggiudicarsi un pezzo unico. Sono momenti che contribuiscono ad alimentare il mito del tartufo e che rafforzano il legame tra territorio, economia e alta cucina.
Come riconoscere un tartufo di qualità
Il valore di un tartufo non si giudica solo dal peso. A fare la differenza è soprattutto il profumo, che deve essere intenso ma equilibrato, persistente senza risultare aggressivo. Anche la forma conta: un tartufo compatto, regolare e senza fenditure è generalmente più apprezzato.
Al taglio, la polpa deve presentare venature ben definite. Un tartufo troppo secco o, al contrario, eccessivamente umido perde valore. Per questo, nei ristoranti più attenti, la scelta avviene sempre davanti al cliente, che può vederlo, annusarlo e approvarlo prima della preparazione.
Pochi ingredienti, massimo rispetto
A Torino il tartufo viene trattato con una sorta di rispetto quasi religioso. I piatti più classici restano i più amati: tajarin al burro, uovo al tegamino, carne cruda battuta al coltello. Preparazioni semplici, pensate per non coprire il profumo del tartufo, che viene affettato all’ultimo momento, direttamente nel piatto.
Il burro, rigorosamente di qualità, va usato con parsimonia. Il tartufo non ama la competizione: meno ingredienti ci sono, più riesce a raccontarsi.
Torino, i ristoranti e la cultura del tartufo
Molti ristoranti torinesi, soprattutto quelli legati alla tradizione piemontese, dedicano ogni anno menu specifici al tartufo, spesso con piatti fuori carta che variano a seconda della disponibilità del prodotto. C’è chi punta sulla classicità assoluta e chi sperimenta, proponendo abbinamenti più audaci.
Negli ultimi anni sono comparsi anche piatti insoliti: gelati al tartufo, formaggi aromatizzati, persino cioccolato. Esperimenti che dividono gli appassionati, ma che testimoniano quanto il tartufo sia diventato un elemento centrale dell’identità gastronomica locale.
I cani da tartufo: compagni indispensabili
Dietro ogni tartufo c’è quasi sempre un cane. L’addestramento dei cani da tartufo è lungo e impegnativo: può durare anni e richiede costanza, esperienza e un legame profondo tra animale e cercatore. I cani più bravi possono avere un valore elevato, proprio perché determinanti nella qualità e nella quantità della raccolta.
Non esiste una razza unica: ciò che conta è l’olfatto, ma anche il carattere. Un buon cane deve essere concentrato, obbediente e capace di lavorare senza rovinare il tartufo durante lo scavo.
Una passione che va oltre la tavola
A Torino il tartufo non è soltanto una moda stagionale. È parte di una cultura gastronomica radicata, fatta di conoscenza, rispetto della materia prima e piacere della convivialità. Che sia grattugiato su un piatto di pasta o semplicemente annusato prima di essere affettato, il tartufo continua a esercitare un fascino particolare.
Un profumo che arriva dai boschi, attraversa le colline e trova nella città una delle sue espressioni più raffinate. Anche senza clamore, anche senza eccessi. Basta un piatto caldo e qualche scaglia sottile per capire perché, da queste parti, il tartufo non smette mai di far parlare di sé.
NOEMI GARIANO

Ode alla pausa

L’estate non è solo una stagione, è il momento per rallentare, dimenticare, ritrovarsi, parola di scrittori e psicologi.

In vacanza, il tempo prende una forma diversa: si allarga, si appiattisce, e noi ci muoviamo dentro come in un paesaggio senza orizzonte. Nel saggio “Le vacanze” (contenuto in Le piccole virtù), Natalia Ginzburg riflette con ironia su come la vacanza modifichi il rapporto con il tempo e la percezione delle cose: Una pausa che non è solo uno spazio neutro, ma anche una dimensione psicologica che modifica il rapporto con ciò che ci circonda. Cesare Pavese, lo scrittore italiano che meglio ha raccontato l’estate come tempo sospeso e malinconico ne “La casa in collina la luna e i falò” scrive che l’estate è rifugio e inquietudine. Mentre Virginia Woolf nel suo libro “Una gita al faro” racconta questo ciclo come simbolo di un’armonia fragile, di una pausa che diventa uno specchio delle dinamiche interiori e familiari.

L’estate, dunque, non è solo un periodo climatico, ma rappresenta un momento di pausa condiviso che risponde al bisogno umano di rigenerarsi, di pacificare il proprio interno con quello che lo circonda; si vive una sorta di apertura nei confronti dell’esterno, ma anche un momento di riflessione sul piano interiore; ci si scopre, le relazioni sociali si fanno più intense, ma si saggia, allo stesso tempo, una pausa dalle attività lavorative e di studio come un intervallo per rinascere.

Tra giugno e luglio, si cambia ritmo, le città si svuotano e i rumori abituali lasciano spazio ad un silenzio amplificato. L’estate entra nella testa e nel corpo e nei desideri; e’, dunque, solo un lasso di tempo che per convenzione interrompe molte attività oppure corrisponde anche ad un bisogno umano di riposarsi e riprendere le energie esaurite nel corso dell’anno?

Secondo gli psicologi, il nostro cervello non è progettato per la produttività continua. Il sistema nervoso ha bisogno di fasi di riposo per elaborare emozioni, rinvigorire la memoria e ridurre lo stress. Il “burnout” non è solo una parola di moda: è un segnale di un sistema che ha dimenticato l’importanza del “vuoto”. La pausa estiva permette alla mente di rigenerarsi, non è un lusso, né un capriccio, è un’esigenza: il “non fare” è attivo, creativo, generativo.

Il bisogno di staccare, inoltre, non è solo psico-fisiologico, corrisponde infatti ad usanze e riti culturali e antropologici consueti nel passato. Le ferie, come le conosciamo oggi, sono un’invenzione recente, nell’antichità, i momenti di sospensione del lavoro erano spesso connessi al calendario agricolo e religioso; la “festa” era un tempo sacro, dedicato al rinnovamento collettivo. In molte culture tradizionali, esistono ancora pratiche legate al riposo rituale: basti pensare alla siesta nei paesi caldi, ai digiuni cerimoniali, ai periodi di ritiro spirituale, tutti modi per legittimare tempo “improduttivo”. In questo periodo liminale, le regole si sospendono, i ruoli sfumano, ci si trova a metà tra la pausa e la trasformazione, si ferma l’ordinario per cercare lo straordinario.

Se si guarda all’estate dai diversi punti sopracitati si può affermare che ci troviamo in un periodo   in cui ci si può, e si dovrebbe,  prendere veramente cura di sé stessi e in cui il riposo è un atto dovuto e in antitesi con l’attitudine odierna alla frenesia, alle corse, alla performance e alle prove estenuanti.

Ode all’estate, come scriveva Pablo Neruda, elogio al riposo!

Di Maria La Barbera

Le camminate di Sentiero Verde riprendono domenica da Poirino

Domenica 18 gennaio, a Poirino, riprenderanno le escursioni del circuito Sentiero Verde, organizzate dall’Associazione di Promozione Sociale Camminare lentamente, con il patrocinio della Città Metropolitana di Torino. Lo slogan del primo appuntamento dell’anno è “si torna a camminare, benvenuto 2026! Ripartiamo da Poirino con dolcezza, lentezza e speranza”. Il ritrovo dei partecipanti è fissato alle 13.30 all’Agrigelateria San Pè di Cascina San Pietro 29, a Poirino. La tranquilla passeggiata invernale, promozionale di 6 km, partirà alle 14 e durante il percorso si raggiungerà la tenuta Banna, per poi rientrare al punto di partenza. Si tratterà di una breve camminata a partecipazione gratuita, adatta a tutti, necessaria per tornare a muoversi dopo la sosta di fine anno, per rivedersi e accogliere chi vorrà condividere il cammino di Sentiero Verde. Al termine della passeggiata, alle 16.30 circa, nel Salone Italia di Poirino sarà presentato il calendario delle prossime escursioni, organizzate da Camminare lentamente, e sarà possibile associarsi per il nuovo anno al costo di 10 euro per gli adulti e gratuitamente per i minori. La tessera per i sostenitori dell’Associazione, che comprende un gadget, costa 25 euro. I partecipanti all’escursione sono invitati ad utilizzare calzature adatte con suola antiscivolo. Obbligatoria la prenotazione  via email all’indirizzo camminarelentamente2@gmail.com almeno 24 h prima dell’evento.

La partecipazione alle successive camminate sarà riservata ai soci.

Info: 3806835571 – 3497210715

Mara Martellotta

A Pianezza la selezione regionale della First LEGO League Challenge

Sabato 17 gennaio prossimo le scuole dell’Arca di Pianezza, in provincia di Torino, in via San Pancrazio 65, ospiteranno dalle 9 alle 17 la selezione regionale della First LEGO League Challenge, uno dei più importanti contest internazionali di robotica educativa rivolti a ragazze e ragazze tra i 9me i 16 anni. L’iniziativa coinvolgerà circa 180-200 studenti organizzati in squadre, provenienti da scuole del Piemonte della regione Nord Ovest, impegnati in un percorso che unisce robotica, progettazione, innovazione, problem solving e capacità di comunicazione. Durante la giornata i team presenteranno i loro progetti a una giuria composta da esperti in campo tecnologico, educativo e archeologico, confrontandosi su competenze tecniche e trasversali. Il tema dell’edizione 2025-2026 si intitola “Unearthed”, e invita i partecipanti a esplorare ciò che è nascosto o sotterraneo, facendo dialogare archeologia, scienza e strumenti digitali. L’obiettivo è stimolare una riflessione su come le tecnologie contemporanee possano contribuire alla conoscenza del passato anche senza ricorrere allo scavo tradizionale, sviluppando nei ragazzi uno sguardo critico e interdisciplinare.

La First LEGO League Challenge si conferma un’esperienza formativa ad alto valore educativo, che pone al centro il lavoro degli studenti, la collaborazione di squadra e l’applicazione concreta delle conoscenze, promuovendo un apprendimento attivo e orientato alle sfide del futuro.

“Ospitare una selezione regionale della First LEGO Challenge – spiega Sara Montagnoni, presidente della Cooperativa l’Arca e referente dei percorsi STEM e di robotica educativa – è per la nostra scuola un riconoscimento importante. Siamo una realtà educativa radicata sul territorio, ma da sempre attenta a sviluppare nei ragazzi competenze che guardino al futuro: progettazione, uso consapevole delle tecnologie, capacità di analizzare dati, comunicare e lavorare su problemi complessi. Accolti in un contesto internazionale di Robotica educativa significa mettere in relazione passato e futuro, scuola e innovazione, offrendo ai ragazzi sfide di lettura del mondo indispensabili già nel prossimo futuro”

L’evento rappresenta un’importante occasione di valorizzazione dei territorio, rafforzando il ruolo delle istituzioni scolastiche come luoghi di sperimentazione, innovazione e dialogo tra educazione, tecnologia e comunità locale.

Mara Martellotta

Il Po e i suoi quartieri: anime diverse lungo lo stesso fiume

//

ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
.

 

In una Torino spesso raccontata attraverso le sue architetture monumentali e la sua anima industriale, il Po rappresenta la dimensione più intima e contemplativa della città. Un confine morbido tra natura e tessuto urbano, tra movimento e quiete, capace di offrire una lettura diversa dell’abitare contemporaneo.

Il Po scorre lento, silenzioso, mai invadente, eppure imprime un carattere preciso a tutto ciò che lo circonda. Vivere vicino al fiume non è soltanto una scelta abitativa, ma un vero e proprio stile di vita: significa abitare la città senza subirla, trovare uno spazio di respiro all’interno del ritmo urbano, ristabilire un rapporto quotidiano con il paesaggio.

L’acqua, in città, ha un valore che va ben oltre l’estetica. È luce che cambia durante il giorno, riflettendo il cielo e ammorbidendo i volumi architettonici. È aria che si muove e respira, un microclima naturale, uno scenario che rende gli spazi più vivibili, più umani. Abitare lungo il Po significa convivere con un paesaggio che non è mai statico: le stagioni si leggono nei colori delle rive, nei riflessi invernali o nelle ombre lunghe delle sere estive. Una presenza discreta ma costante, che accompagna la quotidianità senza sovrastarla.

Il Po come filo urbano

Il Po non attraversa Torino in modo neutro. La accompagna, la sfiora, la modella. E, nel farlo, incontra quartieri molto diversi tra loro, restituendo a ciascuno un’identità distinta. Vivere lungo il fiume significa scegliere non solo una vista privilegiata, ma un’atmosfera, un ritmo, un modo specifico di abitare la città.

Gran Madre: il salotto elegante sul fiume

Il tratto del Po che incontra Gran Madre è forse il più iconico. Qui il fiume dialoga con la monumentalità della chiesa, con i viali alberati e con una dimensione urbana composta, borghese, quasi parigina.

Abitare in questa zona significa vivere il Po come estensione naturale del proprio spazio domestico: una passeggiata mattutina lungo il fiume, una corsa al tramonto, uno sguardo che si posa sull’acqua prima di rientrare a casa. È il quartiere di chi cerca equilibrio, centralità e bellezza senza eccessi.

Crimea: residenzialità alta e silenzio

Poco più in alto, il Po lambisce la Crimea, una delle zone residenziali più riservate e prestigiose della città. Qui il fiume non è protagonista scenografico, ma presenza discreta, quasi protettiva.

Ville, palazzi immersi nel verde, strade tranquille: il Po diventa elemento di valore ambientale e simbolico. È il quartiere di chi sceglie la qualità della vita come priorità assoluta, lontano dal rumore ma perfettamente connesso al centro urbano.

Borgo Po e Cavoretto: tra città e collina

Nel tratto che accompagna Borgo Po e sale verso Cavoretto, il fiume dialoga con la collina. Qui l’abitare si fa più intimo, quasi sospeso tra piano e panorama.

È una zona di passaggio e di connessione: tra città e natura, tra il quotidiano e la dimensione più contemplativa. Il Po accompagna questa transizione, rafforzando l’idea di un vivere “a misura”, dove architettura e paesaggio convivono con naturalezza.

Il Valentino e San Salvario: il Po come spazio pubblico

Scendendo verso sud, il fiume incontra il Parco del Valentino e lambisce il quartiere di San Salvario. In questo tratto il Po diventa spazio pubblico, vissuto, attraversato, condiviso.

Il parco restituisce al fiume una dimensione sociale e culturale: studenti, famiglie, sportivi, cittadini di ogni età. È il volto più dinamico del Po, quello che racconta una città viva, in movimento, capace di mescolare energie e funzioni diverse.

I Murazzi: memoria e trasformazione

Infine, i Murazzi del Po. Un luogo che per anni ha incarnato la notte torinese, la movida, l’eccesso, ma che oggi si prepara a una nuova identità. Qui il Po è stato confine e movimento; oggi diventa opportunità di rigenerazione urbana.

Per lungo tempo i Murazzi hanno rappresentato l’altra faccia del fiume: rumorosa, informale, notturna. Una stagione intensa che ha lasciato il segno, ma che ha anche mostrato criticità legate al degrado e alla convivenza con il contesto residenziale. Oggi, però, il racconto sta cambiando.

Il progetto di riqualificazione annunciato dal Comune di Torino segna un passaggio simbolico importante: non una semplice riapertura, ma una ridefinizione profonda del rapporto tra città e fiume.

L’obiettivo è restituire i Murazzi come spazio pubblico continuo, vissuto durante tutto l’arco della giornata. Meno concentrazione di locali notturni, più funzioni ibride: attività culturali, ristorazione di qualità, botteghe creative, spazi per lo sport leggero e il tempo libero. Il fiume torna così a essere paesaggio urbano, non semplice sfondo.

Un nuovo modo di abitare il lungo Po

Questa trasformazione ha un impatto diretto sull’abitare. I quartieri affacciati sul Po — da Gran Madre alla Crimea — vedono rafforzarsi la loro vocazione residenziale di pregio, sempre più legata alla qualità dello spazio urbano e al benessere quotidiano.

I Murazzi diventano una cerniera tra centro e natura, tra memoria storica e progetto contemporaneo, tra vita sociale e quiete residenziale. Una visione più matura, più europea, che guarda ai waterfront urbani come infrastrutture culturali e ambientali.

Vivere vicino al fiume significa scegliere una relazione diversa con la città: più profonda, più armonica, più autentica.

C’è anche un valore simbolico, quasi archetipico. L’acqua è passaggio, trasformazione, continuità. Non a caso le città più affascinanti si sono sviluppate lungo i fiumi. Il Po, in questo senso, è memoria viva: ha visto cambiare Torino, ne ha accompagnato le trasformazioni, restando fedele a se stesso.

Il Po non uniforma: distingue. Attraversa la città come una linea continua che cambia voce a ogni quartiere. Ed è proprio questa la sua forza: offrire molte possibilità di abitare senza perdere coerenza. In una Torino che riscopre il valore dei suoi spazi d’acqua, il Po continua a essere non solo un elemento geografico, ma un vero luogo dell’anima urbana.

www.domus-atelier.com – info@domus-atelier.com

Memissima assegna gli Oscar dei meme in Italia

Venerdì 16 gennaio e sabato 17 gennaio a Torino torna il Festival della cultura memetica 

Fra le pagine e creators ospiti:
Filosofia Coatta, Vabe RagaA, Roncolate antichità, Memefattori,
Maidirememe, Sapore di Male, iconografieXXI e molte altre.
Venerdì 16 gennaio – Circolo dei lettori e delle lettrici, via Giambattista Bogino, 9
e Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, P.za Carlo Alberto, 8
Sabato 17 gennaio – Scuola Holden, Piazza Borgo Dora, 49

Torna MEMISSIMA e preannuncia novità e grandi sorprese per
la sua quinta edizione. Il festival della cultura memetica è ideato e diretto da Max
Magaldi che ospita venerdì 16 e sabato 17 gennaio a Torino le più importanti agenzie
di comunicazione e pagine meme da tutta Italia.

L’attesa più grande è riservata ai Meme Awards – gli Oscar dei Meme – che dopo il
successo delle edizioni precedenti, ci terranno anche quest’anno col fiato sospeso
scatenando il toto-meme sul web fino all’evento di premiazione finale in programma alle
21.00 di sabato 17 gennaio alla Scuola Holden di Torino.

Negli anni precedenti, l’oscar per il personaggio più memato dell’anno è stato assegnato a:
2024, Gennaro Sangiuliano; 2023, Gerry Scotti; 2022 Luigi Di Maio.

MEMISSIMA è il festival della cultura memetica prodotto da The Goodness Factory, con
il sostegno di Fondazione CRT, Camera di Commercio di Torino, Assessorato alle
Politiche Educative e Giovanili e con il sostegno di UNA, Aziende della
comunicazione unite e Reale Mutua Assicurazioni. Un progetto realizzato con il
Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Scuola Holden, Fondazione Circolo dei
lettori e il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli
Studi di Torino.

“In un mondo in cui la realtà ha superato i meme, Memissima prova ad usare i meme per
interpretare la realtà” – commenta Max Magaldi sintetizzando lo spirito della
manifestazione, che indaga il meme come linguaggio culturale capace di leggere il
presente e i suoi immaginari.

Memer e mondo della comunicazione da tutta Italia si danno quindi appuntamento a
Torino in occasione di MEMISSIMA fra case studies e nuovi linguaggi da indagare.
Protagoniste del festival saranno le più importanti pagine italiane a partire da Filosofia
Coatta, Vabe RagaA, Roncolate antichità, Maidirememe, Sapore di Male, memefattori,
iconografieXXI e tante altre.

A completare l’offerta del festival ‘Meme per gli acquisti’, l’incubatore sul
memevertising che ospita le agenzie di comunicazione italiane ed è pensato per
studiare il rapporto tra meme e pubblicità nell’incontro fra memer e admin di pagine
meme con agenzie di comunicazione e aziende e le lezioni di scrittura memetica che
per il terzo anno tornano a Scuola Holden il sabato pomeriggio.

PROGRAMMA DEL FESTIVAL, FRA TANTI OSPITI E TALK
Ad aprire la kermesse di MEMISSIMA, venerdì 16 gennaio, sarà il Circolo dei lettori e
delle lettrici, che ospiterà una sessione di talk del format “Meme per gli acquisti”. Il primo
incontro è in programma alle 10:30 con gli admin di Socialbag, che presenteranno il
“Wellmart Perugia – la storia del supermercato più scorretto e virale d’Italia” con la
moderazione di Glenda Allasia, CEO Alla Advertising. Alle 11:45, sempre al Circolo,
seguirà il talk “Razza Artificiale” dove Marco Rubiola e Max Magaldi dialogheranno
con, Elvis Tusha, Giuseppe Mastromatteo e Rick Dick su come l’IA stia cambiando la
razza umana.

Il programma prosegue nel pomeriggio, alle 15:00, con gli speed date, un format di
networking pensato per mettere in contatto admin e creator di pagine meme con agenzie.
alcune associate a UNA, Aziende della comunicazione unite e freelance del settore,
come Dunter, All Advertising, Instant Love, Thinking hat, Synestesia, An art Apart,
Creativa, Betrees.

Alle 18:00 Memissima si sposta al Museo Nazionale del Risorgimento per il talk “Fatta
l’Italia, memiamo gli italiani”. Una curatrice/archivista – Monika Szemberg -, un semiologo
– Gabriele Marino- e tre memer/creator di spicco – Filosofia Coatta (Giulio Armeni),
VaberagaA (Monica Magnani) e roncolate_antichità (Giorgio Milesi) dialogano
sull’intreccio satira/meme/politica stando con un piede nella staffa delle caricature del
fondo Dalsani del Museo del Risorgimento e l’altro immerso nell’universo memetico
contemporaneo, tra template, brainrot e intelligenza artificiale.
A chiudere la giornata, la sera del 16 gennaio dalle 21 presso una location segreta che
sarà annunciata sui social di Memissima “La guerra dei Meme”, una performance
musicale partecipativa di Giacomo Laser.
Il 17 gennaio il programma prosegue con le lezioni di scrittura memetica alla Scuola Holden:
alle 16:00 Paolo Danzì (Sapore di Male) ci parlerà de “L’algoritmo della nostalgia” esplorando
quanto il fascino del passato possa essere importante per narrare il presente.
Alle 17:30, partendo dal suo mini-documentario COSPLAYERS, Mattia Salvia
(IconografieXXI) ci spiegherà come l’assurdo è ormai diventato parte integrante della realtà
che ci circonda e quindi elemento per raccontare il presente.
Grande chiusura sabato 17 gennaio alle 21.00 con l’evento più atteso dai memer di tutta
Italia: i Meme Awards, gli “Oscar dei meme”.
Fino all’8 gennaio tutti i memers hanno avuto la possibilità di partecipare all’evento inviando i
propri meme a @memissimafestival, il profilo Instagram dell’evento: oltre 300 le pagine
hanno candidato i loro meme per l’edizione di quest’anno!
I meme candidati verranno giudicati da una giuria che individuerà i 4 meme finalisti per
le diverse categorie tra cui Personaggio più memato dell’anno, Politica e Attualità, Nerd,
Amio Noi, Scuola Università e Lavoro, Sport, IGP, Trash/Dank/Nonsense, Musica Arte
e Spettacolo e la categoria speciale SHIT HAPPENS ideata in collaborazione con
Piazzasanmarco.

I vincitori verranno scelti dalla combinazione tra il voto della giuria e quello dei follower della
pagina dell’evento Memissima/Meme Awards: per votare basterà seguire la pagina Instagram
ed esprimere la propria preferenza.

La crema al cioccolato è più golosa con banana e avocado

/

Un dolce al cucchiaio o una deliziosa e sana crema spalmabile per la merenda dei vostri bambini.

Pochissimi ingredienti golosi, pochissimi minuti di preparazione. Provatela, è perfetta per tutti.

Ingredienti

1 banana matura
1 avocado maturo
50gr. di cioccolato fondente
2 cucchiaini di miele (facoltativi)

Pelare l’avocado e la banana, frullarli nel mixer o schiacciarli bene con una forchetta. Sciogliere il cioccolato con poco latte e unirlo alla frutta. Unire a piacere il miele.
Conservare in frigo e servire fresca.

Paperita Patty