IL MONDO DEL BIO / di Ignazio Garau*
Diminuire i passaggi tra produttore e consumatore, abbattere le spese di trasporto, i costi e l’inquinamento conseguenti, garantire tracciabilità e rintracciabilità, fornendo al cittadino informazioni sulla qualità, la provenienza e la metodologia utilizzata per la creazione del cibo sono un’esigenza ormai inderogabile. Ma occorre approntare nuovi percorsi e nuovi strumenti
Aprirà nelle prossime settimane a Torino il primo negozio dedicato interamente alla “filiera colta”. Sarà il primo punto vendita della rete “BottegainBio” e sarà collocato nella galleria commerciale del Mercato Coperto di Corso Racconigi n. 51.
Diminuire i passaggi tra produttore e consumatore, abbattere le spese di trasporto, i costi e l’inquinamento conseguenti, garantire tracciabilità e rintracciabilità, fornendo al cittadino informazioni sulla qualità, la provenienza e la metodologia utilizzata per la creazione del cibo sono un’esigenza ormai inderogabile. Ma occorre approntare nuovi percorsi e nuovi strumenti.
“Filiera corta” e “Km0” sono termini di cui si è abusato frequentemente negli ultimi anni, proponendoli come risposta e soluzione ai problemi di malfunzionamento della filiera distributiva agroalimentare. Si tratta di definizioni che se da una parte hanno consentito di evidenziare un problema, dall’altra non hanno dato una risposta esaustiva alla questione della sostenibilità delle produzioni.
L’esperienza dei Gruppi d’acquisto è importante e coinvolge un numero dì significativo di persone e di famiglie, le vendite dirette, a partire da quelle realizzate nei mercati dei produttori sono utili, ma per quanto immaginiamo possa svilupparsi il rapporto diretto produttore-consumatore, non potrà che essere una piccola parte dei consumi complessivi (l’8, massimo il 10% dei consumi). I Gruppi di acquisto funzionano grazie all’impegno di pochi volontari, che quando vengono meno portano alla conclusione dell’esperienza.
Così anche il “Km0”, slogan molto efficace utile a sottolineare l’esigenza di un rapporto importante con il territorio in cui viviamo per l’approvvigionamento alimentare, ma che tralascia spesso e volentieri il tema dell’impatto sull’ambiente (e sulla nostra salute) della produzione agricola. Un prodotto può essere a Km0, ma non necessariamente è sostenibile.
E poi, come rispondere alla necessità di approvvigionarci di prodotti tipici di territori più lontani (agrumi, olio evo, ecc.) ormai entrati a far parte del paniere della nostra spesa? Senza contare che poi il cibo ha da sempre accompagnato l’uomo nelle sue migrazioni, diventando dono, strumento di condivisione e di conoscenza e, quindi, diventa problematico e anche non conveniente confinare i cibi in una ristretta area geografica. E poi, come giustificare il vanto italiano di un settore agroalimentare le cui esportazioni sono in costante crescita?
Ecco allora la scelta di costruire la filiera colta, un nuovo modo di gestire il tragitto del cibo tra il campo e la tavola, la nostra relazione con il cibo quotidiano, coinvolgendo nuovi protagonisti e figure professionali: il dettaglio specializzato, che, in questa nuova dimensione di relazioni e consapevolezze, può recuperare un suo ruolo e una sua funzione di servizio indispensabile e conveniente e la ristorazione, commerciale e collettiva, che è diventata protagonista nelle nostre esperienze alimentari quotidiane.
Una scelta che consente di progettare e programmare un nuovo modello di relazioni tra le aree urbane e i territori rurali, di definire “politiche alimentari sostenibili” per le città.
Il primo aspetto che caratterizza la “filiera colta” è la scelta del modello di agricoltura, un’agricoltura biologica e contadina, capace di coniugare diritti degli agricoltori e dei consumatori, sviluppo rurale e sicurezza alimentare: un’esperienza concreta e positiva, efficiente e produttiva, capace di garantire la sopravvivenza dei piccoli agricoltori, perseguendo la protezione della biodiversità e delle identità culturali, coerente con l’obiettivo di favorire una sostenibilità complessiva, una migliore qualità dei territori e della vita per tutti.
Anziché ricercare ulteriormente l’industrializzazione e la globalizzazione della produzione alimentare, occorre impegnarsi per sostenere la conversione all’agricoltura biologica di interi territori, cioè alla produzione sostenibile, appropriata alle specificità locali e su piccola scala.
Il secondo aspetto è l’alleanza tra produttori e cittadini co-produttori, per superare le distorsioni create dall’attuale catena distributiva, che sconta la preminenza della GDO e delle multinazionali alimentari, orientate ad agire su scala sovranazionale e intercontinentale prescindendo dai contesti locali, modello che pretende una industrializzazione e standardizzazione del prodotto alimentare, che comporta sprechi e assorbe la maggior parte del valore di vendita dei prodotti, a scapito appunto dei due protagonisti principali, gli agricoltori e i consumatori.
La consapevolezza che “mangiare è un atto agricolo” come efficacemente sostiene Wendel Berry, evidenzia la necessità di superare il concetto di consumatore come terminale passivo del processo produttivo – distributivo, per restituirgli il ruolo attivo di co-produttore a tutti gli effetti, alleato dell’agricoltore (o dell’artefice alimentare) e co-involto/co-interessato nella produzione agroalimentare.
L’affermazione del cittadino co-produttore porta conseguentemente a una contaminazione del ruolo dell’agricoltore, che diventa agri-tutore e agri-cultore, proprio per una sorta di acquisizione di nuove, o forse in alcuni casi antiche e abbandonate, “culture” nel complesso rapporto di collaborazione con la terra, intesa nel senso di grande essere vivente – terra madre, e con il territorio, luogo delle inter-relazioni.
Un percorso, dunque, che genera nuove collaborazioni, nuovi referenti e porta a ridefinire il rapporto dei prodotti con i territori di produzione e con i territori di consumo, le città le grandi aree urbane dove tende a concentrasi la maggior parte della popolazione mondiale. Conservando le differenze e non appiattendo-globalizzando si potrà rilanciare veramente l’alleanza tra l’agricoltore-agritutore biologico, (colui che tutela i territori e la vita con tutte le sue alleanze di questi territori) e il consumatore avveduto e co-involto in una sorta di sinergia Steineriana moderna e qualificante.
BottegainBio, un nuovo punto vendita dove conoscere il proprio cibo quotidiano e acquistarlo a prezzi convenienti, incontrare i produttori, informarsi e partecipare alle tante iniziative conviviali che saranno programmate.
*Presidente Italiabio



e forse la sua rielezione passa attraverso questo accordo. Dunque, caro Pd, non si discute: 2 candidati a presidente di circoscrizione debbono essere Moderati. Ed ecco il direttivo del Pd che approva le proposte (5 le astensioni ). Dalla effervescenza dei catalani si giunge alla disciplina dei Bulgari. Ora la lezioncina passa alle sezioni. Unico problema aperto delle liste in Comune, nella parte uomini. Su 20 posti ci sono 28 proposte. Essendo 19 riconfermati per “diritto” in quanto uscenti, è abbastanza facile la scelta. Mancherebbe una donna, probabilmente Adriana Scavello, consigliera di barriera della 6, radicata alla Falchera, ottima proposta di Nadia Conticelli. Rimane aperto il problema della 5, vista
l’indisponibilità di Marco Novello a quella candidatura. E sicuramente encomiabili quei 19 tesserati del pd che con una lettera hanno chiesto le primarie. Ma appunto, solo encomiabili, come pura e semplice testimonianza,Stupisce un altro fatto: solo 5 astensioni, nessun voto contrario, sancendo che il segretario Fabrizio Morri ha avuto ed avrà ragione. Ma sono questioni interne ad un partito.Che farà Gianguido Passoni? Giustamente ha detto: la coalizione non deve pagare le divisioni in correnti del Pd. Penso che andrà avanti con la lista, e noi gli diamo “gratuitamente” un suggerimento: su Marco Novello tenga duro, facendo valere le proprie ragioni. Possibile che Piero Fassino possa essere rieletto, spostando l’asse politico della coalizione verso la destra. Non mi sembra una cosa positiva. Ovviamente saranno gli elettori a decidere.Mi rimane la nostalgia di Piero Fassino “catalano”. Ma questa è un’altra storia, e poi la nostalgia non fa politica, la nostalgia non fa futuro.
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