CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 901

La torpediniera che affondò nella tempesta sul lago Maggiore

“Pattuglia senza ritorno” è un racconto storico di Elio Motella che si legge tutto d’un fiato, proponendo  – nel quadro di una ben congegnata storia d’amore tra la maestra elementare Assunta Pedroli e il fuochista di Marina Matteo Ferrari – uno dei misteri ancora insoluti del lago Maggiore: quello del naufragio della “Locusta. La narrazione è costruita attorno a questo tragico evento realmente accaduto nella parte alta del lago Maggiore, quasi al confine tra le acque italiane e quelle svizzere, in una gelida notte d’inverno di fine ‘800.  Mescolando realtà e finzione, l’autore tratteggia la vita sulla sponda occidentale del Verbano tra il 1893 al 1896, dove i protagonisti sono i marinai e i militari della Guardia di Finanza del locale distaccamento, addetti al controllo lacuale con le torpediniere, gli “sfrusitt” ( i contrabbandieri) che sfidavano leggi e autorità dedicandosi – tra fatiche e mille peripezie – al contrabbando, considerato a quel tempo una delle poche risorse per la sopravvivenza degli abitanti del lago, la gente e i luoghi della sponda piemontese tra Cannobio e Pallanza. Le rare foto d’epoca, a corredo degli avvenimenti, rendono bene l’atmosfera dell’epoca in quella terra di frontiera. Ma veniamo alla storia della “Locusta”, la torpediniera della “Regia Finanza” che affondò la notte tra l’8 ed il 9 gennaio 1896 dopo esser salpata dalla base di Cannobio per un normale servizio di pattugliamento sul Lago Maggiore. L’ unità, classificata come “torpediniera costiera di quarta classe” (lunga 19,20 metri, capace di una velocità di 17 nodi e dotata di un cannone a ripetizione “Nordenfeldt” )  figurava tra quelle acquistate dalla Regia Marina nei cantieri Thornycroft di Londra nel 1883, per essere imbarcata su navi da battaglia. All’atto pratico si dimostrò inadatta  all’impiego bellico e quindi  fu dislocata sul lago Maggiore, affidata alla “finanza” per essere adibita alla vigilanza doganale sul confine con la Svizzera. Cosa accadde quella notte, è rimasto un mistero, come se la torpediniera fosse sparita in una sorta di “buco nero”. Dalle cronache dell’epoca si evince che era salpata da Cannobio in direzione di Maccagno, sulla sponda lombarda, e il tempo risultava buono: “cielo sereno e lago calmo, con una fredda brezza spirante da nord dalla vicina Svizzera”. L’equipaggio era al completo. Erano in dodici, a bordo: otto marinai della Regia Marina e quattro guardie di finanza. Stando sempre alla cronaca, alla partenza, si trovavano a bordo anche il tenente dei “canarini”, comandante del reparto di confine, e un elettricista, che però sbarcarono poco dopo sulla linea confinaria , al valico di Piaggio Valmara, per effettuare una ispezione a terra. Durante la navigazione notturna sul lago, all’improvviso, il tempo volse al brutto: si alzò un vento impetuoso con raffiche di tramontana e, subito dopo la mezzanotte,si scatenò una furiosa tempesta. Le acque si agitarono, le correnti diventarono impetuose, i lampi squarciarono il cielo gonfio di nubi nere. La “Locusta”, sorpresa dall’improvvisa burrasca, dovette mutar rotta ,dirigendosi verso la vicina Punta Cavalla sulla riva lombarda del lago, per cercare riparo alla violenza della tramontana. Il riflettore della torpediniera venne avvistato da Cannobio per l’ultima volta poco dopo la mezzanotte del 9 gennaio 1896. Poi il buio e più nulla.Non ricevendo risposta ai ripetuti segnali di richiamo lanciati da terra, venne subito fatta uscire la torpediniera-gemella – la “21T Zanzara”- per le ricerche immediate e il soccorso ai naufraghi, ma nonostante la lunga e minuziosa perlustrazione su tutto lo specchio d’acqua tra Cannobio e Cannero ( sulla sponda piemontese), Maccagno e Pino ( su quella lombarda), non venne rinvenuta traccia alcuna di superstiti o di relitti. Il lago si era letteralmente“inghiottito” l’unità navale con tutto l’equipaggio di bordo. I dodici militari risultarono così“dispersi in servizio, nell’adempimento del dovere”. Cosa accadde alla “Locusta”, quella notte, fu oggetto di molte ipotesiForse il natante venne “rovesciato da una raffica impetuosa” e le acque si rinchiusero sull’equipaggio “rifugiatosi sotto coperta per ripararsi dalla burrasca, tranne il capo-timoniere comandante, bloccato anch’esso, ma nella cabina di governo”. Non si poteva neppure escludere che “in quel momento fatale, furono i portelli aperti dell’osteriggio di macchina, a determinare l’allagamento dei locali di bordo”. E come non prendere in considerazione l’eventualità di “ una esplosione delle caldaie esterne, dovuta a un’onda improvvisa”. Supposizioni a parte, resta il fatto che tutte le ricerche e anche l’inchiesta che venne aperta non diedero alcun risultatoAnche i vari tentativi intrapresi nel tempo, basati sulla ricostruzione della rotta e delle posizioni indicate dalle cronache dell’epoca, si sono conclusi senza fortuna e nessun successo. Qausi un secolo dopo, negli anni ’80,  il relitto era stato oggetto di due ricerche: dapprima con il batiscafo dell’esploratore e ingegnere svizzero Jacques Piccard, poi con l’intervento di un’unità della marina militare italiana, guidata da un ammiraglio, con l’intento di recuperare  almeno il natante per esporlo al museo nazionale di Ostia, in quanto unico esemplare rimasto della serie di torpediniere costruite all’epoca. Ma, come già detto, ambedue le immersioni diedero esito negativo poiché il fondale del lago è coperto da grandi depositi di terra e di melma. E anche gli ultimi tentativi non hanno sortito alcunché.  A memoria dei dodici dell’equipaggio della “Locusta” resta il monumento ( un timone sorretto da putrelle di ferro sopra un blocco di pietra con i nomi delle vittime), realizzato  sul Poggio delle Regie Torpediniere, nei pressi del porto militare della Guardia di Finanza a Cannobio. Elio Motella, docente di matematica in pensione, con il suo “Pattuglia senza ritorno”, ha avuto il merito di riportare all’attenzione del pubblico questa vicenda. E di farlo con un libro davvero ben costruito e ancor meglio scritto.

Marco Travaglini

 

Un’altra armonia. Maestri del Rinascimento in Piemonte

Che dire? E’ proprio tutta “un’altra armonia”, per restare al titolo del progetto. Dal 16 dicembre scorso i più grandi nomi del Rinascimento piemontese hanno infatti trovato, al piano terra della Galleria Sabauda di piazzetta Reale a Torino, un nuovo, meno dispersivo e dunque meglio fruibile allestimento permanente: uno spazio di 380 metri quadri loro dedicato e destinato ad ospitare circa cinquanta opere, fra dipinti polittici sculture libri miniati e pale d’altare, che raccontano un momento fondamentale e di grande apertura alle novità più “esterne” – dalle influenze pittoriche dell’Italia centrale fino a quelle d’oltralpe o di matrice fiamminga- della storia dell’arte in Piemonte dalla metà del ‘300 fino all’avvento del Manierismo. Si tratta di una svolta importante per il complesso museale torinese, in un momento particolarmente florido che nel corso del 2017 ha registrato il 20,5% in più di visitatori (pari a circa un + 50mila) rispetto all’anno precedente. “Adesso i Musei Reali di Torino – sottolinea la direttrice Enrica Pagellahanno superato la prima fase. Sono state riaperte porte, riallacciati rapporti, è stato dato un nuovo nome e una identità visiva unica. C’è ancora molto da fare, ma stiamo lavorando per rendere i nostri Musei più accessibili, innovativi e inclusivi, perché credo che possiamo giocare alla pari con le grandi istituzioni museali internazionali”. Sono nove le sezioni in cui si articola il nuovo percorso espositivo, la maggior parte completata da una parte multimediale e interattiva, di cui quattro quelle monografiche, dedicate a singoli Maestri del tempo. A partire da Giovanni Martino Spanzotti (Casale Monferrato, circa 1455 – Chivasso, ante 1598) cui dobbiamo la monumentale parete affrescata con i cicli della “Vita di Cristo” nella Chiesa di San Bernardino ad Ivrea, per passare al suo allievo e collaboratore (certa la collaborazione dei due nella realizzazione, fra il 1502 e il 1510, del “Polittico della Compagnia dei Calzolai” e del “Battesimo di Gesù” conservati nel Duomo di Torino) Defendente Ferrari (Chivasso, 1480/1485 – dopo il 12 novembre 1540) nelle cui opere appare ancor più marcato il gusto al preziosismo decorativo e l’indubbia attrazione verso quella pittura fiamminga che tanto aveva affascinato il suo maestro nei periodi del soggiorno milanese accompagnata alla preziosa lezione architettonica del Bramante e del Bramantino, non meno che a quella di Vincenzo Foppa e del borgognone, attivo anch’egli e parecchio in Piemonte, Antoine de Lonhy. Le altre due sezioni rendono invece omaggio a Gaudenzio Ferrari (Valduggia, circa 1475 – Milano, 1546), pittore scultore e musicista, certamente il più colto e noto artista rinascimentale piemontese, considerato il Raffaello del Nord, e a Macrino d’Alba, pseudonimo di Gian Giacomo de Alladio (Alba, 1460/1465 – circa 1520), studioso a Roma della pittura toscana e umbra (Luca Signoretti e il Perugino) e forse allievo del Pinturicchio per certe affinità stilistiche legate al gusto del colore acceso così come alla forte attrazione per le ardite architetture rinascimentali nonché per i paesaggi ricchi di ruderi e antiche rovine romane. Le rimanenti cinque sezioni tematiche documentano invece, in un più vasto insieme, alcuni tratti pittorico-stilistici accomunabili in specifiche esperienze operative nonché esempi di vita e di costume artistico propri del periodo. Ecco allora l’obiettivo puntato sull’“Eleganza gotica” fatta di ridondanti cromie e abbondante uso dell’oro, cui guardano i vari Francesco Filiberti (con la sua “Madonna in trono con Bambino”, terracotta con tracce policrome), così come Barnaba da Modena o Giacomo Pitterio con le loro raffinate tempere e oro su tavola; a seguire l’attenzione si concentra sugli “Altari del Piemonte” ( con i “Polittici” a più scomparti, molto comuni nelle chiese piemontesi fino a tutto il ‘500) per poi passare agli “Eccentrici”, di cui il belga (ma attivo a Casale dal 1521) Pietro Grammorseo è uno dei principali esponenti, con le sue opere dalla “creatività mutevole e inquieta” in cui esperienze fiamminghe mirabilmente si fondono con motivi propri del figurativismo piemontese e con suggestivi influssi leonardeschi. All’“Organizzazione della bottega” e al “Manierismo” guardano infine le ultime due sezioni. Fiorente bottega in Vercelli fu, nella prima metà del ‘500, quella di Gerolamo Giovenone; in essa lavorò anche il genero (nativo di Mortara, ma diventato il principale artista sulla scena vercellese) Bernardino Lanino. Con quest’ultimo, soprattutto, si chiude in Piemonte il capitolo dell’alto Rinascimento, fondendosi con le peculiarità del nascente Barocco in un processo di decorativismo manieristico, per il quale i modelli di Raffaello e Leonardo diventano sempre più un riferimento imprescindibile.

 

Gianni Milani

***

“Un’altra armonia. Maestri del Rinascimento in Piemonte”

Galleria Sabauda, piazzetta Reale 1, Torino; tel. 011/5211106 – www.museireali.beniculturali.it

Orari: dal mart. alla dom. 8,30-19,30

***

– Defendente Ferrari: “Polittico con Madonna che allatta il Bambino”, tempera e oro su tavola, circa 1520

– Gaudenzio Ferrari: “Compianto sul Cristo morto”, olio su tavola, 1535-1540
– Macrino d’Alba: “Madonna con il Bambino in gloria”, tempera su tavola, 1498
– Enrica Pagella, direttrice Musei Reali di Torino
– Un particolare del nuovo allestimento
Crediti fotografici: Daniele Bottallo

La meglio gioventù di Voltolini

STORIE DI CITTA’  di Patrizio Tosetto
.
Una  fredda serata, vai in una libreria per la presentazione del libro scritto da Dario Voltolini e ti trovi 45 anni di ricordi che partono dal liceo. E come tutte le strade fatte di ricordi nulla é lineare, fanno mille curve con gli inevitabili sali e scendi . Pacific Palidases . Si leggono coralmente pagine ed inevitabilmente si ricorda cosa eravamo e cosa siamo diventati. Dario mi devi un intervista!
“Assolutamente, dove ci vediamo? Io sono ritornato a vivere in barriera”.  Allora ci si vede in barriera. Facciamo martedì mattina, ore 10 in Largo Brescia….
Aggiudicato. Puntuali come due soldatini. 
Dario, ne è  passato del tempo…
Sì, anche se l’altra sera con le tue battute sembrava che non ne fosse passato cosi tanto.
Dai, bando ai convenevoli, Dario. Che hai fatto dopo la laurea?
Fino al ’94 ho lavorato per Olivetti in équipe di ricerca, scritto qualche libro. Poi la crisi Olivetti mi ha indotto a scrivere ed insegnare.
Dove?
Scuola Holden, nel 2007 sono stato anche direttore didattico. Ogni giorno ne inventavamo una e i ragazzi partecipavano a questa dimensione creativa. Poi ho collaborato con Beatrice Merz, la sua casa editrice e la Fondazione Mario Merz
Il rapporto con la critica?
Ottimo. Annovero pochissime stroncature. Forti quando ci sono ma non fanno male perché rare.
Rapporto con il pubblico.
Questo, diciamolo, è un po’ più complicato. La mia è una scrittura di nicchia. Non scrivo romanzi “con l’assassino”. Scrivo ciò che mi sento.
Hai qualche tecnica particolare?
No, ci penso molto. Questo si, e generalmente incontro il ricordo personale”.
Onirico?
Questo non so….ma ti ripeto, il ricordo é per me molto importante. 
Ritorniamo al rapporto con il pubblico. L’altra sera hai raccontato del Premio Ischia…
Già,  carino. Eravamo all’inizio degli anni ’90 ed un mio libro era finalista al premio Ischia.  Raccontavo della Torino post industriale e del mio ricordo dei colori della nebbia come delle mura di cinta delle fabbriche…Mi piaceva riviverle e ricordarle. La giuria era composta anche da una scolaresca. Una ragazza commentando mi disse: ma allora a lei la nostra isola non piace …non le piace venire qui. Ho sorriso…mi sono schermito ed ho precisato: la vostra isola mi piace tantissimo ed io arrivo semplicemente da Torino.
Posso definire il tuo metodo di scrittura naif?
Assolutamente, ma per scrivere bisogna anche essere capaci di leggere. O perlomeno io ho seguito questo metodo. Un’estate mi sono imposto, riuscendoci, di leggere tutto Alla ricerca del tempo perduto di Proust. 
Tutto? 
Si, tutto, perché  me lo chiedi?
Sei tra i pochi, Dario. E poi mi racconta di altri scrittori contemporanei. Dimostra di non essere invidioso, di saper ascoltare e leggere per sapere scrivere. Tanti piccoli e grandi episodi. Alla fine gli chiedo:  
al liceo eri iscritto a qualche gruppo politico?
Come si diceva allora “cane sciolto” dentro il mare magmatico del movimento.
Stavolta sorrido io:
come in questi ultimi 30 anni?
Forse. Ma la mia libertà è stare dentro un “movimento” conoscendo e cercando di capire.
***
Dario fa proprio parte della “meglio gioventù.
Patrizio Tosetto

Corpo e anima. Dall’ombra alla luce

Esce in questi giorni nei cinema italiani “Corpo e anima” di Ildikò Enyedi, sorprendente vincitore dell’ultimo Orso d’Oro del Festival di Berlino, protagonisti Morcsányi Géza e Alexandra Borbély

Endre è il direttore finanziario di un mattatoio bovino non lontano da Budapest. Trascina lungo il fianco sinistro il peso di un braccio paralizzato, impedimento perenne ai normali movimenti quotidiani. Dalla prospettiva angolare di una finestra, il suo sguardo chiaro e buono rivela una pacata ed intima rassegnazione alla solitudine nella quale si è volontariamente rinchiuso. Mária è stata appena assunta come responsabile qualità e si fa immediatamente notare per la scontrosità e il rispetto ferreo delle normative vigenti. Detesta sentire pronunciare il proprio nome, cammina e si veste in maniera goffa, mette in atto rituali compulsivi. Il suo viso pallido, che sembra intagliato nel sapone, ha un’espressione che dichiara resa incondizionata al mondo che la circonda e che pretende da lei una “normalità”. Gli sguardi solitari di Endre e Mária si incrociano sfuggenti allo stesso tavolo della mensa, dove scambiano appena qualche parola, un abbozzo di conversazione che si interrompe dopo poche battute. Nella quiete serale della propria abitazione la ragazza ricostruisce le relazioni che è riuscita a stabilire durante il giorno, avvalendosi di pupazzetti e mettendo in scena il proprio vissuto, mescolandolo alle proprie fantasie.

***

Nel corso di un colloquio che si svolge a seguito di un furto avvenuto nel laboratorio aziendale, una psicologa scopre che Mária ed Endre condividono lo stesso sogno. Sono due cervi, maschio e femmina, immersi in un paesaggio invernale silenzioso e confortevole: si aggirano liberi nel bosco, si osservano da lontano, separati da un piccolo lago. L’unico contatto tra i due è rappresentato da un lieve sfregamento dei nasi. La psicologa, una giovane donna impaziente e superficiale, pensa a uno scherzo e archivia rapidamente la questione. Endre e Mária, invece, vincono il pudore e appurano l’effettiva autenticità di questa particolare condivisione. Freud sosteneva che i sogni possono rivelare istinti, bisogni, desideri profondi. Per quanto siano dunque entrambi perplessi, titubanti, anche spaventati, la bellezza e la pace evocati dalla dimensione onirica del loro incontro esortano l’uomo e la donna a un avvicinamento reale, tanto irresistibile quanto problematico. Appaiono, infatti, rigidi, bloccati, nel corpo come nell’anima. Lui è prigioniero di un fisico menomato che non l’asseconda, anzi lo limita nei movimenti rendendoli goffi, inadeguati, e ciò si riflette nell’architettura della sua psiche; lei è ferma a una fase infantile dello sviluppo psichico (frequenta uno psicologo infantile), ha rimosso dall’anima emozioni e sentimenti, rendendosi quasi del tutto inabile alle relazioni umane. Nel sogno che continuano sorprendentemente a condividere, Endre e Mária ritrovano la propria integrità fisica e psicologica, quella completezza che manca loro durante il giorno. L’incanto intangibile che pervade le immagini oniriche fa da contrasto alle procedure ripugnanti di macellazione e di lavorazione industriale dei bovini.

***

Occorre necessariamente rimettere insieme tutti questi frammenti dispersi di corpo e di anima, recuperare la percezione delle emozioni, attribuendo loro un significato da connettere al senso della propria esistenza. Solo in questo modo si può cercare di (ri)costruire, faticosamente, l’unità funzionale di soma e psiche. La riconquista della corporeità personale rappresenta la premessa al progressivo cedimento delle barriere che si interponevano tra loro, il preludio di un graduale avvicinamento fisico e psicoaffettivo. Il processo non può essere lineare, le difficoltà che, inevitabilmente, si frappongono lo rallentano, lo ostacolano, rischiano di spezzarlo. Endre e Mária hanno, però, riallineato i rispettivi piani inclinati su cui avanzavano e teso le mani alla ricerca di un possibile legame. L’ultima inquadratura è dedicata al paesaggio invernale del sogno, ora disabitato, che svanisce in una lenta dissolvenza in bianco. Dall’ombra alla luce. Il sogno ha esaurito la funzione descritta da Freud, quella di appagare un desiderio rimosso. Si tratta ora di spostare quel desiderio, divenuto consapevole, sul piano della realtà. Si tratta ora di vivere. Almeno di provarci.

Paolo Maria Iraldi

 ***

Corpo e Anima (A teströl és a lélekröl), di Ildikò Enyedi, con Alexandra Borbély, Géza Morcsányi (Ungheria, 2017, 116’). In programmazione al Cinema Classico di Torino.

Il visitatore di Agatha Christie arriva nella casa alla ricerca dell’assassino

Grande ricamatrice di plot e di intrighi, di dialoghi sottili e di psicologie dentro cui scavare con il bisturi più affilato, Agatha Christie scrisse L’ospite inatteso nel 1958, non traendolo come in tante occasioni da uno dei suoi racconti ma confezionandolo direttamente per il palcoscenico. Un eccellente thriller, con un eccellente inizio. In una di quelle nere notti come solo la campagna inglese può partorire con il buio e i suoi silenzi attraversati soltanto da qualche latrato, un uomo entra all’improvviso in una casa, in cerca di aiuto, a seguito di un incidente che gli ha fatto abbandonare l’auto in un fosso. Entra e alla poca luce di una pila scorge un uomo che immediatamente si rivela vittima di un omicidio, un colpo sparato alla nuca, e accanto a lui la moglie, con una pistola in mano. Pronta ad accusarsi della morte del marito. Come in certi film hitchcockiani, tutto è – o parrebbe – sin troppo chiaro fin dall’inizio. Tutto già definitivo. Sta all’autore rimescolare le carte, dare nulla per scontato, confondere con successo ed emozioni la mente dello spettatore, creare sospetti robusti per abbandonarli o rinfocolarli lungo gli sviluppi del dramma, accentuarli o abbozzarli in un crescendo di situazioni e di dialoghi eccezionalmente efficaci. E costruire soprattutto un alternarsi di fattori che lascino intravedere quante ombre presenti l’innocente e quanti spiragli possano aprirsi dietro il comportamento di un presunto colpevole. E sappiamo in questo quanto fosse brava la nostra giallista. La vittima aveva conti aperti con parecchia gente, si divertiva a sparare ai gatti la notte, era un buon bevitore e per quell’incidente che lo aveva messo su di una carrozzina e aveva procurato la morte di un bambino, non sentiva alcun rimorso.

***

Anche lo sconosciuto visitatore vuole inspiegabilmente tirare fuori dai guai la giovane donna, forse perché una bellezza simile non può ritrovarsi sotto processo e finire certamente condannata, l’importante per ora è costruire indizi che possano sviare le indagini. Non nascondendo che la donna, in apparenza legata al marito, coltiva una relazione con un amico di lui e per tacere della vecchia madre che tutto sembra dirigere, del fratellastro con un cervello che fa un po’ acqua, dell’infermiere che al momento buono è pronto al ricatto per quel che ha visto quella notte, della governante che sfugge ad ogni certezza. Andrea Borini, mettendo in scena il testo all’Astra, nuova produzione della Fondazione Teatro Piemonte Europa per la traduzione di Edoardo Erba, svolge con credibilità il proprio compito di srotolare sospetti, insinuazioni, sconcerti, e di comporre un valido discorso teatrale. Quel che personalmente sconcerta è quella strada verso il (preteso) versante comico, superfluo, purtroppo irresponsabile, quel vizio di sgonfiare certi personaggi per renderli delle macchiette, quel dar spazio a balletti tragicomici, quasi a voler alleggerire (ma perché?) una tensione che dovrebbe conservare al contrario il suo effettivo peso. Oppure a peccare di esplicazioni visive fuori luogo, quando si sente in dovere di illustrarci la dinamica dell’incidente attraverso certe ombre cinesi che passano su di una tenda inverosimilmente tirata lì su due piedi. Ne risentono anche certe interpretazioni, quelle più mollicce (gli investigatori con gesti e battute e strani movimenti) che vogliono proprio strappare la risata, o quelle risultate meno a fuoco (la Laura di Daria Pascal Attolini – caricata anche di uno squinternato costume – o il maggiore Farrar di Alessandro Meringolo o la governante sbiaditamente sulle spalle di Silvia Iannazzo). Di un gradino più sopra dei compagni, Giuseppe Nitti è lo schizzato fratellastro amante di ogni arma da fuoco, Gisella Bein una granitica madre, Andrea Romero un subdolo ricattatore e Stefano Moretti gioca con puntualità il suo ruolo di visitatore che regge tra le mani i fili di ogni altro personaggio.

 

Elio Rabbione

Tropea presenta “Uomini e ombre”

Venerdì  19 gennaio dalle ore 18:00 alle ore 19:30 si terrà., a cura del Circolo dei Riformisti, la  presentazione del libro di Salvatore Tropea: ‘Uomini e ombre’#primacheiltempocancellitutto edito da Nerosubianco Edizioni nel 2017. Al Polo del ‘900 (Sala Conferenze, corso Valdocco 4a) venerdì 19 gennaio alle ore 18 – Ingresso gratuito. Assieme all’Autore intervengono Sergio Soave, Presidente del Polo del ‘900, Marco Brunazzi, Istituto Salvemini, Giusi La Ganga, Presidente Circolo dei Riformisti. Conduce Salvatore Vullo

Il libro
Dalla introduzione dell’autore: “ I ricordi non hanno ordine: vengono e vanno. Col tempo tendono a diventare più numerosi quelli che scompaiono, poi arriva un momento in cui ci si sorprende a scoprire che i più lontani si ripresentano con una nitidezza che manca ai più vicini. Si avverte, allora, come un bisogno di fare qualcosa perché non si perdano irrimediabilmente, quasi un tentativo di sottrarli a questo destino, nella consapevolezza che è comunque una questione personale ma che, forse, può stimolare la curiosità degli altri. Nessun’altra ragione sta al fondo di questo mio viaggio, lungo all’incirca mezzo secolo, tra gli appunti di incontri per lo più professionali con personalità che, facendo un mestiere diverso da quello del giornalista, non avrei potuto conoscere, tanto o poco. Sono stato giornalista quando i giornalisti non erano ancora finiti “nel labirinto di una tecnologia scagliata senza controllo verso il futuro”, per dirla con García Márquez. Ma sto sperimentando anche il dopo, tuttora in corso con le sue molteplici incognite…” 

Vi aspettiamo.

“Io non mi chiamo Miriam”

Si terrà venerdì 19, alle 21,oo, nella sala ‘900 di  palazzo San Daniele, al n.14 di via del Carmine lo spettacolo teatrale “Io non mi chiamo Miriam”. L’iniziativa, pensata per il Giorno della Memoria, è a cura della Fondazione Polo del ‘900 in collaborazione con Consiglio regionale del Piemonte – Comitato Resistenza e Costituzione, l’Associazione Liberi pensatori Paul Valery  e Piemonte dal Vivo. Tratta dall’omonimo libro di Majgull Axelsson ( Iperborea,2016), nelo spetatcolo si narra la vicenda di Malika ( il vero nome della protagonista) che svela alla propria famiglia di non essere ebrea ma di  origine rom. Per cercare di salvarsi aveva sottratto i vestiti a Miriam, una ragazza ebrea morta durante il viaggio verso Auschwitz e con quell’identità era stata internata prima ad Auschwitz e poi a Ravensbrück.Una volta riacquistata la libertà, Malika trovò rifugio in Svezia dove scoprì con dolore che i rom non erano ben accetti e scelse così di essere per tutti e per sempre Miriam. A rivestire i panni di Miriam nello spettacolo sarà una delle grandi interpreti del teatro italiano, Annamaria Guarnieri, che condividerà la scena con Stefania Rosso e Daniela Vassallo. Lo spettacolo si avvarrà dell’accompagnamento musicale di due strumentisti cui spetterà il compito, sotto la guida di Matteo Castellan, di eseguire dal vivo le note del celebre “Quatuor pour la fin du temps” di Olivier Messianen. Al termine dello spettacolo, seguirà un incontro con le attrici e l’autrice del libro, la svedese Majguill Axelsson.

Ingresso libero fino a esaurimento posti. Info: reception@polodel900.it

La replica dello spettacolo di sabato 20 gennaio, alle ore 10.oo, sempre al Polo del ‘900 – Sala ‘900, Palazzo San Daniele – è riservata alle scuole, con prenotazione obbligatoria:didattica@polodel900.it.

Gennaio di cultura al “Pannunzio”

IL PROGRAMMA DELLE INIZIATIVE

LUNEDI’ 15 GENNAIO 2018

RIDAMMI VITA: DAI SALMI DI DAVIDE

A UNA VISIONE ETICA CONTEMPORANEA

di Stella BOLAFFI BENUZZI

 

Lunedì 15 gennaio alle ore 17,30 nella sede del Centro “Pannunzio” (via Maria Vittoria 35H, Torino), Giovanni RAMELLA Claudio ARNETOLI presenteranno, unitamente all’autrice, il libro di Stella BOLAFFI BENUZZI “RIDAMMI VITA: DAI SALMI DI DAVIDE A UNA VISIONE ETICA CONTEMPORANEA”Edizioni Salomone Belforte. Introdurrà Dario CRAVERO.

I Salmi di Davide, visti e vissuti attraverso la lente ebraica e quella cristiana, fanno da volano alle esperienze dell’autrice, psicoanalista e cittadina del mondo contemporaneo. Uno studio ispirato dal pensiero del rabbino Giuseppe Laras e del cardinale Carlo Maria Martini che diventa diario personale di un viaggio senza fine per la costruzione di un’etica individuale e collettiva.

Stella Bolaffi Benuzzi tenta di capire e di capirsi, ricapitolando il proprio percorso di studi, le proprie curiosità conoscitive e l’esperienza professionale con i pazienti. I Salmi diventano così lo strumento per agire nella realtà e per celebrare la vita.

***

 

MERCOLEDI’ 17 GENNAIO 2018

FIGURE DELL’ITALIA CIVILE” – nuova edizione –

di Pier Franco QUAGLIENI

 

Mercoledì 17 gennaio alle ore 18 a Palazzo Ceriana Mayneri, Circolo della Stampa di Torino (Corso Stati Uniti, 27)sarà presentata in anteprima nazionale la nuova edizione di“FIGURE DELL’ITALIA CIVILE” di Pier Franco QUAGLIENI, edizioni Golem, con un prezioso inedito di Leo Valiani su Ernesto Rossi e sulla famiglia fascista di Giovanni Spadolini, un profilo di Enzo Bettiza e varie aggiunte su molti dei trentun personaggi tratteggiati.

Il libro esce in nuova edizione dopo le molte ristampe nel 2017 andate esaurite e cinquanta presentazioni in tutta Italia che hanno consentito di parlare del Centro “Pannunzio”, protagonista di molte pagine dell’opera.

Presenteranno il libro Valentino CASTELLANI, Dino COFRANCESCO Tilde GIANI GALLINO.

Coordinerà l’incontro Elena ALESSIATO. Letture di Ornella POZZI.

 

***

LUNEDI’ 22 GENNAIO 2018

IL BIOTESTAMENTO: ASPETTI MEDICI E LEGALI

 

Lunedì 22 gennaio alle ore 18 nella sede del Centro “Pannunzio” (via Maria Vittoria 35H, Torino), Giuseppe PICCOLI, già Preside della Facoltà di Medicina, e Michele VAIRA,notaio, parleranno sul tema “IL BIOTESTAMENTO: ASPETTI MEDICI E LEGALI”.Introdurrà Anna RICOTTI.

Il biotestamento o testamento biologico è la volontà di mettere nero su bianco, quando ancora si è capaci di intendere e volere, quali trattamenti sanitari si intenderanno accettare o rifiutare nel momento in cui subentrerà un’incapacità mentale, verbale o uno stato di incoscienza protratto nel tempo.

La legge recentemente promulgata prevede un insieme di adempimenti e procedure per esprimere la propria volontà. L’incontro è dedicato al chiarimento dei vari aspetti medici e legali che riguardano l’argomento.

 ***

MERCOLEDI’ 24 GENNAIO 2018

DRONI: VANTAGGI E RISCHI NEL LORO UTILIZZO

 

Mercoledì 24 gennaio alle ore 18 in sede, Fulvia QUAGLIOTTI, Docente al Politecnico di Torino, Presidente ed Amministratore delegato della Mavtech, terrà una conferenza sul tema“DRONI: VANTAGGI E RISCHI NEL LORO UTILIZZO”. Introdurrà Dante GIORDANENGO.

La presentazione consiste in un’illustrazione dei droni e sul loro utilizzo, che diventa giorno per giorno sempre più esteso. In particolare si porrà l’accento sulle applicazioni in caso di calamità naturali e situazioni di emergenza in genere, di cui vengono presentati alcuni esempi. Infine si prendono in considerazione i rischi che l’utilizzo dei droni comporta per gli essere umani, con dettagli sui regolamenti e sulla valutazione dei danni che essi possono arrecare al corpo umano. Infine si accenna a possibili configurazioni di droni “sicuri”.

***

VENERDI’ 26 GENNAIO 2018

MARIO SOLDATI, UN VIAGGIO LUNGO 60 ANNI:

LA VALLE DEL PO FRA TELEVISIONE, LETTERATURA E CIBO

 

Venerdì 26 Gennaio alle ore 17 a Palazzo Cisterna, Sede della Città Metropolitana di Torino, (Via Maria Vittoria, 12), il Centro “Pannunzio”, nel sessantesimo anniversario dalla

prima messa in onda della serie televisiva “Viaggio nella valle del Po alla ricerca dei cibi genuini” di e con Mario Soldati, intende promuovere un incontro dal titolo “MARIO SOLDATI, UN VIAGGIO LUNGO 60 ANNI: LA VALLE DEL PO FRA TELEVISIONE, LETTERATURA E CIBO”.

Interverranno Luca BUGNONE, giornalista del Gambero Rosso, che ci condurrà in un viaggio in alcune delle città-vigneto visitate da Soldati, tracciando una parabola della simbiosi che ha legato l’essere umano alla vite nello “scrivere” il paesaggio; Elisabetta COCITO,dell’Accademia italiana della Cucina, parlerà della visione enograstronomica soldatiana;Monica Mercedes COSTA, studiosa di cultura materiale, modererà l’incontro e interverrà approfondendo il viaggio televisivo di Soldati attraverso il parallelo con la sua attività letteraria connessa al cibo e ai vini, indicandone la modernità e la profeticità.

Alla fine della conferenza verrà offerto un aperitivo in tema di cibo e vini del territorio (della Valle del Po).

***

Centro “Pannunzio” – via Maria Vittoria 35H, 10123 Torino

WWW.CENTROPANNUNZIO.IT

 

Al Regio la Turandot incompiuta

Gianandrea Noseda torna sul podio dell’Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino, dal 16 al 25 gennaio prossimi, dirigendo Turandot, il capolavoro incompiuto di Puccini, nel nuovo allestimento e regia di Stefano Poda, che si preannuncia come una delle più sensazionali degli ultimi anni. Poda, autore dalla raffinata poetica metafisica e onirica, torna al Regio di Torino dopo i successi ottenuti con Thais e Faust. Turandot è la grande incompiuta del Novecento. La volontà di Gianandrea Noseda è quella di rispettare fedelmente il manoscritto autografo del maestro, seguendo la partitura fin dove arrivò Puccini, ovvero la piccola marcia funebre dopo la morte di Liu’, senza alcun finale postumo elaborato da Alfano o Berio. Il soprano Oksana Dyka, con il suo timbro abbagliante e fulgido, riesce a rendere la ieraticita’ della principessa di ghiaccio; accanto a lei un giovane tenore in grande ascesa, Jorge de Leon, interpreta un Calaf fresco e possente. Erika Grimaldi interpreta, invece, Liu’, personaggio che, in questa versione, assume un inedito spessore drammatico, sottolineato dalle rare doti della cantante lirica.

***

Nella Turandot ogni personaggio gioca un ruolo ben preciso, nulla è lasciato al caso. Quelli che nel primo atto sembrano i ministri della morte, ci appaiono nel dispiegarsi dell’opera in una luce diversa, più morbida e umana. Descrivono la loro vita con melodie nostalgiche, abbandonandosi ai ricordi di un’esistenza felice. Riescono, insieme alla piccola Liu’, a creare intorno ai personaggi principali un’atmosfera tale da allentare la tensione emotiva dei protagonisti. Ciò che rende anche molto singolare questa opera pucciniana è la rapida trasformazione della protagonista, della gelida principessa, così statica e rigidamente sacrale, poi così repentinamente diversa nel finale. Il processo che porta alla progressiva umanizzazione di Turandot è reso evidente da una serie di contrapposizioni che emergono chiare sin dall’inizio dell’opera: tramonto e alba, sole e luna, amore e odio, crudeltà e asservimento. L’elenco di questi opposti potrebbe proseguire con vita-morte, vittoria-sconfitta, freddo-caldo. Tutti questi elementi rendono palese il contrasto che dilania la stessa Turandot, che, alla nuova alba, illuminata dalla luce del sole, si scopre umana e innamorata.

***

Anche se la più celebre aria della Turandot rimane l’universalmente nota “Nessun dorma”, riveste un posto di rilievo quella dedicata alla piccola schiava, “Non piangere Liu'”. Quando la Turandot venne rappresentata per la prima volta, il 25 aprile 1926, Puccini era morto da un anno e mezzo. Malgrado il primo atto fosse stato entusiasticamente applaudito dal pubblico del Teatro alla Scala di Milano, l’accoglienza riservata al secondo atto non andò oltre un puro atto di cortesia. Il terzo atto venne interrotto dopo la morte di Liu’; il direttore Arturo Toscanini depose la bacchetta e disse: “Qui finisce l’opera, perché a questo punto il Maestro è morto”. Così incompiuta sarà la Turandot diretta al teatro Regio dal maestro Noseda.

 

Mara Martellotta

Verdone: “La crisi del cinema? L’inizio una decina di anni fa”

Giornalisti e pubblico, ieri, all’incontro con Carlo Verdone per la presentazione di “Benedetta follia”

 

L’appuntamento è per le 12 e trenta sotto la grande volta della Mole, nella casa del Museo del Cinema. Giornalisti e fotografi delle grandi occasioni per Carlo Verdone che arriva, in un incontro aperto anche al pubblico, tra gli ingombranti lettini rossi, a promuovere il suo ultimo “Benedetta follia” in compagnia del produttore Luigi De Laurentiis e di Ilenia Pastorelli – uscita dalla baraonda del GF dodicesima edizione, uscita dal grande successo di “Jeeg Robot” e oggi sugli schermi, in 750 copie, a far perdere la testa come Luna ad un intristito e stralunato Guglielmo e a tentare di rimetterlo in carreggiata attraverso l’approccio con le app per cuori solitari, dopo che la moglie gli ha rivelato la propria relazione con la commessa del suo grande negozio di arredi sacri e haute couture destinata ai porporati romani. “L’importante per me è incontrare il pubblico, andare sul luogo – inizia a raccontare, tra mezzi sorrisi appena abbozzati e occhi sgranati o spesso pensosamente richiusi, in un comprensibile misto di grande stanchezza (la tivù della Befana se l’è fatta proprio tutta!) e di personaggio “malincomico” che si porta addosso da anni -, negli ultimi giorni Milano, Bologna, Firenze, è una vita che stringo mani e ascolto persone, figuratevi se un selfie non me lo faccio volentieri! Presentare il film perché il film lo merita, io ci credo molto, è molto divertente e le sorprese sono molte, con il divertimento che dobbiamo alla platea c’è questo finale con un bel messaggio rassicurante, che è come una carezza sul viso di una persona, un momento di tranquillità”. È anche soddisfatto del proprio personaggio come dello sguardo che ha buttato sulla società di oggi. “Ho voluto esplorare la solitudine di un uomo, lo sconquasso di questa tegola che gli cade tra capo e collo, anche questo nuovo modo di approcciarsi al mondo femminile, con la donna non intesa soltanto come caricatura ma come efficace sostanza, che non va solo alla ricerca dei social ma è pure seria ed equilibrata… già, i nuovi mezzi di comunicazione: chissà se è un bene o un male, boh! non lo so, andiamo avanti così”. Anche Ilenia è soddisfatta di questo ruolo di borgatara che irrompe nel negozio a imporsi come nuova aiutante, quando tra abbigliamento e comportamento il livello è decisamente azzerato e il suo inglese raggruppa un paio di parole e niente più: “Io sono vissuta con il cinema di Carlo, come i miei amici, come l’intero pubblico, ha rappresentato tanto nella mia vita, a 13 anni vedevo i cartelloni di “Viaggi di nozze” e mi divertivo a ripetere le battute del film. Adesso sono qui con questa Luna che lo tira fuori dalla depressione e ho cercato di dargli il massimo, spero di esserci riuscita”. Verdone, tranquillo, accenna un sorriso: “E io l’aiuto nel suo essere fragile, nonostante questi atteggiamenti vivaci, condivido certi punti irrisolti, come il rapporto con il padre”. Poi c’è il ricordo su Torino, “nel ’78 quando venni qui per “Non stop” l’avevo trovata grigia, forse addirittura buia, adesso da qualche anno ha ritrovato una vivacità straordinaria, che mantiene tuttavia intatta tutta la sua signorilità. Ci torno sempre volentieri, è la città del cinema, tutti mi accolgono sempre con affetto, è giusto che io incontri il pubblico, all’interno di un cinema, davanti al grande schermo”. Già, i grandi schermi in grande sofferenza, la crisi del cinema italiano che nello scorso anno ha visto un calo del 46% degli spettatori: “Abbiamo cominciato a perdere pubblico dal 2007, la crisi è cominciata lì, le prime avvisaglie, i primi scricchiolii – è sicuro Verdone. Ma è anche consolatorio: “Ma se è vero che un pubblico ha abbandonato le sale, un altro ha lasciato la tivù. L’interesse è un altro, si sta di più su internet, si frequentano altre piattaforme e il pubblico giovane va alla ricerca della serie, quello che appassiona, che lega. È una tendenza diversa, noi dobbiamo cercare di dare il meglio, di far meglio i nostri film nella scrittura, mentre li giriamo in un tempo che non deve essere ridotto, mentre li promuoviamo come io sto facendo in questi giorni”. Anche il cinema deve trasformarsi, “le sale stesse vanno trasformate, devono essere maggiormente dei punti di incontro, dove si sappia creare l’evento, magari con librerie e ristoranti”. Ma anche Verdone sembra voler per una volta cambiare percorsi, anche se per l’abituale produttore ha già in preparazione un nuovo film. “Magari girarlo a Torino. Oppure una serie, sempre qui” e gli occhi di Paolo Tenna e di Paolo Manera, ad di Fip e direttore di Film Commission già si illuminano, “un’idea a cui sto pensando da tempo, credo si possa fare”, mentre l’intraprendente De Laurentiis annuisce. Forse l’anno prossimo o un altro ancora ritroveremo Verdone a cercar casa qui da noi, per imbarcarsi in un progetto seriale pensato e guidato da maestranze torinesi, progetto che vedrà ancora, al centro con lui, una donna che attraversi la sua vita di malincomico e la rivoluzioni, con un sorriso e una carezza?

 

Elio Rabbione

Nelle foto: Ilenia Pastorelli in un momento di “Benedetta follia”. Carlo Verdone durante l’incontro, accanto a lui il moderatore Steve della Casa, il produttore Luigi De Laurentiis, Ilenia Pastorelli e la presidente del Museo del Cinema Laura Milani