CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 167

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Sommario: Moni Ovadia – Ferragosto – Lettere

Moni Ovadia
La questione palestinese divide fin all’interno del condomini anche in Italia. Ho scoperto ieri che Moni Ovadia, il rinnegato ebreo di origini bulgare che ha fatto fortuna come cantante in Italia, è  il beniamino di un mio vicino di casa che fino ad ora consideravo persona moderata e considero anche oggi persona rispettabile, anche se favorevole agli estremisti. Ricordo che Ovadia  interpretò un rabbino in un film su Anna Frank.
 È sempre stato uomo di sinistra estrema, sostenitore dell’ormai dimenticato Vittorio Agnoletto, uno  dei no-global più arrabbiati. Ovadia adesso porta alle estreme conseguenze il suo antisemitismo, incolpando l’intero popolo israeliano di  genocidio,  quasi inconsciamente, riprendendo il penoso ritornello dei “perfidi ebrei” accusati di deicidio. Ovadia inventa una nuova colpa: l’”etnocidio con carattere genocidiario”. Una volta che incontrerò il vicino dell’ultimo piano in ascensore, mi farò spiegare questo concetto. Non a caso Moni vinse il premio Musatti della società psicoanalitica.
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Ferragosto
Ci stiamo avvicinando a Ferragosto e c’è da augurarsi che la  intollerabile tensione politica agostana e il caldo afoso ci lascino  un po’ di respiro. A tutti i lettori auguro il miglior ferragosto possibile. Sui giornali ricompaiono come sempre  gli articoli sulle vacanze dei vip  non so se ancora concentrate a Capalbio dove io rifiutai un invito anni fa per non confondermi con i frequentatori snob di quelle località ad altissima concentrazione politica. L’On. Laus, accusato anche per i suoi luoghi di vacanza, non ha sicuramente la colpa di aver preferito Capalbio. Ed è un merito che lo colloca in un contesto politico diverso che gli fa onore.
Ho letto invece delle vacanze giovanili di una vippona torinese, novella Cleopatra regina d’Egitto di lungo corso, a Varigotti, frazione di Finalmarina, negli anni 60. Ci siamo  deliziati delle sue fotografie ai famosi Bagni Gallo dove andavo anch’io, incredibile a dirsi.  Ma io avevo altri punti di riferimento nel pittore Tabusso e nel professore di Oxford Dionisotti. Da oggi ho appreso anche le straordinarie vacanze a Varigotti della vippona torinese che giocava a biglie in spiaggia. Dovrebbero porre una targa di bronzo  in ricordo delle sue vacanze. Un articolo cartaceo, destinato a finire il giorno dopo, non basta ad eternare l’evento.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Spadolini
Ma lei non si  vergogna a scrivere di Spadolini nel modo scanzonato in cui ne ha scritto, proprio Lei che dovrebbe eterna gratitudine allo storico e statista fiorentino?  Enrica Raiteri
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Spadolini e Quaglieni

 

Ho avuto rapporti cordiali con Spadolini,  ma non gli devo nulla.  Non ho ricevuto spinte accademiche né giornalistiche. Non gli chiesi mai nulla e non ricevetti mai  nulla da lui. Mi offrì  una candidatura nel PRI che rifiutai perché la mia scarsa stima  per La Malfa figlio mi tenne lontano dal PRI torinese. Scrissi una sola volta un saggio su Pannunzio  sulla sua rivista  “Nuova antologia”, ancora oggi citato, ma poi non continuai la collaborazione perché scelsi altre strade. Questo mi ha consentito nei mesi scorsi   di  tentare di storicizzare Spadolini nel centenario della sua nascita, senza scadere in forme di agiografia  che non ritengo giuste in termini storiografici. Una volta Spadolini fu persino affettuoso con me in un suo scritto e di questo gli sarò sempre grato a livello personale. Gli affetti individuali non vanno mai confusi con la storia come anche gli odi.  Sine ira ac studio diceva  il grande Tacito. Una scelta dimenticata da molti storici di ogni tempo.
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Il ciociaro Verrecchia era un bravo prof.
Lei è stato durissimo nel descrivere il professor Anacleto Verrecchia che fu mio insegnante alla scuola media. Io continuo a venerarlo. Non sono in grado di dirle se era un filosofo o un germanista, ma certo era un professore che dava una mano a tutti, anche a quelli come me che non navigavano nell’oro e furono costretti ad andare poi  all’istituto professionale.  Il prof. Verrecchia aveva una sensibilità umana e sociale che  mi ha dato forza nello studio. Mi regalò persino un suo libretto che purtroppo ho smarrito durante un trasloco.  Non doveva trattarlo così.  Gino Stupini
Io ho scritto in verità un po’ indignato verso il processo di beatificazione di Verrecchia, rivalutato come aforista e non certo come filosofo o germanista. Lei adesso ci dà una testimonianza importante sul professor Verrecchia che va considerato come ottimo professore alla scuola media di cui lei è stato allievo. Io sostenevo che non si è filosofi se non si è portatori di un pensiero originale e si lasciano opere destinate a restare. Nel ‘900 in Italia furono filosofi solo Croce e Gentile e neppure loro sono rimasti integri nel tempo .Nessuno si sognerebbe di aggiungere Verrecchia ;il mio amico Alberto Fava, che non è certo un don Abbondio, ha definito “Carneade”.  Circa il germanista sto a quanto mi disse Cesare Cases, uno dei maestri della germanistica. Dopo un giudizio così negativo sul suo professore  non pensai neppure di chiedere un parere all’amico Claudio Magris, principe dei germanisti, che, quando insegnava a Torino e alloggiava all’hotel Bologna, passava le sere in un gruppo di amici di cui facevo parte. Si andava a cena, si scherzava, si rideva, ma nessuno di noi sapeva di Verrecchia né Verrecchia era del nostro giro. Comunque le fa molto onore questo ricordo del suo professore e la ringrazio per avermi scritto.  Gli ex  allievi memori e grati oggi sono una merce rarissima. Pochi ex allievi si ricordano di me. Forse sono stato un cattivo professore. A me importa  soprattutto di non essere stato, come si diceva un tempo, un “cattivo maestro“ alla maniera di Negri e colleghi. Il resto ha poca importanza.
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Quando il re e Cavour inaugurarono il Conte Verde

Situato al centro di piazza Palazzo di Città, davanti al Comune, il monumento rappresenta Amedeo VI di Savoia

Situato al centro di piazza Palazzo di Città, dove risiede il Palazzo Civico sede dell’amministrazione locale, il monumento rappresenta Amedeo VI di Savoia detto il Conte Verde, durante la guerra contro i Turchi, mentre trionfante ha la meglio su due nemici riversi al suolo. La riproduzione dei costumi mostra grande attenzione ai particolari secondo i canoni “troubadour” e neogotico, stili in voga nell`Ottocento, ispirati al medioevo e al mondo cortese-cavalleresco.

 

Figlio di Aimone, detto il Pacifico e di Iolanda di Monferrato, Amedeo VI nacque a Chambery il 4 gennaio del 1334. Giovane, scaltro ed intraprendente, Amedeo VI in gioventù partecipò a numerosi tornei, nei quali era solito sfoggiare armi e vessilli di colore verde, tanto che venne appunto soprannominato Il Conte Verde: anche quando salì al trono, continuò a vestirsi con quel colore. Il monumento a lui dedicato non venne però realizzato subito dopo la sua morte ma bensì nel 1842, quando il Consiglio Comunale, in occasione delle nozze del principe ereditario Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide arciduchessa d`Austria, decise di erigere il monumento al “Conte Verde”. Il modello in gesso della statua, ideata da Giuseppe Boglioni, rimase nel cortile del Palazzo di Città finché re Carlo Alberto decise di donare la statua alla città. La realizzazione del monumento, che doveva sostituire la statua del Bogliani, venne però commissionata all’artista Pelagio Palagi. I lavori iniziarono nel 1844 e terminarono nel 1847, ma la statua rimase nei locali della Fonderia Fratelli Colla fino all’inaugurazione del 1853. Il gruppo statuario rappresenta Amedeo VI di Savoia in un episodio durante la guerra contro i Turchi alla quale partecipò come alleato dell’imperatore bizantino Giovanni V Paleologo. Ma qui subentra una piccola diatriba scatenata dall’ “Almanacco Nazionale” che vedrebbe come protagonista del monumento non Amedeo VI ma bensì suo figlio Amedeo VII detto invece il “Conte Rosso”, durante l’assedio alla città di Bourbourg nella guerra contro gli Inglesi. Il 7 maggio 1853 re Vittorio Emanuele II inaugurò il monumento dedicato al “Conte Verde” alla presenza di Camillo Benso Conte di Cavour. All’inizio la statua venne circondata da una staccionata probabilmente in legno, sostituita poi da catene poggianti su pilastrini in pietra e quindi da una cancellata.Nel 1900 il Comune decise di rimuovere la cancellata “formando un piccolo scalino in fregio al marciapiede”; una nuova cancellata, realizzata su disegno del Settore Arredo e Immagine Urbana, venne collocata intorno al monumento in seguito ai lavori di restauro effettuati nel 1993. Per dare anche qualche informazione di stampo urbanistico, va ricordato che la piazza in cui si erge fiero il monumento del “Conte Verde” ha subito negli anni numerose trasformazioni.Piazza Palazzo di Città è sita nel cuore di Torino, in corrispondenza della parte centrale dell’antica città romana. L’area urbana su cui sorge l’attuale piazza aveva infatti, già in epoca romana, una certa importanza in quanto si ritiene che la sua pianta rettangolare coincida con le dimensioni del forum dell’antica Julia Augusta Taurinorum, comprendendo anche la vicina piazza Corpus DominiPrima della sistemazione avvenuta tra il 1756 e il 1758 ad opera di Benedetto Alfieri, la piazza aveva un’ampiezza dimezzata rispetto all’attuale. All’inizio del XVII secolo, Carlo Emanuele I, avviò una politica urbanistica volta a nobilitare il volto della città che essendo divenuta capitale dello Stato Sabaudo doveva svolgere nuove funzioni amministrative e militari; piazza Palazzo di Città con annesso il “suo” Palazzo di Città (noto anche come Palazzo Civico), ne sono un esempio lampante. Nel 1995, sotto il controllo della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte, sono stati avviati i lavori di riqualificazione della piazza; la totale pedonalizzazione, la rimozione dei binari tranviari che collegavano Via Milano a piazza Castello e la realizzazione di una nuova pavimentazione, hanno restituito ai cittadini una nuova piazza molto più elegante e raffinata. Da ricordare come piccola curiosità, il fatto che per tutti i torinesi piazza Palazzo di Città sia conosciuta con il nome di “Piazza delle Erbe”, probabilmente a causa di un importante mercato di ortaggi che, nell’antichità, aveva sede proprio in questa piazza. 

(Foto: il Torinese)

Simona Pili Stella

Ferragosto con i “Lou Dalfin” di Sergio Berardo

Sarà il tradizionale live Ferragostano del celebre Gruppo di Caraglio a inondare di note occitane la Valle Grana, fino ai 1700 metri del “Santuario di San Magno”

Venerdì 15 agosto

Castelmagno (Cuneo)

E’ sicuramente l’evento clou, il più atteso e quello che più caratterizza il fitto programma del Festival “Occit’amo”, inserito nell’ampio cartellone di eventi di “Suoni delle Terre del Monviso” e diretto da Sergio Berardo, musicista e anima dei “Lou Dalfin”, il Gruppo che da anni fa “ballare occitano” nel mondo. Instancabile ed estivo girovago fra le Valli Varaita, Grana e la Pianura del Saluzzese, il Festival arriva venerdì 15 agosto, a partire dalle 16, al Santuario di “San Magno” a Castelmagno per celebrare il Ferragosto proprio in compagnia dei mitici “Lou Dalfin”, il Gruppo musicale italiano di musica “occitana” (abilmente rielaborata con sapienti intrusioni sonore di rock, jazz e reggae) fondato da Sergio Berardo a Caraglio (Cuneo) nel 1982. “Suonare al Santuario di ‘San Magno’ – racconta lo stesso Berardo – è sempre un’esperienza unica. Il Santuario, infatti, è un luogo simbolico e totemico, un tempio che ha accolto le speranze e le preghiere di un’infinità di persone, prima con le offerte alle divinità romane e poi al protettore del bestiame, San Magno. E’ entusiasmante vedere come il concerto di Ferragosto sia diventato motivo di incontro di gente proveniente da tutto il Nord Italia e oltre, fino alla Catalogna. Persone che non si danno appuntamento ma si ritrovano ogni anno per stare insieme in questo paradiso di montagne e prati, crocevia di storie, promesse e leggende”.

La festa, in realtà inizia già il giorno prima, giovedì 14 agosto, a Pradleves, dove cortili e strade si trasformeranno in un’ “aula di musica occitana” per chiunque voglia formarsi e poi, al pomeriggio, unirsi in un momento di condivisione musicale, condotto dalla “Grande Orchestra Occitana”. La sera, alle 21, nel cortile del “Castello” di Monterosso Grana, si terrà l’esibizione di musica medievale degli “AlnusLyra” con strumenti musicali ispirati all’iconografia o derivanti da antiche tradizioni europee e orientali. A seguire il  “Gran Ballo”.

Tra gli eventi collaterali di “Occit’amo”, in collaborazione con “EmotionAlp”, sempre giovedì 14 agosto a Pradleves e venerdì 15 agostoCastelmagno, si terranno anche due “passeggiate” gratuite, con prenotazione obbligatoria su www.emotionalp.com, con l’accompagnamento di un suonatore occitano che animerà il percorso proponendo “ritmi d’Oc” e balli tra i boschi e le borgate e di una guida che racconterà le leggende del luogo.

Infine, venerdì 22 agosto, presso i Giardini del Santuario della “Beata Vergine del Pilone”di Moretta, alle 16, ci sarà un “laboratorio musicale” per famiglie, in collaborazione con “La Fabbrica dei Suoni”; alle 18, appuntamento con le “danze occitane” diDaniela Mandrile e, alle 21, prenderà il via il “Gran Ballo” con “Li Destartavela”.

E, per tornare al giorno di Ferragosto, sempre Daniela Mandrile al “Santuario di San Magno”, proporrà le sue “danze occitane”, fino alle 16, quando prenderà il via il concerto dei “Lou Dalfin”, in formazione estesa, con il sagrato di “San Magno” trasformato in una “pista da ballo” e l’intervento di numerosi ospiti.

Per ulteriori info: www.occitamo.it

g.m.

Nelle foto: “I “Lou Dalfin” in concerto al “Santuario” di Castelmagno; Il “Santuario” di Castelmagno; La “Grande Orchestra Occitana”

A Sauze di Cesana Assemblea Teatro porta in scena “The snow goose”

Il grande teatro torna tra le montagne olimpiche e lo fa sabato 9 agosto  alle ore 21, in piazza del Municipio a Sauze di Cesana, dove Assemblea Teatro porterà in scena lo spettacolo “The snow goose”, una piccola opera musical teatrale liberamente ispirata alle musiche e alle parole dell’omonima opera dei Camel, storica band inglese nata nel 1971.

Interpreti dello spettacolo sono Cristiana Voglino, Alberto Barbi, Chiara Biancardi, Arturo Gerace, Alessandro Dichirico, Sax di Alfredo Ponissi, immagini video di Renato De Gaetano, per la regia di Renzo Sicco. I Camel sono stati un gruppo musicale inglese degli anni Settanta, particolarmente importanti nell’ambito  della corrente del rock progressive.
Giovani appassionati, come tanti loro coetanei inglesi, di un libro che ha ispirato una delle loro opere più interessanti “The Snow Goose”, considerato Il piccolo principe anglosassone, di cui composero un’omonima suite musicale di circa 50 minuti, suite che venne eseguita a Torino in un concerto memorabile  tenutosi al Centro culturale Hiroshima mon Amour il 20 marzo 2014.

La composizione, come il libro, tratteggia l’esistenza, vicino a un faro, di un personaggio bizzarro e marginale, che incontrerà una bambina e un pennuto ferito, cui dedicherà cure amorevoli che gli ridaranno la possibilità di volare. Il contesto è quello della seconda guerra mondiale. La partitura musicale è totalmente strumentale, priva di testo cantato.
La proposta di Assemblea Teatro è  quella di realizzare un ascolto di questa suite musicale nella sua versione integrale, arricchita di frammenti che ricompongono i percorsi della storia, attingendo alle pagine letterarie che l’hanno ispirata. Si tratta di uno spettacolo multimediale nei linguaggi e estremamente ricco di emozioni.

Ingresso libero.

In caso di maltempo lo spettacolo si terrà nella chiesa di San Restituto.

Info Alessandro Battaglino 3475700157

alebatta@ yahoo.com

MARA MARTELLOTTA

“Ti lascio perché mi fai salire il cortisolo” con Giulia Pont


Un monologo su amori che finiscono e vita che ricomincia,  la musica leggera che ci ha rovinato con i suoi testi romantici,
le app di dating e le avventure che regalano,  le donne single che ancora vengono viste come “mancanti di un pezzo”

 

Se i divorzi sono in aumento, credere nella coppia è un progetto fallimentare? Se Emma Bovary avesse avuto Tinder, come sarebbe finita? E’ il Teatro San Sipario a San Sicario (Cesana) a fare da cornice allo spettacolo di Giulia Pont: venerdì 8 agosto alle 21 presenta “Ti lascio perché mi fai salire il cortisolo”, per la regia di Carla Carucci. Fa parte della rassegna estiva organizzata da Onda Larsen in collaborazione con l’Associazione Non Solo Neve, partner del progetto: i biglietti (10 euro) sono in vendita su www.ticket.it e alla cassa.

 

Giulia Pont snocciola una mitragliata di domande. Come si fa a pensare di aver trovato l’anima gemella al supermercato sotto casa se siamo 7 miliardi sulla Terra? Avranno ragione i poliamorosi? E ancora: la musica leggera ha rovinato la nostra idea di amore?

E se stare da soli, alla fin fine, fosse meglio?

 

Pont, che ha scritto il testo e che lo interpreta sola sul palco per 70 minuti ininterrotti, spiega: «”Ti lascio perché mi fai salire il cortisolo” nasce come sequel dello spettacolo “Ti lascio perché ho finito l’ossitocina”, monologo che ha debuttato nel 2013 durante la prima stagione del Torino Fringe Festival e che è stato lo spettacolo più visto di quell’edizione». Racconta: «Si riallaccia al tema della fine dell’amore per raccontare, però, un punto di vista nuovo. Narra infatti come la fine possa essere, in realtà, un nuovo inizio: scoperta di se stessi, della propria individualità e liberazione».

In un mondo in cui ancora troppo spesso una donna single è considerata come “mancante di un pezzo”, la protagonista lotta contro i pregiudizi della società e della famiglia per affermare se stessa e i suoi desideri nonostante un padre patriarca, una mamma sessantottina pentita e una zia con l’hobby delle domande inopportune.

«Nel suo percorso di scoperta di sé stessa si confronta anche con un mondo estremamente avventuroso e talvolta insidioso: l’universo del dating, spesso popolato da “casi umani”. Un viaggio nel quale la accompagna una controversa psicologa» sorride Pont.

Tra ritratti di personaggi bizzarri, momenti di stand-up comedy e canzoni, la protagonista affronta anche il tema della ricerca del piacere femminile. Scoprendo, con ironia ed eleganza, le carte di un gioco che per anni alle donne non è stato concesso.

 

Lo spettacolo ha vinto il Bando Residenze 2022 del Teatro della Caduta. La regia del monologo è di Carla Carucci, che ha già firmato altri due spettacoli della Pont: il monologo “Non tutto il male viene per nuocere ma questo sì” e la commedia “Effetti indesiderati anche gravi” che ha debuttato nel 2018 nella stagione del Teatro Stabile di Torino per “Il Cielo su Torino”.

 

D. Rodrigo de Souza Coutinho e Gabriella Asinari di San Marzano ritratti da de Sequeira

I personaggi pubblici dell’ancien régime spesso erano vivaci esponenti del mondo intellettuale. Così i lusitani de Souza Coutinho, soprattutto i diplomatici e gli uomini politici della famiglia. Tra essi D. Rodrigo de Souza Coutinho (Chaves, 3.08.1755 – Rio de Janeiro, 26.01.1812), 1° Conte di Linhares (Rio de Janeiro, 17.12.1808), che aveva iniziato la sua carriera come inviato straordinario e ministro plenipotenziario di Portogallo alla corte di Torino, dove era vissuto dal 23.09.1779 al 30.07.1796, e l’8.03.1789 si unì in matrimonio a Gabriella Asinari di San Marzano (Torino, 31.07.1770 – Rio de Janeiro, 24.01.1821).

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Torino, Via Garibaldi, il palazzo, che, alla sinistra della Chiesa di San Dalmazzo, delimita il ristretto

sagrato, all’epoca ospitava la residenza e gli uffici del Ministro di Portogallo alla Corte dei Savoia.

Torino, in Via Maria Vittoria, n° 4, nel Palazzo di famiglia, prospiciente la chiesa di S. Filippo,

D. Gabriella Asinari di San Marzano nacque e visse fino al matrimonio con D. Rodrigo de Souza Coutinho.

Fin dagli anni giovanili, il 1° Conte di Linhares mantenne buoni contatti con il mondo culturale. Così, in gioventù, era stato con l’abate Tommaso Valperga Caluso, a Lisbona presso il fratello, ministro plenipotenziario dei Savoia in Portogallo, e, successivamente plenipotenziario egli stesso, nei suoi dispacci da Torino, dove scrive della vivacità degli intellettuali nel Piemonte prerivoluzionario.

Qui ci soffermeremo soltanto sugli incontri del Coutinho col pittore Domingos Antonio de Sequeira, avvenuti a Lisbona nel palazzetto di famiglia dei conti di Linhares, tra il 1796 e il 1798, cioè dopo il rientro in Portogallo dei due uomini, reduci entrambi di prolungati soggiorni nella nostra Penisola, e conclusisi dopo, tra il 1797, quando arrivò a Lisbona la sposa di D. Rodrigo, e il 1807, quando i Coutinho si imbarcarono per il Brasile con la Corte portoghese.

Quanto al ministro plenipotenziario, nel dispaccio da Torino n° 65 del 30 luglio 1796, l’incaricato d’affari di Portogallo riferisce che, in quello stesso giorno, egli era partito alla volta di Genova, accompagnato dalla moglie ventisettenne, per imbarcarsi per Lisbona. Quel documento dice che, a quella data, non si sapeva ancora se il fratello di D. Rodrigo, D. Domingos de Souza, avrebbe occupato in Piemonte il posto lasciato libero dal Coutinho stesso, infatti il decreto di nomina del diplomatico avrebbe avuto la data del 1° novembre 1796, mentre, fin dal precedente 4 settembre, D. Rodrigo aveva ricevuto a Lisbona l’incarico di ministro di Stato per la marina e l’oltremare.

Lisbona, palazzetto de Souza Coutinho in Arroios: ingresso con vista dalla strada e biblioteca.

Rientrato in patria, nel 1796, D. Rodrigo prendeva alloggio con i fratelli nel palazzotto di Arroios, dove incominciava a ricevere le visite di Domingos António de Sequeira (Belém,10.03.1768 – Roma, 7.03.1837), pittore portoghese che a Roma si era perfezionato nell’arte.

A sinistra, Domingos António Sequeira (autoritratto, pastello, 1805 ca.) e, a destra, un raro ritratto del prelato

D. José António de Menezes e Sousa Coutinho, fratello di D. Rodrigo (disegno di Sequeira tratto dall’Album di Arroios).

Il pittore non aveva incontrato D. Rodrigo nel viaggio da Genova a Lisbona, poiché era in Portogallo fin dagli ultimi mesi del 1795, perciò solo nell’anno successivo «comincia a frequentare il palazzetto di D. Rodrigo de Sousa Coutinho, [poi] Conte di Linhares. Risulta da questa frequentazione una serie di 51 disegni di Sequeira (alcuni datati del 1796, 1797, 1798 e 1802), organizzati nel cosiddetto Album di Arroios». Di quei fogli, scriveva Alexandra Josephina Reis Gomes Markl, del«L’opera grafica di D. A. de Sequeira nel contesto della produzione europea del suo tempo», tesi di dottorato in belle arti / disegno, Università di Lisbona, 2013, p.122], scriveva: «Dalla relazione (di Sequeira) con la famiglia del Conte di Linhares, principalmente con D. Gabriella Asinari de Sousa Coutinho, risulta una parte significativa della sua produzione grafica di quel periodo. Un insieme di 51 disegni rimasti noti come Album Arroios, eseguiti, secondo la tradizione famigliare nelle serate che l’artista trascorreva con i Coutinho, tra i quali si incontrano alcuni fogli datati dal 1796 al 1802». Anche Manuel Pedro Alves Crespo de San Payo, nelle sue pagine intitolate: «Il disegno in viaggio, album, quaderno o diario grafico, l’album di D. A. de Sequeira», tesi di dottorato in belle arti / disegno, Università di Lisbona, 2019, p. 57, nota 15], che afferma: «Credo che Sequeira possa aver dato lezioni di disegno alla Contessa di Linhares o a qualcuno dei sui figli nel periodo compreso tra il 1796 e il 1798, giacché alcuni degli esercizi configurano alcune prove di questo tipo con tracce di linee veloci parallele e incrociate per le ombre».

Ma seguiamo meglio le vicende famigliari di D. Rodrigo dalle notizie che, su nostra indicazione, Andrée Mansuy pubblicò nel secondo tomo della sua biografia del Coutinho, dove scrive: «Plusieurs mois s’écoulèrent ainsi, jusqu’au moment où le frère de D. Gabriela, le marquis Asinari di S. Marzano, écrivit au comte Balbo, ambassadeur du roi de Sardaigne à Paris, en le priant d’obtenir du Directoire les passeports nécessaires pour que cette petite famille puisse entreprendre par voie de terre son voyage vers Lisbonne. Le 25 mai (1797), le comte Balbo communiqua au “Citoyen Secrétaire Général des Relations Extérieures” à Paris le signalement de D. Gabriela et des “gens de sa suite, tous Piémontais», qui l’accompagneraient dans sa traversée des «départements méridionaux de la France pour se rendre en Espagne pour rejoindre son mari». Quei documenti ricordano che la Signora Coutinho, nata San Marzano, aveva 26 anni, capelli castani scuri, occhi celesti, denti bianchissimi, quattro figli (dei quali il primo di sette anni, il secondo di cinque, il terzo di due e la quarta di un anno) e alcuni domestici al seguito (tra cui: un cuoco, un valletto, una bambinaia, una cameriera e un cameriere). Già il 23 giugno quella piccola comitiva arrivava a Barcellona, il seguente 10 luglio era a Madrid, mentre, già alla data del 23 agosto 1797, le prime notizie da Lisbona dicono che la piccola figlia dei Coutinho era in fin di vita: sarebbe morta il giorno successivo (memoria del martirio di San Bartolomeo apostolo).

Il disegno (già dell’album di Arroios) che qui riproduciamo, diversamente da quanto riporta la didascalia, non tratta il momento in cui, a Torino, D. Rodrigo si accomiatava dai famigliari (infatti la stessa Mansuy, nel secondo tomo della biografia del Coutinho, ricorda che la nobildonna accompagnò il marito a Genova, dov’egli si imbarcava per il Portogallo). La scritta sembrerebbe accogliere una voce che, pur circolando in casa dei Conti di Linhares, non era veritiera, anche se nata nel loro ambiente stesso. La vistosa cuffia, disegnata sul capo della gentildonna torinese, fa pensare che fosse più adatta all’abbigliamento di una donna che viaggiava per la capitale portoghese (spesso sferzata dai venti atlantici), piuttosto che riferibile a un afoso fine luglio torinese (infatti, come ricordano i dispacci dello stesso Ministro portoghese a Torino, nel periodo estivo erano frequenti le temperature elevate, accompagnate da picchi di umidità). Il disegno quindi è lo schizzo di un testimone (e Sequeira era presente in casa Coutinho a Lisbona, dove aveva visto D. Rodrigo accogliere i famigliari provenienti dal Piemonte). Nella stessa raccolta di disegni ce n’erano altri che ritraevano personaggi pure presenti a quell’incontro, uno di essi rappresenta Gabriella Asinari adagiata su un sedile (formalmente così ben definito da anticipare i lavori da designer che in anni successivi avrebbero impegnato l’artista) e un ritratto del secondo conte di Linhares, D. Vittorio, bambino, disegno che ben figurerebbe tra i migliori disegni inglesi del tempo.

Il lavoro più importante che Sequeira realizzò per i Coutinho tuttavia è un quadro a olio, a proposito del quale l’11 aprile 1985, D. Nuno de Souza Coutinho (1914–2006), 7° Conte di Linhares, nel riscontrare la prima lettera che gli avevo inviato nove giorni prima da Rio de Janeiro, scriveva per me le frasi che qui traduco dal portoghese: «Con molto piacere le mando una fotografia del quadro dei Conti di Linhares dipinto da Domingos Sequeira. Come si sa la Contessa di Linhares era portata per l’arte, soprattutto per la pittura, perciò D. Sequeira ebbe l’idea geniale di pensare alla Contessa che dipinge il ritratto del marito». Si tratta di un’opera pittorica per la quale un altro disegno dell’album di Arroios, eseguito a “punta d’argento”, si rivela un bellissimo studio preparatorio.

Una tela (mai uscita da Lisbona per seguire in Brasile i Coutinho) dalla quale, in Portogallo Francesco Bartolozzi (Firenze, 25.09.1728 – Lisbona, 7.03.1815), morto in Brasile il 1° Conte di Linhares, avrebbe tratto due lavori esemplari del suo ultimo periodo. In essi egli da prova delle sue notevoli abilità di incisore, ribaltando sul lato destro il sinistro per un delicato disegno a colori, e riproponendo il ritratto dipinto da Sequeira in un’acquaforte alla quale legherà indissolubilmente il ricordo del nobile portoghese.

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Per approfondimenti sui conti di Linhares rimando alle mie pagine: «Gabriella Asinari di San Marzano, Contessa di Linhares e la sua missione per l’Ordine di Malta» («Al­manacco Piemontese 2002», Torino, Viglongo, dicembre 2001, pp. 131-137); «1779-1796: a Torino, Dom Rodrigo de Souza Coutinho, portoghese, futuro conte di Linhares e ministro di Stato» («Studi Piemontesi», Torino, giugno 2008, vol. XXXVII, fasc. 1, pp. 181-196) e soprattutto a: Andrée Mansuy Diniz Silva, Portrait d’un homme d’État: D. Rodrigo de Souza Coutinho, Comte de Linhares (1755-1812), (Centre Culturel Calouste Gulbenkian – Commission Nationale pour les Commémorations des Découvertes Portugaises Lisbonne et Paris, tom. 1°, Les années de formation 1755-1796, 2002, tom. 2°, L’homme d’État 1796-1812, 2006). Mentre per il Sequeira rimando a: José Alberto Seabra Carvalho nel catalogo «1768-1837 Sequeira, um Português na mudança dos tempos», Ministério da Cultura – Instituto Português de Museus – Museu Nacional de Arte Antiga, janeiro a março 1997, pp.102-122 «Uma cronologia».

D. Domingos António de Souza Coutinho, m.se di Funchal

(Chaves, 20.02.1762 – Brighton, 28.11.1833).

Miniatura inglese, dipinta verso il 1820.

D. Domingos António de Souza Coutinho

Figlio di D. Francisco Inocêncio de Souza Coutinho (Vila Viçosa, 28.12.1726-Madrid,1781), governatore dell’Angola, morto ambasciatorein Spagna, e di D. Ana Luísa Joaquina Teixeira da Silva de Andrade. Fu fratello di: D. Rodrigo de Souza Coutinho, conte di Linhares (padrino di battesimo del quale era stato il futuro marchese di Pombal), ministro aTorino e membro del gabinetto regio quindi Ministro di Stato in Portogalloe in Brasile che, nel 1796, aveva pubblicato a Parma per i tipi bodoniani «Le virtù del trono. Cantata per la nascita di S. A. R. Don Antonio de Bragança Principe da Beira»; D. José António de Meneses e Souza Coutinho (Chavez, 24.01.1757–Lisbona, 28.09.1817), arcidiacono della Chiesa Patriarcale di Lisbona, noto come Principal de Souza il quale, durante la permanenza in Brasile del re di  Portogallo, a partire dal 1811 e fino alla morte, fece parte del Consiglio di Reggenza del Regno come rappresentante della Chiesa portoghese; D. Francisco Maurício de Souza Coutinho (Contins, 1763/4–Rio de Janeiro, 19.11.1820), ammiraglio della marina reale portoghese, professo e commendatore dell’Ordine di Malta, governatore e capitano-generale del Gran Pará (1789-1801).

D. Domingos António de Souza Coutinho, unico tra i fratelli, si laureò in giurisprudenza all’Università di Coimbra (1781), fu inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Copenhagen (1790-1795), quindi a Torino(1796–1803), in ultimo a Londra (1803-1814) dove, nel 1810, fu elevato al grado di ambasciatore, infine a Roma (1814–1828). A Londra, aveva negoziato la dislocazione della corte portoghese in Brasile. Fu fatto conte di Funchal (17.12.1808), poi, poco prima di morire (nel giugno 1833), marchese di Funchal. Fu membro dell’Accademia delle Scienze di Lisbona fin dal 18.02.1810. Per combattere il Correio Braziliense di Hipólito José da Costa, fondò a Londra il periodico O Investigador Português em Inglaterra, che circolò fino al 1818.

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À memória de minha esposa

Carmen Quireze Burdet (1951- 1988)

há 40 anos de nossa mudança do Brasil

Carlo Alfonso Maria Burdet

Il teatro e la cultura tornano al Festival di Fenestrelle

Il teatro e la cultura tornano al Festival di Fenestrelle, grazie al Festival Teatro e Letteratura  promosso dal Tangram Teatro tra i forti di Exilles e Fenestrelle dal 2 al 17 agosto. Il festival trae origini da tempi lontani, da quando i direttori artistici di Tangram Teatro Ivana Ferri e Bruno Maria Ferraro hanno iniziato a intrattenere un rapporto con il pubblico a Sauze d’Oulx che si sarebbe poi rivelato duraturo.

La trentesima edizione ha preso il via il 2 agosto  a Fenestrelle, con Matthias Martelli nel suo nuovo lavoro “ Il suono delle pagine”, di cui è,  oltre che interprete, anche autore. Era accompagnato dai jazzisti Mattia Basilico  e Alessandro Gwis. Si è trattato dell’interpretazione di pagine della grande letteratura italiana, dai giullari a Dante, da Trilussa a Rodari.

Il 6 agosto, alle 21, andrà in scena “’L’invenzione senza futuro. Viaggio nel cinema in 60 minuti”. A 130 anni di distanza dal quel 28 dicembre 1895, quando si tenne la prima proiezione cinematografica dei fratelli Lumière al Salon du Grand Café di Parigi, andrà in scena uno spettacolo che verrà presentato alle 21 nell’Arena ex bocciofila di Fenestrelle, a ingresso libero. Il testo è  interpretato da Celeste Gugliandolo, Mauro Parrinello e Matteo  Sintucci e scritto da Federico Giani,  Celeste Gugliandolo, Francesca Montanino e Mauro Parrinello. Al centro dello spettacolo la nascita del cinema, avvenuta per mano dei due fratelli francesi. Ciò che si pongono come obiettivo gli interpreti di questo testo è creare una fusione tra teatro e cinema.

L’8 settembre  a Fenestrelle sarà sul palco Neri Marcorè  che, accompagnato dal polistrumentista Domenico  Mariorenzi, proporrà un viaggio dei cantautori italiani e stranieri, da Elvis Costello agli Eagles, da Simon and Garfunkel a Elvis Presley, passando da De André,  molto amato da Marcorè,  a De Gregori e Ivan Graziani.

Bruno Maria Ferraro  porterà in scena “Viaggio con Dante”, seguito il giorno dopo da un incontro promosso sul Sommo Poeta dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino. A Exilles sarà di scena Laura Curino con la pièce “La lezione di Rachel  Carson. La Signora degli oceani”, dedicato a una delle maggiori protagoniste dell’ambientalismo americano.

Interessante incontro domenica 10 agosto a Fenestrelle nell’ambito di ‘Focus ambiente’ con la climatologa Elisa Palazzi, che dialogherà con la docente Maria Ludovico Gullino sul  tema delle conseguenze delle crisi climatiche sui territori montani.

Mara Martellotta

Pippo Leocata. “Parole Parole. Prove di speranza”

Sono una trentina, fra dipinti disegni e sculture, le opere  esposte nella suggestiva cornice del Cinquecentesco Castello di Santa Margherita Ligure

Fino al 15 agosto

Santa Margherita Ligure (Genova)

Da Torino alla Liguria. Riviera di Levante, Golfo del Tigullio. E ancora una volta, uno storico Castello. L’anno scorso fu l’antico “Castello sul mare” di Rapallo; quest’anno è invece il “Cinquecentesco Castello” di Santa Margherita Ligure, opera, costruita a difesa delle frequenti incursioni dei pirati saraceni, dal Maestro comicino Antonio de Càrabo ad ospitare, nel “Salone piano-terra” e nell’inquietante cavernoso “Seminterrato”, fino a venerdì 15 agosto, la personale di Pippo Leocata, pittore scultore, allievo in gioventù, al Politecnico di Torino, del grande Carlo Mollino e che per i Castelli (quali location espositive) pare decisamente avere un “debole” se si pensa anche a un’altra importante mostra da lui tenuta anni fa nelle sale del “Castello Normanno” di Adrano (l’antica “Adranon”), sua terra natia alle falde dell’Etna, fatto erigere nell’anno Mille dal Conte Ruggero I di Sicilia. E, del resto, quale miglior luogo di un “Castello” per mettere in mostra opere che da sempre vivono gli afflati, le atmosfere, le voci di un’antichità totalmente riflessa, ancor oggi, nelle opere dell’artista siculo-torinese, in immagini spesso visionarie fatte di attese, di sogni, di aspettative che hanno dentro l’intima essenza di un quotidiano faticosamente giocato fra presente e futuro?

Promossa dal “Lions Club Santa Margherita Ligure – Portofino” e dal “Comune di Santa Margherita Ligure”, l’attuale mostra nella cinquecentesca Fortezza Sanmargheritese ha un titolo decisamente curioso, se si pensa che in sé quel titolo, fatto di cinque ben calcolate parole, ne racchiude altri due riferiti ad opere che sono al centro del percorso scenico e concettuale della stessa rassegna. “Parole Parole. Prove di Speranza”. Partiamo proprio da quel “Prove di speranza”. Tre parole folgoranti pensate a dar voce (al centro del grande Salone a piano terra), nella loro simbolica asserzione ad un’installazione “performativa” – riferita al “Giubileo della Speranza” di Papa Francesco – che non credo di sbagliare nell’indicare come vero fulcro centrale della rassegna. In legno di pallet, catramina e olio (estremamente attuale nel riferimento all’atroce crudeltà dei tempi di guerra che oggi paralizzano il mondo) l’opera ci offre la tragica visione di due poderose, sbrecciate “Porte Sante” che, al loro aprirsi, non possono che restituirci sgomento, cumuli di macerie, frammenti di antichi simboli di fede, bianchi sudari di morte e oceani di lacrime di donne, uomini, bambini (quanti bambini!) per i quali la vita è stata solo, o quasi, guerra.

 

E, per molti, subito morte. A lato, un grande olio urla la parola “PACE”. Anche in lingua araba. E potrebbe farlo usando decine di altri idiomi, propri degli oltre cinquanta Paesi oggi coinvolti in conflitti internazionali, spesso ignoti. O ignorati. E, dunque, quanto Leocata può offrirci, al di là del suo agire artistico, sono solo, per l’appunto, “Prove di Speranza” prima ancora di “prove di pace”. Quella “speranza” e quella “pace”, mai come oggi parole sconosciute ai “Grandi (piccoli, piccoli) padroni del Pianeta”, carne senza cuore, bruciati dall’arsura di un potere che non conosce limiti e ormai sordo ad ogni minimo sussulto d’umanità. Capaci solo, per l’appunto, di “Parole.Parole”. Ed ecco l’altro titolo. E l’altra opera di Leocata (olio e acrilico su tela del 2014 – ma oggi ancora così attuale e utilizzato, fra l’altro, come cover di un libro di “Pedagogia”, pubblicato nel 2021 in Italia e in Germania) in cui “griglie” letterarie “alla Boetti” fanno corpo a strutture urbane sovrastate dal rosso di un cielo infuocato dove anche il cerchio solare pare soccombere al fuoco del “nulla”. Di “parole”, solo “parole”, “parole dette e non dette”, parole – fumo che lasciano a terra le macerie e gli ingombri delle “Porte Sante”. A raccoglierle e a farne nuove più solide strutture sarà forse quel milione di Giovani, i “Papa Boys”, cui l’attuale Santo Padre venuto dalle Americhe ha di recente affidato il sacrosanto universale “mandato di pace”. Le nuove generazioni. E che bella, in proposito, la “futuristica” poetica “Offerta di pace” (il fanciullo generoso e il truce guerriero), olio e acrilici su legno del 2019! Insieme a quella “chicca” assoluta delle bianche “argille” (Anni ’90) esposte nel cavernoso “Seminterrato” del Castello, “omaggio” prezioso alla secolare storia della “Fortezza”. Roccia su roccia.

Impalpabile riflesso luminoso sull’antico immaginifico universo del nostro Pippo, sulle sue “rocche”, i suoi “guerrieri”, su quella sua “Muntagna”, indimenticata madre e matrigna. Immagini di una vita intera. Un personalissimo, inconfondibile “antico” riproposto “nelle sue varie interpretazioni – ci ricorda lo stesso artista – e coinvolgimenti personali”.

Gianni Milani

“Parole.Parole. Prove di speranza”

Castello Cinquecentesco, Salita al Castello 1, Santa Margherita Ligure 1 (Genova); tel.0185/293135

Fino al 15 agosto

Orari: feriali 18/22; sab. e dom. 10/12 e 18/20

Nelle foto: “Porta Santa A/B”, legni di pallet, catramina, acrilici e olio, 2025; “Parole parole”, olio e acrilici su tela, 2014: “Offerta di pace”, olio acrilici su legno, 2019); Seminterrato, “Opere in argilla, legno e acrilici”, anni ‘90

Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio

Oltre Torino: storie miti e leggende del Torinese dimenticato

È luomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nellarte. 

Lespressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo luomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché  sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.

Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo.  Non furono da meno gli  autoridelle Avanguardie del Novecento  che, con i propri lavori disperati, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto Secolo Breve.

Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di ricreare la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i ghirigori del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa ledera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di unarte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che larte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

Torino Liberty

1.  Il Liberty: la linea che invase l’Europa
2.  Torino, capitale italiana del Liberty
3.  Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
4.  Liberty misterioso: Villa Scott
5.  Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
6.  Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
7.  Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
8.  La Venaria Reale ospita il Liberty:  Mucha  e  Grasset
9.  La linea che veglia su chi è stato:  Il Liberty al Cimitero Monumentale
10.  Quando il Liberty va in vacanza: Villa  Grock

Articolo 3. Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio

Con lEsposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna del 1902, Torino assume il ruolo di  polo di riferimento per il Liberty italiano. LEsposizione del 1902 è un evento di grandissimo successo, e numerosi sono gli architetti che offrono il proprio contributo, ma il protagonista indiscusso di questa stagione èPietro Fenoglio, il geniale ingegnere-architetto torinese, che abitònella palazzina di Corso Galileo Ferraris, 55.

Allinizio del Novecento, Torino vede in particolare il quartiere di Cit Turin al centro della propria trasformazione. A partire da Piazza Statuto si dirama il grande Corso Francia che, con le sue vie limitrofe, costituisce in questa zona un quartiere ricco di architetture in stile Art Nouveau unico nel suo genere. Un tratto urbanistico in cui sono presenti numerose testimonianze dellopera di Fenoglio, riconoscibile dai caratteristici colori pastello, dalle decorazioni che alternano soggetti floreali a elementi geometrici e dallaudace utilizzo del vetro e del ferro. 

Personalità artistica di estremo rilievo, Pietro Fenoglio contribuisce in modo particolare a rimodellare Torino secondo il gusto Liberty. Nato a Torino nel 1865, larchitetto-ingegnere orienta il suo campo dinteresse nelledilizia residenziale e nellarchitettura industriale. Nato da una famiglia di costruttori edili, frequenta la Regia Scuola di Applicazione per ingegneri di Torino; subito dopo la laurea, conseguita nel 1889, inizia unintensa attività lavorativa, raggiungendo ottimi risultati in ambito architettonico. Partecipa, nel 1902, allOrganizzazione internazionale di Arte Decorativa Moderna di Torino e in questoccasione approfondisce la conoscenza dello stile liberty, riuscendo poi a concretizzare quanto appreso nei numerosi interventi edilizi di carattere residenziale, ancora oggi visibili nel territorio cittadino. La sua attività di progettista si estende anche al campo dellarchitettura industriale, come testimoniano la Conceria Fiorio (1900 – Via Durandi, 11) o la Manifattura Gilardini (1904 – Lungo Dora Firenze, 19). Nel 1912, Pietro entra a far parte del Consiglio di Amministrazione della Banca Commerciale Italiana ed è tra i promotori della SocietàIdroelettrica Piemonte. Colto da morte improvvisa, Pietro Fenoglio muore il 22 agosto 1927, a soli 62 anni, nella grande casa di famiglia a Corio Canavese.

Tra tutte le sue realizzazioni spicca lopera più bella e più nota per la ricchezza degli ornati: Casa Fenoglio-La Fleur (1902), considerata unanimemente il più significativo esempio di stile Liberty in Italia. Progettata in ogni più piccolo particolare da Pietro Fenoglio per la sua famiglia, la palazzina di Corso Francia, angolo Via Principi dAcaja, trae ispirazione certamente dallArt Nouveau belga e francese, ma lobiettivo dellIngegnere è di dar vita al modello Liberty. La costruzione si articola su due corpi di fabbrica disposti ad elle, raccordati, nella parte angolare, da una straordinaria torre – bovindo più alta di un piano, in corrispondenza del soggiorno. Manifesto estetico di Fenoglio, ledificio – tre piani fuori terra, più il piano mansardato –  riflette lestro creativo dellarchitetto, che riesce a coniugare la rassicurante imponenza della parte muraria e le sue articolazioni funzionali, con la plasticità tipicamente Art Nouveau, che ne permea lesito complessivo. Meravigliosa, e di fortissimo impatto scenico, è la torre angolare, che vede convergere verso di sé le due ali della costruzione e su cui spicca il bovindo con i grandi vetri colorati che si aprono a sinuosi e animosi intrecci in ferro battuto. Unedicola di coronamento sovrasta lelegante terrazzino che sporge sopra le spettacolari vetrate.  Sulle facciate, infissi dalle linee tondeggianti, intrecci di alghe: un ricchissimo apparato ornamentale, che risponde a pieno allautentico Liberty. Gli stilemi fitomorfi trovano completa realizzazione, in particolare negli elementi del rosone superiore e nel modulo angolare. Altrettanto affascinanti per la loro eleganza sono landrone e il corpo scala a pianta esagonale. Si rimane davvero estasiati di fronte a quelle scale così belle, eleganti, raffinate, uniche. Straordinarie anche le porte in legno di noce, le vetrate, i mancorrenti, e le maniglie dottone che ripropongono lintreccio di germogli di fiori. 

La palazzina non è mai stata abitata dalla famiglia Fenoglio, e fu venduta, due anni dopo lultimazione, a Giorgio La Fleur, imprenditore del settore automobilistico, il quale volle aggiungere il proprio nome allimmobile, come testimonia una targa apposta nel settore angolare della struttura. Limprenditore vi abitò fino alla morte. Dopo un lungo periodo di decadenza,  la palazzina venne frazionata e ceduta a privati che negli anni Novanta si sono occupati del suo restauro conservativo.

Alessia Cagnotto