CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 169

La commedia del “Gabbiano”, quasi un musical

Per la stagione dello Stabile, al Carignano sino al 14 dicembre

Leggendolo, mi convinco una volta di più che non sono un drammaturgo.” Definitivo, brutale e pessimista, sino in fondo. E dire che, nell’autunno del 1895, scrivendo all’amico Aleksej Suvorin – magnanimo editore delle sue opere, un rapporto che durò una quindicina d’anni e che s’affievolì all’epoca dell’affare Dreyfuss per le differenti posizioni prese -, era partito fiero, col piede giusto, forgiato di ogni sicurezza: “Figuratevi, sto scrivendo un testo teatrale, sarà pronto non prima di novembre. Scrivo con gusto, anche se mando all’aria tutte le buone regole. È una commedia, ci sono tre parti femminili, sei maschili, quattro atti, un bel paesaggio (vista sul lago), molti discorsi sulla letteratura, poca azione, un quintale d’amore.” Una quintalata, e anche qualche grammo in più, che continua inevitabilmente ad abitare questa edizione del “Gabbiano” sulla cui protezione è calato un buon numero di Teatri Stabili e Teatri Nazionali, del Veneto – del quale il regista Filippo Dini da due anni è direttore -, Torino, Roma, Bolzano e Napoli, quintalate d’amore che avvolgono quel gruppo d’amici e parenti che vengono a occupare le stanze della villa dell’attrice Irina Arkadina, sulle rive di un grande lago, dove suo figlio Kostja, senza troppa convinzione del suo pubblico tenterà d’inscenare una sua breve composizione teatrale che piacerà quasi a nessuno: chiaro che il ventenne pieno di ribellione dentro il cuore e il cervello s’inferocisca mica poco, reclamando “nuove forme” di teatro, scalpitando contro una società abbarbicata su canoni antichi e che non vede più in là del proprio naso. Dini è come Kostja, anzi Dini “è” tout court Kostja. Ormai obbediente a quella fregola registica di porre azioni e attori dentro il contemporaneo, comincia con l’affidare, all’interno del primo atto, il testo di Kostja e la recitazione della giovane Nina, quasi fidanzatina che sfrigola a ogni istante, allo sguardo ribelle di Leonardo Manzan, controcorrentissimo, astruso e assurdo, strampalato e all’insegna del “famolo strano” a tutti i costi, sul sentiero di una moda che sta prendendo il posto di altre mode (forse): dopo che il triste e angry man aveva steso il proprio “manifesto” (per diretta definizione della madre) con un giro panoramico sul teatro del Novecento che senza batter ciglio citava e commentava Brecht ed Eduardo, con accenno musicale di “che gelida manina”.

Malinconia ma neppur tanta, arrivi e partenze, l’esistenza stracca, una sorta di forzata allegria e falsa spensieratezza a serpeggiare, il riconoscibile andare alla deriva di uno scampolo d’umanità che stava per buttarsi in braccio a rivoluzioni e guerre, sulle direttive del signor Cechov che reclamava sulle locandine il termine “commedia”, e poi noia tanta noia, e inseguimenti amorosi a perdifiato giù lungo i 150’ dello spettacolo, con lo squattrinato Medvedenko, spuntato dal nulla ad inizio spettacolo per cantare come un Rino Gaetano de noantri una canzone d’amore alla sua bella che più a squaciagola non si potrebbe, che ama Maša che insegue Kostja, il quale sogna disperatamente Nina – “d’amore si muore”, avrebbe detto Patroni Griffi qualche decennio dopo -, che sì all’inizio un pensierino ce lo farebbe ma che poi è catturata dal vortice che raccoglie il suo desiderio d’attrice e il successo dello scrittore Trigorin, che di professione fa l’uomo usa e getta, a secondo dei tempi e della bisogna, che da Irina è inseguito, senza dimenticare mamma Polina che ha un debole per il dottor Dorn. Un girotondo infinito, che si stacca e si ricompone, discorsi di letteratura e di spicciola filosofia quotidiana, due colpi di rivoltella, uno che fa il danno di un graffio e l’altro che porta alla morte. Su ogni azione, sui dialoghi caparbiamente urlati, sui tratti e il susseguirsi delle azioni a volte inverosimili costruiti a spintoni, c’è la mano di Dini, di gran lunga più accettabile nel suo primo Cechov che fu pochi anni fa “Ivanov”. Una regia sfrontata, dedita alla più forte esasperazione, urlata, votata allo stravolgimento – volontà del tutto registica – di tutto quel cecovismo che abbiamo visto in questi decenni: ferma restando in chi scrive la convinzione che non è certo onesto “trafugare” un testo al proprio legittimo proprietario e che, quando in un paio di ispirati momenti la stessa regia ritorna nell’alveo, è in quei momenti che ci si rifugia nella giusta ispirazione.

Forse Dini s’è voluto bellamente dimenticare che, pur nella ricerca della novità, entro cui spunta oggi quella necessaria quanto insondabile figura teatrale che è il dramaturg, pronto a essere cacciato a viva forza in ogni “rivisitazione” o “rilettura” alla moda (qui ha il nome di Carlo Orlando), sarebbe necessario il vecchio, oraziano, “est modus in rebus”, la misura, l’equilibrio, la negazione degli eccessi, il ponderare con acume fin dove spingersi. Magari non far diventare “il gabbiano” quasi un musical, con quelle canzoni, disinvolte e struggenti con tanto di microfono, spingendosi sino a quel capolavoro che è l’Oscar “Skyfall”, targato 007, per la voce di un’Adèle che non è neppure avvicinabile – ma, per carità, non era certo quello il fine, non siamo ancora arrivati ai “tali e quali” del signor Conti; magari, nella rabbia e nel disfacimento esistenziale del momento di Maša, non obbligare la povera Enrica Cortese, con i suoi tratti di borgatara pur essa arrabbita, a farsi una sputacchiera di pezzi più o meno sminuzzati di mela, sulla faccia del grande scrittore; magari non regalare alla Nina (che è una Virginia Campolucci a suo modo credibile) la patente di instabile permanente, magari soprattutto non regalare a Trigorin l’errore più vistoso della serata. Agghindato, come molti altri, nei costumi di Alessio Rosati – la scena fatta di sdraio computer albero spoglio e fondale lacustre e tetro, di Laura Benzi, essenziale prigione a specchio – più adatti a uno spettacolo da circo che a una commedia russa, Dini, al limite della caricatura, fa del suo antipaticissimo scrittore un rintontonito e balbuziente essere, eccessivo, bambinesco nei gesti, di cui difficilmente riusciamo a immaginare la scalata al successo, l’ingresso nei salotti, gli assatanati innamoramenti di due donne: semplicemente difficile. I più compos sui paiono la Irina di Giuliana De Sio (sebbene paia messa un po’ a lato, ben altra per forza nelle immagini di madre di “Agosto a Orage County” di Tracy Letts e “Cose che so di essere vere” di Bovell, passate nelle scorse stagioni sullo stesso palcoscenico del Carignano, in altri tempi cavallo di battaglie per le grandi attrici), gretta, autoritaria e vuota, tutta impegnata a raccontare di veri o presunti successi, fatta di tanti “amore della mamma”, e il Kostja di Giovanni Drago, che gira in lungo e in largo come una farfalla impazzita e si sbraccia in sparate sacrosante, animoso, eroe di breve durata chiuso nel suo lungo pastrano, passionale e intimamente più che sfrontatamente chiuso nella propria rivoluzione, purtroppo uno dei pochissimi fattori che ci abbiano convinto la sera della prima. Repliche sino 14 dicembre.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Serena Pea, alcuni momenti dello spettacolo.

“ET” di Riccardo Cordero, il Museo Accorsi-Ometto si apre al Novecento

Nella serata di giovedì 4 dicembre, il Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto ha presentato un’opera molto speciale: “ET”, di Riccardo Cordero, realizzata nel 2007.

Una scultura che il Museo ospita all’interno del proprio cortile, alta poco più di due metri e omaggio simbolico all’arte e all’architettura barocca. Caratterizzata da un frenetico rincorrersi di linee e curve, esprime al meglio la tensione dinamica dell’energia in movimento, intrappolata all’interno di una robusta e lucente superficie in acciaio inox. Con questa scultura, Riccardo Cordero dimostra di partire dal movimento continuo e pluridirezionale delle superfici barocche per giungere a esiti non figurativi che lo pongono in continuità con le sperimentazioni astratte e spaziali novecentesche, interessate a dare forma e colore al sentimento e al pensiero individuale.

Per il Museo Accorsi-Ometto, storicamente specializzato nell’esposizione d’arte settecentesca, ospitare “ET” di Cordero significa un’apertura all’arte novecentesca, e l’occasione per presentare, in occasione delle festività natalizie, l’acquisizione di alcune opere di Carlo Levi e Francesco Gonin, oltre alla composizione di una magica tavola di Natale decorata con un bellissimo servizio di piatti in porcellana realizzato a Limoges, in Francia, nei primi anni del Novecento. Fu acquistato da Amalia Cattaneo, a Torino, in uno dei numerosi punti vendita della preziosa ceramica francese, quello del signor Pietro Scaglia, di via Garibaldi 10. Il servizio, che conta oltre cento pezzi, ma che non è esposto nella sua interezza, è stato concesso per l’evento festivo dal suo attuale proprietario, Leopoldo Olivero,

“Ospitando nel nostro cortile la scultura di Riccardo Cordero – ha dichiarato Luca Mana, direttore del Museo Accorsi-Ometto – abbiamo certamente dato risalto all’arte di uno scultore cha ha già preso parte, in passato, a molte esposizioni proposte dal Museo, ma si tratta anche di un’operazione studiata appositamente per aprirsi all’arte del Novecento. La presenza di ‘ET’ nei nostri spazi significa omaggiare la città di Alba, che ha dato i natali a Riccardo Cordero, e che è stata ufficializzata come Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea nel 2027. La presentazione della sua opera ci permette anche di comunicare l’acquisizione di alcune opere di Carlo Levi e Francesco Gonin, oltre all’esposizione, in occasione delle Feste, del magnifico servizio Limoges su gentile concessione di Leopoldo Olivero. L’obiettivo del Museo Accorsi-Ometto è quello di diventare un foro accessibile a tutti, e la scultura di Riccardo Cordero, visitabile gratuitamente per tutta la cittadinanza, è un esempio chiaro della direzione intrapresa”.

“Voglio ringraziare il presidente e il direttore del Museo Accorsi-Ometto per la cura e l’accoglienza dedicata a ‘ET’ – ha sottolineato l’artista Riccardo Cordero – questa mia opera, che ha visto la luce nel 2007 e che è nata da un’esperienza artistica originata in Cina, si ispira alle linee e alle forme del barocco, in particolare del barocco piemontese. La scultura, che è un intreccio di linee d’acciaio pensato per rappresentare l’energia dell’universo, degli astri e dello spazio, e progettata aerata affinchè il fruitore possa immaginare di viverla immerso all’interno di essa, si ispira alla struttura della cupola della chiesa torinese di San Lorenzo. Una cupola, come dice Guarini, che è ‘fonte di meraviglia, atterrimento dell’animo umano’. Un intreccio di sculture articolate su tre ordini sovrapposti, occultate dall’architettura apparente dell’aula, che sostengono la vertiginosa cupola. Guarini ha saputo concentrare la complessa, misteriosa struttura della cupola, nella rappresentazione dell’istante in cui il calcolo matematico diventa un percorso di fantasia che tende a Dio”.

Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto – Via Po 55, Torino

www.fondazioneaccorsi-ometto.it

Gian Giacomo Della Porta

A lezione di storia con il Museo Diffuso della Resistenza

Il Museo Diffuso della Resistenza, in collaborazione con il Polo del ‘900, presenta “I difficili anni del dopoguerra”, un ciclo di 4 incontri dedicato alle trasformazioni politiche, giuridiche e istituzionali che hanno segnato l’Europa e l’Italia tra la fine della seconda guerra mondiale e l’immediata ricostruzione. Si tratta di 4 appuntamenti con studiosi ed esperti di livello nazionale che affronteranno questioni cruciali: sui nuovi confini europei, le migrazioni forzate, la nascita del diritto internazionale e la rinascita democratica della Città di Torino. Il primo incontro si terrà mercoledì 10 dicembre dalle ore 18 alle ore 20 presso il Polo del ‘900. Relatori lo storico Antonio Ferrara e Niccolò Pianciola, professore associato presso l’Università di Padova, coautore del volume “L’età delle migrazioni forzate – esodi e deportazioni in Europa 1853-1963”. Fra gli anni Cinquanta del diciannovesimo secolo e la metà di quello successivo, decine di migliaia di persone vennero espulse e collocate altrove, o costrette a emigrare, solo per he classificate come membri di uno specifico gruppo etnonazionale o religioso. Il fenomeno interessò quell’Europa di mezzo, divisa fino alla prima guerra mondiale tra gli imperi zarista, tedesco, asburgico e ottomano, e si concentrò soprattutto nel periodo tra le guerre balcaniche e il consolidamento dei regimi comunisti nell’Europa Centrorientale. L’incontro, con un ampio raggio d’osservazione, affronta le connessioni nel periodo tra il 1945 e il 1961, tra le migrazioni forzate che ebbero luogo nell’Europa Centrorientale dopo la conclusione della seconda guerra mondiale e quelle che coinvolsero palestinesi ed ebrei, e che si verificarono in Medioriente successivamente alla creazione dello Stato di Israele.

Il secondo incontro si terrà giovedì 18 dicembre, dalle 18 alle 20, con Alberto Perduca, già magistrato, e si concentra sulla giustizia penale internazionale, che si occupa dei crimini più gravi riconosciuti dal diritto: crimini di guerra, contro l’umanità, genocidio e crimine d’aggressione. L’obiettivo è perseguire gli abusi che, continuati su vasta scala nel Novecento, la comunità internazionale, dalla fine della seconda guerra mondiale, ha ritenuto necessario reprimere. Per dare applicazione come,età a questo principio di responsabilità sono nati tribunali e corti internazionali il cui percorso negli ultimi ottant’anni ha segnato passi importanti.

Il terzo incontro si terrà lunedì 22 dicembre, dalle 18 alle 20, sempre al Polo del ‘900, presso lo spazio Incontri. Protagonisti Antonella Finiani, insegnate e ricercatrice del Centro Studi Piero Gobetti, e Gianni Bissaca, drammaturgo, regista e attore. L’incontro sarà dedicato al biennio 1945-1946, la prima Giunta Comunale a Torino dopo la Liberazione, che operò in una situazione di sofferenza e difficoltà. Ada Prospero Gobetti, dopo la Liberazione, fu nomjnata Vicesindaca di Torino, incaricata dal Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del partito d’Azione. Ricoprì tale carica sino all’elezione del 1946, occupandosi in particolare di istruzione e assistenza. La realtà che emerge rappresenta una testimonianza preziosa di ritorno alla vita, in cui cura e politica sono assunte a dimensioni fondative del tessuto democratico. La riflessione ne ricostruisce la figura di politica e partigiana nel delicato passaggio tra la liberazione e la ricostruzione. Questa difficile fase della storia della città sarà oggetto nella primavera del 2026 di un’azione teatrale che il museo organizzerà in collaborazione con il Consiglio Comunale.

Ultimo incontro previsto, in programma il 23 dicembre dalle 18 alle 20, presso lo spazio Incontri del Polo del ‘900, è con Andrea Di Michele, docente ordinario dell’Università di Bolzano. Il titolo dell’incontro sarà “Confini”, e riguarderà la riorganizzazione dell’Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale, che per metà avviene portando o riportando regimi illiberali, mentre per l’altra metà ritrova la democrazia. La divisione dell’Europa è sempre stata vista sotto la prospettiva della Guerra Fredda, cioè del conflitto tra le due superpotenze nei rispettivi campi di influenza che si contrappongono. In Italia, come avvenuto alla fine e della seconda guerra mondiale, la questione dei confini si pone in particolare nel quadrante Nordorientale, con conseguenze drammatiche per le popolazioni. Con il passare dei decenni, la precarietà e le discussioni sui confini tornano d’attualità e interrogano le istituzioni internazionali faticosamente costruite nel dopoguerra.

Gli incontri si terranno al Polo del ‘900, presso Palazzo San Daniele.

“TIERRA Y MAR 2025” Settimana del Tango nell’ Imperiese

Una mostra, tre workshop e un recital sul tango

I nostri concittadini, turisti/migranti pre-natalizi nella nostra meravigliosa Liguria, saranno probabilmente interessati alla “Semana Dia del Tango” 2025 (manifestazione nell’ambito della seconda edizione di “Tierra y Mar”) che si svolgerà da sabato 6 all’11 dicembre nell’Imperiese. Dopo una vivacissima estate, si rientra nel vivo della profondità culturale e artistica rioplatense, con vari appuntamenti dedicati al Tango.

Da fruire saranno varie opere grafiche, immagini, testi delle canzoni di tango e narrazioni sceniche organizzate da Casa de Tango by Etno-tango, con il Patrocinio del Consolato Argentino di Milano.

Si inizia il 6-7-8 dicembre al Forum Ricca di Civezza, dalle 15.00 alle 18.00 (ingresso a offerta libera) con l’esposizione delle tavole “I TANGHI DI TANGO”, mostra iconografica di grandi immagini abbinate ai testi più famosi del tango cançion: da La Morocha a Amablemente, da Yira Yira a Caminito.

Sempre nella stessa sede, dalle 16.00 alle 17.30 il workshop “SOY YO” condotto da Monica Mantelli (ogni giorno un tema diverso). Si parlerà degli archetipi del tango attraverso le Letras e l’immaginario grafico di grandi disegnatori.

L’ultima mezz’ora vedrà ogni giorno un ospite speciale così organizzato:

Sabato 6 – Simonetta Giacosa, esperta di settore, spiegherà ai presenti la pratica metamorfica applicata al ballo del tango.

Domenica 7 – Ippolito Ostellino, esperto naturalista, proietterà i Case Histories più interessanti di tango in natura, dal titolo “A piedi nudi nel parco”.

Lunedì 8 – a Diego Pavia l’interpretazione con alcune ballerine del Tango di Roxanne (tratta dall’Asterione di Borges).

Infine, grande celebrazione Giovedì 11 dicembre alle ore 17.00 presso il prestigioso Grand Hotel des Anglais di Sanremo per un ultimo appuntamento con il Recital THREE LADIES FOR TANGO, con Tita Merello, Maria de Buenos Aires, Evita Peron. Il tutto sarà gestito da Monica Mantelli, esperta di cultura rioplatense e direttrice artistica della rassegna.

La celebrazione “DIA DEL TANGO” compie 48 anni nel 2025 per evidenziare l’importanza di questa danza nella cultura argentina; la data stessa fu scelta in omaggio alla nascita del cantante Carlos Gardel (1890) e del direttore d’orchestra Julio de Caro (1899).

Per info sui workshop, inviare messaggio whatsapp al 377/04.88.519; partecipazione libera con offerta consapevole (consigliati 10 euro a persona). Organizzazione a cura di Casa de Tango by Etno-tango, in collaborazione con il Comune di Civezza.

Ferruccio Capra Quarelli

Vitamine Jazz Festival: la musica che cura

Quarta edizione al Teatro Juvarra di Torino

Sabato 6 dicembre 2025, ore 16.45

Il 6 dicembre 2025, alle 16.45 si terrà, presso il Teatro Juvarra di Torino, la quarta edizione del “Vitamine Jazz Festival”, con una rappresentanza dei musicisti che volontariamente, , donano la loro arte nei reparti dell’Ospedale S. Anna per rispondere all’appello della Fondazione Medicina a Misura di Donna onlus.

Emanuele Cisi e Barbara Raimondi docenti del Dipartimento Jazz del Conservatorio G. Verdi di Torino, Sergio Di Gennaro e Elis Prodon nomi eccellenti del jazz torinese, i giovani Mattia Basilico e Nicolo’ Di Pasqua fra i freschi vincitori del prestigioso concorso Massimo Urbani, dal Brasile Roberto Taufic, Gilson Silveira, Val Coutinho e Sabrina Mogentale: sono solo alcuni dei musicisti che arricchiscono il ghiotto cartellone del Festival di Vitamine Jazz di quest’anno.

Il ricavato della serata sarà destinato a progetti concreti per la salute e il benessere delle donne, con particolare attenzione alla prevenzione e alla diagnosi precoce delle patologie femminili.

Le “Vitamine Jazz”, varate nel settembre 2017 dalla Fondazione Medicina a Misura di Donna, in accordo con la Direzione dell’AOU Città della Salute e della Scienza e l’Università degli Studi di Torino, sono il più articolato, ampio e longevo programma al mondo di esecuzioni di jazz realizzate in un ospedale. La Fondazione ha mobilitato, con la Direzione Artistica di Raimondo Cesa, le

istituzioni culturali del territorio e la comunità degli artisti che hanno messo a disposizione della causa tempo e competenze in modo gratuito.

Il progetto si colloca nel percorso strategico sull’alleanza virtuosa tra “Cultura e Salute” varato dalla Fondazione nel 2011 che vede coinvolti istituzioni culturali, medici, esperti nelle scienze sociali, economisti della cultura per portare in Ospedale esperienze pilota esportabili in altri contesti.

All’Ospedale Sant’Anna di Torino, il più grande d’Europa dedicato alle donne, sono stati superati i 485 appuntamenti musicali con la partecipazione di oltre 450 jazzisti di fama nazionale e internazionale.

Le note del jazz hanno dato il benvenuto alle nuove vite nei reparti maternità, accompagnato le pazienti durante le cure chemioterapiche nel Day Hospital oncologico, ingannato il tempo dell’attesa nelle sale d’aspetto e al pronto soccorso.

Il programma si sviluppa in dialogo con il personale dei reparti coinvolti ed è stato valutato molto positivamente da pazienti e operatori sanitari.

Attendiamo gli appuntamenti con curiosità e meraviglia. La musica ci stimola e ci ha aperto nuovi mondi” affermano le infermiere intervistate. Gli stessi musicisti definiscono l’ospedale “un grembo armonico” e considerano l’esperienza dell’esecuzione ad personam un arricchimento personale e professionale.

La musica si è dimostrata una importante alleata nel percorso di cura e per questo siamo riconoscenti a tutti gli Artisti che hanno risposto con grande generosità ed entusiasmo al nostro appello” afferma la prof.ssa Chiara Benedetto, Presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna.

Neppure il Covid è riuscito a fermare “Vitamine Jazz”! Nei due anni di forzata assenza dalle corsie del Sant’Anna il mondo jazzistico si è attivato per prendere parte a quelle che sono state chiamate “Vitamine Jazz Virtuali”, inviando telematicamente video dedicati da ogni parte del mondo. L’esempio più eclatante è il video registrato in Brasile per le Vitamine Jazz Torinesi da Roberto e Eduardo Taufic con il grande Ivan Lins!

La musica è conversazione, comunicazione in armonia. Il jazz in particolare è condivisione continua. Dall’interazione fra musicista e spettatore nascono le successive improvvisazioni”, afferma con orgoglio Raimondo Cesa che cura la rassegna e presidia ogni incontro.

“Atomica”: al Teatro Astra il mostro nel paradosso della luce

Dopo il grande successo di “Dracula”, la stagione 2025-2026 del TPE Teatro Astra, “Mostri”, prosegue fino al 7 dicembre prossimo con la pièce “Atomica”, uno spettacolo di Muta Imago con la regia di Claudia Sorace e la drammaturgia e il suono di Riccardo Fazi. Sul palco, i bravissimi e intensi Alessandro Berti e Gabriele Portoghese hanno dato vita al carteggio tra Claude Eatherly, giovane pilota texano che dà l’approvazione definitiva allo sgancio della bomba atomica che colpì Hiroshima, l’unico della missione a sentire il peso della colpa, e il filosofo tedesco Gunther Anders, portando in scena uno spettacolo necessario, contemporaneo nella maestria di urlare disperatamente il presente richiamando il passato, evocando inoltre quella mostruosa caratteristica del potere, quando si trova a dover perpetuare sé stesso, nell’affrontare con tanta leggerezza criminale il possibile utilizzo, come oggi accade, dell’ arma nucleare.

Il tema dominante nella pièce sembra essere quello della ferita insanabile, uno strappo al di là di ogni aiuto che colpisce Eatherly e l’umanità intera, di cui diventa simbolo. Il giovane pilota rappresenta la trasfigurazione di un fantasma che vive nel cono d’ombra della luce proiettata dal mostro. Una luce, quella dell’esplosione atomica, che acceca, cancella e annichilisce, favorisce il buio della coscienza disinnescando l’impeto di ribellione, costruisce il proprio significato attraverso un’ immagine, tristemente nota, priva di linguaggi universali che possano comprenderla e accettarla: il fungo atomico, la cui forma disegnata rappresenta anche il recinto di “The Bomb”, leggendaria poesia di Gregory Corso in cui le parole, scontrandosi come atomi, danno vita a una reazione in versi che causa delirio, simbolo della follia umana. La sensazione, fin dall’inizio dello spettacolo, è quella di trovarsi di fronte alla caduta del miltoniano Lucifero di “Paradise Lost”, di condividere il folle paradosso della sua sofferenza, il tonfo bestiale di chi, caricatosi sulle spalle il peso dell’ombra, è precipitato generando la luce di Dio.

Forse il mostro è un’entità che supera i confini del bene e del male, del buonsenso e della scelleratezza. Forse è possibile trovarlo, attenendosi al tema della pièce, in quella lingua di terra che separa la radiazione sperimentata da Marie Curie per la lotta al cancro da quella finalizzata allo sterminio di massa. Il mostro è quella frattura che divide, è la scintilla, l’istante che cambia la storia. Sarebbe troppo facile, fin banale, riconoscerlo in quanto male. Il “monstrum” è anche lo spirito divino, il prodigio, quella geniale consapevolezza d’aver accettato la morte, il disfacimento nostro e quello dell’altro, la violenza, i soprusi, la tortura. Il mostro è la ferita che l’umanità si autoinfligge, una dimensione di domande che rappresentano esse stesse la risposta, sofferenze e colpe di cui siamo a conoscenza e che, per qualche motivo, accomunano sia la vittima che il carnefice. Uomini, nella ciclica ristrutturazione dell’ignoto, nel mito di domani.

Lo spettacolo, consigliatissimo, prende la forma di un viaggio onirico e visivo nella psiche del protagonista, che affronta i fantasmi di un complesso di colpa soggettivo che diviene collettivo. Una riflessione sulla perdita dell’innocenza di un mondo che, dal 6 agosto 1945, è costretto a confrontarsi con la minaccia della propria fine.

Gian Giacomo Della Porta

Un musical intenso: la vita di Frida Kahlo. Sul palco anche Drusilla Foer

 

Da giovedì 4 a domenica 7 dicembre, al Teatro Alfieri di Torino, andrà in scena “Frida Opera Musical”, lo spettacolo scritto da Andrea Ortis e Gian Mario Pagano, che ha debuttato il 30 ottobre scorso al teatro Arcimboldi di Milano. Si tratta di un viaggio straordinario nelle opere di Frida Kahlo, secondo un progetto realizzato dalla MIC International Company in collaborazione con il Museo Frida Kahlo, “Casa Azul” e il Museo Diego Rivera Anahuacalli di Città del Messico, e con il patrocinio dell’ambasciata del Messico in Italia. I protagonisti di questa opera sono Federica Butera, che interpreterà il ruolo della Kahlo, Diego Rivera, interpretato da Andrea Ortis, che esprimerà la forza del suo corpo ferito, la resistenza e la voglia di vivere, la lotta per la libertà e l’identità. Ad accompagnare il viaggio di Frida Kahlo e del suo tormentato amore Diego Rivera, sarà Catrina, interpretata da Drusilla Foer, protagonista assoluta dell’immaginario popolare della cultura messicana. Incarna la morte, non vista come opprimente e minacciosa, come percepita in Europa, ma una morte sorridente, gentile, un po’ manipolatrice, che guarda alla vita con amore e contemplazione. Si tratta della prima produzione di Teatro Musicale realizzata in partnership con il Messico. Il palcoscenico del teatro Alfieri sarà popolato da tanti personaggi che ballano e canta o sulle musiche e le liriche di Vincenzo Incenzo, compiendo un viaggio attraverso la vita e pe opere dell’artista messicana. Una particolare attenzione sarà riservata all’amore che legò Frida a Diego Rivera, un legame alternato da alleanze e scontri, passioni e infedeltà. Il musical non si limita soltanto a narrare la vita di Frida Kahlo, ma a illustrare un periodo importante della storia messicana, quello postrivoluzionario, contraddistinto da figure chiave come André Breton, Tina Modotti, Zapata e Trotsky.

“Ci sono artisti unici – afferma il regista Andrea Ortis – che risiedono in un non luogo, diventando parte di un non tempo. Artisti trasversali che raggiungono la vita di tutti in modo magico e perfettamente reale. Frida abita il ‘per sempre’, riuscendo a parlare ogni lingua possibile. Una donna profondamente messicana che ogni popolo del mondo sente un po’ sua, percependosi a sua volta un po’ messicano. Ecco perché ho scelto Frida, perché nessuno come lei è riuscito ad attraversare le barriere del dolore, diventandone evoluzione, ponendosi al di fuori della realtà oggettiva, trascendendo così il limite imposto dell’immanenza. La sua opera va oltre l’esperienza sensibile del vivere e, pur rappresentando la durezza tangibile, il dolore effettivo, tutta la fattuale afflizione lo travalica diventando nella sua arte pittorica espressione di valori ultrasensibili. Frida non si contiene, è portatrice del valore identitario e libero del popolo messicano. Non è arginabile nei confini di un tratto moderato, supera gli steccati di una perfetta comprensione assumendo le sembianze del cielo, e lo fa mettendo a nudo la sua travagliata esistenza, che diventa così alta, infinita, immutabile, proprio come è il cielo”.

Teatro Alfieri – piazza Solferino 4, Torino – da giovedì a sabato ore 20.45 / domenica ore 15.30

www.teatroalfieritorino.it – www.ticketone.it

Mara Martellotta

Riapre l’Auditorium Vivaldi della Biblioteca Nazionale Universitaria

Torna alla città uno dei luoghi più amati nel cuore di Torino, sito in piazza Carlo Alberto. Con il concerto di Natale degli allievi del liceo Cavour si riaccendono le luci sull’Auditorium Antonio Vivaldi della Biblioteca Nazionale Universitaria, rimasto chiuso per interventi strutturali. Sul palco di 60 metri quadrati i giovanissimi musicisti del liceo Cavour accompagneranno il pubblico in un repertorio di grande suggestione  con musiche di Arcangelo Corelli, Antonio Vivaldi, Wolfgang Amadeus Mozart, Luigi Molfino e James Moore.
“Con la restituzione dell’Auditorium Antonio Vivaldi alla Città, la Biblioteca Nazionale Universitaria inaugura una rinnovata stagione di promozione culturale del proprio patrimonio. Siamo onorati di festeggiare il Natale con l’esposizione di un autografo vivaldiano, che conserva la partitura originale di uno dei brani che verrà eseguito durante il concerto di Natale dagli allievi del liceo Cavour. La Biblioteca Universitaria non dimentica il passato, ma guarda anche al futuro – ha dichiarato la direttrice della Biblioteca Marzia Pontone.

Nelle sale adiacenti all’Auditorium saranno esposti il manoscritto autografo del Concerto per due violoncellisti in Sol minore ( RV 531) di Antonio Vivaldi, uno dei brani che verranno eseguiti al concerto, e una selezione di incisioni legate al Natale, tra le quali spiccano un’opera di Durer e una di Rembrandt.
È questa solo un’anteprima delle opere del noto musicista del Settecento , che qui ha lasciato traccia del suo genio. La Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, depositaria della raccolta Mauro Foà e della raccolta Renzo Giordano, conosciuta dai musicologi di tutto il mondo, ha infatti in custodia la quasi totalità delle carte vergate dalla mano di Vivaldi, con annotazioni autografe ad inchiostro, correzioni e cancellature, che ci fanno rivivere in prima persona il lavoro del grande musicista.
La biblioteca sta già lavorando ad un’esposizione degli scritti di Antonio Vivaldi da tenere nella primavera del 2026, nella sala di 200 metri quadrati adiacente all’Auditorium, attrezzata con teche appositamente realizzate per contenere libri e oggetti preziosi e con un’illuminazione tecnica di grande efficacia. Non mancheranno i momenti musicali all’Auditorium dove l’utilizzo del legno in caldo rovere naturale e 300 metri quadrati di  tendaggi contribuiscono a creare un’acustica di grandissima qualità. Il soffitto, grazie all’utilizzo di una tinteggiatura blu notte, e a oltre 100 fonti luminose a LED di grande risparmio energetico, crea una suggestiva atmosfera simile a un cielo stellato.
La platea a sedute mobili, originariamente pensata per un uso polifunzionale, sarà di volta in volta adattata per tutti gli eventi, in un progetto di restituzione alla città di questo bene nel cuore di Torino.

“La Biblioteca Nazionale Universitaria – spiega  la sua direttrice Marzia Pontone – inaugura una rinnovata stagione di promozione culturale del proprio patrimonio, per favorire la costituzione di memorie condivise e la partecipazione attiva della comunità.  Obiettivo principale resta il coinvolgimento dei giovani attraverso percorsi educativi intergenerazionali”.
Nella sede della biblioteca, che conserva la facciata delle antiche scuderie di Palazzo Carignano, sono raccolti oltre un milione e trecentomila volumi. Di particolare interesse il Corpus Juvarrianum,  con un migliaio di progetti e disegni dell’architetto di casa Savoia Filippo Juvarra, uno dei principali esponenti del barocco italiano che, nel Settecento, ha impreziosito Torino progettando il nuovo volto della capitale sabauda. A lui verrà  dedicata una grande mostra nel 2027. Tra gli altri manoscritti contenuti nella biblioteca si ricordano  importanti codici orientali, greci, francesi,  italiani e latini, il più antico dei quali è datato al IV -V secolo. A questi si aggiungono gli oltre milleseicento incunaboli tra cui i preziosi volumi miniati dalle botteghe di Antoine Vèrard. La Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino raccoglie  anche quindicimila incisioni  con opere di Albrecht Durer, Jacques Callot, Guido Reni, Andrea Mantegna e il Parmigianino e l’intera collezione di tredicimila volumi appartenuti alla regina Margherita di Savoia. Buona parte di questi fondi sono consultabili digitalmente sul sito della Biblioteca Nazionale Universitaria.
Concerto di Natale delle allieve e degli allievi del liceo Cavour. Sabato 13 dicembre ore 16. Piazza Carlo Alberto 5 A

Mara Martellotta

Quattro artisti, tra classicità e natura, colore e sogno

Negli spazi della Galleria Malinpensa by La Telaccia

Terminerà sabato 6 dicembre, nelle sale della Galleria Malinpensa by la Telaccia, tappa di quel percorso più ampio che è “Raccontare e raccontarsi”, la mostra (a cura di Monia Malinpensa) che vede in esposizione le opere di quattro artisti, Cesare Iezzi, Graziano Rey, Gianalberto Righetti e Fulvia Steardo Fermi. Un passato, quest’ultima, che ha visto approfondimenti all’Accademia d’Arte Albertina di Genova, Steardo mette in primo ordine, sulle sue tele di lino, una eccellente tecnica mista che ama arricchire con l’uso di foglie d’oro – “Red garden” del 2024, una sorta di filiforme e stilizzato ikebana su fondo rosso, un allinearsi di piccoli steli e degli accenni di fievoli fiori: “una forte predisposizione e soddisfazione nel dipinto gliela riserva l’impiego della foglia d’oro 24 kt, che rappresenta per lei il massimo rispetto e omaggio all’arte e alla creatività”, aveva scritto di lei con entusiasmo Vittorio Sgarbi.

 

 

È la raffinatezza coloristica a colpire soprattutto nei lavori della pittrice, c’è un’eleganza non discosta da una bella vivacità che si espande, altresì nei tratti simbolici posti in aree concettuali, nella sensazioni emozionali che ne nascono. Le sono sufficienti piccoli tratti di colore in rapida successione verticale per creare, ancora su un supporto di lino, un delicato affresco di “Bouganville”, i rossi gli azzurri i verdi acidi usati a illuminare i bianchi che intervallano sempre accompagnati da queste strisce dorate che fanno da contraltare alla “semplicità” dell’opera. Sono suggestioni, è musicalità, è da parte di chi guarda un immaginare continuo, al di là del vero e proprio progetto, dello stesso titolo, della poesia innegabilmente presente, dell’intensità che l’artista pone nella sua natura, espressa in differenti modi (ancora una composizione che colpisce, “Green”, del ’22, pressoché un quadrato di colori che sembrano abbracciarsi, vivificati da alcuni deboli fiori rassastri che tentano timidamente una nascita). È un ambito di rivelazioni, di espressioni convincenti, quelle che prendono origine dall’uso preciso e forte della materia, quelle a cui Fulvia Steardo dà vita.

Di natura ci parla anche Gianalberto Righetti – ingegnere e fotografo genovese, dagli anni Novanta espone le sue opere in varie gallerie d’arte contemporanea, opere “di razionalità e logica tipiche di un ingegnere. laddove Righetti “fotografa esponendo per le luci, ottenendo immagini sottoesposte e con colori saturi, grazie anche al frequente uso del filtro polarizzatore” -, sotto altra forma, attraverso la fotografia coniugata sotto sguardi diversi. Attraverso una “foglia” (2020), quasi rinsecchita nei suoi colori autunnali, imprigionata tra due robuste colonne, attraverso l’immagine lattiginosa di un angolo di deserto in Namibia, “Presenza invisibile 8” del 2023, attraverso il tronco contorto e spigoloso di un albero (“Frammenti ricomposti 6”), colto lo scorso anno nella campagna della ligure Bogliasco. Estetismi che non sono superflui esercizi di tecnica, quelli di Righetti, quelli che guardano e coniugano l’essenza e la concretezza allo stesso tempo dell’”albero”, che rimane il protagonista di questo spazio di galleria dedicato all’autore: davanti a ogni opera ci imbattiamo in un risultato profondo, nella trasformazione del “linguaggio visivo in un’esperienza naturalistica” (scrive Malinpensa nella sua presentazione), nel ritrovarci spinti a sentirci far parte, inglobati nel soggetto che abbiamo davanti a noi. Quella di Righetti è poi una natura non statica ma in movimento, parte di un ambiente che vive e che respira, Righetti vivendola dall’interno pare giocarci insieme: “Frammenti Ricomposti 4” nel suo incessante sfuggire verticale, come uno specchio deformato, ne è la prova, come i chiaroscuri, rubati alle Cinqueterre, di “Presenza invisibile 1” (un’opera del 2008), come quelle immagini che sembrano quasi soltanto impressioni e accenni, riprese dai panorami di States del nord americano, come tutto quanto emblematicamente diventa macchia, rossastra o verde, nelle tante ricercate tonalità, tra le campagne di Chaumont, soltanto pochi mesi fa. Opere che sono respiro, immersioni, lirismi, coloriture, “poesie visive”, ragnatela di accordi e di rapporti a mano a mano più stretti e compatti, dove la presenza umana è saggiamente bandita.

Graziano Rey – torinese, classe 1953, membro della “Soffitta macabra di Alessandri, dentro il mondo della pittura e della musica (sua la sigla di “Buona Domenica”, suo il premio “Rino Gaetano” 1991/92 come il premio Viareggio come cantautore: nonché opinionista per numerose puntate del “Maurizio Costanzo Show”) – poggia in maniera assai personale sulle proprie tele “un mondo di colori”, per estrema astrazione, di grande movimento e di forte impatto visivo, simpaticamente strambo e dinamico, variante e ritmato, grumi di colore che sono note posate in vario disordine su un frastagliato e scomposto rigo musicale; gioca in “frammenti di tela” con quelle che paiono coreografie costruite sulla tenuità dei colori, i rosati gli azzurri i grigi, insetti sconosciuti o gemme preziose ; o piccoli mondi in movimento; sogna e ondeggia con deboli profondità attraverso “Frammenti di blu” (2024), ovvero impercettibili sagome che paiono guardare ad accenni umani, piccoli e ormai cresciuti, oggetti che spetta a noi decifrare, in pieno sfondo di un giallo acceso, mentre tutt’intorno è calmo silenzio, un invito a considerare, a trattenersi un attimo, tra quanto può essere realtà e quanto diventa immediatamente sogno.

Dalla classicità parte e s’avventura Cesare Iezzi – nativo di Chieti, premio artistico Giuliano Nozzoli 2024 -, dal mondo greco e rinascimentale, dalla perfezione dell’oggetto, dalla conclamata bellezza dell’esecuzione, colma di partecipazione e di misura, nel chiarore del bianco dell’elemento principe, abbinando di volta in volta gesso, pvc, luce e legno marino, di differenti altezze, attraversando maschere dai nomi inusitati come Medeine (2023, in un perfetto gioco di materiale naturale e di tratti oscuri che paiono deturparle il volto), Anakin, Inanna, Poseidon (2023, quasi un sfinge, mentre i capelli scomposti gli nascondono parte dello sguardo), Euterpe (dall’ampiezza frontale, dallo studiato svolazzo di copricapo e di abito, 2025), Harnauta (forse una cecità che soltanto una luce azzurrognola può disperdere, 2023), Halcestis (lo sguardo rivolto all’alto nella propria immolazione di tragedia, assorto o indagatore, 2022), Sarepide, tra mitologia e letteratura e sogno. Calde espressività e movimento vivificato dalla luce posta all’interno di copricapi dal sapore quattrocentesco e fiammingo, che riportano lo spettatore a un ampio tratto di Storia, entrambi costruttori di quella forte energia che scaturisce dall’opera. Un tempo antico, che piace qui ritrovare (ma lontano dal rétro e dalla nostalgia), dove gli inserti lignei accrescono e fortificano un’età, una ricerca in più, un confronto maggiore con il passato dei vecchi capolavori e dove la lampada inserita, che finisce con l’avvolgere da questo o da quell’altro lato, da un elemento in più che piomba dall’alto e rivela a poco a poco i tratti sottostanti, mostra una bellezza dai tratti femminili, dove ogni piega diventa poesia, tratti sospesi nella memoria, nella spiritualità di ognuno. Tratti perfetti ravvicinati a qualcosa di incompiuto ma egualmente vibrante, sinfonia di guance e di bocche che esprime sentimenti, emozioni, sguardi lontani e imperscrutabili.

Elio Rabbione

Nelle immagini, opere di Fulvia Steardo Fermi (“Metropoli”, 2020), di Gianalberto Righetti (“Frammenti Ricomposti 4”, Chaumont 2025), di Graziano Rey (“Frammenti sul verde”, 2024), di Cesare Iezzi (“Medeine”, 2023)