La resistenza degli Internati militari italiani
“Vent’anni di dittatura fascista, alleata del nazismo, sono alla base di tutte queste tragedie che si incrociano e che sono commemorate con il Giorno della Memoria e il Giorno del Ricordo. Sono convinto che dobbiamo continuare sulla strada tracciata con il Comitato Resistenza e Costituzione, in questi ultimi decenni, per non far cadere nell’oblio la Memoria e per fare chiarezza quando necessario. Come vicepresidente delegato al Comitato sono fiero di tutto questo”.
Con queste parole il vicepresidente del Consiglio regionale, Nino Boeti, ha chiuso la presentazione del volume “Seicentomila NO. La resistenza degli Internati militari italiani”, che si è tenuta presso la Biblioteca Civica “Primo Levi”, alla Circoscrizione 6 della Città di Torino. La presidente della Circoscrizione e consigliera regionale, Nadia Conticelli, aveva aperto l’incontro spiegando quanto fosse “utile per mantenere il filo della Memoria unire le due ricorrenze allo scopo di evitare che fatti del genere possano ripetersi. Oggi parliamo di un’opera realizzata in onore dei soldati italiani che sono stati fedeli al loro Paese”.
Prima del dibattito è stata proiettata una versione ridotta del film-documentario “600.000. La resistenza degli internati militari italiani”, realizzato nel 2007 dall’Archivio nazionale cinematografico della Resistenza (Ancr). Secondo quanto spiegato da Corrado Borsa dell’Archivio, il libro è un “unicum con il video” ed è uno dei pochi lavori che siano stati fino ad ora realizzati per contrastare l’oblio dell’epopea degli internati militari italiani.
Al dibattito hanno partecipato: Pensiero Acutis, presidente dell’Associazione nazionale ex internati (Anei) di Torino; Alessandra Fioretti consigliera nazionale dell’Anei; Palmiro Gonzato, partigiano presidente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) di Torino; Paola Olivetti dell’Ancr; Antonio Vatta, presidente della Consulta regionale Piemonte dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd).
Dalle toccanti testimonianze è emersa la drammaticità dei fatti storici e l’ingiusto oblio di tante vicende della nostra storia delle quali si dovrebbe fare tesoro per trasmettere i valori di identità, tolleranza, democrazia e libertà alle giovani generazioni, oltre alla consapevolezza del coraggio che tantissimi italiani hanno dimostrato riscattando, almeno moralmente, la sconfitta della Seconda guerra mondiale e il ventennio fascista.
Il libro, edito da Kaplan, è stato realizzato con l’appoggio del Consiglio regionale attraverso il Comitato Resistenza e Costituzione e curato da Pier Milanese, Andrea Spinelli e Paolo Favaro per la parte video, Corrado Borsa, Paola Olivetti e Cristian Pecchenino per la ricerca storica e Ferdinando Boccazzi Varotto per la parte multimediale.
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lingua” che ben conosce con garbo e maestria, sia quella “bosina” – che svela la radice paterna, legata al territorio della provincia di Varese – che quelle friulane e istriane, rispettivamente della madre e della moglie, frutto del pluralismo linguistico che si trova sulla linea del confine orientale, dove la tradizione mitteleuropea sfuma nei Balcani.
Stupendo il parallelo tracciato nelle due poesie intitolate “controvento” – una in dialetto bosino, l’altra in friulano – dedicate al Convento delle Romite Ambrosiane sulla cima del Sacromonte di Varese (“Erta e dritta, alta sul bastione una croce di ferro antico,battuto e arricciolato, par che ti inviti a cercare Dio e a fermarsi:non è tempo sprecato..”) e al Convento sull’isola di San Francesco del Deserto, nella Laguna di Venezia ( “Una croce ti aspetta sulla riva fatta di legno, antico a tarlato, pare che ti invogli a cercar Dio e a fermarsi..non è tempo buttato”). Ci sono anche riflessioni sociali, immagini d’attualità sull’Europa e sul dramma dei migranti – segno di una sensibilità ricca, profonda, mai banale – in questo peregrinare tra le brume e le nebbie del lago e l’ombra del campanile “dritto e aguzzo” di Pinguente (la croata Buzet di oggi, che fu sede del potere veneziano in Istria). Da quel paese d’origine, la moglie – con la madre, due fratelli e tre sorelle – dovette emigrare durante il dramma dell’esodo forzato degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. Grazie ai consigli per “facilitare la lettura del dialetto bosino”, Paolo Pozzi invita non solo a leggere questo prezioso “breviario poetico” ma a farlo ad alta voce perché – come scrive nell’introduzione Silvia Metzeltin – “la poesia dialettale, anche scritta, si può decifrare più facilmente con il ricorso dell’oralità, alla lettura a voce alta o sommessa”.


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