L’azienda di Pordenone, produttrice del più piccolo veicolo elettrico a quattro ruote, introduce nel capoluogo piemontese la nuova formula
Dopo il successo dell’apertura dei Birò Store a Roma e Milano, negozi monomarca diretti di Estrima, il Gruppo introduce nella città di Torino il nuovo format del Birò Point, uno spazio brandizzato con lo stesso stile dei flaghsip store, ma ospitato all’interno di importanti negozi multibrand, che godono già di elevato passaggio e conoscenza sul mercato cittadino. Il capoluogo di provincia torinese è diventato così, dal 14 settembre, un nuovo punto di riferimento per i clienti già affezionati e per tutti coloro che si affacciano al Mondo Birò per la prima volta.
Con sede in Via Barbaroux 20 – la via più intrigante di Torino e che fa parte delle stradine dell’antica città – l’obiettivo del primo Birò Point di Estrima è quello di far conoscere a più persone possibili la mobilità funzionale e intelligente applicata soprattutto nelle aree urbane.
Il Birò Point sarà ospitato all’interno del negozio Movegreen, gestito dal sales partner di zona, Dario Bianciotti, che da tempo si sta attivando in una campagna di promozione per preparare il terreno all’arrivo di Birò. Grazie alla sua elevata professionalità e alla presenza pluriennale sul territorio torinese, Dario rappresenta il collaboratore ideale per far crescere il brand e rafforzare la cultura della mobilità cittadina sostenibile.
“Ho conosciuto Birò nel 2011, agli inizi dell’avventura nel mondo della mobilità green, mia e di Matteo Maestri.”, racconta Dario Bianciotti, Sales Partner del primo Birò Point Torino. “Ad aprile 2021, ho avuto l’occasione di entrare a far parte della famiglia Birò e di riprovare il mezzo, che nel frattempo come noi era cresciuto molto; da quel giorno è diventato il mio primo mezzo di trasporto! Non vedo l’ora di far conoscere questa realtà in una città come Torino, soprattutto perché si potrà trovare parcheggio anche negli spazi riservati agli scooter, senza pagare né inquinare”.
Il più piccolo e robusto, Birò è perfetto per la città ed entra a tutti gli effetti tra le proposte di mobilità alternativa da considerare nel torinese. Le sue strutture rotoformate in ABS ad alto spessore garantiscono una elevata durevolezza e un ottimo assorbimento degli urti, il tutto mentre si viaggia comodi e assicurati, grazie alle cinture di sicurezza a 3 punti. Gli spostamenti in città diventano più facili ed economici, grazie ai suoi ridottissimi consumi di energia… parcheggiare non è mai stato così semplice.
“Oggi inauguriamo un nuovo format per rendere più capillare il nostro piano di sviluppo. I Birò Store, negozi monomarca in centro città, restano il focus principale della nostra strategia, ma attorno ad essi, in altre città, graviteranno degli spazi monomarca Birò dentro ad altri stores. Oggi inauguriamo il primo a Torino, grazie all’energia del nostro partner Dario Bianciotti” racconta Matteo Maestri, Presidente di Estrima S.p.A.
Un silenzio assordante, mi verrebbe da scrivere usando un’espressione tanto inflazionata. Troppo inflazionata! E allora no. Allora scrivo, con parole che forse rendono perfino meglio l’atmosfera di quella spianata di balconi deserti che mi trovo di fronte, affacciati nel vuoto di un cortile grigiastro, abitato solo da poche biciclette “ancorate” a terra: allora scrivo un silenzio triste, triste e dolce ad un tempo. Ho un pelino di groppo in gola in questo scampolo d’estate torinese. La prima senza Adele. La mia dirimpettaia al quarto piano di fronte. Al suo balcone è rimasta solo la vecchia tenda di nylon, aggrappata a fatica, maltrattata dalle piogge incattivite e dalle sfuriate di vento e grandine di un agosto secco bruciante e bizzarro. Il televisore di Adele non parla più. Meglio sarebbe dire non “urla” più. Come andiamo oggi, Adele?, le chiedevo ogni volta che ci incrociavamo dalle rispettive ringhiere. Un incrocio piacevole di sguardi, qualche lagnanza per quei suoi 85 anni che ormai cominciavano a pesare un po’ troppo, poche parole che passavano dall’italiano allo strettissimo torinese o dallo strettissimo torinese ad un improbabile maccheronico piemontese (il mio). A va abastansa bin, la fuma andé! E ti? E tua fumna? Le classiche due parole. Tanto per dire. Con me. E con gli altri “balconari”. Ma che bastavano a frenare per pochi minuti l’interminabile solitudine. E poi quella benedetta (ma davvero benedetta, per lei) televisione, sua miracolante compagnia. Accesa tutto il dì, sparata a tutto volume, fatta eccezione per le prime ore pomeridiane, concesse a un breve pisolo. Era la prima cosa che Adele faceva ogni mattina, in ogni stagione, a finestre chiuse o (giocoforza, in primavera e in estate) aperte: accendere il televisore. Che regalava, senza limiti, voci, suoni e musica a tutto il suo condominio e a quelli che gli stavano intorno. Qualcuno protestava. Ma Adele regolava i volumi (anche quelli del telefono) in tal maniera da tararli alle potenzialità (assai scarse!) del suo udito. A me, sinceramente, quelle voci tenevano compagnia. Mi arrivavano in cucina e mi tenevano perfino aggiornato sui vari programmi Tv. Se d’estate mi affacciavo al balcone potevo tranquillamente sentirmi tutto il Tg. Solitamente prediligeva quelli Rai. In fondo era come ascoltare un radiogiornale. Solo voci. Senza figure e senza immagini. Perfino meglio, forse! A l’è trop aut? Mi chiedeva qualche volta. Sagrinte nén, le rispondevo, tentando un briciolo di piemontese. Vai serena! Chissà se mi sentiva? Ciau né, mi salutava con la manina. E sempre mi regalava un sorriso. Un sorriso dolce e antico. Da torinesissima madamin d’antan. Testa lucidissima, Adele era sempre informata su tutto. In tempo di elezioni, piagnucolava Oh basta là, mi sai pi nén chi vuté, a’m fidu pi nén ‘d gnun! E allargava le braccia al cielo. Che dirle? Cara Adele! Da tempo, ormai, il tuo balcone è vuoto. La tua casa è vuota. Il tuo televisore è tristemente muto. Un malore, alcuni mesi fa. Il ricovero in ospedale. Poi il tuo brevissimo ritorno a casa. Sola. E necessariamente la soluzione presa dalle nipoti di affiancarti una badante. Destino di tante e tanti anziani, soli come te e non più in grado di vivere in autonomia. Decisione mal tollerata, però. Un “no” irremovibile. Per la carità, parleme nén d’na badante!: troppo orgogliosa, troppo lucida, troppo indipendente. E allora e definitivamente, casa di riposo. Di te ora non ho, non abbiamo (forse qualcuno sì) più notizie. Questa è stata la prima estate senza di te. Che pena affacciarsi al balcone! Quello squarcio nell’attempata tenda di nylon sembra quasi aprire un varco alla tua presenza. Ma al di là c’è solo silenzio. Un silenzio desolante e (questa volta, lasciatemelo dire!) assordante. Da far male.

“Brueghel Suite”, videoinstallazione di arte contemporanea, basata sul dipinto “La salita al Calvario” eseguita nel 1564 dall’olandese Pieter Brueghel, è sicuramente l’opera “top” dell’ottava edizione di “Art Site Fest”, iniziata lunedì 12 settembre per protrarsi fino all’11 dicembre fra Torino e varie località del Piemonte e che avrà il suo “momento clou” con l’edizione 2022 di “Artissima”, dal 4 al 6 novembre prossimi all’“Oval-Lingotto Fiere”. “Brueghel Suite”, già esposta alla 54° edizione della “Biennale di Venezia”, è a firma di Lech Majewski che ebbe a realizzarla durante le riprese del suo film “The mill and the cross”. In essa il regista ed artista polacco fa rivivere le oltre 150 figure rappresentate nel dipinto del meticolosissimo artista olandese, per portare lo spettatore all’interno del quadro. Mettendosi nei panni del pittore, per tre anni Majewski ha tessuto un enorme arazzo digitale, combinando tecniche diverse: blue screen, CG e “effetti 3D”, un “fondale 2D” dipinto su tela dal regista stesso, scene filmate in paesaggi simili a quelli dei dipinti di Bruegel, un lavoro minuzioso su prospettiva, fenomeni atmosferici e persone. Un lavoro di gigantesca straordinarietà. Che potrà essere visibile fino al prossimo lunedì 7 novembre, nel ligneo “Coro di Staffarda” a “Palazzo Madama”, notevole esempio di pregiata intagliatura (vicino per epoca, 1520 -30, al dipinto di Bruegel), in parte custodita, per volere di Carlo Alberto (1846) nella “Chiesa Parrocchiale” di Pollenzo e in parte depositata in “Palazzo Reale” e, nel 1871 per l’appunto, al “Museo Civico d’Arte Antica” di Torino. Antico e contemporaneo. A raffronto. L’uno specchio dell’altro. E l’impatto è magico per l’osservatore. “Racconti per giorni difficili” é il claim che accompagna l’immagine – guida di quest’edizione di “Art Site” dedicata al tema della narrazione, nelle sue molteplici espressioni. “Alle arti visive, com’è nella nostra tradizione, si affiancano infatti – sottolinea il direttore artistico Domenico M. Papa – il teatro, la danza, la musica, in un ricco programma che privilegia la sperimentazione e l’incontro tra ambiti disciplinari differenti. Una delle cifre caratteristiche del Festival è dunque il dialogo tra le discipline, con l’intenzione di offrire al pubblico un’esperienza il più possibile immersiva. Agli artisti è stato chiesto di elaborare progetti originali che si adattino ai luoghi nei quali sono ospitati, tenendo conto della dimensione narrativa del loro lavoro”. Dieci le sedi di questa ottava edizione: Castello di Govone, Castello di Moncalieri, Palazzo Madama, Museo Storico Reale Mutua, Museo Lavazza, Archivio di Stato di Torino, GAM, Principato di Lucedio (Vercelli), Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso , Cinema Teatro Maffei di Torino. Alcuni suggerimenti per il mese di settembre ( l’intero programma è consultabile su
trevigiana di Carbonera Patrizia Polese, fra le artiste contemporanee di “fiber art” più rappresentative, presenta (il mercoledì dalle 14 alle 16 con visite guidate) l’installazione site-specific dal titolo “La sorgente”. “Così come gli 83 chilometri di scaffalatura dell’istituzione – ancora Domenico M. Papa – raccontano la lunga storia della città e del Piemonte, il lavoro di Patrizia Polese svuota gli oggetti, come i libri, e li riempie di sinapsi, metafora del trasferimento delle informazioni interne al cervello, per evidenziare il legame sottile e invisibile che lega la storia e i corpi. Saranno presentati, inoltre, una serie di arazzi che rappresentano i legami che accomunano gli esseri umani e che attraversano le loro differenze”. Nel percorso è presente anche un video che esprime la volontà di raccontarsi e di ritrovarsi, dopo una situazione difficile che ha toccato l’intera umanità. A seguire, altro interessante appuntamento sabato prossimo 17 settembre (ore 18) nel cinquecentesco “Salone d’Onore” del Castello di Govone (Cuneo), dove andrà in scena la performance multimediale “Ballammo fino a morirne” su testo di Emma Costa. Si racconta di un’epidemia che si diffonde a Strasburgo nell’estate del 1518: d’improvviso, tante persone cominciano a udire una musica e a ballare, fino allo sfinimento, fino a non avere più forze. Fino a morirne. La voce di Eleni Molos (attrice torinese che avvia la sua carriera nel “Teatro dei Sensibili” di Guido Ceronetti) ci fa immergere in una magica atmosfera d’altri tempi, mentre le ballerine della compagnia di “Ritmi Sotterranei”, accompagnate dalla musica e dai visual di “Project-TO” (dove la musica elettronica incontra l’arte visiva), reinterpreteranno in una performance che unisce danza contemporanea, musica e live visual, questo racconto al confine tra storia e fantasia.