GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Lunedì. A Ricaldone si esibisce Francesca Michielin. A Canala d’Alba suona gratuitamente la PFM.
Martedì. A Fossano nell’auditorium Calvino-Paglieri, il gruppo JazzFaculty rende omaggio a Miles Davis.
A Saluzzo per “Occit’amo” suona la Bandabardò.
Mercoledì. Al Blah Blah si esibiscono gli Authority Zero. Al MAO è di scena l’artista indiana Arushi Jain. Nell’anfiteatro dell’Anima di Cervere (con replica il giorno dopo al forte di Bard), canta Giorgia.
Giovedì. Allo Ziggy suonano i Brujeria. All’Outlet Village di Mondovi arrivano gli Eiffel 65. Nell’auditorium di Fossano suona la Torino Jazz Orchestra diretta da Fulvio Albano per un tributo ad Armando Trovaioli. Al forte di Exilles si omaggia Chet Baker con il Fabrizio Bosso trio e la voce narrante di Massimo Popolizio.
Venerdì. Al Planetario di Pino Torinese si esibisce Boosta. Al parco della Zizzola di Bra Vinicio Capossela presenta le sue “canzoni urgenti” (il giorno dopo al forte di Bard).
Sabato. Al Blah Blah si esibiscono i Love Gang. Al El Paso suonano i T.S.O.L. con i Plastination. Comincia a Venaus “Alta Felicità” con Dub FX, Assalti Frontali , TUN, Sergio Berardo e Madaski., Fabrizio Rat e altri. Termina il “Due Laghi Jazz Festival” ad Almese con il flautista Jorge Pardo e con la pianista Stefania Tallini. Al Phenomenon di Fontaneto d’Agogna suona il Banco del Mutuo Soccorso. A Guarene Filippo Cosentino suona in trio con il pianista Marc Copland.
Domenica. Al Gru Village di Grugliasco si esibisce il rapper Dargen D’Amico. Per “Occit’amo” aSampeyre arriva Biagio Antonacci. All’Alpe Lusentino suonano i Nomadi. Per “Alta Felicità” si esibiscono Dolcenera, Persiana Jones, Eugenio Bennato, i Sidi Wacho, Après La Classe. Per “Collisioni” nell’arena Parco Tanaro ad Alba è di scena Diodato.
Pier Luigi Fuggetta




Le cronache ufficiali affermano che, quando nel 1919 Enrico Scavini e la moglie Elena König, torinese di nascita da madre austriaca e padre tedesco, fondarono a Torino la fabbrica che aveva in sé l’obiettivo di dar vita a una produzione di giocattoli, bambole, confezioni, articoli di vestiario e arredamenti per la casa, coniarono il marchio Lenci, più facile acronimo del superbo “Ludus est nobis constanter industria”. Una trottola come immagine, il tutto invenzione di Ugo Ojetti. Quelle familiari ricamano che l’invenzione di quel nome racchiuso in cinque lettere altro non fosse che il diminutivo di Helen, di quel Elenchen con cui il padre vezzeggiava la sua bambina e che lei, piccolissima, non riusciva a pronunciare, storpiandolo in “Lenci” appunto. Nel 1925, in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi dedicata alle arti decorative, si affacciò l’idea di una nuova produzione di statuette in terraglia smaltata, rientrando con garbo in quello che verrà definito lo “Stile 1925”, pronto ad indirizzarsi verso l’Art Déco. Un’avventura che attraverserà circa quarant’anni, sino al 1964, incontrando la crisi dell’inizio dei Trenta, la scomparsa del fondatore, il periodo della guerra, il boom, altre scelte, l’entrata di nuovi soci.
devotamente affezionato. S’affezionarono – o forse il termine è troppo debole, riduttivo, si innamorarono perdutamente – Giuseppe e Gabriella Ferrero, industriali torinesi (con sede in corso Crimea, la SIED svolge attività di produzione di energia da fonti rinnovabili, in particolare idroelettrico), avviando una storia di collezionismo che prese il via sul finire degli anni Ottanta, il mattino di una domenica, passeggiando tra le bancarelle di un mercatino. La riproduzione di un pellerossa, l’altezza di una trentina di centimetri, “le fattezze perfette, i colori splendidamente e vivacemente lucidi, un incanto, “se ti piace perché non te lo compri?”, mi spinge mia moglie – racconta Ferrero, con la gentilezza e la signorilità d’altro tempo -, “la nostra collezione è nata da quel pellerossa”. Poi arrivò l’epoca degli antiquari e dei piccoli negozi di modernariato ormai scomparsi, soprattutto nelle vie del centro, luoghi e occasioni d’obbligo per appassionati e ricercatori, poi internet e le aste con i primi anni del nuovo millennio, in seguito la Consulta – attiva da 36 anni, la SIED è uno dei 40 attuali soci -, la fatica in primo luogo nel convincere gli altri collezionisti a cedere i pezzi già in loro possesso; e il primo approccio con Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali. Nel 2010, in veste di direttrice di Palazzo Madama, Pagella ospitò una prima mostra con i tesori che già facevano parte della collezione Ferrero; oggi, a discorsi avviati e definiti, quella collezione, 132 opere ideate da diciassette artisti attivi per la manifattura Lenci, nella sua fase più creativa, tra il 1928 e il 1936, sono stati donati dai coniugi, in perfetto accordo con le figlie Silvia e Paola, a creare una nuova sezione permanente posta al terzo piano della Manica Nuova di Palazzo Reale, in un ambiente (l’immensità della luce, “da qui l’idea di creare per la collezione una scatola scura, che semplifica la percezione del luogo, in cui la luce naturale dà verticalità allo spazio, mentre il candore delle pareti lascia il passo a un nastro bianco dalla linea sinuosa che accoglie e guida il pubblico alla scoperta delle collezioni, consentendo di avere sempre una visuale dell’intera sala”) giocato tra colori luci e ombre, un abbraccio ben visibile, in cui la collezione si sposa con le opere di vari pittori operanti nella Torino tra le due guerre. L’allestimento è di Loredana Iacopino, moderno, essenziale, segnato da una eleganza tutta particolare.
Ad allinearsi e a proseguire idealmente il “progetto Gualino” a cui i Musei Reali hanno dato vita nei mesi scorsi, nelle vetrine, un’eccellente illuminazione e targhette nitidamente leggibili, in un percorso articolato in dieci temi – la donna moderna, la donna ideale, la donna reale, il tempo e le stagioni, innamorati, scene di vita, miti e storie, il mondo nel vaso, la fiaba e le maschere, animali – trovano spazio le 132 opere, repertorio degli Scavini affidato alla leggerezza, alla maestria, all’ironia, al gusto di artisti come Mario Sturani (del gruppo del d’Azeglio e di Monti, grande amico di Cesare Pavese) – si guardino i suoi “vasi con frutta” o il suo “Ragazzo su elefante” del 1929, Gigi Chessa con i suoi nudi femminili (“Le due sorelle”, ancora del ’29), Ines e Giovanni Grande, che riproducono con grande bellezza quadri di vita contadina e popolare (di lui, i gruppi di “Castore” e “Polluce” e quei piccoli capolavori che sono ”Don Chisciotte e Sancho Pancia”, 1929, e “Il trionfo di Bacco”, 1928 ), di Massimo Quaglino (“Danza campagnola” del ’30), della stessa Elena König di cui “la signorina grandi firme” citata in “Al caffè” del 1933. Ancora Giulio Da Milano, Massimo Quaglino, Giuseppe Porcheddu e Giovanni Riva, autore nel 1930 dell’Angelica di piazza Solferino.


