ilTorinese

CioccolaTò: consegnato a Fondazione Paideia il ricavato dell’edizione 2026

Il Presidente della Camera di commercio di Torino Massimiliano Cipolletta e Domenico Carretta, assessore ai Grandi eventi della Città di Torino con Marcella Gaspardone, Dirigente di Turismo Torino e Provincia, si sono recati negli spazi di Fondazione Paideia al fine di consegnare l’assegno con il ricavato dell’edizione 2026 di CioccolaTò.

 

Quella tra CioccolaTò 2026 e Fondazione Paideia, realtà che da oltre trent’anni lavora ogni giorno accanto ai bambini con disabilità e alle loro famiglie, è una partnership che ha dato profondità al gusto: un’alleanza che ha trasformato la partecipazione agli eventi CioccolaTò a pagamento in un gesto concreto di attenzione e responsabilità.

 

La charity partnership si è concretizzata con 5mila euro raccolti a favore delle attività di Fondazione Paideia in supporto dei bambini e delle loro famiglie. A fare gli onori di casa, ha ricevuto l’assegno Fabrizio Serra, Segretario Generale della Fondazione Paideia.

 

Trame di donne che hanno attraversato rivoluzioni, salotti e palcoscenici

Ci sono storie che non sempre sono state raccontate. Trame di donne che hanno attraversato rivoluzioni, salotti e palcoscenici, lasciando tracce profonde nel tessuto della nazione. Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano le riporta al centro, perché la memoria è specialmente un atto di giustizia.
In occasione della Festa Internazionale della Donna, dal 6 all’8 marzo 2026, il Museo promuove due appuntamenti e una visita guidata, dal titolo Trame di donne. Storie, passioni e impegno dal Risorgimento a oggi. Tre giorni, tre modi diversi di raccontare le donne che hanno fatto la storia: attraverso la parola, la musica e i luoghi stessi della memoria.

Il programma degli appuntamenti:
6 marzo 2026 – Margherita 100 anni dopo
Chi era davvero Margherita di Savoia, al di là della corona? Il Professor Pierangelo Gentile (Università di Torino) la racconta nella sua sorprendente complessità, analizzandone il gusto per la moda, la passione per la montagna e l’impegno sociale che ha definito la sua figura ben oltre il titolo regale. Un ritratto unico, in dialogo con il progetto di Palazzo Madama “Donne del Piemonte. Potere, cura, diritti, futuro” in corso a Palazzo Lascaris. L’incontro si terrà alle ore 17.30 in Sala Plebisciti, ad ingresso gratuito e senza prenotazione fino a esaurimento posti.
7 marzo 2026 – Il Musicista e la Contessa
Parigi, anni Ottanta dell’Ottocento. Il giovane compositore Ernest Chausson incrocia la storia della leggendaria Contessa di Castiglione: icona e anticipatrice geniale dell’arte di costruire la propria immagine. Francesca Pilato ha scritto appositamente per il Museo un racconto che prende vita tra lettere e musica, sulla voce narrante di Ornella Pozzi, le note di Francesca Nobile al flauto e Alfredo Castellani al pianoforte. Lo spettacolo andrà in scena in due occasioni nel corso della giornata, alle ore 11.00 e alle 16.00 in Sala Codici e sarà incluso nel biglietto di ingresso al Museo. Per garantirsi un posto, è consigliabile prenotare in anticipo.
7 e 8 marzo 2026 – Donne del Risorgimento
Presenze spesso silenziose, mai secondarie, sono le protagoniste femminili del Risorgimento italiano. Le guide del Museo conducono i visitatori attraverso le sale del Museo alla scoperta del ruolo che ebbero le donne nei processi politici, sociali e culturali del Risorgimento. Le visite si svolgeranno nei due giorni alle ore 11.30, 15.30 e 16.30: il 7 marzo sono gratuite per le donne su prenotazione, incluse nel biglietto d’ingresso, mentre l’8 marzo, giornata di apertura straordinaria fino alle ore 19.00, sia l’ingresso al Museo che le visite saranno gratuiti per tutte.
Le prenotazioni per gli spettacoli e le visite guidate saranno disponibili tramite il sito del Museo e il centralino.
Per ulteriori informazioni:
https://www.museorisorgimentotorino.it/
Numero centralino: +39 011 5621147

Sanità, Pd: “Milioni annunciati copriranno solo il deficit”

 “Il Presidente Cirio con gli assessori Riboldi e Tronzano hanno annunciato con grande enfasi i 203 milioni destinati al Fondo sanitario regionale, ma la verità è che non si tratta di risorse aggiuntive, ma sono tagli su altri capitoli. Questi fondi bastano a malapena a coprire il buco dello scorso anno e svuotano risorse per gli interventi sul dissesto idrogeologico, il diritto allo studio e i trasporti per cui vengono effettuati riduzioni importanti. Altro che potenziamento dei servizi: siamo di fronte all’ennesima azione per gettare polvere negli occhi” dichiarano la Presidente del Gruppo PD in Consiglio regionale Gianna Pentenero e il Vicepresidente della Commissione Bilancio Fabio Isnardi, alla vigilia della seduta delle Commissioni I e IV, analizzando i documenti allegati alle prime determinazioni sul disegno di legge ‘Interventi urgenti in materia sanitaria’.
“Durante la discussione sul Bilancio del gennaio scorso il Gruppo PD aveva denunciato, con forza, la mancanza di chiarezza della Giunta sul deficit della sanità piemontese, l’assenza di coerenza tra Fondo sanitario, Piano sociosanitario e bilancio. Oggi la Giunta presenta come un successo ciò che è semplicemente un obbligo: coprire il disavanzo che loro stessi hanno generato. Parlano di servizi aggiuntivi, punti di emergenza h24, extra Lea e assunzioni, ma queste voci vengono finanziate ogni anno nello stesso modo, come confermato dagli stessi assessori. Non c’è alcuna svolta, nessun investimento strutturale, nessuna visione. C’è solo la necessità di limitare i danni” concludono gli esponenti dem.

Le donne di Ranverso

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Sabato 7 marzo, ore 15.30

 

Una visita alla scoperta delle figure femminili ritratte nei dipinti della chiesa abbaziale

 

Da Barbara a Marta, da Margherita a Maddalena: in occasione della Giornata internazionale della donna, sabato 7 marzo è in programma alla Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, una visita alla scoperta delle figure femminili ritratte nei dipinti della chiesa abbaziale. Partendo dai cicli di affreschi, uno dei più alti esempi di gotico internazionale del Piemonte, si scopriranno le storie di queste sante, in bilico tra avventura e fiaba. 

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Sabato 7 marzo 2026, ore 15.30

Le donne di Ranverso

Costo visita: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietti: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

È indispensabile la prenotazione entro il giorno precedente.

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

Uomini si diventa. Nella mente di un femminicida

Teatro Concordia

Venerdì 6 marzo, ore 21

 

Reading contro la violenza sulle donne con Alessio Boni e Omar Pedrini

 

Alessio Boni e Omar Pedrini con Uomini si diventa, Nella mente del femminicida affrontano un viaggio immaginario nella mente del carnefice in uno spettacolo scritto da otto autori, volutamente uomini, che si denunciano come rappresentanti di una categoria.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Venerdì 6 marzo 2026, ore 21

UOMINI SI DIVENTA. Nella mente del femminicida

Con Alessio Boni e Omar Pedrini

Chitarra, musiche e voce Omar Pedrini

Testi di Massimo Carlotto, Andrea Colamedici, Pino Corrias, Edoardo Erba, Maurizio De Giovanni, Marcello Fois, Daniele Mencarelli, Francesco Pacifico

Regia Alessio Boni

Ideato e prodotto da Teatro Carcano

Biglietti: intero 22 euro, ridotto 20 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

Il femminicida non è un malato, è un figlio sano del patriarcato. È uno di noi, cresciuto come noi, che pensa come noi. Che in maniera più o meno consapevole considera la donna un essere inferiore. Da “proteggere” e ingabbiare, da sminuire, soggiogare, quando non da picchiare, violentare, ammazzare. In Italia ne muore una ogni tre giorni, la stragrande maggioranza per mano di chi dovrebbe amarle. Non si contano i casi di stupro, di botte tra le mura di casa, di aggressioni o catcalling per strada, di plagio psicologico, di violenza economica, di mansplaining, di intimazioni tipo “Stai zitta!”: un sommerso di male che rende metà della popolazione vittima, l’altra metà carnefice. 

Questo progetto è un viaggio. Un viaggio immaginario nella mente del carnefice, che uccide in tanti modi, non solo con un’arma. Un viaggio ideato dal Teatro Carcano, scritto da otto autori, volutamente uomini, e interpretato da me e Omar Pedrini: insieme denunciamo noi stessi come rappresentanti di una categoria, in un momento di autocoscienza collettiva di cui, oggi più che mai, sentiamo il bisogno. Lo inauguriamo il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere, ma vorremmo ripeterlo ogni giorno, questo tentativo di affrancamento da un retaggio culturale patriarcale che ci ha formati, con cui abbiamo convissuto fino a ora e che adesso vogliamo provare a smantellare. Perché anche se ogni volta che leggiamo un titolo di cronaca istintivamente pensiamo “Io non sono così, io non lo farei mai”, nel nostro profondo sappiamo che, nel corso di una vita, qualche tipo di sopraffazione nei confronti delle donne, magari inconsapevolmente, l’abbiamo compiuta anche noi.

Alessio Boni

Fermato autista abusivo fuori da una discoteca

 

Stava attendendo i clienti con l’auto seminascosta tra gli alberi. È stato fermato dalla Polizia Locale dopo aver preso a bordo due ragazze e sanzionato per l’esercizio abusivo dell’attività di noleggio con conducente.

L’automobilista è stato controllato sabato 28 febbraio, durante un servizio di contrasto all’abusivismo nel trasporto di persone in orario notturno. Verso le 4 del mattino, il personale del gruppo specialistico antiabusivismo del Reparto Sicurezza Stradale Integrata ha notato, nei dintorni di un locale in zona San Salvario, una Fiat Grande Punto in sosta, con a bordo una persona in attesa. Dopo alcuni istanti due ragazze, appena uscite dal locale, sono salite a bordo sedendosi sui sedili posteriori. Dal controllo è stato accertato che l’uomo aveva pattuito un trasporto a pagamento.

Nei confronti del conducente del veicolo, un uomo di nazionalità albanese, sono state accertate diverse violazioni al Codice della Strada: dall’esercizio abusivo dell’attività di noleggio con conducente (art. 85, comma 4 CDS) che prevede una sanzione della Prefettura tra i 1.812 a 7.249 euro, la confisca del veicolo e la sospensione della patente da 4 a 12 mesi, alla mancanza del Certificato di Abilitazione Professionale con una sanzione amministrativa pecuniaria di 408 euro che contempla anche il fermo amministrativo del veicolo per 60 giorni.

È stata accertata anche un’ulteriore violazione dell’articolo 116 che prevede una sanzione per “l’affidamento di un veicolo a persona sprovvista del titolo autorizzativo necessario”. Il verbale è a carico del proprietario dell’automobile e l’importo previsto dalla norma è di 397 euro.

Durante la stessa notte è stato controllato anche un Noleggio Con Conducente, munito di autorizzazione rilasciata da un altro comune, che è stato sanzionato per irregolarità del foglio di servizio. L’autista era sprovvisto del foglio di servizio nel giorno del controllo e nei 15 giorni precedenti. È scattata, quindi, una sanzione amministrativa di 178 euro, oltre alla sospensione della carta di circolazione per un mese. Il veicolo è stato sottoposto a fermo amministrativo per lo stesso periodo di tempo.

 

TORINOCLICK

Maxi controlli sul vino: sequestri per oltre 4 milioni di euro, coinvolto anche il Piemonte

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Guardia di Finanza: sequestrati 2,5 milioni di litri, irregolarità anche in Piemonte

Maxi operazione della Guardia di Finanza in tutta Italia per verificare la correttezza della produzione e dell’etichettatura dei vini. I controlli, avviati nel 2024 nell’ambito dell’operazione denominata “Vinum Mentitum”, puntano a contrastare le frodi nel settore vitivinicolo e a garantire trasparenza sul mercato a tutela dei consumatori.

Nel corso delle verifiche non sono emerse violazioni di natura penale, ma sono state rilevate diverse irregolarità amministrative. L’attività investigativa si è concentrata soprattutto sull’individuazione di pratiche scorrette legate alla falsa indicazione di vini come Dop o IGP, all’utilizzo di uve e mosti non conformi ai disciplinari di produzione e alla dichiarazione di origini diverse da quelle effettive.

L’operazione ha portato complessivamente al sequestro di circa 2,5 milioni di litri di vino presentati come Dop o IGP senza averne i requisiti, per un valore superiore ai 4 milioni di euro. Inoltre 24 persone sono state segnalate alle autorità amministrative competenti.

Anche il Piemonte rientra tra le regioni interessate dai controlli. Tra le denominazioni coinvolte figurano Moscato d’Asti, Barbera, Dolcetto, Chardonnay e Piemonte Doc, con sequestri effettuati nelle province di Cuneo, Asti e Alessandria.

Secondo quanto emerso dalle verifiche, tuttavia, per questi vini non sono state riscontrate uve provenienti da territori diversi da quelli previsti dai disciplinari. Le anomalie riguardano soprattutto aspetti amministrativi, come informazioni incomplete o non corrette riportate sulle etichette.

Durante le ispezioni sono state inoltre individuate diverse discrepanze tra le quantità di vino realmente presenti nelle aziende e quelle registrate nei documenti contabili del registro telematico Sian. In totale, su scala nazionale, le Fiamme Gialle hanno contestato 59 violazioni amministrative.

Riflessioni impaurite sulla guerra

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

La guerra all’Iran suscita forti perplessità e può far pensare che Trump sia  incapace di una strategia internazionale che sicuramente c’era quando si parlava di imperialismo americano, dimenticando quello russo. Oggi i due imperialismi  sono risorti in nuove forme. Gli Stati Uniti non perseguono più la Causa dell’Occidente anche se gli slogan possono portare a pensarlo ma scopi americani in senso stretto e miope. L’imperialismo russo ha ripreso vigore dopo il crollo sovietico, manifestandosi anche come erede della Grande Madre Russia degli Zar. Si dice, e sicuramente è vero, che l’ordine internazionale è sconvolto e che il diritto internazionale è stato calpestato. Peccato che alcuni si dimostrino difensori dell’ordine internazionale a corrente alternata.

La pace resta l’obiettivo prioritario di ogni civiltà non fondata sul dominio della guerra. I regimi democratici, di norma, si fondano sulla pace e perseguono la pace , ma non sono di per sé pacifisti. Quelli che citano solo le prime parole dell’articolo 11 della Costituzione, oltre a falsare il senso dell’articolo, sono eredi di quei “partigiani della pace” pronti a schierarsi con l’Urss in ogni circostanza in modo aprioristico.

Benedetto Croce

 

La guerra – diceva Croce – è un dato ineludibile della storia, ma certo questa constatazione terribile non significa giustificare la guerra che deve restare l’extrema ratio, ammesso che il ricorso alla forza abbia una ratio. In non tanti casi ha una giustificazione  politica, ma il ricorso alla guerra è uno dei dati più longevi e comuni della storia dell’umanità. Spesso la guerra viene giustificata da una frase erroneamente attribuita a Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Nella guerra del ‘900 e del nuovo secolo il discorso è inquinato dalle vittime civili coinvolte , dalle città distrutte, da uno stravolgimento che rende interi Nazioni territori di guerra. E ciò a prescindere dalle guerre nucleari e dai pericoli rappresentati da bombardamenti che colpiscano siti nucleari, provocando conseguenze devastanti. Mi stupisco, leggendo o ascoltando  i commentatori che parlano della guerra con una  vivace freddezza che non è lucidità,  ma esigenza spettacolare di intrattenimento  televisivo e di propaganda politica. Di fronte alla crisi iraniana, per usare un termine che si rivela assolutamente  inadeguato, appare ancora più evidente la pochezza di tanti politici italiani ed europei  e non solo loro, ovviamente. E’ possibile giustificare i mezzi brutali adottati nella guerra attuale  in nome di un fine?

Innanzi tutto i fini di Trump non sono affatto chiari, ma soprattutto viene spontaneo domandarsi chi possa giustificare i fini. Non esistono autorità in grado di stabilirlo. L’Onu è finita miseramente e il Papa è un’autorità morale e religiosa. A volte però  ribaltare il discorso aiuta a capire o tentare di capire. Oggi non possiamo illuderci di poter prevedere nulla. I vecchi generali in pensione reclutati in veste di commentatori sono penosi come i politici che si muovono in modo maldestro e goffo. Dei provinciali nati e cresciuti in paesi e cittadine non  sono in grado di capire. Alcuni non sono riusciti neppure a laurearsi , anche se una laurea oggi non basta… Liberare l’Iran dal regime oppressivo che lo domina dal 1979 potrebbe essere un fine lecito . Difendere Israele può essere un altro fine condivisibile. Ma fare un deserto e chiamarlo pace è cosa molto diversa. E’ realtà  vecchia che vedeva perfino Tacito che apparteneva ad un popolo guerriero ed era un realista che ispirò dopo secoli il Tacitismo. I costi umani della guerra quasi mai possono essere giustificabili e la diplomazia resta la via da seguire. Ma purtroppo il Conte di Cavour non ha avuto eredi. E neppure Kissinger. Le mie riflessioni di oggi sono impaurite e provvisorie. Impaurite perché sono nato e vissuto in periodo di pace e non so come si viva o si muoia in periodo di guerra. E impaurite anche per la piccolezza degli uomini: ha ragione Trump quando dice che  i  Churchill non ci sono più.

Il ritorno alla materia: scandinavo, Japandi, rustico e shabby chic

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Il nostro viaggio tra gli stili dell’abitare continua. Dopo aver attraversato l’eleganza della tradizione, le linee essenziali del contemporaneo e il carattere urbano degli spazi industriali riconvertiti, questa settimana entriamo in un territorio più intimo.

Gli stili naturali e accoglienti nascono da un bisogno sempre più evidente nel nostro tempo: riportare la casa a una dimensione di benessere, calma e autenticità. In un mondo veloce e urbano, l’abitare torna a cercare materiali naturali, luce, tessuti morbidi, atmosfere rassicuranti. Non si tratta solo di estetica, ma di qualità della vita.

Tra i linguaggi più diffusi oggi troviamo lo stile scandinavo, il Japandi – una delle tendenze più interessanti degli ultimi anni – il rustico contemporaneo e lo shabby-chic (il cui termine si è un pò abusato). Ognuno di questi interpreta in modo diverso il rapporto tra spazio, natura e comfort.

Stile Scandinavo

Lo stile scandinavo nasce nei paesi nordici, dove la luce naturale è preziosa e gli ambienti domestici diventano rifugi caldi durante i lunghi inverni. Per questo gli interni sono progettati per amplificare la luminosità e creare una sensazione di serenità.

Le palette cromatiche sono dominate da bianco, beige, grigi chiari e tonalità naturali del legno. I materiali sono semplici e autentici: legno chiaro, lana, lino, cotone. Gli arredi hanno linee pulite ma non fredde, con forme morbide e funzionali.

È uno stile particolarmente adatto ad appartamenti urbani di dimensioni contenute, dove la luminosità e la leggerezza visiva aiutano a far percepire gli spazi più ampi e armoniosi. Funziona molto bene in case contemporanee, ristrutturazioni di alloggi cittadini e nuove costruzioni con grandi finestre.

Japandi

Negli ultimi anni si è affermato uno stile che nasce dall’incontro tra minimalismo giapponese e funzionalità scandinava: il Japandi. Il risultato è un equilibrio raffinato tra essenzialità e calore.

Gli interni Japandi si distinguono per materiali naturali, colori neutri ma più profondi – sabbia, terra, tortora, carbone – e arredi dalle linee basse e leggere. Ogni oggetto è scelto con attenzione, evitando accumuli visivi. La filosofia è quella dell’essenziale: pochi elementi, ma di qualità.

Questo stile è perfetto per abitazioni contemporanee dove si desidera creare ambienti meditativi e ordinati. Si adatta molto bene a loft moderni, attici luminosi o case con spazi aperti, dove il dialogo tra architettura e arredamento può esprimersi con grande equilibrio.

Rustico contemporaneo

Quando si parla di stile rustico, spesso si pensa immediatamente alla casa di campagna tradizionale. Oggi però questo linguaggio si è evoluto, dando vita a una versione più contemporanea che mantiene il calore della materia ma con un’estetica più pulita.

Le caratteristiche principali sono travi in legno a vista, pavimenti in pietra o parquet importante, camini, superfici materiche. Gli arredi mescolano elementi artigianali e pezzi più moderni, creando un equilibrio tra tradizione e comfort attuale.

Questo stile trova la sua espressione ideale in cascine ristrutturate, case di montagna, casali di campagna o abitazioni immerse nel verde. Tuttavia, se reinterpretato con misura, può funzionare anche in città, soprattutto in appartamenti d’epoca dove materiali naturali e dettagli architettonici raccontano già una storia.

Shabby Chic

Lo shabby chic nasce invece da un’estetica romantica e delicata, ispirata alle case di campagna francesi e inglesi. Il termine “shabby”, letteralmente “consumato”, fa riferimento a mobili decapati o volutamente vissuti, che creano un’atmosfera morbida e nostalgica.

I colori sono chiari e polverosi: bianco latte, avorio, cipria, verde salvia, azzurro polvere. I tessuti sono leggeri e naturali, spesso con motivi floreali o texture morbide. Gli arredi hanno forme classiche ma alleggerite da finiture chiare.

È uno stile che si presta molto bene a case di campagna, seconde abitazioni al mare o contesti rurali dove si desidera creare ambienti romantici e rilassati. In città può funzionare in appartamenti luminosi o in piccoli alloggi dove si vuole ricreare un’atmosfera accogliente e personale.

Abitare con equilibrio

Ciò che accomuna tutti questi stili è una ricerca di autenticità. Legno, fibre naturali, luce, semplicità. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla tecnologia, la casa torna a essere uno spazio dove rallentare.

Naturalmente, come accade per ogni linguaggio dell’abitare, non esiste uno stile giusto in assoluto. Esiste lo stile giusto per uno spazio, per un contesto architettonico e soprattutto per la personalità di chi lo abita.

 

Ed è proprio questo il filo conduttore del nostro viaggio: comprendere gli stili non significa copiarli, ma imparare a interpretarli. Perché una casa ben riuscita non è mai la replica di una tendenza, ma il risultato di un equilibrio tra architettura, materiali e identità personale.

www.domus-atelier.com – info@domus-atelier.com

Debora Caprioglio, la tragedia di Artemisia e i femminicidi della nostra epoca

L’INTERVISTA

Appuntamento al teatro Erba per la Festa della Donna

Federico Valdi e Roberto D’Alessandro, che ne ha curato anche la regia, hanno scritto – con occhio attento ai verbali del processo e ai tanti scrittori grazie ai quali si sta ridando una giusta affermazione a una figura di donna-artista per troppo tempo offuscata dal nome paterno, da Anna Banti con il suo notissimo studio-romanzo ai più recenti Alexandra Lapierre e Melania Mazzucco, Costantino D’Orazio e Salvatore Tedesco – “Non fui gentile, fui Gentileschi”, un monologo affidato alla passione e alla bravura di Debora Caprioglio (in veste di produttrice con la società Quadrifoglio Produzioni, come lo è già stata per il precedente “Callas d’incanto”, proprio di questi mesi è la stesura del nuovo “L’elefante e la colomba”, stessi autori, sulla relazione tra Frida Kahlo e Diego Rivera) che porta Artemisia in palcoscenico da circa tre anni: un testo drammatico, “secco” lo ha definito qualcuno, che sviscera la più importante pittrice del Seicento. Figlia di un padre, Orazio, che fu un maestro messo di fronte al talento della figlia, da un’iniziale preparazione dei colori come a quella delle tele, dalla purificazione degli oli al confezionamento dei pennelli di setole e pelo animale, iperprotettivo come paternamente interessato al suo successo (scriverà alla Granduchessa di Toscana: “Mi ritrovo una figliuola femina con tre maschi, e questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nella professione della pittura, in tre anni si è talmente appraticata, che posso ardir de dire che hoggi non ci sia pare a lei”) e artefice di un matrimonio riparatore all’indomani delle torture e del processo contro Agostino Tassi (“serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto”), padre con cui coltivò rapporti filiali per affievolirli dopo quell’episodio che avrebbe segnato per sempre la sua esistenza e l’avrebbe spinta a trovare una propria piena indipendenza, in seguito tra Genova e Londra e Napoli.

Debora, in un’intervista hai detto che questo è uno spettacolo “secco”. Lo vuoi inquadrare meglio?

Tutta la parte finale dello spettacolo è il resoconto esatto degli atti del processo, abbiamo messo a sedere Artemisia su uno sgabello, ben ferma, le mani in grembo, priva di qualsiasi movimento, a descrivere tutto il suo strazio di donna oltraggiata. L’azione non coinvolge soltanto me come interprete ma bensì il pubblico tutto: in quel momento so di catturare la sua attenzione e di averlo portato dentro la storia, per cui anche chi non ha una smodata passione verso questi fatti o certe conoscenze nei confronti di un clima sociale che coinvolgeva non poco le leggi dei tribunali, rimane necessariamente coinvolto. Quando mi sono documentata per mettere in scena il testo, a dare voce ad un carattere tanto deciso e determinato e tormentato, confrontandomi con vari critici d’arte, mi sono resa conto che quell’episodio ha continuato a essere il punto di riferimento di una intera esistenza, al di là della eccezionalità della sua pittura, alla difficoltà nel voler esercitare una professione da cui nel suo secolo la donna era del tutto bandita, al privilegio, prima donna a goderne, di essere ammessa nel luglio 1616 alla prestigiosa Accademia delle arti del disegno di Firenze. Ne abbiamo cavato fuori – continua l’attrice che porterà il monologo domenica 8 marzo alle ore 16 all’Erba – tutta la drammaticità e la tragedia di questa donna, schiacciata da un mondo in cui sono compresi – d’un modo ben visivo e affermativo – esclusivamente gli uomini, che tracciano e dispongono, che dopo un processo per stupro, accompagnato da torture che avevano il fine di precluderne la futura professione e umilianti visite genealogiche e dalla presenza di falsi testimoni, vide la condanna dell’imputato risolversi in un nulla di fatto.”

Inevitabile che la vicenda di Artemisia porti a parlare non soltanto della sua epoca ma anche della donna di oggi, della violenza, dei femminicidi.

È una eterna lotta contro i soprusi. Anzi, ci stiamo avvicinando a fare un discorso di sopravvivenza, di quotidiane rivendicazioni. Ci siamo accorte che il vaso è colmo e che da qualche parte deve riversarsi, che è necessario reagire. Magari con gesti che per un attimo possono apparire esteriori, come le distese di scarpe rosse sulle piazze, o con certe etichette o slogan che non mi sono mai piaciuti. Io farei piuttosto un discorso di “donne” più che di femmine. Stiamo vivendo da alcuni anni, e in questi giorni si sta acuendo, una situazione molto preoccupante: e quella della donna non è da meno, io non posso pensare che arrivati al 2026 dobbiamo ancora leggere di continue uccisioni di donne, di compagne, di madri. Cosa necessaria è il rafforzamento delle pene, che troppe volte non sono pareggiabili agli atti di certi uomini.”

Nel monologo fai dire ad Artemisia “siamo fortunati a vivere di ciò che abbiamo”: ti riconosci in quelle parole?

È una frase che può andare benissimo per la Callas, altro personaggio che mi è piaciuto affrontare attraverso le confessioni della sua cameriera, o per Artemisia come per me, certamente. I miei inizi di attrice sono stati sicuramente chiacchierati, ho attraversato con Tinto Brass il cinema erotico e con lui, dopo “Paprika”, nel ’91, ho proprio debuttato all’Erba con “Lulu” di Wedekind, con Kinski e Lamberto Bava quello horror, con Castellano e Pipolo la commedia. Poi ad un certo punto ho voluto rivolgere la mia attività in ben altra direzione e mi sono affidata a Francesca Archibugi per “Con gli occhi chiusi” o a Ugo Chiti per “Albergo Roma”; o anche alle piccole partecipazioni, come quella fatta con Peter Greenaway per quel “Ripopolare la reggia” che ancora oggi potete vedere all’interno delle sale della reggia di Venaria, o alle grandi fatiche buttandomi in una “Isola dei famosi” che mi ha visto arrivare seconda: sino a trovare nel teatro una vera ragion d’essere e un successo bello e appagante. Un teatro fatto di quella disciplina che mi hanno insegnato i miei maestri, Mario Scaccia o Branciaroli o Mariano Rigillo, un teatro che è incontro quotidiano, che ti lascia esprimere il racconto o la passione di quel che facciamo, che ti porta a considerare maggiormente la tua maturazione di donna e di attrice, che magari a volte può non appagarti come vorresti per quel che riguarda il lato economico, ma dove le soddisfazioni sono più grandi, più immediatamente tangibili.”

Arrivata a questo punto, anche in fatto di libertà imprenditoriale, di personalità accresciuta, meglio il monologo o la vita all’interno di una compagnia, di coabitazione, di tournée?

Con il primo mezzo ti ritrovi sola in scena, capisci che la responsabilità è maggiore, che tutta una sala è venuta a vedere soltanto te, la macchina che devi guidare è in mano soltanto a te. Ti misuri veramente con la tua condizione di donna e di attrice e devi dare tutta te stessa. Come allo stesso modo considero vero quanto io ami lavorare in squadra, confrontarmi con gli altri ogni sera, ami la compagnia e lo spostarsi di piazza in piazza, di sala in sala, saggiare con i miei colleghi pubblici nuovi. Perché io sono un animale sociale.”

Elio Rabbione