La filiera dell’energia elettrica a servizio dei soci della cooperativa. Un’idea innovativa realizzata da una start up torinese, “Energia positiva“, che è diventata una realtà in varie regioni italiane
“Energia positiva”. La denominazione stessa suggerisce la filosofia e la mission che sono alla base di questa cooperativa torinese, vale a dire i principi della sostenibilità e del green, attraverso la condivisione della proprietà di impianti di produzione di energia rinnovabile.
“La cooperativa – spiegano Alberto Gastaldo e Guido Calleri di Sala– è nata nel 2015 ed ha rappresentato la prima start up innovativanel suo genere, capace di offrire ai soci la possibilità di diventare titolari di un “impianto virtuale” liberamente scelto. La nostra filosofia, infatti, è incentrata sulla scelta di virtualizzare l’impianto fotovoltaico di cui ciascun socio non riuscirebbe a dotarsi singolarmente, investendo, in qualità di cooperativa, sulla costruzione di impianti che siano ubicati in prossimità dei nostri soci presenti o potenziali“.
“Diventare soci della cooperativa “Energia positiva ” – spiega Guido Calleri di Sala – presenta molteplici vantaggi. Il primo è sicuramente quello di compiere una scelta all’insegna del green e della sostenibilità, offrendo anche al singolo cittadino l’opportunità di produrre ed utilizzare energia proveniente esclusivamente da fonti rinnovabili, portando poi a due concreti vantaggi, il primo dei quali è quello della riduzione dei costi delle bollette, il secondo quello del miglioramento dell’ambiente. L’investimento da parte del privato nella cooperativa gli consente di ottenere un risparmio sulla bolletta( proporzionale alle quote sottoscritte) ed un ristorno a fine anno del 5 % del capitale investito”.
“Finora – aggiunge Alberto Gastaldo – la cooperativa ha raccolto un capitale pari a 5 milioni di euro. Sono diciotto gli impianti che abbiamo finora realizzato, di cui due di tipo eolico, un impianto idroelettrico, cinque impianti di efficientamento energetico e dieci impianti fotovoltaici. Gli impianti sono sparsi in tutto il territorio nazionale, in sedici regioni differenti. All’inizio i nostri primi impianti erano concentrati in Piemonte, soprattutto nell’Astigiano, quindi ci siamo orientati anche verso la Lombardia ed il Trentino. Ora stiamo valutando la realizzazione di impianti in altre regioni, tra cui Puglia, Basilicata ed Abruzzo, sempre localizzandoli nelle vicinanze dei soci che hanno aderito o vogliano aderire alla cooperativa”.
“A livello di costi e di metodologia – spiega Guido Calleri di Sala – gli impianti fotovoltaici risultano tutti piuttosto simili, anche se al Nord, rispetto al Sud Italia, sono in grado di sfruttare meno energia elettrica. La tecnologia fotovoltaica consente, infatti, di trasformare l’energia solare in energia elettrica, sfruttando le proprietà del silicio. Produrre energia elettrica da una fonte solare consente di evitare l’emissione di sostanze inquinanti e nocive per l’ambiente, quali, ad esempio, l’emissione di CO2. L’importanza dell’energia solare si concentra nel fatto che si tratta di una forma di energia “pulita” ed “inesauribile“, che non pregiudica le risorse di energia disponibiliper le generazioni future“
“L’unico elemento vincolante – spiega Alberto Gastaldo – per poter aderire alla cooperativa e diventarne soci è essere in possesso di una bolletta. Al momento dell’adesione alla cooperativa il socio verrà assistito nel cambiamento del contratto ed avrà quale fornitore di energia, a condizioni tariffarie vantaggiose, “Dolomiti Energia”. Le bollette verranno domiciliate sul conto corrente della cooperativa.Alla fine dell’anno il nostro socio godrà, così, di uno sgravio nel peso della bolletta“.
“Nel corso dello scorso anno – conclude Guido Calleri di Sala – la cooperativa “Energia positiva” ha ottenuto una raccolta di quote e sottoscrizioni pari alla risultante della somma di quelle dei due anni antecedenti (2017+2018).
Quest’anno, nei primi due mesi, sono state raccolte sottoscrizioni pari al doppio di quelle raccolte nello stesso periodo dello scorso anno. Purtroppo la comparsa dell‘emergenza Covid 19 ha rappresentato una battuta non tanto di arresto, ma di decelerazionenella raccolta delle sottoscrizioni dei soci, anche perché i fornitori nel settore energia hanno subito una flessione. In Italia, a differenza di Paesi come Francia ed Inghilterra, in cui sono stati dati incentivi nel settore energetico, ciò non è ancora avvenuto“.
Mara Martellotta
L’Asse
Torino sarebbe una città più felice se avesse il mare. Queste le prime parole sulla quarta di copertina di Torinobeach, il secondo libro scritto da Valeria Pomba, pubblicato lo scorso 20 maggio.
Negli articoli precedenti si è parlato del lato buono di Torino, ma nell’urbe augustea sappiamo che ci sono anche poli di energia negativa. Il “cuore nero” della città, com’è noto ai più, si trova in piazza Statuto, dalle parti di Valdocco, nome che può essere ricondotto a “vallis occisorum”, ossia il luogo dove avvenivano le esecuzioni capitali e si inumavano i cadaveri oppure a “vallis occasus”, cioè la direzione in cui il sole tramonta. “Nomen omen”, verrebbe da dire. In piazza Statuto si trova il monumento che commemora l’apertura del traforo del Frejus e i tre ingegneri che lo progettarono, Sebastiano Grandi, Severino Grattoni e Germano Sommeiller. Ai Torinesi tuttavia esso soprattutto ricorda i caduti durante la lavorazione, ben 48 morti tra i 4 mila operai (tra di essi 18 si spensero per un’epidemia di colera). Sul monumento spicca la statua di un angelo con una stella in fronte e una penna nella mano destra, che dovrebbe raffigurare il genio alato della scienza, ma tale figura è associata notoriamente a Lucifero. Se volete sapere come mai la statua sia stata assimilata all’immagine del Diavolo, potete rischiare di andare a chiederglielo di persona, perché all’interno del giardino che la circonda si trova un tombino, che pare non essere un comune scarico fognario, anzi sarebbe nientemeno che la porta degli Inferi. Va segnalato però, che la maggiore concentrazione di energie diaboliche si trova poco oltre l’estremità della piazza, al di là di corso Principe Oddone, dove vi è un giardino, non troppo curato, che passa quasi inosservato, al centro del quale svetta un piccolo obelisco sormontato da un astrolabio. Tuttavia questo non è l’unico luogo in cui si può respirare l’aria malsana di “Chiel là,” o di “ël Barabiciu”, per dirla con una credenza piemontese, per cui è meglio non pronunciare il nome del maligno, perché tutte le volte che qualcuno lo dice, lui si avvicina di sette passi. Potreste incontrare “Belzebù” anche in altri posti. C’è infatti un palazzo, da alcuni soprannominato “Ca dël Diav”, caratterizzato da dicerie per nulla lusinghiere e a dir poco terrificanti. Si tratta di Palazzo Trucchi di Levaldigi, edificato tra il 1673 e il 1677 dall’architetto Amedeo di Castellamonte (1613-1683), per il ministro delle Finanze Giovanni Battista Trucchi, conte di Levaldigi (1617-1698). La posizione del palazzo, tra via Alfieri e via XX Settembre, ne sottolinea il particolare taglio diagonale della facciata d’ingresso, caratterizzata dal rigoroso tracciato ortogonale della parete. L’aspetto complessivo dell’edificio è severo e imponente, come testimoniano le bugne del basamento, il ritmo delle lesene binate, i cornicioni marcapiano aggettanti e i timpani delle finestre. All’interno gli ambienti sono stati radicalmente rielaborati tra gli anni Dieci e Trenta del Novecento e riadattati alle nuove esigenze occupazionali. Dal 1939 l’edificio è sede della filiale della Banca Nazionale del Lavoro. La costruzione nasconde la sua leggenda di malvagità proprio all’interno di un particolare della struttura architettonica, precisamente nel portone, rimasto quello originario, montato nel 1675 e riccamente intagliato. Giovanni Trucchi non era nobile di nascita (la famiglia ottenne il titolo comitale – “comes” = “conte” per “concessione d’arma”), ma riuscì ad ottenere una carica che lo rendeva secondo solo al duca Carlo Emanuele I, egli riuscì infatti a rivestire la dignità di Presidente Generale delle Finanze Sabaude, ed era anche soprannominato il “Colbert piemontese”, con riferimento a Jean-Baptiste Colbert, (1619-1683), braccio destro del Re Sole.
Si mormorava molto sul denaro posseduto dal conte Trucchi, che sembrava non esaurirsi mai, e lo stesso conte, per burlarsi di tali dicerie, ordinò che il portone venisse montato in una sola notte e di nascosto. In questo modo la gente avrebbe iniziato a bisbigliare che fosse avvenuto un qualche sortilegio, se non proprio un vero patto satanico. Per far sì che non ci fossero dubbi in tal senso, il conte fece inserire al centro del portone un ornamento in bronzo con la forma della testa del demonio, dalla cui bocca – come si può ancora oggi ammirare – escono due serpenti che si intrecciano e formano il batacchio. Ma forse un po’ di malignità in quel luogo c’era sul serio, e lo dimostrano alcuni fatti. Nel 1790, durante una delle feste indette da Maria Anna Carolina di Savoia, una delle ballerine invitate al ricevimento venne uccisa a pugnalate. Successivamente, nel 1817, nel corso dell’occupazione francese, il capitano Du Perrì, che era in possesso di documenti segreti, cercò rifugio tra quelle stesse mura, ma scomparve all’interno del palazzo. Il corpo venne ritrovato vent’anni dopo, murato in un’intercapedine. Un altro punto cittadino in cui si annidano energie maligne è proprio all’interno di un edificio in cui tutto ci si aspetterebbe tranne che entrare in contatto con Satana o con qualcuno dei suoi seguaci. Si tratta del piccolo gioiello architettonico della chiesa di San Lorenzo edificata tra il 1668 e il 1687 su progetto di Guarino Guarini, per l’ordine monastico dei Teatini. L’edificio è a pianta centrale ottagonale, con i lati di forma convessa, con un presbiterio ellittico posto trasversalmente che introduce un asse principale nella composizione. Lo spazio, al livello inferiore, è definito dalla presenza di ampie serliane che delimitano le cappelle laterali, mentre la copertura è costituita da una cupola a costoloni che si intrecciano fino a formare l’ottagono sul quale poggia la lanterna. All’interno è voluto un gioco di contrasti tra luci ed ombre, per cui in basso domina l’oscurità, accentuata dalla mancanza di finestre, la luce, invece, aumenta man mano che ci si eleva. Si può anche notare che la chiesa è “affollata” da angeli, in tutto più di 400, sono forse così tanti per contrastare qualche altra presenza che è riuscita a insinuarsi tra le sacre pareti? E allora guardiamo con attenzione verso l’alto: tra i costoloni intrecciati è possibile scorgere delle grandi facce demoniache, che si delineano, nette, man mano che lo sguardo vi si fissa, vigile. Se vi è venuta un po’ di angoscia non temete, sono moltissimi i rimedi per scacciare colui che è meglio non nominare, non mettete in tavola mai il pane rovesciato, attenti a non entrare in casa con il piede sinistro, mettete un ferro di cavallo dietro la porta (ma nel verso in cui forma una U), e fate attenzione al sale, se cade siate pronti a lanciarvene un po’ dietro la spalla sinistra. E, soprattutto, se uno sconosciuto, losco e misterioso, vi si avvicina e vi chiede di fare un patto con lui, “daje dël ti al Diav e butlo fora ëd ca”!