ilTorinese

Giovane in monopattino investito da auto. E’ in gravi condizioni

Un giovane di 22 anni è ricoverato in gravi condizioni al Cto

E’ stato investito mentre era a bordo di un monopattino elettrico: percorreva via Rosolino Pilo verso il centro quando è stato investito da un’auto,  che viaggiava in corso Lecce  all’altezza di un incrocio con semaforo. Il ragazzo, ecuadoriano, è stato portato in ambulanza  all’ospedale Cto con prognosi  riservata. La  squadra antinfortunistica della polizia municipale di Torino è intervenuta per i rilievi, ed è  ancora da chiarire la dinamica dell’incidente.

Nella Fase 2 il bus si potrà prenotare?

A Torino potrebbero essere  attivati bus su prenotazione, ma non è la sola novità che riguarda il trasporto pubblico al tempo del covid-19

È un’ipotesi allo studio del Gruppo Torinese Trasporti per fronteggiare in sicurezza l’emergenza sanitaria nella imminente (?) fase 2.
Le prossime disposizioni governative, il cui contenuto in parte sta già circolando, prevedono il mantenimento del distanziamento sociale anche sui treni delle metropolitane italiane, dove saranno indicate le distanze da tenere con appositi segni sul pavimento. Sarà possibile viaggiare seduti ma a posti alternati e sui mezzi pubblici bisognerà indossare la mascherina. E’ probabile che i tornelli di ingresso nel Metrò contino le persone fino ad un numero massimo  per evitare sovraffollamento. Gtt dovrà probabilmente aumentare le corse di tram, metro e bus anche a fronte di una presenza minore di passeggeri. Un’operazione certamente pesante per le casse dell’azienda che ha già perso milioni di euro da quando è iniziata l’epidemia.
(foto: il Torinese)

Il significato del 25 aprile è sempre attuale

Niente da fare. Ogni volta che ci si avvicina alla data del 25 Aprile si fanno un sacco di polemiche

Polemiche inutili e pretestuose. Ora la Meloni e La Russa se ne sono inventata una nuova.

Propongo che sia ….. manco loro sanno che cosa hanno proposto. Fanno i guastatori perché non
accettano la Storia, direi proprio l’evidenza dei fatti storici.

Ma con loro ogni sforzo è inutile  e velleitario convincerli con le buone maniere,
controproducente tentare di convincerli con le maniere forti. Sia ben chiaro: maniere forti non
vuol dire violenza, bensì applicazione delle leggi e regole che ci siamo fatti con la Costituzione
italiana, appunto dopo esserci liberati del nazifascismo. Masticano amaro perché non
accettano ciò che è avvenuto ed in particolare le sue conseguenze, cioè la democrazia.

Considerano il nostro un sistema mediocre, e non pensano che possono ancora dire le loro
stupidaggini perché c’ è la democrazia. In fondo li compatisco. Hanno solo rabbia e rancore. E
con rabbia e rancore non vanno da nessuna parte. Viceversa io e tanti altri come me sentono
il sapore, il profumo di libertà che si respira in questi giorni. Libertà per te stesso e per gli
altri. Mentre scrivo un vortice di ricordi. Le mille fiaccolate a cui partecipavo. Le prime da
Pioniere. Giovanissimo non volevo il fazzoletto azzurro simbolo della pace. Ovviamente volevo
quello rosso, ma quello con la Stella. Fantastico e tanto fantasticavo. Mi immaginavo giovane
Partigiano sempre un fuga dai nazifascisti con la piccola piccozza che diventava un fucile
automatico. E l’ incontro con con la letteratura della Resistenza. Il disincantato Beppe Fenoglio
nel Partigiano Jonny. L ‘umantita’ di Elio Vittorini. In Uomini e No il gappista non ha il coraggio
di sparare al soldato tedesco. Ha la faccia da operaio. O i ricordi di Davide Lajolo in la Rossa
Primavera. Dopo essere stato fascista di ritorno dalla Russia decidendo di scegliere di diventare
comunista e Partigiano.

Scoprivo che cosa erano i commissari politici avendo un consulente in mio padre. Parlava poco
ed ancora meno di sé stesso. Mia madre mi raccontò che era finito in via Asti e l’oro dei nonni
lo salvò. E il 18 aprile uscito dalla Grandi Motori saltarono le rotaie dei tram e venne organizzato lo
sciopero generale.

Profumo di libertà. Sicuramente il principe dei ricordi è nel 1975. Fiaccolata per il 25
aprile e fiaccolata per Dante Di Nanni. Eroe prima ferito e poi ucciso in via San Bernardino.
Impressionante la testimonianza di Giovanni Pesce capo dei Gap prima a Torino e poi Milano.
Lo ero andato a trovare ed uscendo si accorse dei fascisti che circondavano la casa. Non
intervenne. Sarebbe morto anche lui.

Il corteo partiva da Piazza Adriano.
Una ragazza boliviana ci chiede se poteva sfilare con noi. Minuta, con un viso dolce da indios.
Spiccava una pancia , era incinta. Quando partorisci ?

Due mesi, purtroppo il papà era rimasto in Bolivia, clandestino perché per allora c’era la
dittatura militare. Entrambi erano del partito comunista boliviano clandestino. Dopo il parto?
La sua risposta mi sconvolse. Tempo d’allattamento e poi ritorno in Bolivia lasciando il bambino
ad una cugina a Torino. Non capivo o più probabilmente non volevo capire. Quando capii non
accettai. Lasciava il figlio per raggiungere il marito. Perché?

La risposta fu lapidaria: voglio far crescere mio figlio in una Bolivia libera.
Profumo di libertà. Sicuramente e personalmente non avrei avuto coraggio di fare simili scelte.
Coraggio che hanno avuto i nostri padri e le nostre madri.

Caro Sallusti te devi fare una ragione: anche quest anno, come tutti gli anni e decenni
successivi si festeggerà il 25 Aprile anniversario della liberazione. Magari, anzi sicuramente, un
anniversario diverso dagli altri. Ma non per questo meno importante degli altri. Caro Sallusti
e proprio perché sono passati 75 anni un profumo
sempre più intenso di libertà. Non ci saranno i partecipanti ai cortei di Milano o le
fiaccolate di Torino. Ma ci sarà sempre chi sarà davanti alla Lapide dei Sette fratelli Cervi come
al Martinetto di Torino dove furono trucidati i membri del CLN di Torino.

Ci saranno i Sindaci e rappresentanti delle istituzioni e dai balconi ci sarà sui balconi  chi
vorrà manifestare. I più, nati nella libertà e che vogliono continuare a vivere nella libertà. vogliono
continuare nel sentire profumo di libertà. Ricordiamo e festeggiamo non solo per ieri ma
anche, se non soprattutto per il domani. Mi sento in debito verso mio padre. Mi pare che i miei
infantili sogni abbiano contributo a perpetuare questa libertà. Una libertà che consegno alle mie
figlie. Magari è retorico, ma va bene così, qualcuno è morto per quella libertà e qualcun altro è
morto per impedire questa libertà.

Umana pietà per le morti è altra cosa. Guai se non ci fosse. Ma l’uso politico di questo
sentimento è l’ennesima prova di una destra che non riesce a liberarsi del fascismo. Quello duro
e puro che con il patto di ferro con il nazismo si è posto fuori dalla Storia. Una destra italiana s’intende.

Europea è un altra cosa. Persino quella tedesca che ha reciso ogni legame con quel
tragico passato. Aneddoto raccontato dal Professore Alessandro Barbero.

Era a Francoforte per un simposio.
Nella vetrina di un negozio di filatelia erano esposti dei francobolli del periodo nazista. La svastica
era coperta e dunque nascosta. Una legge vieta la esposizioni in pubblico del simbolo del
nazismo. Australia e Francia hanno promulgato delle leggi che condannano penalmente i
negazionisti che negano l’esistenza dei campi di concentramento.

Perché non si fanno atti simili anche in Italia? Forse non è nella nostra indole questa
precisazione. Ma è nella nostra indole passione ed emozione di difendere le idee di libertà.
Bene, a volte eccediamo nell’ essere troppo enfatici.

Ripeto testardamente: questo 25 Aprile sarà maggiormente ricordato proprio per le difficoltà
prodotte dalle limitazioni.
Si ricorderà per il profumo di libertà di ieri di oggi e di domani. Per i nostri padri, un po’ anche per
noi e soprattutto per i nostri figli ed i nostri nipoti.

Ruffino (Fi): “Riaprire per filiere, non per Regioni”

Non potendo dare consigli a un presidente del Consiglio che interpella il Parlamento attraverso Facebook, segnalo al presidente Conte che la disputa sulle modalità e i tempi per la riapertura dell’Italia ha esaurito le ultime risorse di pazienza degli italiani, stremati da ben più gravi motivi.

Circondato da legioni di esperti, virologi, economisti, sociologi (a proposito: ma chi paga tutte queste persone e tutte le task force e commissari straordinari che si sono fatte le singole Regioni?), il presidente Conte farebbe bene a sentire qualche esperienza di vita vissuta da cittadini “inesperti” ma ricchi di buon senso. La fine del lockdown e la riapertura cadenzata su base regionale è una assurdità. Le filiere produttive non sempre e quasi mai sono concentrate all’interno della stessa Regione. Bene hanno fatto a ricordarlo il presidente della Lombardia, Fontana, e l’assessore Gallera: se si decide di riaprire l’automotive, non possono riaprire in tempi diversi gli stabilimenti di Melfi, Cassino o Torino poiché molti fornitori provengono da altre Regioni. Una riapertura su base regionale può valere per quelle attività autonome (penso ai parrucchieri o alle palestre) svincolate per loro natura da una filiera produttiva su scala nazionale. Tutto il resto, per non accrescere i già enormi disagi degli italiani, deve riaprire in tutta Italia. Il presidente Conte senta pure gli esperti e i professori, ma poi si affidi al buon senso.

on. Daniela Ruffino, deputata di Forza Italia

Si riparte da Mirafiori con i prototipi della 500 elettrica

Da lunedì ricomincia seppure in parte l’attività nello stabilimento Fca di Mirafiori a Torino

La produzione riguarderà componenti per il Ducato della Sevel di Val di Sangro e o le preserie prototipali della 500 elettrica. Si tratta di una produzione sicura  nell’ambito delle attività di ricerca e sviluppo  autorizzate dal governo. In queste ore sarà definito il numero dei lavoratori che rientreranno e il loro orario. I sindacati hanno chiesto di implementare il Protocollo sulla sicurezza. Un primo segnale di ritorno alla normalità in vista del superamento dell’emergenza sanitaria.

Povertà e dignità nella Barriera di una volta. E oggi?

Tra corso Giulio Cesare 45 e le ex scuole di via Alessandria liberate dalla polizia, dagli abusivi anarcoidi ci sono a mala pena 500 metri. Alcuni anni fa, tra corso Emilia, corso Brescia e corso Giulio Cesare erano scesi i residenti regolari a manifestare (diciamo in modo robusto) di notte contro spaccio e degrado. Esasperati dal clima di violenza ed intimidazioni. Manco il coronavirus ha fermato questi delinquentelli di antagonisti.

Che poi tanto piccoli non sono visto che alcuni di loro sono stati arrestati e condannati per terrorismo. Tra spinelli e birre e magari altre droghe inneggiano alla rivoluzione per giustificare la loro pochezza. In Barriera di Milano o in Aurora sono di casa e l’ altro giorno, per proteggere due rapinatori hanno cercato di sobillare la popolazione perché si riprendesse la libertà contro il coronavirus. Anzi più precisamente contro lo Stato che impedisce libertà con la scusa del virus.

Il loro soggetto rivoluzionario il sottoproletariato, miseria sia economica che culturale. Pronta la condanna dell Appendino ed un assordante silenzio dei pentastellati loro amici (poi mitigato da un documento in Consiglio comunale). Direi di più, di pentastellati che scelgono sicuramente loro contro tutto e contro tutti. Parola d’ordine comune tanto peggio tanto meglio. Ideologia non ben definita e dunque volutamente ambigua. Ci avrebbero pensato i pentastellati nel risanare le periferie. Parole al vento. Ci sono oltre 30 anni di errori da recuperare. Cosa , almeno ad oggi semplicemente impossibile. Non è stato sempre così. 100 anni fa da quelle parti pur essendoci povertà c’era dignità che non trovi in questo presente. Mi si può obbiettare che con la dignità non si campa. Vero, per campare ci vuole soprattutto lavoro. Verissimo, ma il degrado senza lavoro porta alla più totale assenza di dignità. Cosi piccoli furti, lavoro nero e sopravvivenza fanno una tragica e sconsolante differenza. Da piccolo mia madre mi portava tutte le settimane a visitare parenti in via Cuneo e via Bra. Case di ringhiera con i gabinetti al fondo dei balconi.

Forte l’ immigrazione pugliese negli anni ’50. Poi la Fiat con le grandi assunzioni, siciliani calabresi. Ma alla mitica Pizzeria da Cristina in corso Palermo un pizzico di Napoli. Sempre, da quando mi ricordo io. A volte non ci si capiva, a volte tante tensioni. Una volta feci a botte perché volevano rubarmi la bicicletta. Ebbi la meglio, ammirato dagli amici. Ma lo sai con chi hai fatto a botte? No. Con Catrambone il bullo di quartiere. Nel ’75 venne ucciso dalla polizia durante una rapina a mano armata dalla. Ricordo questo sottolineando che anche agli inizi degli anni 70 , come negli anni 60, c’ erano molti problemi di ordine pubblico. Alle elementari mio padre mi portava a Porta Palazzo per comprare l’auroretta. Ci davano ancora il voto per bella calligrafia. Nel negozio sotto casa costava 500 lire. In via Borgo Dora 450 . Pignolo come era le provava tutte. Nel mentre mi guardavo intorno. Nel ricordo, il ricordo che qualcosa non tornasse c’era tutto. Mi affascinava un signore che con le catene sul dorso alzava enormi sassi. Quasi un gladiatore ante-litteram. Spettacolo per raccogliere elemosine. Un emarginato che assurse alle cronache cittadine per la sua estemporaneità. Arrestato per una rissa si schermì: mi hanno pagato quelli di corso Francia, dove c’era la sede del Movimento sociale italiano. Violenza ed emarginazione c’erano allora come ci sono oggi. Sbaglierò ma per allora c’era ancora, magari faticante, il senso del limite. Ora tutto è sbordante. Appunto non esiste più il senso della misura.

Barriera di Milano, zona Aurora e Porta Palazzo sono un unico corpaccione malato, profondamente malato. Alla malattia non ci sono ad oggi delle cure. Qualcosa bisogna fare. In passato tante polemiche su come intervenire. Agli antipodi due tesi. La prima, l’ integrazione culturale e sociale. La seconda, repressione totale e radicale. In mezzo mille sfumature di grigio. Conclusione: difficile vivere da quelle parti. Io ci sono scappato alla fine degli anni ’90 e francamente non ci tornerei più a vivere . Venivo anche un po’ sbeffeggiato da chi, rimanendo, mi accusava di esagerare. In 20 anni le cose sono cambiate sicuramente in peggio ed oggi, chi vorrebbe cambiare non ha le forze per andare. Da lì all’assuefazione è un attimo. Magari volere o credere di fare molto si riduce nel fare poco o niente. Ma qualcosa si deve fare. Cominciamo con la tolleranza zero. Repressione e denuncia dei delinquenti. Non vedo, a breve, nessuna altra soluzione se non partire da qualcosa per raggiungere qualcos’altro. Pena la scomparsa di un intero quartiere che conta 200mila residenti ed anche l’estensione di questo cancro a tutta la città.

Patrizio Tosetto

“Grandi magazzini” di marijuana a Mirafiori

Quartiere Mirafiori, è  pomeriggio e la volante in servizio di controllo del territorio si imbatte in due giovani appena usciti da un magazzino che, alla vista degli agenti, cambiano repentinamente direzione, affrettando il passo in direzione opposta a quella dell’autovettura di servizio.

Gli agenti decidono di controllarli: i due non sanno motivare il perché si trovano in strada e mostrano un contegno che insospettisce gli operatori di polizia; fanno quindi ingresso nel magazzino da cui sono appena usciti i due giovani. Lì trovano una vasta serra adibita alla coltivazione e produzione di marijuana: ben 527 piantine di piccole, medie e grandi dimensioni.

I due cittadini italiani – classe 1986 e 1990 – avevano allestito un laboratorio professionalmente adibito alla coltivazione di marijuana, composto da ben cinque stanze, ciascuna con una specifica funzione.

La “nursery”: un piccolo ripostiglio contenente esclusivamente i vasi con i semi che, una volta sbocciati, venivano spostati in due stanze più grandi con un microclima ideale per favorire la crescita. Al loro interno, una sofisticata tecnologia di illuminazione e ventilazione: l’impianto elettrico era completamente autosufficiente, grazie a decine di trasformatori di energia che alimentavano le singole lampade alogene. La struttura di ventilazione, invece, aveva la duplice funzione di mantenere la temperatura ideale per far crescere gli arbusti rigogliosi e forti ma anche di isolare il magazzino, impedendo al forte odore di marijuana di insospettire i numerosi abitati della zona.

La quarta stanza era un vero e proprio laboratorio contenente concimi, prodotti chimici antiparassitari, sostanze per l’essiccazione delle piantine ma anche strumenti per la riparazione “in house” degli impianti di illuminazione e ventilazione (decine di ricambi per i trasformatori di energia e per le lampade alogene). Non solo attrezzature tecniche ma anche materiale per confezionare e termosaldare le buste contenenti le infiorescenze.

Infine, l’ultima stanza contenente i trasformatori di energia per l’alimentazione degli impianti.  Gli agenti di polizia hanno arrestato i due giovani coltivatori per detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio. Sequestrate 527 piante di marijuana, oltre 5 kg di fogliame (da analizzare) e diverse buste termosaldate contenenti oltre 1,6 Kg di sostanza stupefacente già essiccata e pronta per la consegna mercato al dettaglio. A casa di uno dei due spacciatori sono stati inoltre rinvenuti quasi 3.000 euro, verosimilmente provento dell’attività delittuosa.

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne, uniti dall’arte, dalla vita e dalla morte

A Cent’anni dalla scomparsa 

All’alba del 24 gennaio 1920 si spegneva all’ Hôpital de la Charité, in preda al delirio causato dalla meningite tubercolare, Amedeo Modigliani. Aveva 35 anni e la sua breve e intensa esistenza, minata dalla malattia fin dagli anni dall’adolescenza, era stata consumata dal delirio artistico, dall’alcol e dalle droghe.

 

Jacques Lipchitz, scultore lituano, amico di Modigliani, così racconta gli ultimi istanti di vita e la morte dell’artista livornese: “Era stato portato all’ospedale, e il giorno dopo se ne era andato. Ci dissero che mentre lo trasportavano all’ospedale, continuava a ripetere: «Italia, cara Italia!» e che negli ultimi momenti di coscienza lottò disperatamente per tenersi in vita, balbettando versi nel delirio. E poi giunse la tragica notizia del suicidio di Jeanne Hébuterne. Era incinta di quasi nove mesi di un altro figlio di Modigliani, e quando arrivò nella camera mortuaria dell’ospedale si gettò su Modigliani, coprendone il viso di baci. Lottò con gli inservienti che volevano trascinarla via, sapendo quanto fosse pericoloso per lei, che era incinta, toccare le piaghe aperte che coprivano il viso di lui. Era una strana ragazza, esile, con un lungo viso ovale che sembrava quasi bianco più che roseo, e i capelli biondi raccolti in lunghe trecce: mi colpì sempre il suo aspetto molto gotico. Jeanne Hébuterne andò da suo padre, era stata ripudiata, perché viveva con Modigliani e si gettò dal tetto della casa. La famiglia si oppose a che fosse sepolta accanto a Modigliani, ma credo che in seguito siano stati riuniti”.

 

Al dramma della scomparsa di Modigliani era seguito infatti quello del suicidio della sua compagna, la ventunenne Jeanne Hébuterne, che si era gettata dalla finestra insieme al bambino che portava in grembo, lasciando orfana di entrambi i genitori l’altra figlia Jeanne.

A cento anni di distanza da quei giorni la storia della vita e dell’opera di Amedeo Modigliani continua a conservare un fascino profondo. Possiede, infatti, tutti gli ingredienti di un grande affresco romantico: la bellezza e la giovinezza del protagonista che è artista geniale, colto, brillante, demiurgo di figure e di volti di pietra e di colore, uomo sregolato e dalle passioni sfrenate, destinato ad autodistruggersi, lasciando il posto alla grandezza della sua arte. A questi si devono aggiungere la malattia, spesso trascurata, le condizioni di vita nelle quali si alternavano momenti di benessere a lunghi periodi di indigenza, le numerose storie d’amore con donne diverse e l’incontro con la giovanissima Jeanne Hébuterne, sua compagna nella vita e nella morte, la bohème vissuta insieme ad altri sfortunati geni, primi fra tutti il francese Maurice Utrillo, figlio della modella e pittrice Suzanne Valadon e il lituano Chaïm  Soutine.

In questa esistenza intensa, bruciata in un soffio e consumata sul filo del rasoio, Amedeo Modigliani crea un’arte personalissima che si discosta da qualsiasi scuola dell’epoca, un’arte popolata di figure scolpite e, molto più spesso, a causa delle complicazioni che la polvere della pietra causava alle sue vie respiratorie già minate dalla tubercolosi, dipinte, donne e uomini dai colli lunghi che fissano lo spettatore dalla tela con occhi magnetici, sognanti, profondi e bui come tunnel che possono portare in altre dimensioni, in altri mondi.

Il pittore Léopold Survage, ritratto nel 1918 da Modigliani con un occhio vivo e uno accecato, chiese all’amico perché lo avesse raffigurato così e si sentì rispondere “Ti ho dipinto così perché con uno guardi il mondo, mentre con l’altro guardi dentro di te”.

Se ancora oggi, dopo secoli di studi, ricerche, analisi, le donne di Leonardo Da Vinci continuano a distinguersi per il mistero racchiuso in un sorriso, in un’espressione, in un gesto, le figure di Modigliani che, in apparenza possono sembrare cariatidi lontane e irraggiungibili, sono, in realtà intensamente vive e estremamente umane. E’ come se l’artista avesse catturato un po’ della vita del suo modello e l’avesse trasfusa nell’opera. Del resto molti dei suoi modelli affermarono che farsi ritrarre da Modigliani era come “farsi spogliare l’anima”.

 

I ritratti dell’amico Chaïm  Soutine, di Léopold Zborowski, di Beatrice Hastings, di Jeanne Hébuterne, i tanti nudi posseggono un’identità forte, vivono di vita propria, raccontano la storia di un’esistenza, ma, al tempo stesso, alludono a qualcosa di più profondo, evocano un mondo di sentimenti e di emozioni profondi, estremamente personali. E’ come se Modigliani non si fosse accontentato di dipingere volti e corpi, ma avesse chiesto ai protagonisti dei suoi quadri di svelare la parte più intima e nascosta di sé. Se nei ritratti di Van Gogh molto spesso sono i sentimenti universali a essere evocati attraverso il disegno e la pittura, se in “Alle Soglie dell’Eternità” non è un vecchio ad essere immortalato, ma è la Disperazione stessa a posare, in Modigliani il modello si fa completamente dipinto: corpo, pensiero e anima diventano immagine.

Non dimenticherò mai il funerale di Modigliani. Amici, fiori, i marciapiedi affollati di gente che chinava il capo in segno di dolore e di rispetto. Tutti sentivano nell’intimo che Montparnasse aveva perduto qualcosa di prezioso, qualcosa di molto essenziale. Kisling e Moricand, un amico, tentarono di fare la maschera mortuaria di Modigliani. Ma la fecero assai male e vennero a chiedermi aiuto con una quantità di pezzi rotti di gesso cui aderivano frammenti di pelle e capelli. Ricomposi i frammenti e, poiché mancavano molti pezzi, dovetti sostituire le parti mancanti alla meno peggio. Feci tuttavia dodici calchi di gesso, che furono distribuiti tra la famiglia e gli amici di Modigliani. Quando morì, Modigliani era tutt’altro che sconosciuto. Parigi era piena di gente strana e sconcertante, molti dotati di talento e alcuni di genio, ma egli eccelse sempre su tutti. E tra noi la sua fama di pittore si era affermata, benché, come già ho detto, solo nel 1922 egli cominciasse a essere noto su un piano internazionale” così Jacques Lipchitz prosegue nella sua testimonianza, descrivendo le immagini del funerale di Amedeo Modigliani.

L’artista venne sepolto al Cimitero del Père-Lachaise, il luogo dove erano destinati a riposare i personaggi illustri, distante da Montmarte e Montparnasse, i quartieri in cui si era mosso e era tramontato, vinto dalla malattia, il genio di Modì.

E Jeanne? Gli Hèbuterne, disapprovando la sua relazione con l’artista italiano, decisero di tumularla nel cimitero parigino di Bagneux, ma nel 1930 permisero che la salma venisse trasferita nel cimitero del Père Lachaise nella stessa tomba di Modigliani. La ritroviamo evocata da un epitaffio “Compagna devota fino all’estremo sacrifizio”. Ma Jeanne è stata molto di più, è stata modella, musa e, a sua volta pittrice di figure femminili, in particolare della sua, in questo molto simile a Frida Khalo.

Nel dipinto “Suicida”, datato presumibilmente 1920, si dipinse in una stanza, riversa su un letto bianco, con i capelli ramati sciolti, il corpo abbandonato e il ventre gonfio sanguinante per un colpo di pugnale. Un presagio forse di quello che la attendeva o la ferma decisione di non separarsi da Amedeo nemmeno in morte. Ricorre il centesimo anniversario anche della morte di Jeanne Hèbuterne, la donna che alla vita e all’arte preferì un’altra strada.

 

Barbara Castellaro

 

 

I costi del rinvio olimpico li paga (in parte) il Giappone?

Abe Shinzo, capo del governo giapponese  si sarebbe  impegnato ad assorbire parte dei costi supplementari per il rinvio delle Olimpiadi di Tokyo 2020 al prossimo anno, come deciso dal contratto con la città ospitante

Così ha comunicato  il Comitato olimpico internazionale (Cio), spiegando al tempo stesso che il comitato stesso continuerà a partecipare alle spese che lo riguardano. I costi aggiuntivi equivalgono a diverse centinaia di milioni di dollari. Il Capo di Gabinetto del premier ha però  smentito il raggiungimento di un accordo da parte del premier.

Spaccio sotto casa. Scoperti 6 chili di hashish

Usciva dall’abitazione soltanto per spacciare velocemente sotto casa, dopo aver dato appuntamento ai clienti

L’ennesimo trucco messo in atto per smerciare droga non è però passato inosservato ai carabinieri in borghese del nucleo operativo della compagnia Torino San Carlo, che hanno documentato in diretta lo scambio stupefacente-denaro.
Un italiano di 36 anni è stato così arrestato nel quartiere cittadino “Parella”, mentre l’acquirente è stato segnalato alla Prefettura come assuntore. Nell’abitazione dell’uomo i militari dell’Arma hanno inoltre rinvenuto quasi 6 kilogrammi di hashish e 50 grammi di marijuana, nascosti in una sacca all’interno  dell’armadio della camera da letto, un bilancino di precisione e 160 euro in contanti. Nelle ultime settimane sono numerosi i servizi antidroga disposti su tutto il territorio metropolitano dal comandante provinciale dei carabinieri di Torino, al fine di contrastare le nuove tecniche utilizzate dagli spacciatori per sfuggire alle misure anti-Covid che limitano inevitabilmente gli spostamenti, come quella di un rider 42enne finito in trappola il 25 marzo scorso, che si spostava nel capoluogo piemontese in moto con la scusa del cibo a domicilio, consegnando invece cocaina e marijuana oppure quella dei due pusher italiani, di 18 e 22 anni, che qualche giorno fa sono stati sorpresi mentre calavano le dosi di droga dal balcone di casa al quarto piano di un palazzo nell’hinterland di Torino.
(foto archivio)