ilTorinese

L’amore secondo Stefano Montanari e Toni Servillo Boieldieu, Bizet e Berlioz per Orchestra e Coro del Regio

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OGR Torino, sabato 8 gennaio 2022 ore 20.30

Il nuovo anno si apre sabato 8 gennaio alle OGR Torino dove Stefano Montanari sarà alla guida dell’Orchestra e del Coro del Regio in un programma che prevede l’ouverture da La Dame Blanche di François-Adrien Boieldieu, la Sinfonia in do maggiore di Georges Bizet e, clou della serata, Lélio, ou Le retour à la vie di Hector Berlioz, con Toni Servillo che, narratore d’eccezione, darà voce alle inquietudini sentimentali del compositore che ritorna alla vita, dopo aver pensato al suicidio per amore, grazie alla musica e alla letteratura. Andrea Secchi istruisce, come di consueto, il Coro del Regio.

Il concerto sarà disponibile sulla piattaforma IT’S ART a partire da venerdì 28 gennaio 2022.

Nella foto: Il direttore d’orchestra Stefano Montanari
Sul podio dell’Orchestra e del Coro del Regio è Stefano Montanari. Protagonista al 39° Torino Film Festival come direttore d’orchestra nel film Gianni Schicchi di Damiano Michieletto. Montanari è diplomato in violino e pianoforte, affianca all’attività di direttore quella di solista – già primo violino concertatore dell’Accademia Bizantina di Ravenna – al violino e al fortepiano. È Direttore musicale dell’ensemble barocco I Bollenti Spiriti di Lione ed è ospite regolare dei più importanti teatri e delle più prestigiose istituzioni musicali italiane ed europee. Insegna alla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado e ha pubblicato il “Metodo di violino barocco”. Collabora stabilmente con il jazzista Gianluigi Trovesi.
Nella foto: l’attore Toni Servillo (foto Getty Images)
Toni Servillo è la voce recitante in Lélio, ou Le retour à la vie di Hector Berlioz. Attore e regista, Servillo si divide tra teatro e cinema: ora è nelle sale con È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e ha appena terminato di girare Nostalgia di Mario Martone. Ha firmato sette regie liriche, avendo alle spalle autori come Beaumarchais, Da Ponte, Hofmannsthal, l’ultima, nel 2005, Fidelio al Teatro di San Carlo di Napoli. Ha recentemente dichiarato: «Scoprii che la musica classica è testo organizzato in suoni. Fu come la scoperta della letteratura, che cioè dentro Mozart, Beethoven e Brahms abita lo stesso infinito paesaggio di pensiero, miserie, ambizioni, interrogativi che ci sono in Tolstoj, Dostoevskij, Proust, Mann… Penso alle quattro Ballate di Brahms o agli Interludi marini del Peter Grimes di Britten, dove non siamo di fronte alla descrizione del mare, sostituito invece da un mare organizzato secondo il linguaggio del suono».

La Dame Blanche rappresentò una svolta decisiva all’interno della produzione di François-Adrien Boieldieu e aprì la strada alla grande stagione ottocentesca dell’opéra-comique. Un successo epocale per l’Opéra Comique, con oltre mille repliche dopo la prima assoluta del 10 dicembre 1825, ed ebbe un’influenza su numerosi lavori e compositori nei decenni a venire. I contemporanei ne furono affascinati e uno straordinario successo accompagnò l’opera per tutto l’Ottocento. La ricetta? Un soggetto preso a prestito da Walter Scott e l’ambientazione scozzese. La trama, ingenuamente “romantica”, offrì il pretesto per una musica lieve e brillante, qua e là appena venata di malinconia.
Il programma della serata prosegue con la Sinfonia in do maggiore di Georges Bizet.  Composta nel 1855 a soli diciassette anni, ne conferma il talento precocissimo. Rivela una netta personalità, avvertibile nel limpido trattamento dei temi, e singolari doti di melodista. La “prima” ebbe luogo solo nel 1935, a Basilea, quando l’autore era morto da sessant’anni. Rinvenuto tra le sue carte, il manoscritto era stato donato dalla vedova al compositore Reynaldo Hahn, che restò indifferente; approdò poi al Conservatoire di Parigi, dove fu “scoperto” nel 1933.

Ha raccontato Toni Servillo qualche anno fa in occasione della presentazione di Lélio, ou Le retour à la vie di Hector Berlioz al Teatro di San Carlo: «Testo eccentrico, che costituisce una vera e propria drammaturgia musicale. La traduzione in italiano è stata realizzata per l’occasione dallo scrittore Giuseppe Montesano che, della letteratura francese dell’Ottocento ha fatto il suo territorio di ricerca appassionata. Il testo rimanda a un viaggio con continui cambi di stati d’animo tra l’euforia e la tristezza. Il finale è un inno alla musica quale unica salvezza». All’origine della composizione, vi è una vicenda di natura amorosa. Respinto dall’attrice irlandese Harriet Smithson, Berlioz ebbe una relazione con la giovane pianista Camille Moke, che scelse però di sposare il facoltoso costruttore di pianoforti Camille Pleyel. Il musicista pensò di uccidere entrambi e di suicidarsi, ma fortunatamente mutò i suoi piani. Ecco nascere Lélio, Berlioz stesso: «Un attore – osserva Della Seta – che, sopravvissuto all’oppio, ripercorre la propria vicenda interiore ritrovando, nel fervore della creazione artistica, sotto il duplice segno di Beethoven e Shakespeare, un senso positivo alla propria esistenza».

Regio Metropolitano si realizza con il fondamentale sostegno di Intesa Sanpaolo, Socio Fondatore del Teatro Regio e con il patrocinio della Città di Torino.

Vi ricordiamo che dal 6 dicembre 2021 l’ingresso ai luoghi di spettacolo è consentito esclusivamente alle persone munite della certificazione verde Green Pass che attesti la vaccinazione anti Covid-19 o la guarigione da Covid-19.

Il prossimo appuntamento è sabato 15 gennaio al Conservatorio “Giuseppe Verdi”: Alvise Casellati dirige per la prima volta l’Orchestra del Teatro Regio. In programma Malédiction di Franz Liszt e nel Concerto n. 2 di Fryderyk Chopin, con Giuseppe Albanese pianoforte solista; chiude la serata la Sinfonia in re maggiore K 196 (Ouverture da La finta giardiniera) di Wolfgang Amadeus Mozart.

BIGLIETTERIA
I biglietti e le card sono in vendita alla Biglietteria del Teatro Regio
Tel. 011.8815.241/242 – biglietteria@teatroregio.torino.it
Orario di apertura: da lunedì a sabato 13-18.30 e domenica 10-14
Un’ora prima del concerto alla Biglietteria delle OGR Torino, in corso Castelfidardo 22
Giorni di chiusura: sabato 1, domenica 2 e giovedì 6 gennaio 2022

È inoltre possibile acquistare i biglietti anche presso i punti vendita Vivaticket e online su www.teatroregio.torino.it e su www.vivaticket.it

PREZZI BIGLIETTI
Concerti: € 20 – 15 – Under 30 € 8

PREZZI CARD
Card 4: € 60 – 4 concerti a scelta in qualsiasi settore.
Card Giovani 4 € 20 – Riservata agli under 30; 4 concerti a scelta, in qualsiasi settore. Le stesse card possono anche essere utilizzate da più persone per lo stesso concerto.

Per l’acquisto dei biglietti e delle card è possibile utilizzare i voucher ottenuti a titolo di rimborso per gli spettacoli e i concerti del Teatro Regio annullati causa Covid-19.

SERVIZIO INFORMAZIONI
da lunedì a venerdì ore 9-17.30 – Tel. 011.8815.557 – info@teatroregio.torino.it

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A testa alta, seppur sconfitti

Quella più a nord del Piemonte è una provincia lunga, attraversata da un forte senso d’identità. Anzi da tanti,troppi sensi d’identità che da sempre faticavano a ritrovarsi.

Dalle rive dei tre laghi ai territori in quota colonizzati dai Walser quasi ottocento anni prima, era un triangolo, un cuneo di terra piantato a forza dentro le Alpi. Uno dei territori più montuosi d’Italia, con la testa in Svizzera e il fondo sdraiato tra Belgirate e Orta. A est la Lombardia, lungo tutta la sponda “magra” del Verbano, a ricordare che la storia di questa terra è sempre stata più influenzata dalle vicende dei Visconti e dei Borromeo che dalla casata dei Savoia. Ci era nato, da quelle parti. E vi era vissuto per parecchi decenni prima di trasferirsi a Torino. Rovistando tra vecchie carte che aveva conservato in un grosso raccoglitore, ritrovò molti documenti che risalenti agli anni della sua gioventù, all’esperienza di organizzatore politico. Si incuriosì, le lesse nuovamente e ripensò a quel tempo. Poteva immaginare che un giorno avrebbe iniziato un lunghissimo viaggio per quei territori, macinando centinaia di migliaia di chilometri in auto per incontrare persone, organizzare riunioni, dibattere problemi? Era stata un’avventura densa di emozioni, a volte ricca di soddisfazioni, molto più spesso amara, complicata. E pensare che era nata così, quasi per caso.

Tutto ebbe inizio un sabato mattina sul finire degli anni settanta, quando il segretario provinciale del PCI in carica a quell’epoca l’aveva convocato e a bruciapelo gli aveva chiesto se sapesse scrivere. “Ma che razza di domanda è?”, pensò. Ma nel medesimo tempo che pensava pronunciò la frase più semplice e più banale che potesse venirgli in mente: “Sì, so scrivere. Perché?”. Gli venne raccontato come occorresse sostituire il corrispondente de L’Unità e che – se se la fosse sentita – c’era anche un lavoro da organizzare verso la realtà del mondo del lavoro, delle fabbriche, a contatto con gli operai. Così, in meno di un’ora, fece la scelta che, nel bene e nel male, avrebbe condizionato la sua vita futura.

 

Concluse in breve tempo la sua esperienza di operaio metalmeccanico, lasciandosi alle spalle i cancelli della fabbrica per iniziare una vita del tutto nuova. In fondo era ciò che aveva sempre voluto. Fin da piccolo, quando era ancora in vita il nonno paterno, in casa si respirava quell’aria un po’ sovversiva. E dal padre di suo padre aveva ereditato un forte sentimento di giustizia.

Gli era rimasta negli occhi l’immagine del vecchio nonno quando si guardava le mani. Era quasi in tic, un riflesso condizionato. Appena cessava il lavoro o qualsiasi altra occupazione e metteva in moto l’ingranaggio dei ricordi, si guardava le mani. Grosse, forti, segnate dai calli. Mani da picasàss, da lavoratore della pietra. Dalla finestra di casa sua, lo sguardo arrivava fino alla Pradera, dove la montagna prendeva rapidamente ad innalzarsi verso le pareti dure e grezze di granito del monte Camoscio. Quel granito rosa faceva gola a tanti. Elegante e resistente. Bello a vedersi e duro, durissimo al tatto. Come quelle mani che lo avevano estratto e lavorato. Scalpellino anarchico, il nonno aveva fatto tutta la grande guerra negli alpini. Soldato semplice, all’inizio, e poi sul campo di battaglia si era guadagnato il grado di sergente.

Non ne parlava volentieri. Quei ricordi di trincee, fango, sangue l’avevano segnato. Aveva cercato di dimenticare le montagne della “guerra bianca”, le Dolomiti, le creste dell’Ortles-Cevedale, gli assalti all’arma bianca per guadagnare una striscia di terra, le fucilate e i corpi straziati lungo la linea del Piave. Era lì che aveva maturato un odio profondo per il Re e la monarchia. E, prima ancora di averne coscienza, era diventato   anarchico. Quell’inutile massacro di ragazzi mandati al macello gli aveva piantato nel cuore un senso di ripulsa per le ingiustizie che alimentava in lui un profondo sentimento di ribellione che lo faceva star male. Finita la guerra, aveva rifiutato ogni riconoscimento e, tornato a casa, aveva ripreso a lavorare in cava. All’avvento del fascismo, schedato e perseguitato come “antifascista sovversivo”, era emigrato in Francia, lavorando nei dintorni di Parigi. Poi, sul finire del 1936, era corso anche lui in Spagna, in difesa della Repubblica, combattendo sotto le bandiere rosse e nere della CNT, la Confederación Nacional del Trabajo.

A Barcellona aveva conosciuto Buenaventura Durruti, un ferroviere di quarant’anni, anarcosindacalista catalano. Con la sua colonna, combatté in Aragona e sull’Ebro per poi difendere Madrid dagli assalti dei franchisti. Ne parlava con enfasi. “La colonna era una comunità sindacale in lotta. Sapevamo di combattere per i diseredati, per la classe operaia, i contadini, gli ultimi. Combattevamo per il popolo non per una minoranza capitalistica, come   l’avversario. Questa convinzione imponeva l’autodisciplina più stretta.Il miliziano non ubbidiva ma perseguiva insieme ai propri compagni l’attuazione del suo ideale, di un bisogno sociale”. Portava in se anche una grande amarezza. Vide Durruti accasciarsi, il 19 novembre del 1936, verso le due del pomeriggio, di fronte al Policlinico di Madrid, sul bastione che dominava la città universitaria, dove i nazionalisti di Francisco Franco si erano trincerati. Buenaventura ricevette in pieno polmone una palla calibro nove e , portato d’urgenza in ospedale, cessò di vivere alle sei del mattino dell’indomani, dopo molti, inutili, interventi chirurgici. Chi l’aveva ammazzato? I fascisti? Oppure il “fuoco amico” degli stalinisti? La risposta non l’ebbe mai e gli restò in testa, doloroso, quel dubbio. Combatté ancora sui vari fronti, fino alla caduta della Repubblica e, riparato in Francia, fece ritorno a casa dopo un lungo e pericoloso viaggio, percorso in gran parte a piedi. Più di una volta gli era capitato di sentirlo cantare sottovoce, “A las barricadas” , canto anarchico risalente al periodo della guerra civile in Spagna. Bellissima e struggente, resa ancora più profonda dalla sua voce bassa e roca. “Negras tormentas agitan los aires , nubes oscuras nos impiden ver. Aunque nos espere el dolor y la muerte contra el enemigo nos llama el deber. El bien mas preciado es la libertad ,hay que defenderla con fe y con valor.Alza la bandera revolucionaria , que llevara al pueblo a la emancipacion . En pie obrero a la batalla , hay que derrocar a la reacion. A las Barricadas! Por el triunfo de la Confederacion”. Quando risentì quel motivo tanti anni dopo, vedendo al cinema Terra e Libertà, il bellissimo film di Ken Loach, provò una fitta allo stomaco e il ricordo del vecchio e combattivo nonno si fece ancor più forte.

Quello che lo attendeva, dunque, era ben più che un lavoro. E l’affrontò di slancio. Incontri, riunioni, volantinaggi davanti alle fabbriche. Macinò tanti di quei chilometri a bordo della sua rossa FIAT 126 da perderne il conto. Un inverno – forse nell’80 o nell’81 – era arrivato verso sera nello spiazzo davanti al cinema comunale di Malesco, in Valle Vigezzo. Per diversi giorni c’era stata una nevicata fittissima, d’altri tempi. Da Druogno al ponte sul Melezzo si viaggiava in mezzo a due muri incredibili di neve gelata, quasi fosse una pista da bob. Faceva un freddo cane. Il cielo era coperto, buio. Le stelle stavano rannicchiate, nascoste, dietro la densa coltre di nubi.

All’interno, la sala stretta e lunga dove si erano riuniti i compagni della valle era a malapena riscaldata. “Così non si patisce lo sbalzo termico, quando si esce”, teorizzò il sindaco. Non che fosse convincente quel suo ragionare ma tant’è: quello passava il convento e c’era poco da fare. Il vero problema capitò alla fine dell’incontro quando, salutati i partecipanti, mise il naso fuori dall’uscio e s’accorse che aveva ripreso a nevicare.Un nevischio secco e fitto di cristalli ghiacciati stava imbiancando la strada. Scese adagio, a passo d’uomo, un tornante dopo l’altro fino al bivio di Masera dove cessò di nevicare e rivide qualche pallida e infreddolita stella brillare in cielo.

Quella era la sua vita. Da una riunione a un’assemblea,andando su e giù per quel territorio di montagna rappresentava già di per sé una bell’impresa. E non ci voleva molto ad immaginare cos’era stato spostarsi vent’anni prima, quando venne deciso di dare un’organizzazione provinciale – anche se la provincia ancora non c’era – alla loro organizzazione. Il tempo consumato in quegli spostamenti era una variabile da cui non si poteva prescindere. Così fece per lungo tempo, per anni. Non c’era nulla di scontato nel dover fare i conti con le persone e le idee, proponendo ( quando si riusciva..) soluzioni, ascoltando critiche e lamentele. Quante volte era diventato il parafulmine su cui scaricare tensioni e arrabbiature, aspettative deluse e speranze lasciate lì, a vagare senza grandi prospettive.

Aveva dovuto imparare presto a fare i conti con le regole non scritte, con le abitudini consolidate, con i rapporti tra compagni di generazioni diverse, con tanti e tanti problemi difficili, complicati.

Non era un lavoro facile. Se n’era accorto durante la lotta alla Montefibre. L’ultima, decisiva, puntata di una vicenda complessa dove le speranze dei lavoratori erano legate a doppio filo con il destino di una delle più grandi e storiche fabbriche chimiche del nord Italia.

Davanti alla fabbrica già dal primo turno del mattino, poco prima dell’alba. Volantinaggi, discussioni. Non era un lavoro semplice e a dire il vero non era nemmeno un lavoro, visto che entravano in gioco situazioni e rapporti che coinvolgevano, che non consentivano di stare ai margini. O eri coinvolto del tutto e in tutto, o non lo eri per nulla. E in quel caso era meglio lasciar perdere. Per parte sua, c’era dentro fino al collo. Quelle persone che frequentava non rinunciavano a dire la loro, avevano personalità. Altro che “cervelli portati all’ammasso”, come dicevano gli avversari usando un’espressione spregiativa, insolente. Le opinioni non erano mai state così diverse. Del resto era una lotta difficile, dagli esiti tutt’altro che scontati. Quella della “fabbrica-città” non era una vertenza come le altre. Era una lotta per difendere il cuore industriale di una città e, forse, di un intero territorio. Era il futuro di una comunità di donne e uomini che, nel bene e nel male, sarebbe dipeso da quanto accadeva in viale Azari a Pallanza.

Lì c’era uno dei nuclei più combattivi del movimento dei lavoratori. Non solo di quella zona ma di tutto il paese. Erano capaci di sviluppare una critica puntuale alla direzione aziendale sull’intero ciclo produttivo e sul suo governo, dai carichi e ai ritmi di lavoro, dal funzionamento dei singoli reparti all’organizzazione complessiva della fabbrica. Erano in grado di dire la loro su tutto, con competenza. Una capacità conquistata sul campo, dimostrata, indiscussa. Persino temuta, non solo dalla proprietà ma anche dal sindacato che si vedeva sollecitato e spesso scavalcato dalle rappresentanze di fabbrica.

Fu una lotta indimenticabile. L’intera città veniva chiamata a rapporto dai lunghi, strazianti, ululati della sirena della Montefibre. In un primo tempo c’era stata la difesa, con le unghie e con i denti, delle produzioni di nylon e dell’integrità del ciclo produttivo di Pallanza. Poi, quasi fosse un simbolo, l’intera lotta era diventata un fatto nazionale, una vera e propria “prova del budino” per usare le parole di uno dei segretari nazionali della CGIL.

Come dire che, se fosse passata la linea padronale delle dismissioni in quella realtà, sarebbe passata ovunque. E allora, manifestazioni su manifestazioni, iniziative diffuse per rinsaldare un legame non facile tra la fabbrica e la città. Era evidente che i “padroni delle fibre” avevano deciso di scommettere sul gioco pesante. Non ci si poteva in alcun modo tirare indietro, a dimostrazione che quando il gioco si faceva duro, i duri avevano una sola scelta possibile: giocare, e fino in fondo, la loro partita.

Le avvisaglie avevano messo tutti sul chi va là. “Il pericolo è serio. C’è il rischio che Pallanza venga tagliata fuori da ogni prospettiva”, dicevano all’esecutivo del Consiglio di Fabbrica. Gli accordi non erano stati rispettati e sui piani d’investimento si era giunti a un dialogo tra sordi. La direzione aziendale, chiusa in un ostinato mutismo,dilazionava scelte importanti e decisive come l’avvio della filatura ad alta velocità, l’inserimento del testurizzo, l’avvio di progetti di ricerca. I ritagli di giornale che giravano di mano in mano, ricavati dalle cronache economiche, riportavano le notizie sulle trattative tra Montefibre e l’americana Monsanto. Il gruppo di via Pola a Milano stava per acquisire due stabilimenti di fibre acriliche in Europa. Con la Monsanto c’era un patto: gli americani cedevano gli impianti di Coleraine, nell’Irlanda del Nord, e di Lingen in Germania, in cambio della quota del 50% che deteneva Montefibre nella Polyamide Intermediates Ltd.

Quest’ultima produceva a Seal Sand, in Inghilterra un intermedio per la fabbricazione delle fibre poliammidiche che all’epoca era in comproprietà con la Monsanto. Non bisognava essere degli economisti per capire cosa stava accadendo. A passi da gigante si stava delineando una delle più classiche spartizioni dei mercati e delle aree d’influenza economica. L’azienda italiana non faceva mistero di voler concentrare la massima parte delle risorse finanziarie, tecnologiche e manageriali nel campo delle fibre acriliche e poliestere. In pratica aveva scelto di puntare tutto sul poliestere di Acerra e sull’acrilico di Porto Marghera. Per il nylon 66 di Pallanza stavano suonando le campane a morto. Il completo controllo della Monsanto sulla produzione di intermedi per le fibre poliammidiche non portava nulla di buono. La “fabbrica-città”, com’era stata ribattezzata la Montefibre, e quanto ci veniva prodotto diventavano merce di scambio in una grande partita di monopoli, giocata sulla pelle di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Per questo non si parlava più di investimenti e di qualità delle produzioni, tirando a campare, spostando in là nel tempo gli incontri , collocando ogni ragionamento di prospettiva in   un futuro incerto.

Non vi erano possibilità di fraintendimento.Il complesso chimico del Verbano per vivere aveva bisogno di ammodernarsi. Ogni giorno che veniva spuntato dal calendario equivaleva a perdere una parte di mercato, scivolando sempre più giù e sempre più fuori dal grande “giro” delle fibre chimiche.

Il sindacato di fabbrica aveva elaborato piani, avanzato proposte che potevano rendere più efficace la produzione in termini di qualità e quantità. Erano pronti anche a fare i sacrifici necessari, fossero anche duri, pur di salvare il lavoro. Le idee che mettevano sul tavolo non erano per nulla banali o scontate. Erano il frutto di una conoscenza, un’applicazione anche tecnica, un forte senso di responsabilità.

L’intera vicenda assumeva dimensioni sempre più grandi e contorni drammatici. I giornali, nelle cronache locali e nelle pagine nazionali, dedicavano spazi importanti. Ma le cose non andarono per il verso giusto. Si ricordava benissimo quell’ultimo giorno, in cui venne forzato il blocco delle merci alla porta carraia e venne posto fine, con la forza, all’autogestione che aveva impegnato per settimane i lavoratori in uno sforzo notevole e persino commovente che aveva messo sotto gli occhi di tutti la capacità di far funzionare una realtà produttiva così complessa.

All’azienda che si disimpegnava, che tirava i remi in barca, si contrapponeva la pervicace volontà dei lavoratori che offrivano ogni giorno una dimostrazione pratica della loro capacità di far funzionare gli impianti anche senza l’ausilio della direzione. Cambiava così, nei fatti, la “catena di comando”, trasferendola in basso, nelle mani di chi aveva la responsabilità della conduzione della lotta sindacale. Anche quando si trattò di trovare le materie prime, telefonando dappertutto, contrattando con altri consigli di fabbrica l’invio del “sale 66” che serviva per produrre il nylon e non interrompere la catena produttiva, alla fine erano riusciti nell’impresa. Quando i due automezzi provenienti dalla Montedipe di Novara attraversarono i cancelli della porta carraia, transitarono tra due ali di folla festante e gli autisti furono accolti con mazzi di fiori e applausi. Il filo dell’autogestione, pur tenue, era stato riannodato tante e tante volte. Fino a quando, venne brutalmente spezzato.

Non poteva scordarsi quel pomeriggio caldo e afoso. Si trovava davanti alle rastrelliere dei cartellini di presenza, a fianco delle bollatrici. Dalla saletta sindacale provenivano voci concitate. “Ognuno ha il suo stile…Noi dobbiamo resistere alle provocazioni. Tenere duro, dimostrare che non siamo delinquenti ma gente che ha a cuore le sorti del lavoro e, in fin dei conti, di tutta la città. Ecco cosa occorre fare!”,diceva uno dei leader del Consiglio di Fabbrica. Davanti al piccolo locale dov’era in corso la riunione con i vertici sindacali del sindacato unitario dei chimici, una trentina di operai,provenienti dalla filatura nylon e dal polimero,avevano improvvisato un sit-in. Agitavano cartelli scritti a mano, con calligrafia incerta:”Non lasceremo che Pallanza muoia”, “Contro i padroni delle fibre, lotta dura“.

Le bacheche fissate al muro erano zeppe di volantini, documenti, ritagli di giornale. L’aria era pesante, il clima si arroventava. E non solo perché i raggi del sole scendevano a perpendicolo sul piazzale dove l’ombra era solo una stretta striscia che correva lungo il muro. Un giovanotto dall’aria distinta, un impiegato delegato del ricevimento merci, era entrato nella sala di corsa, quasi travolgendo il capannello di operai. Tutti lo guardavano stupefatti. Alla porta carraia, distante qualche centinaio di metri, nei pressi dell’incrocio tra viale Azari e Corso Europa, era scoppiato un gran parapiglia. “E’ arrivata la polizia!”, gridò l’impiegato. “Stanno forzando i blocchi! Stanno caricando gli operai del picchetto!”. Dopo settimane di tensione e di silenzi era arrivata una riposta: la più sbagliata, la più ingiusta e drammatica. Ad un problema sociale si rispondeva con l’ordine pubblico,con una prova di forza destinata solo ad esasperare i già tesissimi animi . Prima c’era stata la carica alla stazione ferroviaria di Fontotoce, dove i lavoratori avevano interrotto per pochi minuti la linea ferroviaria del Sempione, allo scopo di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mezzi d’informazione. Poi direttamente davanti alla fabbrica, con l’intenzione di rimuovere picchetti e blocchi.

Quelli che seguirono furono giorni difficili e rischiosi. Operai arrestati e poi rilasciati sotto al pressione di enormi cortei di protesta. Trattative che si intrecciavano su più tavoli, a vari livelli. Dal ministero del Lavoro a Roma alla sede del gruppo a Milano, dagli uffici torinesi in piazza Castello della Giunta Regionale fino all’Unione Industriali verbanese, nel palazzo di villa Pariani a fianco del nuovo imbarcadero di Intra.

Si ottenne poco. La cassa integrazione, una più o meno lunga prospettiva di sussidi per non creare immediatamente una ricaduta drammatica sulle condizioni sociali di migliaia di famiglie e sull’economia di Verbania, legata a doppio filo con la “fabbrica-città”. Di produzioni da mantenere , di ciclo lavorativo da riavviare non vollero sentirne parlare. Alla fine, sindacato e lavoratori, cedettero, accontentandosi di un “filo di fumo”, di un progetto industriale che riduceva al minimo comune denominatore una storia fatta di migliaia di persone, tante storie e profonde, anche se controverse,passioni. Poco male, secondo alcuni: a poca distanza, meno di trenta chilometri, c’era la Svizzera, con le offerte di lavori meglio pagati anche se più incerti. Una prospettiva che, a breve, si ridimensionò e non corrispose alle aspettative: anche lì, oltre confine, la crisi iniziò a   “mordere”e i primi a perdere il lavoro furono parte dei frontalieri italiani che, giornalmente, varcata la frontiera di Piaggio Valmara, si disperdevano nelle fabbriche e nei cantieri tra Ascona e Bellinzona.

Di quella storia e di quella sconfitta, tra le carte che aveva conservato, c’era anche un diario. Era il taccuino su cui raccoglieva appunti e impressioni che poi riversava nelle cronache di quella vicenda sulle pagine de L’Unità, il giornale per il quale scriveva. Lo sfogliò. Trovò conferma dei documenti letti, delle storie, degli incontri. Consultò la raccolta di articoli che avevano tradotto in cronaca quelle vicende. In una provincia così piccola e così lontana dalle grandi città si era consumata una vicenda che aveva avuto un grande peso su quella comunità ma anche dimensioni simboliche molto ma molto più grandi. La “prova del budino” andò male. L’esito finale di quella storia fu una sconfitta. Una delle tante, intercalate da qualche raro successo. Ripensando a distanza di tempo a quegli operai che avevano perso il lavoro, lottando con rigore e generosità, immaginò suo nonno insieme ad altri operai e contadini, donne e uomini, stanchi,affamati e sconfitti, in marcia incolonnati verso la frontiera francese nel 1939, dopo la caduta della Repubblica. La guerra di Spagna terminava con la vittoria del franchismo alleato di Hitler e Mussolini. Quegli uomini erano stanchi, sconfitti ma non si sentivano privati della dignità, dell’orgoglio e della consapevolezza di essere stati nel giusto. La storia si incaricò di dar loro ragione, seppure in ritardo, qualche decennio dopo. Come il nonno si ritrovò a fischiettare le note della canzone cara al padre di suo padre.

Marco Travaglini

Manovra, Ruffino (CI): Desolanti scelte su commercianti in aree disagiate

“Molti Comuni italiani non hanno ancora la copertura della rete mobile necessaria per l’utilizzo di telefoni e per la navigazione internet. Per questo ho presentato un Odg che impegnava il Governo a prevedere una proroga sulla applicazione delle sanzioni per gli esercizi commerciali che operano in aree disagiate e che non riescono ad utilizzare il pos per i pagamenti telematici ”. Lo afferma la deputata di Coraggio Italia Daniela Ruffino.

“Ricordo- aggiunge- che il piano 5G prevede che entro il 2026 ci sia una velocità internet di almeno 150 mb sul territorio italiano eppure ad oggi tutto questo è fantascienza. Io ho chiesto al Governo una proroga ragionevole per gli esercizi commerciali che operano in aree disagiate, dove non c’è connessione, non c’è stata neanche quando i ragazzi erano in dad. Aree insomma dove si perpetra un’ingiustizia da tempo”.

Per Ruffino “Quella dell’esecutivo è una scelta desolante: bisogna evitare di sanzionare chi vive in territori che hanno già mille difficoltà. Se i commercianti verranno sanzionati, si perpetrerà un’ingiustizia”.

A Torino c’è Agri Christmas. Fino all’Epifania

Una grande vetrina, a cura di Confagricoltura Torino con il contributo della Camera di commercio di Torino, per conoscere, degustare e acquistare i migliori prodotti del nostro territorio.

Dal 7 dicembre al 6 gennaio dalle 10 alle 18 all’Hotel Roma Rocca Cavour in Piazza Carlo Felice 60 a Torino. Ingresso libero, degustazioni su prenotazione.  

 

Si inaugura domani mattina, martedì 7 dicembre alle 10 nei saloni dell’Hotel Roma – Rocca Cavour in Piazza Carlo Felice 60 a Torino la prima edizione di Agri Christmas, vetrina natalizia delle migliori eccellenze agroalimentari del territorio. L’ingresso alla rassegna è libero, nel rispetto delle disposizioni anti Covid.

 

L’iniziativa è di Confagricoltura Torino, con il contributo della Camera di commercio di Torino: dal 7 dicembre al 6 gennaio, tutti i giorni, dalle 10 alle 18 ad Agri Christmas sarà possibile degustare e acquistare formaggi d’alpeggio, composte e succhi di frutta biologici, riso, pasta all’uovo, gallette di mais, farina per polenta, vini a denominazione d’origine, salumi e tante altre specialità del territorio.

 

Per un mese intero, escluse le giornate di Natale, Santo Stefano e Capodanno, sono programmati appuntamenti speciali, con ingressi riservati su prenotazione, dedicati alla carne di razza Piemontese, ai formaggi dop piemontesi, alla tinca gobba dorata del Pianalto di Poirino, ai vini Caluso, Carema e Canavese; sono anche previsti incontri con il caffè, il cioccolato e il Vermouth di Torino.

 

Abbiamo deciso di allestire questa rassegna – dichiara Tommaso Visca, presidente di Confagricoltura Torinoper dar modo ai torinesi e ai numerosi turisti che scelgono la prima capitale d’Italia come meta per le loro vacanze natalizie di assaggiare e acquistare le specialità che prendono origine dalle nostre imprese agricole: per le feste di Natale e di fine anno portiamo le nostre cascine in città per presentare ciò che di bello e di buono facciamo ogni giorno”. Il programma aggiornato delle iniziative di Agri Christmas è su www.confagricolturatorino.it

La prima degustazione in programma, su prenotazione, sarà giovedì 9 dicembre alle 11:30 con le specialità del Coalvi, il Consorzio allevatori vitelli di razza Piemontese.

 

Per riservare gli appuntamenti con le degustazioni, gratuite e fino a esaurimento dei posti, si può mandare un messaggio (solo whatsapp) al numero 389 953 9191 indicando nome e cognome e attendendo la risposta di conferma.

In mostra al “Mastio” della Cittadella dieci fotografi per cento “storie al limite dell’umanità”

“Strappi. Tra violenza e indifferenza”

Fino al 16 gennaio 2022

“Dieci fotografi si riconoscono unicamente nel fermare il tempo, documentare la colpa, chiedere giustizia. E stanarci dall’indifferenza”.

Sono parole di Domenico Quirico, giornalista e inviato di guerra de “La Stampa” (che il senso di quelle parole ha vissuto sulla propria carne e che oggi con dolore porta ancora con ogni probabilità sotto pelle) poste a introduzione della mostra “Strappi. Tra violenza e indifferenza”, promossa dall’A.N.Art.I – Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia quale primo evento dei numerosi in programma fino al 2023 per la celebrazione del Centenario dell’Associazione nata proprio a Torino il 23 giugno del 1923. Ideata e curata da Tiziana Bonomo (fondatrice della torinese “ArtPhotò”) per il Museo Storico Nazionale d’Artiglieria, la  rassegna, visitabile fino al 16 gennaio del prossimo anno nel “Mastio” della Cittadella, vede esposti cento scatti tratti da dieci reportages (che spaziano dal Messico alla Siria, dal Sud America al Myanmar, fino al Congo e all’Afghanistan) accompagnati e commentati proprio dalle parole di Domenico  Quirico, prigioniero nel 2013, per ben cinque mesi, in Siria.


E che bene pone l’accento sull’obiettivo primo della mostra: “La cronaca – scrive – propone ogni giorno in varie parti del mondo conflitti e crisi a cui reagiamo, per l’assuefazione alle immagini, con l’indifferenza. Ricordare situazioni dimenticate o non conosciute – gli strappi della Storia – è invece la parola d’ordine di giovani e pluripremiati fotoreporters e lo scopo della mostra. Non la violenza o la guerra come esibizione estetica ma narrazione di come gli uomini cercano di difendersi e costruire la loro quotidiana fragile normalità”. Fotoreporters d’eccezione. Coraggiosi. Abili. Che hanno il mondo per casa. Che nella cruda e crudele realtà sanno ancora vedere, attraverso la frazione minimale di uno scatto, la possibilità di un sogno, di un arcobaleno di pace e l’impercettibile spazio di un possibile futuro. Fotoreporters come “testimoni tenaci – sottolinea Tiziana Bonomo – che, nonostante l’assuefazione paludosa della nostra civiltà, continuano a raccontare ciò di cui è capace l’uomo, a fare la Storia, la sconcertante Storia”. Dieci, dicevamo, per dieci fotografie a testa. Cento immagini messe lì davanti a noi per ricordarci di esistere. Noi e gli altri. Da non dimenticare. Da portarci addosso, non per cambiare il mondo (lo volesse il Cielo), ma  almeno noi stessi. Per trasformare l’io indifferente nell’io partecipante. In qualche maniera. Ad ognuno la propria fetta di personale quotidiano eroismo. A chiedercelo sono le foto di Ivo Saglietti che da oltre un decennio ci mostra cosa significhi convivere con le conseguenze di un genocidio attraverso il fermo immagine sulla cerimonia di riconoscimento delle vittime di Srebrenica. E con lui Derek Hudson che nei suoi drammatici bianchi e neri ci fa rivivere l’esodo inarrestabile di popoli perseguitati documentato durante la fuga degli Hutu dai Tutsi. “Estado de Guerrero” è invece il racconto visivo realizzato da Alfredo Bosco (fra il 2018 e il 2019) in Messico in cui si denunciano le nefaste ripercussioni del narcotraffico su villaggi, città, persone adulte e bambini; di femminicidi in America Latina ci parlano poi le terribili immagini di Karl Mancini, così come sui diritti delle donne s’è concentrato in questi ultimi anni il lavoro della giovane Chloe Sharrock attraverso toccanti reportages nel campo di prigionia di Al-Hawl nel nord della Siria. E il percorso espositivo prosegue con un focus sul popolo yemenita raccontato da Mattia Velati, mentre Laura Secci ci svela la sua esperienza in Afghanistan all’interno della missione ISAF – International Security Assistance Force e Francesca Tosarelli, oggi diventata video maker, ha deciso di riprendere, nella Repubblica Democratica del Congo, le donne stanche di subire violenze che combattono all’interno di gruppi ribelli.

La sofferenza procurata da anni di guerra sui civili  è infine tangibile nelle immagini in Nagorno Karaback di Roberto Travan, mentre la resistenza dei giovani ribelli che lottano per la libertà in Myanmar è una silente denuncia che il giovane umbro Fabio Polese è riuscito a documentare come unico reporter italiano. Immagini che non possono non toccare e ferire le coscienze. Con la definizione visiva di “strappi” – guerre e violenze – difficili da ricucire. Non meno che da ricordare. Ecco dunque l’importanza e il valore di una mostra come questa che “si propone – conclude Quirico – di ridare alla sofferenza la sua vita di simbolo, di riportarne la presenza nella Città”.

Gianni Milani

“Strappi. Tra violenza e indifferenza”

Museo del Mastio della Cittadella, corso Galileo Ferraris 0, Torino; tel. 335/1889451 o www.artphotobonomo.it

Fino al 16 gennaio 2022

Orari: dal mart. alla dom. 11/19; lun. chiuso, ingresso libero

–         Ivo Saglietti “Il dolore di Srebrenica”, 2009

–         Derek Hudson: “Hutu Exodus”, 1997

–         Roberto Travan: “Nagorno Karaback, la pace può attendere”, 2020

–         Fabio Polese: “In Myanmar tra i giovani ribelli armati per la libertà”, 2021

 

Due pusher arrestati degli agenti del Commissariato Barriera Milano

A casa droga e denaro

 

Domenica scorsa, gli agenti del Commissariato Barriera Milano, nel corso di un’operazione di polizia, hanno arrestato due cittadini nigeriani di 33 e 27 anni per spaccio di sostanza stupefacente in concorso.

Il più giovane dei due era stato controllato dagli agenti in Piazza Ghirlandaio per i suoi movimenti sospetti che hanno poi trovato conferma nel corso della perquisizione domiciliare quando a casa vengono rinvenuti numerosi ovuli contenenti cocaina e crack, oltre al necessario per il confezionamento delle dosi e ad oltre 2000 euro in contanti. All’interno dell’alloggio, i poliziotti trovano anche il trentatreenne che, come detto, viene arrestato anch’egli per spaccio.

Due arresti nello stesso palazzo

Gli agenti erano lì per un ordine di carcerazione

 

Mercoledì mattina, gli agenti del Commissariato Centro si recano presso uno stabile di corso Vercelli dove, da notizie ricevute, era rintracciabile un cittadino gabonese di 21 anni con un ordine di carcerazione a carico, dovendo espiare una pena di due anni di reclusione. Nel corso dell’attività, gli agenti rintracciano il cittadino straniero in uno degli alloggi del palazzo e lo traggono in arresto.

Nel corso dell’operazione, però, gli agenti vengono a sapere da alcuni residenti che in un appartamento dello stesso palazzo viene condotta attività di spaccio. Dopo aver fatto ingesso nell’abitazione in questione, i poliziotti rinvengono 15 dosi di crack, per un peso superiore ai 16 grammi e tutto il necessario per il confezionamento delle dosi. L’uomo che occupa l’alloggio, un gabonese di 19 anni, viene arrestato per spaccio di sostanze stupefacenti.

La rassegna mensile dei libri: dicembre

Anno Ⅴ n. 12: dal gruppo facebook Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Si conclude il 2021 e anche la nostra rassegna letteraria tira le sue somme: tra i libri più discussi, che hanno animato la nostra pagina FB, ricordiamo i titoli e gli autori che si sono guadagnati più spesso la parte alta della pagina ricordiamo: Intervista col Vampiro, libro tornato alla ribalta in seguito ala morte della scrittrice Anne Rice; stessa sorte per La Figlia Ideale, di Almudena Grandes titolo che in molti hanno scoperto di recente; tra gli autori contemporanei, invece, ha guadagno molto favore La Cucitrice (Bookness, 2021), terzo romanzo che Katia Calandra dedica alle sue amate Marche: ispirato a una storia vera, il libro offre al lettore uno spaccato di vita del secolo scorso che svela un mondo perduto da ricordare e riscoprire e ricorda la lunga battaglia per i diritti delle lavoratrici del settore tessile..

Incontri con gli autori

questo mese si sono fermati a fare quattro chiacchiere con la redazione di Novità in Libreria.it:

Piero Isgrò, giornalista e scrittore siciliano autore di romanzi quali La Bambina Francese (2013), La Sposa Del Nord (2014), Finisce La Notte (2016) tutti pubblicati con Arkadia: da poco l’editore sardo ha pubblicato l’ultimo lavoro di Isgrò, La Porta Dipinta, un romanzo che racconta l’inconciliabile amore di Nicola e Regina sullo sfondo degli eventi storici più importanti del secolo XX.

Giuseppe Bresciani ha trattato temi diversi, ricavandone altrettante pubblicazione, come L’Inferno Chiamato Afghanistan (Lampi di Stampa, 2012), nel quale racconta la sua esperienza di “cane sciolto” nell’Afghanistan in guerra; in seguito ha pubblicato i racconti Il Cantico Del Pesce Persico (Phasar Edizioni, 2013), il romanzo La Frontiera (auto-produzione) e infine Le Infinite Ragioni, il romanzo intimistico sugli ultimi di vita alla corte del re di Francia di Leonardo da Vinci (Albeggi, 2015). Noi lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, Il Cavaliere del Fiordo, pubblicato da Leone Editore.

Salvo Tosto, catanese, è l’esordiente autore dell’antologia di racconti Tempo Instabile – Si Consiglia Imprudenza, appena pubblicato da Leonida Editore: lo abbiamo intervistato in esclusiva per i nostri lettori.

Daniele Ruta è l’eclettico autore de Le Misteriose Ombre del Primiero (deComporre editore), un giallo ambientato in montagna che segue I Canti Generali Dell’Amore (Youcanprint), una raccolta di poesie molto apprezzata dai lettori. Novità in libreria l’ha intervistato per voi.

Abbiamo portato la vostra attenzione sui titoli noti, di nicchia, a volte dimenticati, da scoprire e riscopre: vi invitiamo a seguirci anche l’anno prossimo perché ogni giorno è un buon giorno per iniziare un nuovo libro; intanto la nostra redazione vi augura un buon anno nuovo, pieno di ottime letture!

redazione@unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it

La nostalgia di quando a Capodanno si tornava a piedi in città

1973:  e’ il primo Capodanno che mi ricordo. Non era una tradizione familiare. Avevo 16 anni, beata gioventù

Si deambulava tra  scuola casa ed oratorio con annesso campo da Basket. Sarà stato il 29 dicembre ed un amico di disse: si sono liberati due  posti per il cenone, ci vieni? Presto fatto ed ho risposto di sì, e dopo il compito di convincere i miei.

 

Con mia madre una passeggiata, più difficile con il papà. Mi sbagliavo: con tutti e due fu facile. L’ eccitazione cresceva, obbiettivo Cavoretto. Manco sapevo dove era ma dovevo la sua conoscenza alle canzoni dialettali di Roberto Balocco: a ie’ na salita da Turin a Muncale’ se ti vade cun la bela cita. Per allora la lingua ufficiale era ancora il Torinese. Cose che sono capitate. Appuntamento alle 21, 30, oratorio Michele Rua. Pullman 57 fino in piazza Solferino e poi bus fino a Cavoretto. Nessuno aveva l’ auto e la relativa patente, i nostri stavano tranquilli. Verso le 23 eravamo seduti per iniziare. Tutto programmato per il panettone e spumante da stappare alle 24. L’ unica cosa che mi ricordo benissimo è la pessima qualità dello spumante. Avrei capito dopo che cosa era il vino buono. Prezzi modici e qualità così così. Carlin Petrini era da venire con il suo Slow Food. Più sfumato è il ricordo delle luci e della sala. Luci accecanti e coppie di signori attempati che aspettavano solo che arrivassero le ore danzanti. Grazie ad una grande vetrata le luci della città sono un vero spettacolo. Leggera tristezza che svanisce al rintocco delle 24. Ed anno nuovo fu. Fino all’ una per senso di dovere e per ammortizzare la spesa e poi giù verso Torino e la Barriera. Tutto rigorosamente a piedi. Taxi troppo costosi e mezzi pubblici non funzionanti. Dopo i botti il rumore di auto che si allontanavano. Insomma, diciamocela tutta tutta, nulla di eccezionale, anzi direi un po’ piatto e se si vuole banale. Ma è il primo capodanno degno di nota e di ricordo. Il primo simile a un  primo amore che non si scorda mai. Poi altri Capodanni come quello a Leinì. Singer occupata perché erano stati licenziati tutti gli operai. Non c’ era ancora la cassa integrazione ma una soluzione si trovò per tutti. O l’ anno successivo a Frattamaggiore,  in provincia di Napoli, nel giocare a Tombola con i fagioli come premio. Ci si evolve  anche nei Capodanni. E si cresce. Retorico? Forse ma è tanto bello ricordare con quel  goccio di nostalgia che non guasta mai.

 

Patrizio Tosetto

Il torinese Cassinelli convocato per i Giochi Olimpici di Pechino

Concluso il percorso di Coppa del Mondo con gli appuntamenti validi per le qualificazioni a cinque cerchi, per l’Italia dello short track è arrivato il momento di guardare allo Olimpiadi Invernali di Pechino 2022. Il neo capo allenatore Kenan Gouadec, insieme all’intero staff tecnico, ha infatti diramati i nomi dei dieci azzurri – 5 uomini e 5 donne – che dal 4 al 20 febbraio prenderanno parte ai Giochi in Cina. Tra i convocati, in particolare, spicca il nome di Andrea Cassinelli, classe 1993, cresciuto tra le file della Velocisti Ghiaccio Torino e oggi tesserato per le Fiamme Gialle. L’atleta torinese, in stagione, ha centrato il titolo italiano Overall agli Assoluti di Bormio ed è salito sul podio in Coppa del Mondo con il terzo posto della staffetta maschile proprio sul ghiaccio di Pechino.

L’Italia si presenterà in Cina forte di tutte le staffette – maschile, femminile e mista –, mentre per quanto concerne le distanze individuali gli azzurri hanno conquistato 3 card olimpiche al femminile e 2 al maschile nei 500 metri, 2 al femminile e 2 al maschile nei 1000 metri, 3 al femminile e 3 al maschile nei 1500 metri. Insieme a Cassinelli voleranno a Pechino anche Yuri Confortola, Tommaso Dotti, Pietro Sighel e Luca Spechenhauser tra gli uomini, Arianna Fontana Cynthia Mascitto, Arianna Sighel, Arianna e Martina Valcepina tra le donne. «La cancellazione degli Europei, che avrebbero dovuto rappresentare l’ultimo test prima di Pechino, ci ha convinto che fosse opportuno definire già oggi le squadre così da dare certezze ai ragazzi», la considerazione di Gouadec.