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Coronavirus, nessuna vittima nelle 24 ore. Le terapie intensive restano stabili, 25 contagi

in prima pagina

CORONAVIRUS PIEMONTE: IL BOLLETTINO DELLE ORE 16.30

25.245 PAZIENTI GUARITI E 967 IN VIA DI GUARIGIONE

Oggi l’Unità di Crisi della Regione Piemonte ha comunicato che i pazienti virologicamente guariti, cioè risultati negativi ai due test di verifica al termine della malattia, sono 25.245 (+ 43 rispetto a ieri), così suddivisi su base provinciale: 3033 (+15) Alessandria, 1499 (+0) Asti, 822 (+1) Biella, 2334 (+7) Cuneo, 2248 (+2) Novara, 13.131 (+12) Torino, 1071 (+4) Vercelli, 944 (+0) Verbano-Cusio-Ossola, oltre a 163 (+2) provenienti da altre regioni.

Altri 967 sono “in via di guarigione”, ossia negativi al primo tampone di verifica, dopo la malattia e in attesa dell’esito del secondo.

I DECESSI RIMANGONO COMPLESSIVAMENTE A 4107

Sono 0 i decessi di persone positive al test del Covid-19 comunicati nel pomeriggio dall’Unità di Crisi della Regione Piemonte.

Il totale complessivo è ora di 4107 deceduti risultati positivi al virus, così suddivisi su base provinciale: 676 Alessandria, 255 Asti, 208 Biella, 395 Cuneo, 367 Novara, 1813 Torino, 222 Vercelli, 132 Verbano-Cusio-Ossola, oltre a 39 residenti fuori regione, ma deceduti in Piemonte.

LA SITUAZIONE DEI CONTAGI

Sono 31.459(+25 rispetto a ieri, di cui 23 asintomatici. Dei 25 casi: 6 RSA, 10 screening e 7 contatti di caso e 2 con indagine in corso) le persone finora risultate positive al Covid-19 in Piemonte, così suddivisesu base provinciale: 4074 Alessandria, 1880 Asti, 1052 Biella, 2887 Cuneo, 2801 Novara, 15.922 Torino, 1337 Vercelli, 1146 Verbano-Cusio-Ossola, oltre a 264 residenti fuori regione, ma in carico alle strutture sanitarie piemontesi. I restanti 96 casi sono in fase di elaborazione e attribuzione territoriale.

I ricoverati in terapia intensiva sono ( – invariati rispetto a ieri).

I ricoverati non in terapia intensiva sono 205 (-5).

Le persone in isolamento domiciliare sono 927

I tamponi diagnostici finora processati sono 438.250 , di cui 240.226risultati negativi.

Badante lascia solo anziano per andare a bere

in BREVI DI CRONACA
polizia bombe carta

Nella tarda mattinata di sabato un anziano chiama il 112 NUE. E’ solo in casa e bisognoso d’aiuto. La persona che si prende cura di lui, un cittadino romeno di 42 anni, l’ha abbandonato per l’ennesima volta. Il badante è solito uscire per fare delle “commissioni”.

Giunti presso l’abitazione dell’anziano, i poliziotti allertano il 118. Nel frattempo rincasa il quarantaduenne.

L’uomo, in preda ai fumi dell’alcool, si rivolge alla vittima con fare aggressivo, nonostante la presenza degli agenti, minacciando di far saltare in aria l’abitazione con il gas. Lo straniero viene allora prelevato dagli agenti per essere accompagnato in Questura. Dopo aver ricevuto assistenza, la vittima racconta di vivere in un profondo stato di ansia dovuto alle frequenti violenze di cui è vittima da un paio di anni. Svariati gli episodi in cui il romeno ha alzato le mani su di lui, arrivando a tappargli la bocca con le mani per soffocare le sue grida d’aiuto. Spesso usciva di casa senza somministrare all’anziano le medicine di cui aveva bisogno, privandolo anche del suo cellulare al fine di impedirgli di compiere quella telefonata che la scorsa settimana ne ha permesso l’arresto per maltrattamenti in famiglia.

Rsa, criticità e prospettive dopo l’emergenza. Dibattito in Sala Rossa

in prima pagina

Da Palazzo Civico / Si è svolto questa mattina un Consiglio Comunale aperto, presieduto da Francesco Sicari, dedicato alle Rsa di Torino e del Piemonte, durante l’emergenza sanitaria e sulle prospettive future. Sono intervenuti, oltre ai consiglieri comunali, rappresentanti delle Asl, del mondo sindacale, di enti e associazioni e cooperative e delle stesse Rsa.

 
Il dibattito è stato avviato dalla consigliera Maria Grazia Grippo (PD), promotrice dell’iniziativa, insieme ad altri consiglieri, che ne ha spiegato le finalità: dare voce a tutti i protagonisti, dai gestori delle Rsa, ai lavoratori ecc, per mettere in chiaro quanto accaduto, dare voci alle Istituzioni Comune e Regione e comprendere cosa ci si possa aspettare nei prossimi mesi, a fronte degli errori che sono stati commessi. Ha osservato come rappresenti “un errore politico l’assenza della Giunta Regionale che non ha voluto cogliere l’opportunità offerta dal Consiglio”.
 
Gli interventi degli ospiti sono stati aperti da Giuseppina Dassio, dell’Asl Città di Torino che ha evidenziato come all’interno delle Rsa ci sia stato un aumento dei decessi, raffrontati a periodi analoghi del passato, con un incremento dal 13% al 20%. Ha affermato che sono stati effettuati 14800 tamponi tra ospiti e personale e sottolineato la necessità di rivedere l’assetto delle strutture, a partire dal ruolo del direttore sanitario. Agostino De Michelis, della Cisl FNP pensionati, ha illustrato un documento elaborato con Cgil e Uil dello stesso comparto, nel quale si sottolinea la necessità di avere meccanismi di partecipazione e controllo da parte dei lavoratori, una adeguata retribuzione, l’esigenza di riaprire le visite ai parenti e l’ingiustificato aumento delle rette per gli ospiti delle strutture. Per Michele Assandri, Associazione nazionale strutture terza età, la pandemia ha colto tutti all’improvviso e le Rsa, da luoghi di cura, assistenza e aggregazione hanno dovuto improvvisamente trasformarsi in strutture di isolamento per pazienti con alto tasso infettivo, trasformazioni che non possono avvenire in 24 ore. Francesco Lo Grasso della Uil ha posto l’accento sull’importanza di potenziare la rete delle strutture specialistiche territoriali sottolineando il ruolo dei medici di famiglia e la necessità di privilegiare le cure domiciliari fino a quando non sia indispensabile ricorrere alla residenzialità. Cosimo Scarinzi (Cub pubblico impiego) ha messo in luce la necessità di un welfare municipale, oggi debole. La carenza di assistenti sociali, spesso precari, ha evidenziato la grande difficoltà di sistema. La salute – ha detto Scarinzi – non è separata dalle logiche del Welfare; occorre una rete sociale diffusa per gestire situazioni di grave crisi come quella odierna. Salvatore Rao (Alleanza per la tutela della non autosufficienza) ha rimarcato gli errori nei trasferimenti dei malati negli ospedali: occorreva isolarli, ha affermato. Bisogna riconoscere le persone in quanto tali e ragionare sui bisogni, ripensando il concetto di residenzialità con un nuovo sistema di cure domiciliari. I dati ci dimostrano che la casa è il luogo migliore per la cura. Daniela Simone (Ordine assistenti sociali) ha rilevato la mancanza di un’interlocuzione con la Regione Piemonte nel periodo più grave della pandemia. Il tema cardine risiede nella cultura degli aspetti relazionali – ha commentato – e invece nemmeno esiste la figura dell’assistente sociale nelle RSA, ma solo personale amministrativo. Secondo Fulvio Perini (Attac Torino) il malfunzionamento delle RSA rappresenta il fallimento dell’articolo 41 della Costituzione, e l’inchiesta giudiziaria in corso è del tutto condivisibile. Ed è da cancellare – ha aggiunto – la delibera sui tempi delle prestazioni sanitarie della Regione Piemonte. Le parole di Milena Vasta (Cub Sanità Torino) hanno evidenziato la mancata applicazione delle misure di prevenzione verso i soggetti più fragili: invece – ha commentato – si sbaglia, inseguendo la logica del risparmio sulla salute delle persone. Occorre incentivare l’assistenza domiciliare come rinnovare la Commissione di vigilanza del Comune di Torino.
 
Pietro Tuttolomondo (coordinamento infermieristico di un pronto soccorso della Città Metropolitana) ha posto l’accento, oltre che sulle Rsa, anche sulle fragilità, da anni, sui pronto soccorso che di fatto sono diventati punti alternativi alla cura sanitaria territoriale e si chiede se le strutture siano pronte a una nuova ondata pandemica. Andrea Ciattaglia (Fondazione promozione sociale onlus) ha ribadito che anche il Comune può intervenire nei temi sanitari, non solo la Regione. Ha ricordato che è stato richiesto alla Regione la riforma delle Rsa così come le cure domiciliari.  Michele Colaci (presidente nazionale Confapi Sanità) ha sottolineato che in piena fase di emergenza non c’è stato il supporto dalla medicina territoriale e non è stato possibile operare in tempo per il ritardo dei tamponi. Chiede, infine, a tutti di operare concretamente e senza ideologie politiche. Tiziana Tripodi, Cisl Torino, ha affermato che il Covid-19 ha dimostrato che le Rsa sono l’anello debole  della sanità, non solo del Piemonte ma nazionale. Tra le criticità ha evidenziato i tamponi non eseguiti e i dispositivi non consegnati, l’isolamento chiesto nelle Rsa, strutture non idonee a questa esigenza. Fabrizio Ghisio (Federsolidarietà) fa notare che ci vuole un grande ripensamento sui servi e le strutture, dopo il Covid-19, sulla territorialità e sul modello Rsa. Anna di Mascio, del Forum Legacoop Piemonte, ha concluso gli interventi degli ospiti ribadendo l’opportunità che il modello di residenzialità sia ripensato, insieme al sistema di integrazione socio sanitario, il sistema di cure complessive e la disabilità ed ha invitato la Città ad attivarsi con la Regione perché si avvii confronto per una rivisitazione della residenzialità e delle cure domiciliari.
 
La vicesindaca e assessora al welfare, Sonia Schellino, ha ringraziato gli ospiti per la partecipazione e la panoramica ricca di spunti che sottolineano la fragilità della medicina territoriale e la necessità di rafforzarla per curare le persone non solo all’interno di strutture. Per Schellino, si evidenzia l’importanza della domiciliarità, dove il modello Torino è forte, grazie alla paziente progettazione che la nostra città ha rafforzato negli ultimi 20 anni. Un modello attento alle persone mix assistenza garantendo la permanenza a casa, costruito sulla necessità delle persone. Per quanto riguarda le strutture, verificata la debolezza della DGR 45, in particolare per quanto riguarda il “minutaggio” che non consente un’adeguata cura della persona, Schellino considera indispensabile un ripensamento della normativa da elaborare con tutti i soggetti coinvolti.
 
Ha aperto la serie degli interventi dei consiglieri comunali, Elide Tisi (PD), sottolineando come il tema, di forte valenza politica, necessiti di interlocuzione con Regione e ASL per avere completezza dei dati e un quadro preciso di quanto accaduto durante la pandemia, delle conseguenze nelle RSA e, in generale, per analizzare quanto è successo. Serve verificare le criticità evidenziate al fine di evitare il ripetersi di errori e trovare soluzioni adeguate anche recuperando modelli o varando soluzioni inedite, guardando al mondo degli anziani con occhi e cuore diversi. La politica regionale e comunale devono assumere un ruolo fondamentale, perché c’è bisogno di una strategia socio sanitaria a livello locale che preveda una funzione di indirizzo nei confronti della ASL, per evitare che questo tema rimanga una Cenerentola, e diventi, invece, tema principale.
 
Per Fabio Versaci (M5S) nessuna speculazione politica, solo la volontà di portare il contributo del Consiglio comunale su questo tema. Versaci si dice dispiaciuto per l’assenza della Regione, che poteva rendere questo incontro un proficuo momento di confronto. E nessuno voleva processare nessuno. Serve, adesso, continuare il confronto, anche per prepararsi ad un eventuale ritorno dell’epidemia in autunno, evitando di ripetere gli errori fatti nella fase più acuta dell’epidemia. Eleonora Artesio (Torino in Comune) ritiene indispensabile che le istituzioni prendano impegni precisi. Si sta parlando di condizioni personali di malattia che impediscono alle persone di svolgere le funzioni essenziali della propria vita. Non solitudine e non fragilità conseguente all’invecchiamento, ma solitudine, invecchiamento e povertà aggravate dalla malattia, con diversi livelli di intensità assistenziale, requisito per cure domiciliari o ingressi in RSA che richiedono sempre la competenza di carattere sanitario nell’assistenza. Una competenza che va rafforzata e che non comporta il rischio di sanitarizzazione, che interviene quando si trasforma in malattia qualcosa che malattia non è. Ci deve essere cura della malattia insieme alla cura delle relazioni. E la condizione di non autosufficienza non deve essere riconosciuta ad intervalli temporali altalenanti. Se la condizione è conosciuta, va strutturata nei livelli essenziali di assistenza, dando continuità e garanzia.
 
Il consigliere Raffaele Petrarulo (Lista civica Sicurezza e Legalità) ha sottolineato come il problema delle Rsa e delle liste di attesa nella sanità vada avanti da decenni e ha lamentato l’assenza di interlocutori della Regione Piemonte e la mancata istituzione di un Commissione consiliare comunale d’indagine, prevista da una proposta di mozione a prima firma della consigliera Scanderebech. È necessario occuparsi di salute pubblica non soltanto nei momenti di emergenza – ha affermato Viviana Ferrero (M5S) – soprattutto tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione e della qualità di vita delle persone anziane, intervenendo non solo con la medicalizzazione, ma con un percorso di educazione all’invecchiamento. Per Francesco Tresso (Lista civica per Torino) la Città di Torino non può esimersi dall’affrontare il tema del controllo dell’operato dell’Asl e della tutela delle persone fragili. Ha quindi ribadito la richiesta alla Regione Piemonte di interventi straordinari per sviluppare l’assistenza specialistica territoriale per i pazienti affetti da patologie croniche, anche attraverso il teleconsulto.
 
Ha chiuso la serie degli interventi la consigliera Federica Scanderebech (Misto di Minoranza – Rinascita Torino) convinta che servano dati precisi per affrontare una discussione approfondita sul tema. Vanno chiariti il perimetro delle responsabilità e delle competenze delle istituzioni e del Comune di Torino, che riguardano soprattutto le funzioni di indirizzo politico. La consigliera conclude il suo intervento ribadendo la necessità dell’istituzione di una commissione d’indagine.

“Pacco bomba” con calabroni davanti alla sede di Aliud

in BREVI DI CRONACA

Riceviamo e pubblichiamo / Serata movimentata a Borgo San Paolo, in via Sestriere 9, a causa di un allarme bomba seguito al rinvenimento di un pacco sospetto davanti all’ingresso della sede di Aliud Torino, organizzazione giovanile vicina a Fratelli d’Italia, composta dagli aderenti al Fuan – Azione Universitaria e ad Azione Studentesca.

Il pacco è stato posizionato nella prima serata del 7 luglio, proprio in seguito al lancio della conferenza di Aliud, prevista per il 18 luglio, in ricordo di Sergio Ramelli, studente del Fronte della Gioventù assassinato da un commando di Avanguardia Operaia.  Le immagini delle telecamere di zona hanno ripreso un individuo che, alle 20:40, giunto sul posto a bordo di un furgone, posizionava il pacco davanti alla serranda chiusa della sede e si allontanava velocemente.
Un clima politico arroventato circonda i giovani di destra negli ultimi mesi: il 30 maggio un banchetto di Aliud in pieno centro a Torino è stato circondato dagli aderenti dei centri sociali; il 25 febbraio scorso, invece, un volantino anonimo affisso di notte minacciava di “bruciare vivi con le proprie famiglie” gli aderenti ad Aliud; ancora lo scorso 12 novembre due aderenti di Aliud sono stati raggiunti da un agguato sotto casa da alcuni appartenenti ai centri sociali.
Fortunatamente, in seguito all’intervento del Reparto Artificieri della Polizia di Stato, il pacco è risultato contenere un nido di calabroni. Non è chiaro se l’intento fosse quello di intimidire, causando un allarme bomba, o di colpire il malcapitato che avesse aperto il pacco.
“E’ evidente che a Torino qualcuno stia cercando di alzare la tensione ed innescare uno scontro ideologico. – dichiara Enrico Forzese, Fratelli d’Italia – Se pensano di intimidirci o fermare le nostre azioni nei quartieri si sbagliano di grosso: con le loro azioni vigliacche non fanno altro che spronarci ad andare avanti.”
“Non è la prima volta che siamo oggetto di minacce, aggressioni e intimidazioni – continua Forzese – tutte seguite dal silenzio colpevole della giunta comunale, troppo impegnata a disegnare nuove ciclabili per porre un freno alla deriva terroristica dei centri sociali a Torino. E’ ora che l’Appendino e tutti i partiti prendano pubblicamente posizione: non possiamo aspettare che dalle parole si passi ai fatti e che le minacce si concretizzino.”
“Giorno per giorno, in ogni scuola, università, piazza e mercato continueremo a difendere il nostro diritto ad esistere, a proporre un’alternativa al Sistema Torino, tanto caro ai centri sociali, che protegge e tutela. – conclude Forzese – Evidentemente qualcuno si è sentito toccato dal grande successo delle nostre ultime iniziative nei mercati e nel quartiere, ma non deve temere: continueremo ad andare avanti e ad essere presenti in tutta la Città!”
Aliud Torino

Lega Piemonte: “ai gazebo decine di migliaia di firme”

in POLITICA

E circa 900 nuovi tesserati, più gli iscritti direttamente on line. Molinari: “I nostri sindaci sono i più amati dai cittadini”

Riceviamo e pubblichiamo/ Circa 900 nuovi tesserati ai gazebo di tutte le città e i paesi del Piemonte (e molti altri direttamente on line, anche in queste ore), e decine di migliaia di firme raccolte per dire no alla sanatoria per i clandestini, alle cartelle di Equitalia e  ai vitalizi dei parlamentari.

Questi i dati complessivi relativi al primo sabato di luglio, che ha visto centinaia di militanti della Lega Piemonte incontrare i cittadini nelle vie e nelle piazze di Torino e di tutti i capoluoghi di provincia, ma anche e soprattutto nei piccoli centri che spesso gli altri partiti trascurano, e non sanno ascoltare.

“Una partecipazione straordinaria, in cui la gente ci ha chiesto di non mollare, di incalzare ancora di più il Governo Pd 5 Stelle in Parlamento, ma anche nel Paese. Fra i piemontesi c’è forte consapevolezza della gravità del momento, e dell’assoluta inadeguatezza di questo esecutivo, che rischia di trascinarsi nel baratro”,  sottolinea l’on. Riccardo Molinari, che nella sua veste di segretario piemontese della Lega ha presenziato personalmente a diversi gazebo, non solo della sua provincia, Alessandria, ma anche nel resto del Piemonte.

“La Lega in Piemonte – conclude Molinari – ha un autentico radicamento popolare, e i nostri sindaci sono risultati, anche nei giorni scorsi, tra i più apprezzati dai cittadini, secondo una fonte super partes come la classifica annuale del Sole 24 Ore.  Al Governo chiediamo di smetterla di litigare su temi come il Mes o la legge elettorale, e di occuparsi invece del fatto che a due milioni di lavoratori non è ancora arrivata la cassa integrazione: la potenza di fuoco di liquidità promessa da Conte ben poche imprese l’hanno vista, e la situazione del paese reale va affrontata con ben altra determinazione”.

Sarri: “Abbiamo giocato da mondiale, poi il black out. Non facciamo processi”

in SPORT

Serie A: Milan Juventus 4-2 / “Abbiamo fatto 60 minuti di livello mondiale, eravamo in pieno controllo. Poi abbiamo preso questo black out e  non bisogna stare neppure tanto a pensare perché fra pochi giorni c’è un’altra partita. Non è il caso di farci tanti processi addosso”.

Parla su Dazn l’allenatore della Juventus, Maurizio Sarri, dopo la partita persa contro il Milan a San Siro. “E’ stato un black out totale, è capitato anche ad altre squadre in questo periodo,  è difficile per tutti, fisicamente e mentalmente. Ma dobbiamo prendere il meglio che ci ha dato questa partita perché fra pochi giorni dobbiamo tornare in campo. La squadra si deve convincere che ha nelle corde un ottimo calcio e deve ripartire proprio da qui”

Inciucio risorgimentale

in POLITICA

FRECCIATE  E’ stato eletto presidente del Museo del Risorgimento l’ex sindaco di San Damiano d’Asti designato  da Cirio ed eletto con il voto di due consigliere grilline. Un vero inciucio contro il presidente Umberto Levra, storico  insigne del Risorgimento  e rifondatore del medesimo nel 2011, che non è stato confermato. Viene voglia di evocare un vecchio proverbio su quelli di San Damiano, o meglio sui loro amici.

L’arciere

Alassio tra i piaceri della vita e la religiosità

in Rubriche

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Sono ormai da alcuni giorni tornato in uno dei miei luoghi di villeggiatura preferiti da sempre . Quando con la mia famiglia andavo in vacanza a Bordighera,la mia tendenza – più che spostarmi nella vicina Costa Azzurra come facevano tanti-era di andare ad Alassio dove colsi per la prima volta, ragazzino, cos’era la gioia dell’estate

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Mio zio mi invitò al mitico Grand Hotel dove era solito scendere in compagnia della “segretaria” perché anche in vacanza non poteva staccare dal suo lavoro  d’avvocato. Così mi diceva mio zio per giustificare ai miei occhi quella presenza  ed ebbi inizialmente  un’idea non bella di Alassio  dove si doveva lavorare anche in vacanza, come a volte faceva mio Padre, ma in modo molto serio. Poi capii, vedendo la segretaria in  un bikini ridottissimo, che lo zio non lesinava sui piaceri della vita, malgrado fosse sposato.
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Da allora identificai Alassio con la gioia dell’ estate e la trasgressione.Una città favorevole ai piaceri, avrebbe detto Gozzano, espressa dalla gioia fantasmagorica e scintillante   dei colori della pittura di Mario Berrino, il demiurgo delle estati e del turismo alassini. Le vicende forse non casuali della vita mi hanno portato a vedere in Alassio quest’anno un elemento di svolta della mia vita, con un ritorno alla pratica della fede cristiana  che spero che Dio  mi dia la forza di mantenere con coerenza. Un grande sacerdote alassino pieno di umanità e di comprensione cristiana  mi ha aperto l’anima. Una scelta meditata e sofferta, nata nei mesi della pandemia, anche attraverso la rilettura del grande libro del Manzoni e la riflessione su alcuni dei miei più grandi amici della mia vita, da Giovanni Ramella a Valdo Fusi, per non parlare del cardinale Ravasi con cui intrattengo da anni un rapporto molto importante. Anche il torinese -alassino Roberto Baldassarre nella sofferenza della malattia e nel suo coerente e mite  coraggio cristiano mi ha stimolato delle  utili riflessioni. In effetti Alassio ha una grande tradizione religiosa, è la città il cui santo patrono è sant’Ambrogio che viene festeggiato con una solenne processione, così  come viene altrettanto solennemente festeggiata Sant’anna in luglio. Ricordo la grande emozione che ebbi Quando nel 2007 dopo la Messa Solenne celebrata dal Vescovo di Albenga il sindaco Melgrati mi insignì dell’Alassino d’oro, lo stesso anno in cui Mario Berrino volle la mia firma sul Muretto di Alassio. Da un po’ di tempo penso ad Alassio non più allo stesso modo di prima. Ho ripreso in mano alcuni libri dell’alassino Sergio Quinzio, il primo biblista laico italiano, che conobbi in passato.  Era stato ad Alassio allievo dell’ istituto salesiano dove avevo passato una vacanza estiva, quando avevo superato l’esame di ammissione alla scuola media nell’istituto salesiano “San Giovanni Evangelista“ di Torino. Era un credente e un intellettuale di grande caratura morale e culturale, un’anima lunga, di quelle che lasciano il segno, un profeta nei tempi bui  di  grandi affanni e  di confusione. Avevamo un amico in comune, Guido Ceronetti. Ambedue, Quinzio e Ceronetti, non si lasciarono sedurre dal ‘68, ma seppero andare controcorrente. Due esempi per me fondamentali, come quelli di Aldo Garosci e di Franco Venturi. Una volta Quinzio mi disse che il nichilismo lo abbiamo ormai alle nostre spalle perché di fronte abbiamo solo il nulla. Il tema del nichilismo e del relativismo mi ha sempre lasciato perplesso. In essi non c’è nulla di laico. Le posizioni di Vattimo non mi hanno mai convinto. Il suo pensiero debole era  e si è dimostrato molto labile. Solo Maurizio Ferraris  rappresenta un qualcosa di importante, ma ha seguito la sua strada andando oltre Vattimo. Nella babele odierna bisogna costruire qualcosa di solido, non ci si può trastullare nei piaceri della quotidianità, oggi insidiata da una situazione drammatica. Riandare alla fede dei Padri ,come diceva Bobbio,è un’opzione che ho ritenuto necessaria . La dimensione religiosa è parte integrante della vita che non può ridursi ad essere vissuta nella banalità quotidiana. Tornare al Vangelo significa tornare alla vita, trovando una ragion d’essere  al dolore e dando un senso anche  alla morte. Nei mesi passati abbiamo rischiato la morte e solo chi è superficiale non l’ha capito e non ha neppure colto il valore della vita. Quest’estate ho ripreso a leggere Quinzio,  sicuramente l’intellettuale alassino più significativo in assoluto ricordato da una lapide sul palazzo del Comune. Mi ritornano anche  alla mente le tante discussioni passate con il mio vecchio amico Giovanni Fornero ,il filosofo erede di Nicola Abbagnano. Noi parlavamo di religione,di fede,di laicità e di laicismo. Abbiamo passato ore a discuterne con passione . Negli anni ciascuno di noi ha maturato scelte diverse. Fornero ha appena pubblicato un poderoso libro sulla “  Indisponibilità e disponibilità della vita: una difesa filosofico giuridica del suicidio assistito e dell’eutanasia volontaria“ in cui il filosofo torinese che ha studiato a fondo anche la bioetica cattolica e laica, prende aperta  posizione, dopo anni in cui si era limitato ad analizzare con grande  intelligenza critica tesi diverse. Una scelta di coraggio senza dubbio, molto illuminante, ma di fronte a cui sono perplesso perché ritengo non da oggi che la vita non sia solo nella disponibilità dell’uomo, ma sia un dono di Dio. Un’idea che aveva anche Bobbio che non a caso era contrario all’aborto. La durezza dei tempi che siamo condannati a vivere deve portarci a vedere la vita in modo diverso. Gli anni delle amenità e dei piaceri purtroppo sono finiti. Almeno per chi appartiene alla mia generazione che ha avuto il privilegio di vivere nella pace e nel benessere fin dalla nascita.
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Scrivere a quaglieni@gmail.com

La meridiana che non segna l’ora

in CULTURA E SPETTACOLI

Torino, bellezza, magia e mistero / Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume?

Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo 1: Torino geograficamente magica
Articolo 2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo  3: I segreti della Gran Madre
Articolo 4: La meridiana che non segna lora
Articolo 5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo 6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo 7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo 8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo 9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo 10: Torino dei miracoli



Articolo 4: La meridiana che non segna lora


Passeggiare per Torino è così, non sai mai che mistero puoi incontrare una volta girato langolo. Se siete per caso nei pressi di Palazzo Reale e svoltate verso sinistra vi ritroverete vicino al Duomo, il principale centro di culto cattolico della città, ma anche lennesimo edificio in cui si nasconde una leggenda da raccontare. Il fabbricato si trova nella zona storica di Torino, quasi adiacente al teatro romano dellantica Julia Augusta Taurinorum. Inizialmente nellarea si ergevano tre chiese paleocristiane, forse edificate sulla base di templi pagani preesistenti, e dedicate a San Salvatore, Santa Maria in Campo e San Giovanni Battista. Le tre chiese vennero demolite tra il 1490 e il 1492, al contrario della torre campanaria che, terminata nel 1469,  non venne minimamente toccata, e resta ancor oggi ben visibile a fianco del Duomo. Il 22 luglio 1491 Bianca di Monferrato, reggente di Casa Savoia, posò la prima pietra delledificio religioso, dedicato a San Giovanni, patrono della nostra città. La costruzione venne affidata ad Amedeo de Francisco da Settignano, il quale vi si dedicò fino alla morte, avvenuta nel 1501. Il Duomo fu completato nel 1505 e nello stesso anno, il 21 settembre, fu consacrato. Durante il Seicento venne portato avanti un progetto di ampliamento della struttura, in modo da creare un ambiente degno per la conservazione della Santa Sindone. Si iniziò con un progetto di Bernardino Quadri, basato su alcune correzioni che egli stesso aveva apportato agli studi precedenti di Carlo di Castellamonte. Tuttavia nel 1667 il compito di concludere ilavori venne affidato a Guarino Guarini, già attivo in molti altri cantieri piemontesi, tra cui la non lontana Chiesa di San Lorenzo. Ledificio si presentava allesterno maestoso ed imponente, allinterno, invece, sbalordiva i visitatori con i preziosi giochi cromatici dei marmi che da neri andavano via via schiarendosi verso lalto. Carlo Alberto I volle impreziosire ulteriormente la costruzione e ordinò a Luigi Cagna di eseguire una copia dellUltima Cena, da porre sulla controfacciata della chiesa, unico punto in cui era possibile ancorare unopera da 900 Kg. Anche il campanile, in forme romaniche, venne in seguito modificato, questa volta per volere di Vittorio Amedeo II, ad opera di Juvarra, che lo sopraelevò di ben 12 m, portando la torre campanaria ad unaltezza complessiva di 60 metri, nel 1720. Il Duomo oggi si mostra come una struttura rinascimentale inconfondibile nel panorama cittadino. Allesterno il bianco marmoreo della facciata principale risplende ai raggi del sole, e il gioco di luci e ombre che si crea rende ancora più visibili gli altri elementi architettonici lì presenti, quali i tre portoni, il timpano che sovrasta  lingresso mediano e le due volute laterali. Linterno, severo, è costruito su pianta a croce latina e diviso in tre navate, lunghe 40 metri, le due laterali di 5,80 m., quella centrale di 9,50 m.

Decorata ai lati da numerose cappelle, a cui lavorarono artisti di pregio, la cattedrale ospita nel transetto destro il grande organo a trasmissione meccanica costruito nel 1874, strumento che ne sostituisce un altro del 1741. Lelemento più discusso del complesso è la Cupola del Guarini, definita da costoloni che si intrecciano frantumando la superficie del soffitto e precisata dalla luce diffusa per mezzo di numerose finestre che emergono curiosamente all’esterno della struttura, dove il tamburo è recinto da una linea sinuosa che racchiude i finestroni. La mirabile opera venne pesantemente danneggiata dallincendio dell11 aprile 1997, ed è stata oggetto di un restauro ricostruttivo di particolare difficoltà; la riapertura al  pubblico risale al 27 settembre 2018. La maestosità delledificio del Duomo nasconde un dettaglio singolare: sulla parete destra -arrivando dalla Piazzetta Reale- appare una meridiana dallaspetto non comune. Si tratta di una meridiana zodiacale, meglio qualificata come planetaria. Essa appartiene alla piùantica concezione di meridiane, utilizzate già tempo addietro dai Babilonesi, dagli Ebrei e dagli Egizi. Questa tipologia di oggetti presenta al posto dei numeri i dodici segni astrologici, poiché la tradizione vuole che ad ognuna delle dodici ore corrisponda linfluenza di un pianeta. Anche laspetto della meridiana è piuttosto insolito, con il quadrante costituito da una croce: lasta verticale è una freccia che punta verso il basso, Capricorno-Cancro; lasta orizzontale congiunge Ariete e Bilancia. I segni ai vertici coincidono con linizio delle stagioni e ne determinano il ciclo: 21 marzo – Ariete; 21 giugno- Cancro; 23 settembre – Bilancia; 22 dicembre – Capricorno. Lasta centrale congiunge il Capricorno, segno di Gesù, con il suo ascendente, il Cancro. Lincrocio delle due assi rappresenta il Cristo, centro dellUniverso.

Tale meridiana zodiacale può anche essere intesa, in chiave esoterico-cristiana, come una sorta di talismano, formato dai quattro elementi da cui è nato tutto luniverso: la terra è il lino in cui è avvolto Gesù; laria è il tempo da lui impiegato per giungere fino a noi; lacqua sono i viaggi che egli ha dovuto compiere; il fuoco è la fiamma energetica della Resurrezione. Le due interpretazioni si sovrappongono e conferiscono una doppia energia alloggetto. Il talismano ha dunque sia forza intrinseca che estrinseca, infatti esso viene caricato dalla fede dei fedeli che venerano la Sindone, e si crea così uno scambio energetico in più direzioni, dallinterno verso lesterno e viceversa, ossia dalla Sindone verso Torino e dalla Sindone verso ciascun fedele. Tuttavia il discorso sui segni zodiacali non termina qui. Larchitetto Enrico Castiglioni (1914-2000), uno dei membri fondatori del CIDA, (Centro Italiano Discipline Astrologiche), intraprese uno studio secondo il quale ad ogni zona torinese sarebbe associato  un elemento zodiacale. Egli divise la mappa della città in una raggiera a dodici quadranti, con centro in piazza Castello, allo scopo di evidenziare il nesso tra la porzione di città selezionata nei vari spicchi, le attività che lì si svolgono e le persone che vi abitano, con le caratteristiche del segno zodiacale corrispondente. Ad esempio allAriete, che è il segno piùmaschile, collegato allelemento fuoco, che a sua volta rimanda a Marte, dio greco della guerra, corrisponde la zona di Madonna di Campagna, territorio caratterizzato dalla presenza di molte industrie metallurgiche. Ed ecco come continua lelenco: al Toro, segno di elevazione dellanima, è affine lasse di Corso Regina Margherita (dove c’è una moltitudine di chiese); ai Gemelli si accorda la zona che va da Corso Francia a Borgata Parella, area propizia per intellettuali, commercianti e occultisti; al Cancro fa riscontro il territorio di Borgo San Paolo; al Leone, segno di comando, spetta la Crocetta, dove sta la crème de la crème della città; la Vergine è in simmetria con  il settore di Porta Nuova, Corso Massimo fino agli ospedali; alla Bilancia soddisfa piazza Maria Teresa, verso Valsalice, luogo in cui è larte a farla da padrone; allo Scorpione, segno magico per eccellenza, aderiscono piazza Castello, via Po e la Gran Madre; al Sagittario compete la Mole Antonelliana; al Capricorno, segno che governa lAldilà, ben si adatta la zona dei cimiteri; all Acquario tocca  la Barriera di Milano: il segno è collegato alla speranza, e nel territorio le molte autostrade possono essere intese come frecce che puntano verso il destino; affine ai  Pesci è la  Falchera, là dove vivono assembramenti di persone semplici ma autentiche. Davanti allo zodiaco ci comportiamo tutti allo stesso modo, come di fronte alloroscopo, nessuno ci crede ma tutti lo leggiamo.

Alessia Cagnotto

Andrea Mantegna, legato all’antichità, costruiva con la sua arte il presente

in CULTURA E SPETTACOLI

Sino al 20 luglio, a palazzo Madama, la mostra del grande artista del Quattrocento italiano

 

Straordinaria, se si vuole di preziosa nicchia, signorilmente ricca d’influenze o di discendenze artistiche e di prestiti, rafforzata dalle proiezioni multimediali della Corte Medievale, davvero fonte d’entusiasmi in una parola questa mostra sino al 20 luglio prossimo sotto gli occhi dei torinesi e del folto, appassionato o incuriosito o avvezzo a simili frequentazioni, pubblico che continuerà a visitarla, come ha fatto finora, tra gli spazi grigi e blu ideati da Loredana Iacopino sotto la volta del grande salone al piano nobile di Palazzo Madama, una mostra che spinge a riavvicinare la città ad una grande stagione culturale che sembrava in un recente passato pressoché infelicemente accantonata.

“Andrea Mantegna” dunque, che si espande in quel “Rivivere l’antico, costruire il moderno” a sottolineare quanto, nelle mani del grande artista, la rilettura dell’uno abbia profondamente posto le basi per l’esistenza e la concretezza dell’altro, quanto il grande artista, con i suoi viaggi, con lo studio appassionato dei ritrovamenti archeologici, accresciuto durante il soggiorno romano e non soltanto (di alcuni divenne proprietario, profondamente amareggiato quando se ne dovette distaccare per questioni economiche), con i contatti con i filosofi e i letterati e gli intellettuali della sua epoca, abbia saputo farsi portavoce di una nuova epoca. Una mostra affidata alla cura di Sandrina Bandera e Howard Burns, con Vincenzo Farinella quale consultant curator per l’antico unito ad un illuminante quanto prestigioso gruppo di studiosi, tutti pronti a riunire un corpus di oltre 130 opere, scelte tra alcuni dei maggiori musei italiani con altresì un’aria di internazionalità, se si pensa ai prestiti offerti dai londinesi National Gallery e Victoria and Albert Museum come dal Cincinnati Art Museum, dalle collezioni del Principe di Liechtenstein e dall’Albertina di Vienna, dal Metropolitan di New York e dal Bode Museum berlinese, dalla National Gallery di Washington e dalla Galleria Nazionale di Praga e da molti altri ancora (e poco male se dovremo “obbligarci” ad un viaggio a Mantova per appassionarci alla Camera degli Sposi o a Milano per il Cristo morto di Brera; anche per I Trionfi ad Hampton Court, in terra inglese? Anche!). Sei sezioni che illuminano gli esordi giovanili, gli incontri con varie corti del Quattrocento italiano, soprattutto il suo ruolo di artista ufficiale in quella dei Gonzaga a Mantova, il prosperare del proprio linguaggio e la conoscenza delle opere padovane di Donatello, la familiarità con Jacopo e soprattutto con Gentile e Giovanni Bellini (di cui nel 1454 sposò la sorella Nicolosia) e con le loro tele, l’influsso dei maestri fiamminghi, la vicinanza alla scultura, e poi incisioni, disegni e 17 lettere che ci lasciano gustare anche gli aspetti più quotidiani del pittore: il lato economico il più doloroso, sempre, e di qui le richieste per poter produrre altri loro ritratti o, tra lo spicciolo e il divertente, quella di quaglie e fagiani per ospitare come si deve il cardinale in visita, ma pure la denuncia della promessa di quattrini non mantenuta, o, per l’uomo che si avvia verso la conclusione della propria vita, il dover far fronte all’impegno di terminare la cappella funeraria in Sant’Andrea a Mantova e di dover continuamente fare i conti con i debiti lasciati.

Ormai vecchio, considerato da molti forse il più grande artista della sua epoca, ben consapevole lui della propria grandezza, “Pari, se non superiore, ad Apelle” lasciò scritto (in latino) Andrea Mantegna all’interno della cappella che ne conserva le spoglie dal settembre del 1506, il punto d’arrivo di un lungo percorso che trova le proprie radici a Isola di Carturo, nel 1431, lui figlio di un falegname, “d’umilissima stirpe”, giovanissimo nelle vesti di guardiano di bestiame nelle campagne attorno al piccolo paese. Poi, soltanto decenne, nella bottega dello Squarcione (un solido apprendistato – durato sei anni e terminato con una causa contro di lui a reclamare un risarcimento per certe opere prodotte in quel periodo – ma pure, attraverso l’adozione (“fiiuolo”) una manodopera continua e a basso costo: in mostra del maestro un San Bernardino da Siena datato 1450 circa, oggi al Poldi Pezzoli di Milano) e, a seguito di quel distacco, la necessità di avere con sé il fratello maggiore Tommaso per porre la firma, Andrea ancora minorenne, al contratto che lo legava alla decorazione della cappella della famiglia Ovetari nella chiesa degli Eremitani, personaggi e grandiose costruzioni architettoniche, vero biglietto d’ingresso alla carriera dell’artista; seguito (1452), per restare ancora in area patavina, dalla lunetta che ci regala Sant’Antonio da Padova e San Bernardino da Siena presentano il monogramma di Cristo – visibile in mostra, già nella perfezione della prospettiva, nello splendore del disco solare, in tutta la devozione dei due santi -, lunetta un tempo sopra la porta centrale della basilica del santo e oggi al Museo Antoniano.

Vi si riconosce già la strada intrapresa da Mantegna, la maturità nel percorso avviato, il profondo studio di quell’introspezione che s’impadronisce della ritrattistica e che scava sempre più per fare proprio il carattere, lo sguardo, il pensiero, le intenzioni di questo o quel personaggio, capolavoro del genere, già intorno al 1459, quel Ritratto del cardinale Ludovico Trevisan che è una delle più coinvolgenti opere in mostra, commissionato al pittore all’indomani del Concilio di Mantova, piuttosto un condottiero di tradizione romana che un religioso, virile, austero, risoluto nella sua fisica e al tempo stesso spirituale fortitudo. È una vetrina di ritratti, esatti di bellezza e di descrizione, che accomunano i contemporanei del Nostro, dai Bellini ad Antonello da Messina (Ritratto d’uomo, fiore all’occhiello del Civico torinese) ad Ercole de’ Roberti con il suo Ritratto di Annibale Bentivoglio, di collezione privata milanese. Una maturità che certo non impedì a Ludovico III Gonzaga – signore di un luogo raffinato e circondato di cultura, amante delle arti e del mondo antico, cresciuto in giovinezza sotto la guida di Vittorino da Feltre e intimo di artisti quali Leon Battista Alberti – di chiamare Mantegna, con tutta la famiglia, alla sua corte come pittore ufficiale, nel 1460 (esiste già un primo invito in una lettera di quattro anni prima), ma pure come consigliere artistico e curatore delle mostre d’arte, con uno stipendio che, come abbiamo visto, avrebbe avuto per gran parte della vita dimenticanze, sospensioni, ritardi e ovviamente necessarie lettere di sollecito.

Monumentalità, impianti scenografici che finiscono con l’essere l’anima di un opera, o certo il segno su cui spesso s’accentra l’occhio di chi guarda, una carrellata inconsueta di bellezze è la mostra, che oltre alle preziosità che s’è detto, allinea ancora la Madonna con il Bambino e santi Gerolamo e Ludovico da Tolosa (intorno al 1454, dal parigino Musée Jacquemart-André), la Madonna con il Bambino, san Giovannino e santi (1485 circa, custodito alla Sabauda di Torino), la Pala Trivulzio (1497) dalla raccolta del Castello Sforzesco milanese (due quinte di alberi e agrumi, una mandorla di visi d’angelo a racchiudere la Vergine e il Bambino con i quattro Santi in una superba prospettiva scorciata), l’Ecce Homo del 1500/1502, ancora da Parigi. Ma non soltanto tele, anche le incisioni meritano uno sguardo attento, dell’artista come dei suoi contemporanei, soprattutto la Battaglia dei dieci uomini nudi di Antonio del Pollaiolo, il bulino che scolpisce la Zuffa degli dei marini o Baccanale con Sileno di Mantegna oppure La morte di Orfeo di un anonimo incisore forse ferrarese o ancora certi Studi dello stesso Mantegna a rappresentarci un Compianto per il Cristo e il Seppellimento di Cristo a penna e inchiostro bruno su carta. Verso la parte finale della mostra ci si soffermi davanti alla Madonna con Bambino detta dell’umiltà (1490 circa), un bulino e puntasecca di 177 x 231 mm proveniente da Capodimonte e lo si confronti con la Madonna con il Bambino, il gatto e il serpente, un’acquaforte (mm  102 x 152, in collezione privata) dovuta a Rembrandt: s’accorgerà il visitatore quanto quel “moderno” abbia preso a porre le basi e quanto il fiammingo (con il suo collega Rubens) debba ad Andrea Mantegna (da noi gli sono debitori Raffaello e Bramante e Correggio), quanto il carattere nordico guardi all’atmosfera intimista.

 

Elio Rabbione

 

 

Nelle immagini:

 

Andrea Mantegna, “Sant’Antonio di Padova e san Bernardino da Siena presentano il monogramma di Cristo”, 1452, affresco staccato, cm 163 x 321, Padova, Museo Antoniano.

 

Giovanni Bellini, “Ritratto di giovane”, 1472-1473, tempera e olio su tavola, cm 34 x 27,5, Bergamo, Accademia Carrara.

 

Andrea Mantegna, “Madonna con il Bambino e i santi Giovanni Battista, Gregorio Magno, Benedetto e Gerolamo” (Pala Trivulzio), 1497, tempera su tela, cm 287 x 214, Milano, Pinacoteca del Castello Sforzesco.

 

Andrea Mantegna, “Ecce Homo”, 1500-1502, tempera a colla su tela di lino montata su legno, cm 54,7 x 43,5, Parigi, Institut de France, Musée Jacquemart-André.

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