redazione il torinese

Le arance del carnevale si trasformano in compost

 Dopo i tre giorni di entusiasmante battaglia al Carnevale di Ivrea, le arance arrivano al Polo ecologico di Acea Pinerolese per trasformarsi in compost ed energia rinnovabile.

Centinaia di tonnellate di arance, protagoniste dello storico Carnevale, diventeranno così un ottimo compost di qualità pronto per l’utilizzo in agricoltura, ma anche energia elettrica e termica rinnovabile e biometano. Il compost (foto nel comunicato allegato), prodotto con le arance del carnevale 2017, è in questi giorni in vendita presso lo stand ufficiale dello Storico Carnevale di Ivrea. L’impianto di trattamento dell’organico sviluppato da Acea Pinerolese è un modello unico al mondo che integra un sistema di digestione anaerobica del rifiuto organico al compostaggio aerobico, fase nella quale il digestato (fango ricavato dalla digestione anaerobica dell’organico) viene miscelato agli sfalci di potatura e matura per 3 mesi circa, diventando compost di qualità. Mentre dal biogas interamente captato dalla prima fase di digestione anaerobica si ricava energia elettrica e termica rinnovabili e biometano. Un impianto che è diventato nel corso degli anni esempio virtuoso per tutta l’Italia che ora si appresta a replicarne il modello. Acea Pinerolese è stata premiata come Campione di Economia Circolare dal Vice Presidente dell’Unione Europea, proprio lo scorso anno, in virtù dello straordinario modello di recupero di materia e sostenibilità sviluppato a Pinerolo. L’impianto è stato inoltre, nel 2014, il primo impianto in Italia a produrre Biometano dai rifiuti organici per l’introduzione in rete e per alimentare le automobili.

PD, GIORGIS: “CONFRONTO SERENO MA NON CON ESPONENTI CASAPOUND”

“Qualche giorno fa sono stato invitato a partecipare al dibattito “Votati alla cultura” organizzato dal Polo Culturale Lombroso 16, (in programma il prossimo venerdì 16 febbraio, in via Lombroso 16, alle ore 21)” – spiega il candidato alla camera Andrea Giorgis Ho subito accettato l’invito, sia per l’argomento trattato, sia per stima nei confronti degli organizzatori. “Leggo però ora che tra i relatori potrebbe esserci anche un esponente di CasaPound. Come ho anticipato agli organizzatori, credo che un confronto proficuo e sereno si possa svolgere solo tra persone e forze politiche che si riconoscono nei principi dell’antifascismo, dai quali è nata e sui quali si fonda la nostra democrazia costituzionale. Del resto, la cultura o è plurale e democratica e quindi antifascista, o non è. Non si tratta di rifiuto del confronto, ma di necessità che il confronto, pur tra diversi, muova da alcune fondamentalissime e comuni premesse che, purtroppo, CasaPound non condivide”.
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COMUNICAZIONE 

In vista delle prossime elezioni politiche il quotidiano “il Torinese” pubblica gratuitamente in questo spazio interventi, comunicati e notizie inviatici da candidati, segreterie o esponenti politici di tutti i movimenti e partiti. Scrivere a: edizionibest@libero.it

E’ morta Bea, la bimba di pietra. Aveva perso la mamma lo scorso anno

Beatrice, la bimba nota come la “bambina di pietra” a causa della rarissima malattia che aveva reso il suo corpo come un’armatura rigida, è morta dopo essere stata trasportata d’urgenza all’ospedale  Regina Margherita per un arresto cardio-respiratorio. La gravità del  quadro clinico non ha consentito ai medici di salvarla. Il 6 agosto era  invece morta la madre di Bea (così era chiamata la bimba sui profili social che la madre gestiva, seguiti da tante persone commosse per la situazione della piccola), Stefania Fiorentino (nella foto), a soli 35 anni per un tumore.

Le polarità nella pratica yoga

SPAZIO LUX  Fiorfood,  dalle ore 16

Enrica Colombo e Peggy Eskenazi presentano: “Maschile e Femminile, l’equilibrio delle polarità nella pratica yoga.”

Un pomeriggio dedicato al Sé e alle modalità e tecniche per capire come ritrovare equilibrio e spinta per affrontare il quotidiano. Per un paio di ore lo Spazio Lux si trasformerà in luogo in cui poter praticare tecniche yoga, grazie alla presenza di due grandi maestre: Enrica Colombo Peggy Eskenazi. Il pretesto di questo incontro è fornito dalla recente pubblicazione – nella collana “Yoga, teoria e pratica” del Corriere della Sera – del loro libro “Maschile e Femminile, l’equilibrio delle polarità nella pratica yoga”. Enrica e Peggy sono due insegnanti di yoga che hanno dedicato la loro personale ricerca ed esperienza di vita all’ambito femminile e si confrontano su un tema di grande attualità: il riequilibrio dei ruoli e delle polarità maschile e femminile. Lo stile di vita contemporaneo ci conduce a disequilibri nei ruoli, a vivere sempre più estraniati dai ritmi e dai cicli della natura in cui le polarità maschile e femminile sembrano perdere il loro senso autentico. Per rispondere a questo bisogno, lo yoga proposto nelle pratiche contenute nel libro è finalizzato a riscoprire e valorizzare la propria identità di genere e a rivolgere il proprio sentire al Sé profondo. Le autrici propongono spunti di riflessione sui ruoli e pratiche rivolte a ritrovare uno stato di equilibrio interiore, per ritrovare l’armonia tra le polarità e supportare le donne con precise pratiche di yoga nei periodi di passaggio e trasformazione della vita quali l’accompagnamento alla maternità, il sostegno e rieducazione dell’area pelvica per prevenire ed evitare i prolassi dopo il parto e nella menopausa. Attraverso l’analisi delle differenze tra il corpo maschile e quello femminile emerge chiara la necessità di adeguare l’approccio delle pratiche yoga alle diverse caratteristiche fisiche. L’appuntamento è per venerdì 16 febbraio a partire dalle ore 16,00 presso lo Spazio Lux a Fiorfood per un momento di confronto e di pratica, di yoga spiegato e praticato, in cui i partecipanti potranno imparare le prime tecniche e posizioni dello yoga sotto la guida delle due Maestre. Una presentazione attiva, dove gli asana classici dell’Hatha Yoga permetteranno di raggiungere un vero beneficio fisico, perché il corpo ha in sé la capacità di esprimere la bellezza della nostra anima.

Dal “bel Danubio blu” al jazz sui Navigli

Il racconto di Marco Travaglini

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Appoggiato alla balaustra seguiva il lento scorrere del Danubio sotto il ponte di Catene. Dalla collina di Buda lo sguardo poteva perdersi fin oltre Pest, dove l’orizzonte coincideva con la grande pianura ungherese. Il cielo plumbeo minacciava di scaricare da un momento all’altro tutta la pioggia che gonfiava le nuvole. Era già stato una infinità di volte, a Budapest. Quando aveva voglia di star solo andava lì. Come d’abitudine aveva preso una camera all’ Hotel Parlament , nel V° distretto di Budapest, nel cuore della città, all’angolo delle vie Kálmán Imre e Vadász, a pochi passi dal Parlamento. Da lì, in poco tempo, poteva raggiungere il piazzale degli Eroi o la piazza Petofì, passeggiando. Gli capitava spesso di restare, pensieroso, davanti al monumento delle vittime della rivoluzione del 1956, a fianco dell’imponente  Parlamento, classico esempio di architettura neogotica dell’800. Era ormai da un mese nella capitale magiara. Amava questa città divisa dal “bel Danubio blu” e unita dai sei ponti che attraversavano il grande fiume  da una riva all’altra. Li aveva percorsi tante volte, a piedi e in auto. Gli capitava di ricordarne i nomi  a memoria, come in uno scioglilingua. Il Ponte Árpád, a nord dell’isola Margherita, lungo quasi due chilometri, e il Ponte Margherita, costruito tra il 1872 e il 1876 allo scopo di collegare l’isola che portava lo stesso nome con le circonvallazioni Santo Stefano a Pest e Margit a Buda. E poi il preferito, lo Széchenyi Lánchíd, il Ponte di Catene. Era stato il primo ponte stabile di collegamento tra Buda e Pest, costruito nel 1849 secondo i progetti dell’ingegnere inglese Clark, che fece importare dall’Inghilterra anche il ferro.  Non dimenticava certo i  ponti Elisabetta , Petofi  e  – per finire – il Ferenc József híd, il Ponte Francesco Giuseppe, che nel 1896 – in occasione del Millennio dell’Ungheria e dell’inaugurazione – piantò con tutta l’energia che aveva in corpo l’ultimo chiodo d’argento sul ponte. Quante volte gli era capitato di guardare in direzione dei due punti più alti di questo ponte lungo più di trecento metri, dove erano  stati collocati quattro “turul”, le mitologiche aquile nere ungheresi? Tante, mai troppe. Amava l’aria fumosa e calda dei caffè di Budapest, dov’era  custodita gelosamente la tradizione mitteleuropea, dove si respirava un’atmosfera unica, tipica di città come questa o come Vienna, Praga, Trieste. Un mondo ricco di sapori e profumi diversi, uniti e fusi con il brusio delle voci in sottofondo. Quando capitava di guardare , al tramonto o con le prime luci dell’alba, l’acqua scura che passava sotto i ponti , pensava alle parole di Claudio Magris … “… Il Danubio è il fiume lungo il quale s’incontrano, s’incrociano e si mescolano genti diverse…È il fiume di Vienna, di Bratislava, di Budapest, di Belgrado, della Dacia, il nastro che attraversa e cinge , come l’Oceano cingeva il mondo greco, l’Austria asburgica, della quale il mito e l’ideologia hanno fatto il simbolo di una Koinè plurima e sovranazionale, l’impero il cui sovrano si rivolgeva “ai miei popoli” e il cui inno veniva cantato in undici lingue diverse. Il Danubio è la Mitteleuropa tedesca-magiara-slava-romanza-ebraica…”. 

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Con gli amici Imre e Sandor non si era mai tirato indietro davanti alla cucina ungherese. Ricordava le risate quando chiese per la prima volta di poter mangiare il goulash , pensando che si trattasse di uno stufato e invece si ritrovò nel piatto fondo una zuppa densa, preparata con grande maestria. Nelle vecchie cantine di Pest imparò a gustare la panna acida,  ingrediente indispensabile per gustare l’effetto piacevole e cremoso dei cibi. E poi il pollo con la paprika, gli stufati fatti in casa ,  i pesci d’acqua dolce – ricordava con un certo piacere il luccio grigliato e la trota con le mandorle – , lo straordinario fegato d’oca che – cotto al forno, grigliato, freddo o caldo- lascia sul palato un traccia indimenticabile. E il Tokaj , che bevevano nel centro storico, alla Boutique des Vins , al numero 12 di via József Attila utca. Un vino straordinario, molto amato da Luigi XIV, il Re Sole, che gli diede il titolo onorifico di “vino dei re, re di vini”. Quella mattina si svegliò di soprassalto. Aveva dormito molto male, forse a causa della cena che sentiva ancora pesargli sullo stomaco. “ Ogni volta ci ricasco. Non dovrei nemmeno guardarli i cibi grassi e speziati ma poi..”. Parlava da solo, con lo specchio che rifletteva l’immagine di un volto sofferente, un po’ scavato, con due occhiaie scure e profonde e  un filo di barda ispida. No, non andava per niente bene. Doveva rallentare gli impegni, prendere fiato. Anche le due crisi cardiache di sei mesi prima erano state archiviate troppo in fretta, senza ascoltare il campanello d’allarme che veniva dal suo corpo. “ Fermati, stai attento.. Non tirare la corda,Marco”. Era come se una vocina l’avesse messo in guardia ma lui, testardo e sordo, aveva fatto finta di nulla. Salvo poi, con quelle fitte a trafiggergli il cuore come una lama, trovarsi per strada piegato sulle ginocchia, ansimante. E solo. Fortuna che quel tassista aveva visto la scena e non si era intimorito nel soccorrere uno sconosciuto che stava boccheggiando come un ubriaco sul ciglio della strada. E, pur salvando così la pelle, aveva continuato a fare di testa sua, a correre su e giù per l’Europa. Quella vita sregolata era stata la causa della separazione da Akiko Okada, la donna con cui era stato sposato per quasi otto anni. Bella, intelligente,  l’aveva conosciuta a Ginevra dove lavorava come interprete al consolato del paese del Sol Levante. Era rimasto come fulminato da lei e nel giro di poche settimane, avevano deciso di mettersi insieme. Per un paio d’anni le cose andarono benissimo poi il rapporto si sfilacciò sempre di più, fino ad esaurirsi del tutto. Da allora, per scelta, aveva evitato accuratamente di impegnarsi seriamente sul piano sentimentale. Era una scelta, quasi una forma di difesa, per se stesso e per chi – eventualmente – gli stava vicino. Così, a poco a poco, era diventato sempre più umorale, scostante e solitario. Guardò l’orologio. Erano appena passate le quattro del mattino del 27 settembre. Fuori non pioveva più. Ormai sveglio, s’infilò sotto la doccia e in poco  di mezz’ora era già nella hall dove, dalla reception, ritirò le chiavi del fuoristrada.  Erano le 11 quando, varcata la frontiera austriaca, entrò nell’area dell’aereoporto di Linz. Il volo per Milano era in programma per il pomeriggio. Nel capoluogo lombardo, all’indomani, doveva svolgere una relazione a un convegno sui confini europei, tra l’est e l’ovest. E a lui toccava la parte più complessa, raccontando la realtà dei Balcani.

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Linz era bella sotto il cielo terso del mattino. Solo uno sbuffo di nuvole pareva turbare tutto quell’azzurro che solo il cielo di fine estate sapeva offrire. L’aeroporto era affollato. Un via vai di turisti in partenza dopo l’ultimo turno di vacanza, prolungatosi fin oltre la stagione normale, complice il bel tempo che quell’anno dilatava l’estate e autorizzava a sperare in un ottobre soleggiato e mite anche in Austria. Il vecchio DC9 era già sulla pista, in attesa dei pochi passeggeri. Del resto era un volo riservato a non più di 20 persone che dovevano raggiungere l’aerostazione di Malpensa entro le 16  pomeridiane. Lanciando un ultimo sguardo ai campi coltivati con regolarità e meticolosa attenzione e alle nuvole che sfumavano l’orizzonte verso est, sospirò  trattenendo con una mano il fascio di giornali ed aggiustandosi, con l’altra, il bavero dell’impermeabile beige. Quando viaggiava all’estero, soprattutto in quella stagione e principalmente nell’area balcanica o nei paesi della mitteleuropea, amava vestirsi così, informalmente. Giacca di velluto, leggera. Pantaloni comodi e camicia non abbottonata sul collo ( niente cravatta, possibilmente). E l’immancabile impermeabile stile Humphrey Bogart che aveva acquistato  proprio a Budapest vent’anni prima. Quasi non s’accorse del volo. Appena l’aereo iniziò a rullare sulla pista s’addormentò. Gli accadeva sempre. Non aveva paura di volare, anzi, al contrario, le vibrazioni dell’aereo gli conciliavano il sonno. Era una specie di ninna-nanna tecnologica che lo strappava via dalla realtà, catapultandolo nel mondo dei sogni. E di solito era la voce un po’ citofonata dell’assistente di volo che annunciava l’atterraggio a ridestarlo. E così fu anche questa volta. A Malpensa prese  un taxi (niente auto blu e autisti: lo infastidivano) e dalla borsa sfilò la cartellina del convegno, sulla quale spiccava – in rosso – il titolo: “L’abbattimento dei confini europei”.  “Strano titolo”, pensò. “Caro onorevole Travas – disse a se stesso, rimuginando – Più che abbatterli, i confini, stanno costruendone di nuovi. Non ci saranno più le barriere delle dogane ma restano alti i muri nelle teste e quelli sono i più duri da sbatter giù”. E qualcuno pensava nuovamente al filo spinato, ai cavalli di frisia, ai muri di cemento armato per bloccare migranti e stranieri. Quando gli capitava di pensare ai suoi impegni si scopriva a parlare da solo, l’onorevole Marco Travas. Un titolo che non amava ostentare, innervosendolo. Sessantenne quasi calvo, alto e piuttosto massiccio, era stato eletto al parlamento europeo nel cartello progressista dopo aver passato più di vent’anni ad impegnarsi nelle battaglie civili. Era stato il rifiuto della guerra e della violenza  a spingerlo verso un impegno più diretto. Prima come giornalista, inviato di un noto giornale nei paesi del nord Africa che si affacciavano sul Mediterraneo e poi, freelance nei Balcani durante la guerra. Era stato a Tuzla, Mostar, Srebrenica, Sarajevo. Quegli anni erano stati decisivi per compiere il passo decisivo verso l’impegno a tempo pieno. Toccò anche a lui, giornalista senza padroni, girare lungo i confini della Bosnia  sentendosi soffocato dall´impotenza. Da allora, fino all’elezione al parlamento europeo, non aveva smesso di darsi da fare. Per questo, quando l’avevano contattato per il convegno a Milano, non aveva esitato a dire di sì. La sala del convegno era al  31° ed ultimo piano del “Pirellone”, in piazza Duca d’Aosta, a pochi passi dalla stazione Centrale. Lì, in cima al più alto grattacielo d’Italia , si sarebbero confrontati i diversi relatori. Arrivò, come sempre, con largo anticipo dopo aver telefonato e concordato gli ultimi dettagli. Appena uscito dall’ascensore venne accolto dal sorriso di una bella ragazza. Rimase colpito subito dai suoi occhi neri, lucenti. E balbettò quasi il suo nome rispondendo al saluto di quella voce calda, profonda. “ Buongiorno, sono Carla. Posso esserle utile?”. “Buongiorno, sono l’onorevole Travas… Marco Travas. Sono qui per il convegno sulle frontiere europee”. “Prego, mi segua. E’ uno dei primi ad arrivare, sa?”, rispose sorridente la ragazza. Mentre gli faceva strada non potè evitare al suo sguardo di inquadrare la figura della ragazza che lo precedeva. Capelli lunghi con meches bionde, flessuosa, non tanto alta ma con un portamento deciso. Eh, quante volte si era rimproverato per quel suo modo di guardare. Ma, nonostante tutto, non riusciva a farne a meno. In poco tempo la sala si riempì e il moderatore – un vecchio amico, professore universitario e redattore di “Limes”, una delle più autorevoli riviste di geopolitica – esaurite le presentazioni, aprì il confronto che ( interrotto qua e là da qualche applauso, senza che l’attenzione scemasse ) si protrasse per circa due ore e mezza. Per tutto il tempo, non riuscì a fare a meno di incrociare lo sguardo della ragazza che l’aveva accolto sorridendo. E lei, Carla, seduta ai margini della terza fila, non aveva distolto un istante lo sguardo su di lui. Quel volto, quegli occhi  erano una vera calamita, tant’é che – a un certo punto – mentre parlava delle ultime elezioni in Bosnia e delle differenze tra le tre realtà che componevano il mosaico della terra bosniaco erzegovese – perse il filo. Persino l’amico professore, che era tutt’altro che uno sprovveduto in quanto ad affari di cuore, se ne accorse e, terminato il dibattito , esaurite le strette di mano, gli sussurrò in un orecchio ..“l’ho notata,sai, la bella ragazza che ti ha mandato in tilt..”. Arrossì come un adolescente l’onorevole, cosa che non gli accadeva da molto, troppo tempo. Mentre il pubblico lasciava la sala, ormai semivuota, si avvicinò a Carla e , dopo aver commentato l’incontro, chiedendogli le sue impressioni, prese coraggio e le chiese se avrebbe avuto piacere ad accompagnarlo nella zona dei Navigli. “Non vorrei disturbarla, Carla. Ma è tantissimo che non vado più in quella che ritengo sia , insieme a Brera, la Milano che vale più la pena di visitare. E poi, se ci si può andare con una bella ragazza come lei, la cosa è ancora più piacevole”. “Sono lusingata, onorevole. E accetto volentieri l’invito”, rispose Carla, con prontezza ma senza sfacciataggine. Lui, tradendo un filo d’emozione, aggiunse: “Sono contento ma, per favore, non mi chiami onorevole. Mi sa tanto di formale. Mi chiami pure Marco, se non le dispiace”. “ Per me va benissimo, Marco. Con grande piacere”, ribatté Carla con voce cristallina. Il suono delle sue parole, pensò Travas, gli ricordava il tintinnare dei calici di Boemia.

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E così, chiamato un taxi, raggiunsero la zona dei Navigli, nel cuore della vecchia Milano di Porta Ticinese. Dopo pochi passi, uno al fianco dell’altra, svoltarono in via Ludovico il Moro,  alla  Cà Bianca – Corte dei Navigli.  Era quello che, nella Milano un po’bohémien  di un tempo, veniva chiamato il “Capolinea”, indimenticabile covo del jazz italiano dove avevano suonato i più famosi artisti italiani e stranieri. Quel luogo aveva poi ispirato l’apertura del Ca’ Bianca. E lì, oltre alla vecchia cucina tradizionale di rito meneghino, trovava ancora dimora il jazz d’autore, riproducendo l’atmosfera del vecchio club, cercando di ricreare quell’ambiente che aveva visto sul proprio palco i virtuosismi musicali di  artisti del calibro di Chet Baker e Dizzie Gillespie. Prima di entrare, Carla gli strinse delicatamente il braccio. Marco si voltò verso di lei, incrociandone lo sguardo. Lei sorrise e anche lui fece altrettanto. Stava così bene che non riusciva a ricordarsi quand’era stata l’ultima volta che si era sentito così a suo agio, in uno stato di calma che era ben diverso da quella, apparente, che doveva mostrare agli altri. Stava bene “dentro” ed era una cosa piacevolissima e,  nello stesso tempo, strana. Non era più abituato a provare emozioni che non fossero quelle in cui inciampava in giro per il mondo. Fu l’inizio di una serata molto bella. Cenarono a lume di candela, ascoltando dell’ottima musica. Brindarono all’incontro e, prima di congedarsi ( Carla doveva rientrare a casa sua, a Gallarate, e aveva lasciato  l’auto nel parcheggio sotterraneo davanti alla stazione Centrale ), gli confidò quel suo stato di leggera ebbrezza. E la ringraziò per quelle ore piacevoli che avevano trascorso insieme. L’indomani sarebbe ripartito molto presto per Strasburgo dove era prevista una seduta straordinaria del Parlamento Europeo. Lei, invece, aveva un impegno di lavoro – come hostess di sala – a un incontro promosso dall’assessorato comunale alla cultura in piazza del Duomo, per la presentazione di un progetto legato alle grandi mostre di arte moderna che avrebbero occupato gran parte del panorama della stagione culturale milanese nella primavera prossima. Lei lo strinse a se, gli posò un leggero bacio sulla guancia ed espresse il desiderio di rivederlo quando sarebbe tornato a Milano. Lui ricambiò il gesto d’affetto e confermò lo stesso desiderio. Rimase lì, con la mano alzata in un accenno di saluto, mentre la figura di lei si allontanava dietro ai vetri un po’ appannati del taxi. Raggiunse il suo albergo a piedi, camminando a lungo, e ogni tanto colpiva con il piede un piccolo sasso come faceva da ragazzo, simulando  improbabili partite di calcio. Stava bene. Si sentiva bene. Ma iniziava già a sentire la mancanza di quel sorriso, delle parole pronunciate con tono basso, di quegli occhi neri e vivaci che  l’avevano fatto sentire meno solo. Presto sarebbe tornato a Milano. Molto presto.

Le macchine potranno effettivamente sostituire l’uomo?

Polis Policy. Questo il nome, quasi una formula, che richiama alla mente un modello razionale di prendere le decisioni per il bene della città, per definire il progetto, nell’ambito dell’Accademia di Alta Formazione, nato il 9 febbraio scorso e proposto dall’Associazione “Difendiamo il Futuro”, che si articola in tre sessioni di lavoro e approfondimenti alla riscoperta dei valori dell’analisi, per supportare la persona nello sviluppo quale parte di una collettività e della società. Il programma della scuola si articola in tre sessioni, ognuna delle quali organizzata nell’arco di un’unica giornata, il sabato. Il format delle tre giornate, sabato 17 febbraio, 17 marzo e 14 aprile, non promuove soltanto analisi e approfondimenti, ma anche l’interazione tra platea e relatori, esperti provenienti dal mondo dell’economia, della politica, della scienza, della storia e ella cultura.


Tema della prima sessione, che si terrà presso la Scuola di Amministrazione Aziendale SAA in via Ventimiglia 115, a Torino, sarà l’intelligenza artificiale. Polis Policy prenderà, infatti, le mosse dalla domanda “Le macchine potranno effettivamente sostituire l’uomo?”. Tra i relatori Pietro Terna, docente dell’ateneo torinese, l’imprenditore Massimo Giordani, digital strategist e fondatore di Time & Mind. Parteciperanno al dibattito pomeridiano l’economista Giuseppe Gario, il CEO di Atellani.com Maurizio Maranghi, Alberto Giusti, Business Angel, e Franco Chiaramonte, esperto di politiche del lavoro. La sessione terminerà con la proiezione di un cortometraggio del regista Pietro Pingitore. La seconda sessione sarà incentrata sulla questione della sostenibilità del welfare sul lungo periodo e cercherà di rispondere alla domanda “Ci saranno ancora sufficienti risorse per mantenere i nostri attuai livelli di benessere, la nostra sanità e i nostri stili di vita? “. Interverranno alla seconda sessione il filosofo Umberto Galimberti, giornalista di Repubblica, Gian Paolo Zanetta, Direttore Generale della Città della Salute e della Scienza di Torino, Elsa Fornero e Fiorella Lunardon dell’Università di Torino, Vincenzo Scudiero, segretario generale della Cgil, e Romano Guerinoni, direttore generale della Fondazione Welfare Ambrosiano. L’Europa rappresenterà il tema della terza ed ultima sessione, che cercherà di dare una risposta al quesito se si tratti di un’Europa della moneta o degli investimenti. Risponderanno a tale domanda il professor Roberto De Battistini dell’ateneo torinese, l’imprenditore dell’ Environment Park Davide Canavesio, Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza della Commissione Europea a Milano ed altri esponenti del mondo del giornalismo e dell’economia.

Mara Martellotta

Per iscrizioni e informazioni: segreteria@difendiamoilfuturo.it

Tel 01119373401.

www.PolisPolicy.com

Contro le truffe agli anziani nasce la “task force” specializzata della Squadra Mobile

Farà parte  della Squadra Mobile di Torino, la  nuova task force contro le truffe agli anziani, molto numerose anche a Torino prodotte da ” una criminalità strutturata e pesante”, dice il questore di Torino, Francesco Messina. La squadra sarà composta da personale specializzato, per un’azione di contrasto  sia analitica, sia  investigativa contro i furti e le truffe ai più deboli, sul modello  del nucleo che lo stesso Messina aveva ideato a Milano dieci anni fa. Anche a Torino e in Piemonte il fenomeno dei truffatori che entrano con i più diversi pretesti nelle case degli anziani è molto diffuso. Il tema è “L’abuso della fiducia”. le forze dell’ordine sono impegnate costantemente ma anche in questo caso la prevenzione è la miglior difesa. E la prima prevenzione, purtroppo spesso non presa, è non aprire agli sconosciuti o mettere la catenella. I carabinieri ricordano che nessun ente o bancacarabinieri autorizza visite a domicilio: bisogna verificare con una telefonata se il tecnico che suona al campanello è stato inviato dall’azienda cui dice di appartenere; non bisogna lasciarsi tentare da acquisti troppo convenienti; dopo il prelievo della pensione non ci si deve fermare per strada per ascoltare le richieste di uno sconosciuto; sarebbe bene farsi accompagnare in banca o alla posta quando si ritira denaro; i truffatori assumono sempre nuove sembianze (avvocati, carabinieri, vigili urbani, ecc.) e nel dubbio è bene subito chiamare un numero di emergenza (il 112 nel caso dei carabinieri).

(foto: il Torinese)

#TiVotoSoloSe

Il Coordinamento di cittadine/i, associazioni, enti e istituzioni locali contro l’atomica, tutte le guerre e i terrorismi promuove una conferenza stampa che si terrà lunedì 19 febbraio alle ore 11,00 nella sala Gandhi del Centro Sereno Regis per illustrare la campagna #TiVotoSoloSe, un appello ai candidati alle elezioni del 4 marzo a sottoscrivere l’impegno affinché l’Italia ratifichi il Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari. Il 7 luglio 2017 è stato approvato all’ONU uno storico Trattato che proibisce le armi nucleari. Esso è stato votato da 122 Stati, ma non da quelli detentori di armi nucleari né dai loro alleati,  tra cui l’Italia. Il Nobel per la Pace 2017, assegnato all’ICAN, l’organizzazione internazionale che lavora da tempo per l’abolizione delle armi nucleari, a cui anche noi aderiamo, è un segno di incoraggiamento, e al tempo stesso un messaggio rivolto a tutti gli Stati. Noi condividiamo le preoccupazioni espresse tra gli altri da Papa Francesco con sempre maggiore forza e frequenza, il Presidente Mattarella nel  discorso di Capodanno, e riteniamo che il tema del disarmo nucleare sia di vitale importanza per tutti noi e debba far parte del dibattito elettorale.Per queste ragioni abbiamo chiesto ai candidati alle elezioni politiche del 4 marzo di sottoscrivere l’impegno ad approvare, se eletti, il Trattato ONU. Paolo Candelari, Giampiero Leo, Valter Nuzzo a nome del coordinamento illustreranno le ragioni di questa iniziativa e le adesioni pervenuteci. Nel sito www.tivotosolose.it pubblicheremo le adesioni dei candidati, oltre a materiale informativo del coordinamento e della campagna, tra cui il testo del Trattato.

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COMUNICAZIONE 

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#ANPAS112: AL VIA LA CAMPAGNA DI INFORMAZIONE SU NUMERO UNICO 112 E PRIMO SOCCORSO

E’ partita la campagna di comunicazione ANPAS, in collaborazione con GTT, sul primo soccorso e numero unico per le emergenze 112 condotta attraverso filmati e locandine, anche digitali, diffusi su metropolitana, bus urbani e suburbani e tram del Gruppo Torinese Trasporti, nonché sui social media dei due enti. La campagna di comunicazione avrà una durata di circa tre mesi.

Chiare e semplici informazioni rivolte ai cittadini per spiegare l’importanza di una corretta attivazione del Sistema di Emergenza 112. La chiamata di soccorso rappresenta infatti il primo anello della cosiddetta “catena dei soccorsi” e permette di risparmiare del tempo prezioso per salvare la vita dell’infortunato e inviare il mezzo di soccorso più idoneo. Non solo emergenza sanitaria, ma un numero unico, il 112, per tutte le emergenze: ambulanze carabinieri, polizia e vigili del fuoco.

La campagna di comunicazione, che riporta l’hashtag #Anpas112, fornisce inoltre nozioni di primo soccorso relative ad esempio alle manovre di disostruzione pediatrica delle vie aeree o spiega come affrontare un arresto cardiaco in un adulto. Il trasporto urbano e suburbano di GTT viene utilizzato ogni giorno da oltre 600mila persone, un’ottima prospettiva per promuovere al meglio, tra i cittadini, le culture della prevenzione, della sicurezza e del primo soccorso.

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Andrea Bonizzoli, presidente Anpas Piemonte: «La collaborazione con GTT nata nel 2014 con l’installazione dei primi defibrillatori nelle principali stazioni della Metropolitana di Torino, continua con questa importante campagna di informazione volta a diffondere la conoscenza fra cittadini del numero unico 112 e contemporaneamente a dare nozioni di primo soccorso. ANPAS sempre in prima linea al servizio della cittadinanza. Un grazie particolare a GTT per la sensibilità dimostrata nell’aderire alla campagna».

Stefano Pasian, consigliere Anpas Piemonte e referente del progetto #Anpas112: «Da sempre ANPAS è attenta alla promozione della salute e all’educazione sanitaria. Riteniamo importante, per i cittadini, ottenere ed elaborare informazioni sanitarie di base ed accedere a servizi necessari per effettuare scelte consapevoli ed utili per la propria e altrui salute. Grazie a GTT e all’attuazione di questo progetto, condiviso con i nostri formatori, ci auguriamo di raggiungere un numero elevato di persone e contribuire così a informare sulle corrette norme di comportamento da tenere in caso di emergenza in attesa dei soccorsi qualificati».

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L’ANPAS (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze) Comitato Regionale Piemonte rappresenta 78 associazioni di volontariato con 9 sezioni distaccate, 9.471 volontari (di cui 3.430 donne), 6.635 soci sostenitori e 377 dipendenti. Nel corso dell’ultimo anno le associate Anpas del Piemonte hanno svolto 432mila servizi con una percorrenza complessiva di circa 14 milioni di chilometri utilizzando 382 autoambulanze, 172 automezzi per il trasporto disabili, 223 automezzi per il trasporto persone e di protezione civile.

 

Al seguente link è possibile scaricare il filmato della campagna di informazione #Anpas112:
https://www.dropbox.com/s/9xekbv7dx94u3hz/Anpas_112_video.mpeg?dl=0