Innanzitutto una novità. Roba da segnare sul proprio diario, da non scordare più. Italiana, contemporanea come più non si potrebbe, negli argomenti, nella felicità con cui delinea i vari personaggi, nel linguaggio incisivo e scoppiettante, con battute godibili a raffica, nell’articolazione delle differenti vicende che vi si incrociano. La produzione è degli Stabili di Torino e Bolzano, l’autore Fausto Paravidino, quarantunenne, nato a Genova ma piemontese (Ovada e dintorni) di formazione, primo exploit Due fratelli che si aggiudicò nel 1999 il premio Tondelli e l’Ubu quale migliore novità italiana un paio d’anni dopo, incursioni nel mondo del cinema (Texas, un titolo per tutti, ai suoi tempi a rischio di un David
quale miglior esordiente), quantomai maturo nella propria scrittura e allo stesso tempo ancora troppo debole in un nostrano panorama teatrale che pare non volerlo ancora completamente accettare. E allora ecco che il successo, quello fragoroso, quello di costante ricerca, arriva all’estero, con le presenze nei cartelloni dei teatri del nord Europa, con il Royal Court Theatre londinese che gli commissiona Genova 01, con la Comédie Française che gli mette in scena La malattia della famiglia M. (pronta a raggiungere pure la lontana Taipei, in Taiwan). Qualcuno lo ha definito “uno dei migliori drammaturghi europei”, dal gennaio di quest’anno il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale lo ha promosso “dramaturg residente”, oggi siamo curiosi del lavoro che saprà svolgere.

Per intanto godetevi questo Senso della vita di Emma, fino a domenica sul palcoscenico del Gobetti, la narrazione di quattro decenni di casa nostra difficilmente dimenticabili, attraverso la presenza/assenza del personaggio del titolo, attraverso le azioni e le idee, i rapporti e i caratteri di quanti le stanno intorno, il padre e la madre, la sorella perennemente stronza e il fratello in cerca di identità sessuale, la coppia di amici estremamente suscettibili ma rifugio sicuro e consolatorio per un momento di riflessione e per una gravidanza che bisogna portare avanti, la zia che ama tanto narrare favole come fossero tragedie orripilanti, il don Mario che non disdegna di rovistare tra le gambe delle parrocchiane… Un iniziale vernissage in una galleria, con le chiacchiere farraginose intorno al mondo dell’arte, i pareri strampalati, dove campeggia un ritratto di donna sconosciuta, la prima di tante fotografie che allineano i “ritratti di una quotidianità semplice, viva e riconoscibile”, un principio a questo “romanzo teatrale in due parti” che narra, che ironizza, che diverte, che serve da specchio al pubblico in sala, che predispone alla riflessione. Che percorre un lungo tratto di storia con il sorriso stampato in faccia: ma non troppo. Paravidino, in un impianto che a tratti s’avvicina al cabaret e alla facile rivista (nel commento musicale di Enrico Melozzi incroci pure Orietta Berti), che utilizza attori in carne e ossa come le marionette o le maschere, gioca con la politica e la società, tra il pubblico e il privato, guarda all’Italia e fa un salto in Gran Bretagna, seguendo quella ragazza/donna negli anni della sua disturbata crescita, tra urla e chiacchierate sulfuree allinea il rapimento Moro e le Brigate Rosse, il boom e i tanti oggetti che riempivano le nostre case, Elisabetta the queen e i Beatles che
attraversano le strisce pedonali di Abbey Road, la Thatcher e Tony Blair, le nuove suffragette dell’ecologismo, le irruzioni e le rivolte. Sino a ritrovarsi dentro un altro vernissage e un’altra galleria, ancora con quella tela e quel viso di donna sconosciuta: ma ecco che Emma compare, lei che quel quadro lo vorrebbe distruggere, a fare i conti con il passato, quello proprio e quello degli altri, in un pistolotto finale di ricordi e di confessioni che vuole tirare tutte le fila. È la chiusura su una bella commedia che nel secondo tempo, con il rischio di girare su se stessa, ha avuto qualche cedimento, qualche fragilità, che prosciugata sarebbe perfetta. Ma il successo della serata rimane, intatto, non soltanto per la brillantezza della scrittura ma pure per l’apporto immediato, tutto uno scoppiettìo, degli interpreti, maschere di un’Italia da manuale, dallo stesso Paravidino a Eva Cambiale, da Gianluca Bazzoli (un fratello perfetto nell’esporre con feroce pragmatismo il modus vivendi di casa sua) alla drammaticissima narratrice Sara Rosa Losilla, da Giacomo Dossi, prete arrapato e bellone da discoteca a Iris Fusetti, la Emma del titolo.
Elio Rabbione
(Foto: T. Le Pera)
Gli indirizzi tariffari per il 2018 dei tributi locali sono stati approvati dalla Giunta municipale. Sono presenti alcune agevolazioni e sgravi. In vista del Bilancio di previsione, le scelte dell’amministrazione passeranno al vaglio del consiglio comunale.
Madonna di Campagna, Villaretto. Novità anche per i trasporti. Il tradizionale biglietto urbano e quello suburbano non ci saranno più. In sostituzione il biglietto singolo per l’ intera rete, al costo di 1,70 euro, valido per 100 minuti. Viene poi introdotto il biglietto Daily, giornaliero, che farà risparmiare il 40% rispetto all’omologo precedente. Sarà valido per corse illimitate in un giorno su tutta l’area urbana e suburbana, in metropolitana, su bus e tram a 3 euro invece dei 5 euro di oggi. Il carnet Multi-daily da 17,50 euro è di 7 biglietti Daily, da usare anche non continuativamente per tutto il giorno su tutti i mezzi di tutta la rete.
Venerdì 16 febbraio dalle 12.30 alle 14.30 all’Associazione radicale Adelaide Aglietta (via San Dalmazzo 9bis/B) il Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino dialogherà con Silvja Manzi, candidata con Più Europa con Emma Bonino, e Riccardo Moschetti
Il movimento 5 imbianchini stellati colpisce ancora
Fornire una panoramica a trecentosessanta gradi sulle nuove normative in materia di edilizia scolastica
storia è legata al Museo Nazionale del Cinema, accogliendo i principali festival cinematografici torinesi. Nel 2001 è stato completamente ristrutturato in tre sale da proiezione. Il Cinema Alpi sorse nei locali che, dal 1853, avevano ospitato il Caffè omonimo, il quale era situato nel palazzo Saluzzo Paesana tra via Garibaldi e via della Consolata. Fu inaugurato nell’aprile 1914, cambiò il nome in Puntodue d’Essai nel 1977 e in Charlie Chaplin a partire dal 1983. Chiuse definitivamente nel 2003 per far posto a un negozio di abbigliamento in franchising. Torna in questi giorni alla memoria lo Statuto di via Cibrario, di cui ricorre il trentacinquesimo anniversario del rogo, che fece sessantaquattro vittime, soffocate dal fumo e bloccate in sala dalle porte di sicurezza rimaste chiuse. La tragedia costituì il punto di partenza per riscrivere le norme sulla sicurezza nei locali pubblici italiani. Lo Statuto non riaprì mai più; venne abbattuto una decina di anni dopo e, con esso, sparirono molte sale del centro storico
come l’Astor di via Viotti, il Vittoria di via Roma e l’Ariston di via Lagrange. Il nome della sala poteva anche celebrare un pioniere del cinema dei primordi. Torino non ha dedicato una sala al regista di Cabiria Giovanni Pastrone – ci ha pensato invece Asti. Una delle più importanti in città è dedicata, invece, ad Arturo Ambrosio, fondatore della prima compagnia di produzione cinematografica italiana e autore del primo film girato in Piemonte, “La corsa automobilistica Susa-Moncenisio” del 1904. Per iniziativa di Amedeo Reposi, il cui padre Felice era stato un imprenditore cinematografico degli anni Venti, nel 1947 aprì i battenti il Cinema Teatro omonimo. La multisala attuale è nata dalla trasformazione radicale del cinema originario, dotato di 2700 posti, che aveva una particolare forma a interno d’uovo e il soffitto apribile.
schermi delle sale. In tutta la penisola sorsero i vari Excelsior, Major, Arena, Astra, gli Splendor (titolo di un film bello e struggente girato da Scola), i Fulgor (un film sul cinema Fulgor di Rimini rimase un progetto mai realizzato da Fellini). Il Lux venne inaugurato nella primavera del 1934 con il nome di Cinema Rex, nel contesto dei lavori di riqualificazione che interessarono la Galleria Geisser (poi San Federico) e l’intero asse di via Roma (1931-1937). Caratterizzato da una ricca decorazione in stile liberty, con i suoi 1573 posti era il più grande e moderno cinematografo torinese. Ribattezzato successivamente Dux, ritornò (per ovvi motivi) all’attuale nome nel 1945. Nel 2004 è stato oggetto di un completo rifacimento che ha comportato la realizzazione di tre nuove sale. A riprova che la storia italiana è passata anche attraverso i nomi dei cinematografi, l’Adua di corso Giulio Cesare ha tenuto in vita remote fantasie coloniali fino al 2008. Inaugurato nel 1937, venne utilizzato per alcuni anni anche come teatro dal Gruppo della Rocca. Un moderno edificio residenziale ne ha cancellato definitivamente la memoria.
Meritano una menzione particolare due cinema storici della città. Il Nuovo Romano è il cinema della Galleria Subalpina, inaugurata nel 1874. Sorse nel 1897 come Caffè Concerto Romano e nel sottopiano ospitò dal 1905 il Cinematografo Lumière. Nel 1911 il Caffè divenne Cinema Romano, adibito per qualche decennio anche a teatro-varietà. I bombardamenti dell’agosto 1943 causarono gravi danni e la sala rimase chiusa fino alla fine della guerra. Nel 1958 fu sottoposto a una radicale ristrutturazione e poi riaperto al pubblico con un recital di Vittorio Gassman. Il Cinema Nazionale sorge invece sulle ceneri del Teatro omonimo, situato in fondo a Contrada degli Ambasciatori, l’attuale via Pomba. Venne inaugurato nel marzo 1848 con la Lucrezia Borgia di Donizetti. Alla fine degli anni Settanta, quando in tutta Italia si liberalizzò la circolazione dei film hard core, molte sale si riconvertirono, esibendo la classica luce rossa al loro esterno. Esse seguirono un percorso già tracciato, cercando nel nome un’identificazione che le rendesse immediatamente riconoscibili. E fu così che nella nostra città spuntarono l’Artisti Erotic Center, il Zeta Sexy Movie, l’Arco Pussycat, l’Alcione, l’Alexandra. Ne sono rimaste tre o quattro, sopravvissute ai vari Tube online per pochi sparuti spettatori.
I tempi sono cambiati. Oggi non c’è grande città che non abbia il suo Warner Village o un Multiplex Qualchecosa: sulle sponde italiche sono sbarcati i distributori americani con il loro carico di coca-cola e popcorn. Torino non fa eccezione e ha seguito questo cambiamento epocale. La diffusione delle pay-tv, prima, e la rivoluzione digitale, poi, stanno portando a prediligere la visione domestica a scapito della fruizione collettiva. Con buona pace di chi sostiene che il cinema è un’arte di massa (‘di’ e ‘per’ la massa): anzi, è l’arte di massa per eccellenza. Molte sale cittadine hanno dovuto chiudere definitivamente, oppure far posto ad edifici residenziali e attività commerciali. Oltre a quelle già citate ricordo il Doria, inaugurato nel 1947 e costretto ad abbassare le saracinesche qualche anno fa. Il Corso (già Palazzo), situato nel prestigioso edificio Art déco di corso Vittorio Emanuele angolo via Carlo Alberto, aveva invece già chiuso nel 1980 in seguito a un incendio. Ma potrei citare anche il Cristallo, il Capitol, l’Arlecchino e tutti quei cinema di quartiere (lo Studio Ritz e l’Eridano, per nominarne un paio) che resero il grande schermo l’ultimo luogo del Mito. C’era una volta, e un’altra non c’è stata più. Ma quella volta c’era. C’era un pubblico formato da gente semplice che, almeno una notte nella vita, sognò sotto le stelle di un cielo Maestoso.
Gli indennizzi accettati prima del processo Eternit non precludono la costituzione di parte civile in un procedimento contro Stephan Schmidheny. Lo ha deciso il Tribunale penale di Torino dove è in corso il troncone torinese dell’ormai spezzettato Eternit bis dove il multimilionario elvetico deve rispondere di omicidio colposo con colpa cosciente per due decessi.
Benedetta follia – Commedia. Regia di Carlo Verdone, con Carlo Verdone, Ilenia Pastorelli, Lucrezia Lante della Rovere e Paola Minaccioni. Guglielmo, in depressione stabile, è il proprietario di un negozio di arredi sacri e abbigliamento d’eccellenza, per il piacere e l’eleganza della moltitudine di porporati romani. Depresso anche per il fatto che la moglie lo ha appena abbandonato perché innamorata proprio della commessa del suo negozio: quando come un ciclone entra nella sua vita una ragazza di borgata. Opera con un buon inizio se poi non prendesse la strada delle vogliose signore che in un modo o nell’altro vogliono accaparrarsi il misero quanto problematico single. Con una comicità che fa acqua da ogni parte (in sala piena ho contato un paio di risate davvero convinte), non priva di momenti quantomai imbarazzanti (oltrepassando di gran lunga, all’italiana, lo spudorato ma tranquillo divertimento della scena clou di “Harry, ti presento Sally”, la signora che nasconde il cellulare “nel posto più bello del mondo” finisce per ritrovarsi in una storiellina soltanto fuori dei limiti; l’attore/regista che si mette a fare il cicerone all’interno di palazzo Altemps a Roma denuncia tutta la sua odierna mancanza d’idee, lontanissimo dalle cose migliori; e poi le pasticche, i balletti, le cianfrusaglie tra colori e suoni…). La gieffina Pastorelli rimane se stessa in ogni occasione, immutabile se non fosse per i cambi d’abito (sempre più ristretto), alla ricerca dei begli effetti che una Ramazzotti ci ha dato in altre occasioni. Godetevi la manciata di minuti della Minaccioni. Un toccasana. Durata 109 minuti. (Uci)
Freeman e Angela Bassett. Il protagonista è il nuovo re di Wakanda dopo la morte del padre: ma se sulla sua strada trova dei nemici pronti a detronizzarlo, lui sarà pronta a unirsi alla CIA e alle forze speciali del proprio paese. Durata 135 minuti. (Massaua, Greenwich sala 3, Ideal, Reposi, The Space, Uci anche in V.O. e 3D)
Elio, professore universitario, ospita nella propria casa un borsista per l’intera estate. L’arrivo del disinvolto Oliver non lascia insensibile il ragazzo, che scopre il sesso con una coetanea ma che poco a poco ricambiato approfondisce la propria relazione con l’ospite. Un’educazione sentimentale, i libri e la musica, Eraclito e Heidegger, Bach e Busoni, l’ambiente pieno di libertà della sinistra, i discorsi insperati di un padre, il tempo scandito dalle cene e dalle discussioni su Craxi e Grillo, il vecchio factotum che di nome fa virgilianamente Anchise, passeggiate e discussioni, corse in bicicletta, ritrovamenti di statue in fondo al lago, nuotate in piccoli spazi d’acqua, felici intimità, in una delicatezza cinematografica (la macchina da presa pronta ad allontanarsi velocemente da qualsiasi troppo imbarazzo) che assorbe nei temi (“Io ballo da sola”) e nei luoghi (i paesini, i casali, la calura di “Novecento”) il passato di Bertolucci o guarda al “Teorema” pasoliniano. L’ultima opera di un regista (“Io sono l’amore”, “A bigger splash”) che con la critica di casa nostra non ha mai avuto rapporti troppo cordiali, osannato all’estero, in corsa verso l’Oscar con quattro candidature. La sceneggiatura è firmata da James Ivory dal romanzo di André Aciman. Chissà come risponderà il pubblico italiano? Durata130 minuti. (Massimo sala 2 (V.O.), Nazionale sala 2)
“Cinquanta sfumature di nero”. L’ultimo dei romanzi di E.L. James in versione “oggi sposi”, con cerimonia nuziale, bella casa e viaggio di nozze in Europa, con qualche addolcimento per quel che riguarda la “padronanza” del bel tenebroso Christian verso la bella Anastasia, comunque – gli appassionati non disperino – nei dintorni del “bondage soft”. Uscendo un po’ di più dalla camera da letto e imboccando la via del thrilling, rapimenti e inseguimenti in auto si ricollegano ad un passato di gente che non molla, dall’ex datore di lavoro dell’ormai sposina fresca fresca alla Elena della sempre appetitosa e combattiva Kim Basinger, ancora una volta pronta a riconquistarsi il ragazzone che lei stessa ha avviato alle pratiche amorose tutte frustini in bella vista. Durata 104 minuti. (Massaua, Greenwich sala 1, Ideal, Reposi, The Space, Uci)
Ella & John – The Leisure Seeker – Drammatico. Regia di Paolo Virzì, con Donald Sutherland e Helen Mirren. Tratto dal romanzo americano di Michael Zadoorian, con alcune varianti apportate dalla sceneggiatura scritta dallo stesso regista in compagnia di Francesco Piccolo, Francesca Archibugi e Stephen Amidon (a lui già Virzì si rivolse per “Il capitale umano”), è la storia della coppia del titolo, svanito e smemorato ma forte John, fragile ma lucidissima Ella, è il racconto del loro viaggio, dai grattacieli di Boston ai climi di Key West, lungo la Old Route 1, anche per rivisitare con la (poca e povera) memoria il vecchio Hemingway – John è stato un professore di letteratura di successo che ha coltivato con passione lo scrittore del “Vecchio e il mare” -, un viaggio che ha la forma di una conclusiva ribellione ad una famiglia e soprattutto a un destino che ha riservato per lei il cancro all’ultimo stadio e a lui l’abisso dell’Alzheimer. Momenti di felicità e anche di paura in un’America che sembrano non riconoscere più, una storia attuale e un tuffo nella nostalgia (quella che guarda agli anni Settanta), a bordo del loro vecchio camper, mentre corpo e mente se ne vanno. Un’occasione, per ripercorrere una storia d’amore coniugale nutrita da passione e devozione ma anche da ossessioni segrete che riemergono brutalmente, regalando rivelazioni fino all’ultimo istante. Un film di emozioni per coppie vecchio stampo, due formidabili interpretazioni, due doppiaggi – Ludovica Modugno e Giannini – da ascoltare con attenzione: ma a me è sembrato di essere lontano anni luce dalla stratosferica follia e umanità della “Pazza gioia”. Durata 112 minuti. (Romano sala 3)
Final portrait – L’arte di essere amici – Drammatico. Regia di Stanley Tucci, con Geoffrey Rush e Armie Hammer. Quinta prova dietro la macchina da presa (Big night, uno per tutti i titoli) di uno dei migliori caratteristi hollywoodiani (ricordiamo soltanto Il diavolo veste Prada e Shall we dance?), questa volta per raccontare l’incontro e l’amicizia (era il 1964) dell’artista Alberto Giacometti con il giovane scrittore e appassionato d’arte James Lord. L’invito dello scultore, il sì con la certezza che si tratterà di poche sedute: sarà l’inizio di un lungo percorso, l’attraversare da parte del ragazzo il mondo di insicurezze e frustrazioni dell’artista, delle sue fragilità e della sensibilità come della sua grandezza artistica. Partecipazione all’ultimo TFF, un eccezionale ritratto nell’interpretazione di Rush (Shine, La migliore offerta di Tornatore), con una precisa immedesimazione, con il suo calarsi appieno nella creatività come nelle zone d’ombra dell’uomo. Ma qualcosa non funziona, dal momento che la storia e la regia si fanno grigie come il colore che predomina nello studio dell’artista, tutto gira noiosamente su se stesso senza sprazzi e senza invenzioni, Hammer è un bel posacenere ben lontano dal film di Guadagnino: e per tutta la durata del film allo spettatore finisce col non importargli nulla delle stesure di colore e dei ripensamenti artistici di Giacometti. Durata 90 minuti. (Romano sala 1)
Venezia, tredici candidature agli Oscar, arriva l’attesissima storia del mostro richiuso in una gabbia di vetro all’interno di un laboratorio governativo ad alta sicurezza (siamo negli States, in piena guerra fredda, il 1962) e del suo incontro con una giovane donna delle pulizie, Elisa, orfana e muta, dei tentativi di questa di salvarlo dalla cupidigia dei cattivi. Avrà l’aiuto degli amici (il disegnatore gay, lo scienziato russo pieno di ideali, la collega di colore), cancellando la solitudine e alimentando i sogni, in un’atmosfera che si culla sulle musiche di Alexandre Desplat, contaminate da quelle dei grandi del jazz degli anni Sessanta. Durata 123 minuti. (Ambrosio sala 1, Eliseo Grande, Massimo sala 1 (anche V.O.), Reposi, The Space, Uci)
L’ora più buia – Drammatico. Regia di Joe Wright, con Gary Oldman, Kristin Scott Thomas, Lily James e Ben Mendelsohn. L’acclamato autore di “Espiazione “ e “Anna Karenina” guarda adesso al secondo conflitto mondiale, all’ora decisiva del primo anno di guerra, alla figura del primo ministro inglese Winston Churchill. Nel maggio del ’40, dimessosi Chamberlain e da poco eletto lui alla carica, inviso al partito opposto e neppure in grado di poter contare sui suoi colleghi di partito e sul re che lo tollera, mentre le truppe tedesche hanno iniziato a invadere i territori europei, Churchill combatte in una difficile quanto decisiva scelta, se concludere un armistizio con la Germania dopo la repentina caduta della Francia oppure avventurarsi nell’intervento di un conflitto armato. Mentre si prepara l’invasione della Gran Bretagna, si deve pensare alla salvezza del paese, grazie ad una pace anche temporanea, o l’affermazione con una strenua lotta degli ideali di libertà: una delle prime mosse fu il recupero dei soldati intrappolati sulle spiagge di Dunkerque (come già ad inizio stagione ci ha insegnato lo stupendo film di Christopher Nolan). Oldman s’è già visto per il ruolo assegnare un Globe, sta sopravanzando sugli altri papabili per quanto riguarda gli Oscar, un’interpretazione che colpisce per la concretezza, per gli scatti d’ira e per quel tanto di cocciutaggine e lungimiranza britannica che in quell’occasione s’impose. Uno sguardo al trucco dell’interprete: gorse un altro Oscar assicurato. Durata 125 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse, Lux sala 3, Reposi)
germanico. Noi veniamo in scia (molto sbiadita) e immagine che il Duce dai tratti mascolini che ha il viso di Popolizio ricompaia a piazza Vittorio, multietnica, di Roma e venga scambiato per un discreto attore che ne fa discretamente l’imitazione. Trattandosi di pura realtà, il soggetto vuole raddrizzare la molliccia Patria e riprendere le cose là dove le ha lasciate. Un inesistente regista di documentari pregusta già il successo e lo prende sotto la sua ala protettrice: e se i risultati non sono quelli sperati, oggi i social aiutano per cui la buonanima, che ha visto il proprio nome sempre più pubblicizzato, si lascia catturare dalla ferrea vicedirettrice di un’emittente, pronta a spargerlo per l’intero palinsesto. Nell’Italia arrabbiata e indecisa di oggi lo share può salire alle stelle. Ci voleva tutt’altro approccio, altra regia e soprattutto una sceneggiatura che si potesse definire tale. È l’ennesimo esempio dell’insicurezza (o se volete, della pochezza, faciloneria, dabbenaggine, pressapochismo) di certo nostro cinema. Ed è chiara sempre più la rarefazione di quelli che un tempo (per carità, non è che dell’oggi si debba fare tabula rasa!) sapevano mettersi a tavolino e scrivere una vera storia. Con tutta l’intelligenza che serviva. E che servirebbe ancora. Durata 100 minuti. (The Space, Uci)
The Post – Drammatico. Regia di Steven Spielberg, con Meryl Streep e Tom Hanks. Ancora l’America descritta da Spielberg con gran senso dello spettacolo, segue candidatura a due Oscar, miglior film e migliore attrice protagonista. L’argomento è ormai noto, il New York Times aveva tra le mani nel 1971 un bel pacco di documenti comprovanti con estremo imbarazzo la cattiva politica di ben cinque presidenti per quel che riguardava il coinvolgimento degli States nella sporca guerra nel sud-est asiatico. Il governo proibì che fossero dati alle stampe. Se ne fece carico il direttore del Washington Post (Tom Hanks), sfidando comandi dall’alto e un non improbabile carcere: ma a nulla sarebbe valsa quella voce pure autorevole, se la voce ancora più forte non fosse venuta dall’editrice Katharine Graham, all’improvviso ritrovatasi a doversi porre in prima linea in un mondo esclusivamente maschile, buona amica di qualche rappresentante dello staff presidenziale (in primo luogo del segretario alla difesa McNamara) e pur tuttavia decisa a far conoscere a tutti quel mai chiarito pezzo di storia. L’autore del “Soldato Ryan” e di “Lincoln” si avvale di una sceneggiatura che porta la firma prestigiosa di Josh Singer (“Il caso Spotlight”), della fotografia di Janusz Kaminski (“Schindler’s list”), dei costumi di Ann Roth; con questo ultimo ritratto Meryl Streep si conquista la sua ventunesima nomination agli Oscar. Riuscirà la fantastica Frances McDormand di “Tre manifesti” a sbarrarle la strada? Durata 118 minuti. (Ambrosio sala 3, Centrale V.O., Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Lux sala 2, The Space, Uci)
L’uomo sul treno – Azione. Regia di Jaume Collet-Serra, con Liam Neeson, Vera Farmiga e Dean-Charles Chapman. Sul treno di pendolari che prende regolarmente da dieci anni, l’assicuratore Mc Cauley è avvicinato da una bella donna, una psicologa, che gli promette una bella quantità di soldi se lui vorrà fare con lei un gioco: su quel treno viaggia un tale che non ha proprio le caratteristiche di un normale pendolare, a lui scoprire di chi si tratta. Come nelle storie del maestro Hitchcock, l’uomo entrerà negli ingranaggi di un gioco più grande di lui, se volesse sottrarsene ne andrebbe della sua famiglia. Durata 105 minuti. (Massaua, The Space, Uci)
Supérieure de Commerce de Rennes nel 1998, il cui obiettivo è guidare attraverso il deserto del Marocco per portare aiuti ai bambini. Alla competizione possono partecipare solo vetture Renault 4, da cui deriva il nome della manifestazione – le celebri Quatrelle (4L), il modello R4 accessoriato – anche se vengono ammesse tutte le versioni della famosa auto a patto che abbiano telaio e motore originali. L’edizione di quest’anno scatta da Biarritz, cittadina francese sulla costa basca, con destinazione Marrakech dopo un avventuroso viaggio di 10 giorni e circa 6.000 km, percorrendo la penisola iberica, approdando in Africa a Tangeri con un percorso che porta oltre la catena dell’Atlante e attraversando il deserto marocchino fino all’arrivo nella grande metropoli africana.
Questo originale rally-raid percorre in carovane il tragitto in circa due settimane, con bivacchi di gruppo, percorsi avventurosi, obblighi di regolarità ed esercizi di orientamento. Nel 1998, alla prima edizione, hanno partecipato solo tre equipaggi, crescendo di anno in anno fino ai 1.500 della passata edizione. Ogni equipaggio è composto da due studenti universitari, i quali solitamente organizzano raccolte fondi tra sponsor locali e privati per l’iscrizione alla competizione, la preparazione tecnica dell’auto, il materiale benefico, benzina, pedaggi e campeggio. Lo scopo di ogni giornata è vincere la tappa grazie all’utilizzo della sola mappa e della bussola. La classifica viene stilata in base all’abilità di guida nel deserto e del raggiungimento dei checkpoint designati. Ogni giorno viene stilata una classifica generale per ogni tappa, una classifica per gli equipaggi europei non francesi e una classifica dedicata alle ragazze. All’edizione 2018 parteciperà dall’Italia anche il team Norauto,
composto da 3 giovani ragazzi italiani scelti attraverso una selezione tra numerose candidature: Ferdinando De Candia e Alessia Parimbelli alla guida, quest’ultima una delle prime donne meccanico a partecipare alla manifestazione, supportati dal meccanico Dario Cammarata. Tra gli obiettivi raggiunti dalla manifestazione nel corso degli anni la costruzione di aule scolastiche, la fornitura di alimenti non deperibili, materiali didattici e sportivi per i bambini, oltre al sostegno economico ad associazioni no-profit locali impegnate nel sostegno alla popolazione e in particolare ai giovani.