redazione il torinese

IL POLITECNICO DI TORINO IN BICI A PIU’ DI 120 CHILOMETRI ALL’ORA

 

Il Team studentesco Policumbent sul secondo gradino del podio in Nevada per la World Human Powered Speed Challenge 2017

 

Ancora una volta un prototipo italiano riesce sfrecciare oltre i 120 km/h nella competizione di velocità a pedali che vede sfidarsi team provenienti da tutto il mondo: la World Human Powered Speed Challenge 2017. Una sfida al contempo ingegneristica e sportiva che il Team del Politecnico di Torino Policumbent affronta per il terzo anno consecutivo e nella quale ha conquistato quest’anno il secondo posto sia nella categoria dei team universitari che in quella assoluta maschile.

 

La competizione, ormai alla diciottesima edizione, si è svolta dall’11 al 16 settembre a Battle Mountain, cittadina statunitense del Nevada settentrionale, sulla State Route R305: un rettilineo in pieno deserto dove pressione e temperatura sono ideali per testare queste tipologie di veicoli.

 

Sotto la guida del ciclista e capo progetto Andrea Gallo e del Responsabile Tecnico Paolo Baldissera, il nuovo prototipo di bicicletta reclinata è riuscito anche quest’anno a conquistare un risultato di tutto rispetto, toccando la velocità di 122,32 km/h. Un lungo lavoro di progettazione e minuzioso studio dei dettagli ha permesso di realizzare un prototipo efficientissimo, capace di superare i 120 km/h con meno di un cavallo di potenza complessiva, senza l’ausilio di alcun motore.

 

Il prototipo TAURUS, nome ispirato alla città natale del Team, ha ricevuto apprezzamenti dai competitor più esperti per le soluzioni innovative presentate: una carena in composito a bassissima resistenza aerodinamica ed una trasmissione innovativa a cassetta pignoni traslante brevettata da alcuni membri del Team.

 

Andrea Gallo, protetto dalla carena tricolore, ha agevolmente superato le fasi di qualificazione tagliando il traguardo a 105 km/h contro i 95 richiesti. Nonostante il maltempo che ha caratterizzato buona parte della settimana, Gallo ha poi progressivamente migliorato le sue prestazioni fino alla velocità di 122,32 km/h guadagnandosi così ancora una volta un posto fra gli uomini più veloci del pianeta.

 

Obiettivi del Team restano il record europeo e mondiale, che non erano alla portata in questa edizione sia per le condizioni meteo non favorevoli, sia per la necessità di affinare e testare ulteriormente il mezzo appena creato. L’incremento ottenuto con il veicolo precedente, PulsaR, era stato del 10% circa dall’esordio del 2015 al successivo record del 2016: da questa prospettiva, il risultato ottenuto quest’anno con Taurus, in condizioni non ottimali, rappresenta un primo passo verso gli obiettivi della squadra studentesca.

 

Il Team sta rientrando dagli USA ed esporrà Taurus al pubblico in occasione della Notte dei ricercatori il 29 settembre a Torino, mentre PulsaR sarà in esposizione dal 22 al 24 settembre allo Spin Cycling Festival di Roma.

 

InfoNord di corso Giulio Cesare, uno spettacolo indecente

Queste immagini, inviateci dal fotografo Pino Leto, da sempre attento alla realtà cittadina, sono tristemente eloquenti del degrado in cui versa il punto InfoNord di corso Giulio Cesare, nei pressi della rotatoria della Torino-Milano. Si tratta della struttura  informativa inaugurata nel 2003 per fornire indicazioni a turisti e automobilisti al momento del loro ingresso in città. “Da tempo è alla merce’ di distruttori e nomadi che hanno portato via tutto ciò che si poteva. Le mie foto rappresentano una denuncia vera e propria per una struttura utile, ma evidentemente, considerata inutile e lasciata morire. Questi sono soldi pubblici!”, commenta Leto. Si tratta davvero di uno spettacolo indecoroso al quale, speriamo, venga presto posto rimedio.

Basket, Fiat Auxilium Torino riparte con passione

La pallacanestro torinese è in serie A con Fiat Auxilium Torino. Salvezza conquistata a fatica e mancato accesso ai playoff, ed ora ci  si prepara al salto di qualità, con gli impegni in campionato che si altereranno a quelli in Eurocup, con la wild card ottenuta dopo una assenza di trent’anni. “Lo slogan di quest’anno è ‘Salto di qualità’ -dice  all’ansa Antonio Forni, presidente dell’Auxilium – del roster, dello staff, degli obiettivi. La stagione ci vedrà protagonisti sia in campionato che in coppa”. Fiat Torino è in campo stasera, al PalaRuffini, in amichevole contro l’Olimpia Lubiana.

Movimento 5 Stelle dieci anni dopo

Tempus fugit”, così Virgilio commentava l’inesorabile trascorrere delle primavere dell’uomo, quasi come un gorgo che porta via con sé tutto, lasciandoci l’unica certezza del presente e della nostra, a volte felice a volte amara, quotidianità

Sembra ieri, eppure sono trascorsi quasi dieci anni dalla nascita del Movimento 5 Stelle sulla scia degli “Amici di Beppe Grillo”, comico genovese che, dopo anni di esilio dal mondo RAI, decise di esibirsi nei primi anni Duemila nei teatri svizzeri, proponendo uno stile innovativo, misto tra un cabaret tradizionale e una denuncia sociale di fenomeni di sperpero, corruzione, clientelismo da parte del mondo istituzionale italiano e dei maggiori crack finanziari contemporanei, tra i quali quello dello Parmalat. Iniziata una collaborazione tra l’attore e l’imprenditore informatico Gianroberto Casaleggio, si crea nel 2005 una piattaforma internet, chiamata in gergo tecnico “la rete”, attraverso la quale condividere informazioni, scambiarsi opinioni e soprattutto cooptare adempti da coinvolgere in un progetto politico. Nel 2009 per la prima volta il neonato Movimento partecipa alle elezioni amministrative dove raccoglie, nei vari Comuni e nelle varie regioni, tra il 4% e il 7% dei consensi, incominciando così ad inserire nei vari Consigli istituzionali i propri rappresentanti.

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Il 2012 è l’anno della svolta: il movimento cresce oltre ogni aspettativa, arriva a punte del 17% e vede trionfare quattro candidati sindaci, tra i quali il più rappresentativo è Federico Pizzarotti che espugna Parma, città colpita da un commissariamento prefettizio conseguente ad un presunto scandalo di mala gestione da parte della Giunta precedente di centrodestra. Nasce, così, una cavalcata tanto sorprendente quanto di successo che porterà i 5 Stelle a vincere nel 2014 a Livorno con Filippo Nogarin, nel 2016 a Torino con Chiara Appendino e a Roma con Virginia Raggi, assestandosi di fatto a secondo partito nazionale, con risultati elettorali alle politiche del 2013 e alle Europee del 2014 superiori al 20%. Letti i dati, il percorso dei grillini sembrerebbe correre liscio senza ostacoli verso la vittoria alle prossime elezioni parlamentari, eppure la statistica non spiega con affidabilità quanto può accadere in politica, specialmente da un giorno all’altro, anche perché, se il mondo corrisponde a leggi fisiche, il governo degli uomini si avvicina maggiormente ad un’arte che a una scienza. Se, a partire dal 2005 in avanti, Grillo ha infatti raccolto in sé, quasi fosse un parafulmini, la protesta sociale, l’insoddisfazione di una classe popolare e periferica di sottopagati, precari, truffati via via sempre con maggiore credito, nel momento in cui si è ritrovato ad amministrare gli enti progressivamente conquistati ha dovuto fare i conti con tutte le difficoltà del caso: rappresentanti alle volte inadeguati, notifiche di avvisi di garanzia non sempre interpretati per tutti gli eletti in termini analoghi, dibattiti interni non sempre dai toni costruttivi e, soprattutto, una massiccia dose di fuoriusciti, chi in termini spontanei chi espulso.

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A capo per antonomasia di questi processi di assestamento proprio Pizzarotti, primo tra i grandi nomi del movimento, alla prima inchiesta giudiziaria con al centro la sua figura, ha intrattenuto con Grillo stesso, divenuto “garante” dei 5 Stelle, un acceso confronto, che si è concluso con il suo allontanamento, tanto poi da essere stato rieletto al secondo mandato, ma da indipendente. La stessa dinamica ha colpito il gruppo parlamentare dove, in molti, hanno accusato una certa qual mancanza di democrazia interna, derivante dall’assenza di trasparenza tra gli stessi eletti, in particolar modo relativamente alla questione di una adesione volontaria ad un progetto di rinuncia a una parte sostanziosa delle laute indennità, per creare un fondo di garanzia per piccole imprese, nella logica globale di una propaganda contraria al rimborso elettorale dei partiti. Non solo, ma anche nei Comuni, i Consigli perdono via via i pezzi, mostrando non poca difficoltà nell’amministrazione quotidiana della cosa pubblica, sfociando, purtroppo, vedi recentemente a Livorno, ai primi acquazzoni, in tragedie con numerosi morti, con il senno di poi forse evitabili. La scomparsa di Casaleggio, vero deus ex machina, sembra aver esplicitato nella sua pienezza la crisi di identità del movimento; la rete, così tanto celebrata e direi osannata, ha evidenziato criticità difficilmente spiegabili all’esterno, non senza timidezza, come quanto successo a Genova nelle ultime amministrative dove la Cassimatis e i suoi candidati, indicati dalla piattaforma web quali candidato sindaco e candidati consiglieri comunali, si sono visti escludere dallo stesso Grillo che ha preferito Pirondini, scelta che ha determinato un contenzioso legale assai turbolento, che ha visto dar ragione alla estromessa che ha scelto tuttavia di correre da indipendente in quanto impossibilitata legalmente a utilizzare il simbolo dei 5 Stelle, perché appartenente a una società milanese che ne concede o meno l’utilizzo a propria discrezionalità: clausola non certo elaborata o pensabile da uno che non abbia alle spalle una struttura legale non di poco conto.

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A Roma la situazione nella capitale non sembra delle migliori: se al concreto rischio di fallimento dell’ATAC, società di trasporto municipale, si può addebitare una pregressa gestione Marino e Alemanno, il sindaco Raggi naviga in un mare tempestoso; il “caso Marra” sembra essere la sua spada di Damocle e la difficoltà a nominare un nuovo assessore al bilancio, dopo le dimissioni dei precedenti due in un anno di mandato, si è arginata in extremis con l’avvento del toscano Limmetti, assessore con identiche funzioni presso la città dei “quattro mori” che per supportare la Raggi ha dovuto abbandonare il precedente incarico. A Torino le polemiche scaturite a seguito degli incidenti di Piazza San Carlo, avvenuti il 3 giugno scorso in occasione della finale di Champions League persa dalla Juventus, hanno macchiato l’amministrazione della città, capitanata dalla Appendino, del sangue di ben 1.500 feriti e di un morto, incidenti forse evitabili con un piano organizzativo e di evacuazione più attento. Oggi Grillo è alle prese con la stipula del regolamento propedeutico all’individuazione di un candidato premier per la prossima primavera: le polemiche e i dissapori sono dietro l’angolo, pronte ad esplodere. Per i complottisti il Movimento 5 Stelle nasce per volontà della CIA al fine di creare una sacca all’interno della quale convogliare tutti i malumori degli italiani e, allo stesso tempo, manovrarla al fine di pilotare a proprio piacimento il Paese negli anni della crisi economica, per altri sembra un Pollicino 2.0 che ha perso la propria strada e che, a stento, fa fatica a ritrovare seppur con l’aiuto della rete e forse di Google Maps.Rimaniamo tutti quanti alla finestra per capire cosa succederà prossimamente, anche in funzione di una potenziale quanto incerta riorganizzazione della sinistra ex PD, che cerca di trovare spazio tra Renzi e il Movimento. In fondo Rino Gaetano cantava “ma il cielo è sempre più blu…”

G7, Appendino: “Tutti all’opera per garantire la sicurezza”

La sindaca Chiara Appendino interviene sul tema del prossimo G7 alla Reggia di Venaria: “Tutti stanno lavorando pancia a terra per tenere insieme le esigenze degli organizzatori di svolgere un evento secondo le loro necessità e la sicurezza: un evento non si può fare se non è sicuro. Il G7 si svolgerà e Torino è ovviamente coinvolta. Tutte le istituzioni, il sindaco per quanto di sua competenza, prefettura e questura stanno lavorando per coniugare le due esigenze, due temi che non solo non sono in contrapposizione ma sono complementari. Va mantenuto un equilibrio fra le due esigenze, non farlo sarebbe da irresponsabili”.

Blitz antiterrorismo alle Gru, ma era solo un’esercitazione

Un’esercitazione per simulare  l’irruzione di quattro terroristi armati in un centro commerciale del Torinese. L’iniziativa congiunta di polizia e carabinieri  ha visto impegnati trenta uomini delle squadre speciali e altrettanti dei reparti territoriali. Si è trattato del primo Livex’, acronimo di ‘live excercise’, il primo sul territorio torinese, per  verificare le modalità, i tempi di attivazione e il coordinamento delle strutture coinvolte.  L’addestramento si è svolto nella notte al centro commerciale Le Gru di Grugliasco, dove la direzione dell’ipermercato ha messo a disposizione il complesso e la control room per consentire alle forze dell’ordine di affrontare i finti terroristi, giunti nel parcheggio a bordo di un furgone.

Sabato sciopero dei trasporti

Sabato 23 settembre è previsto uno sciopero di 24 ore indetto dalle Organizzazioni territoriali Faisa-Confsal e Fast-Ferrovie

Servizio garantito:

Servizio urbano e suburbano della Città di Torino e Metropolitana: dalle ore 6 alle ore 9 e dalle ore 12 alle ore 15. Autolinee extraurbane e ferrovie Gtt: da inizio servizio alle ore 8 e dalle ore 14.30 alle ore 17.30. Sarà assicurato il completamento delle corse in partenza entro il termine delle fasce di servizio garantito.

 

(foto. il Torinese9

La Reggia “sorvegliata a vista” in attesa del G7

La Reggia di Venaria ha chiuso i battenti al pubblico per prepararsi ad ospitare i ministri in arrivo a Torino per il G7 Industria e Ict, Scienza e Lavoro. Sul piede di guerra i centri sociali, che hanno già annunciato manifestazioni di protesta. Sale il livello di allerta delle forze dell’ordine, che controlleranno la residenza sabauda 24 ore su 24. Non è prevista  alcuna  ‘zona rossa’, o aree off limits in città. Intanto la Regione Piemonte ha predisposto il piano emergenza sanitaria. I negozianti di Venaria hanno incontrato il prefetto Saccone.
(foto: archivio / il Torinese)

La tragedia dello Yemen

FOCUS  di Filippo Re

Ci siamo assuefatti alla tragedia che si consuma da qualche anno nello Yemen, un Paese devastato dalla guerra, dal colera e dalla fame, dove ogni dieci minuti muore un bambino sotto i cinque anni? Una nazione lontana, insabbiata da tante altre guerre che infuriano nel Levante e nelle terre desertiche attorno al Golfo e quasi dimenticata dalla comunità internazionale che deve pensare a vicende forse più importanti e urgenti. Cosa è rimasto dell’ “Arabia Felix” che abbiamo conosciuto di persona o letto in mille riviste illustrate, meta prediletta di tanti turisti sedotti dall’Oriente? “La situazione è tragica, si deteriora ogni giorno e non si vede una via d’uscita all’orizzonte”.

Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, che comprende Yemen, Oman ed Emirati Arabi Uniti, parla di assuefazione al dramma yemenita e chiede un deciso intervento diplomatico da parte delle potenze per fermare atrocità e violenze. Da quasi tre anni lo Yemen non è più lo stesso, il suo volto è sfigurato a causa del conflitto e dell’epidemia di colera. Le ostilità sono scoppiate nel gennaio 2015 e da allora la nazione del Golfo è sconvolta dall’ennesimo conflitto tra musulmani sunniti e musulmani sciiti, tra sauditi e iraniani. Dietro la guerra religiosa inter-islamica si nascondono in realtà aspetti geostrategici e interessi economici. É infatti in corso una lotta per dominare la penisola arabica e per bloccare l’influenza di Teheran nella regione, grande rivale del regno saudita. La presenza degli insorti sciiti è vista da Riad come una minaccia diretta allo Stretto di Bab el-Mandeb, tra lo Yemen e Gibuti nel Corno d’Africa, a sud del Mar Rosso, dove ogni giorno transitano petroliere con 3 milioni di barili di greggio. L’inasprimento del conflitto potrebbe provocare la chiusura dello Stretto e di conseguenza il blocco del commercio petrolifero. Sul campo si combattono le forze fedeli all’ex presidente sunnita Mansour Hadi, sostenute dall’Arabia Saudita e da gran parte della comunità mondiale e i ribelli sciiti Houthi, fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, sostenuti dall’Iran. Il 26 marzo 2015 la crisi yemenita si è internazionalizzata con l’intervento militare dei sauditi. Una coalizione araba, guidata da Riad e appoggiata da un nutrito gruppo di Paesi arabi, ha cominciato a bombardare le postazioni dei ribelli sperando di liquidare gli sciiti entro poche settimane.

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Da quel giorno Arabia Saudita e Iran si combattono nel teatro yemenita attraverso i loro alleati in una classica guerra per procura. Tre anni dopo si continua a morire e i ribelli hanno occupato il nord e perfino conquistato la capitale Sana’a. Lo scontro sunniti-sciiti ha gettato nel caos il Paese arabo creando un vuoto di potere che ha ridato fiato e forza agli estremisti islamici attivi in varie zone dello Yemen. Gli esperti dell’Onu snocciolano numeri e dati, sempre più pesanti: oltre 10.000 morti, 50.000 feriti, tre milioni di sfollati, 18 milioni di persone (su 25 milioni di abitanti, 99% musulmani e 0,17% cristiani) che hanno bisogno di aiuti umanitari e assistenza sanitaria e 2,5 milioni di bambini malnutriti. Ma ci sono anche carestia e malattie da affrontare come una terribile epidemia di colera che, secondo l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) è tra le più gravi mai registrate al mondo. Ha già coinvolto oltre mezzo milione di persone, ucciso quasi 2000 yemeniti, e continua a diffondersi rapidamente a causa del collasso di una larga parte del sistema sanitario distrutto dalla guerra. In assenza di interventi urgenti i contagi potrebbero aumentare in modo consistente. È difficile sapere cosa stia accadendo nel Paese per la mancanza di informazioni provenienti dall’interno e per la difficoltà di far arrivare gli aiuti a una popolazione abbandonata a se stessa. È vero che lo Yemen, già prima della guerra, era un Paese poverissimo ma ora la situazione è peggiorata. Non solo l’Oms, anche la Fao lancia l’allarme e parla di vera e propria emergenza. L’agricoltura è ferma, bloccata dal conflitto e i contadini non possono raggiungere le loro terre. La scarsità di acqua ha accresciuto il rischio di malattie, colera compreso. Nonostante le bombe che piovono su case e ospedali alcune organizzazioni internazionali come la Croce Rossa e i Medici senza Frontiere continuano a lavorare nelle zone in cui è ancora possibile farlo.

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Restano, eroiche e coraggiose, le poche suore missionarie di Madre Teresa di Calcutta trincerate a Sana’a e ad Aden in una situazione molto precaria. È ancora vivo in Yemen il ricordo delle quattro suore della Carità uccise, in quanto cristiane, a marzo 2016, in un attacco terroristico ad Aden, “i martiri di oggi”, come li definì Papa Francesco, “che non fanno notizia, vittime dell’indifferenza globale”. Dal tunnel senza uscita della tragedia yemenita è giunta la notizia positiva della liberazione del sacerdote salesiano indiano Tom Uzhunnalil rapito 18 mesi fa ad Aden da un gruppo di guerriglieri musulmani. Padre Tom, 57 anni, era stato preso il 4 marzo dello scorso anno durante l’assalto di un commando armato a un convento delle Missionarie della Carità nel quale morirono 16 persone tra cui le quattro suore di Madre Teresa. Sotto il regime di Saleh lo Yemen ha vissuto un lungo periodo di relativa stabilità politica durato trent’anni, poi le primavere arabe hanno scosso anche il governo di Sana’a costringendo Saleh a lasciare il potere nel 2011. La svolta è giunta nel settembre 2014 quando gli insorti Houthi, originari del nord del Paese, legati all’imam Abdel Malik al Houthi, armati dall’Iran, e comandati dal figlio dell’ex presidente Saleh, hanno preso il controllo della capitale Sana’a cacciando il presidente Mansour Hadi, filo-saudita, costretto a rifugiarsi nella città di Aden che nel 2015 è stata occupata dagli sciiti e ripresa alcuni mesi dopo dalle forze governative. Gli Houthi sono musulmani sciiti e da anni chiedono più diritti e libertà nel proprio Paese ma sono diversi dagli iraniani. Si tratta di sciiti zayditi (circa il 30% dei musulmani yemeniti), una setta particolare dello sciismo con riti differenti da quelli iraniani che sono sciiti Duodecimani. Gli Houthi negano di aver rapporti con Teheran ma è stato invece dimostrato il contrario e cioè che i ribelli dello Yemen vengono addestrati regolarmente dalle Guardie rivoluzionarie iraniane che forniscono loro armi, missili e denaro. A febbraio la capitale saudita è diventata un bersaglio dei razzi lanciati dai ribelli: un missile Scud ha colpito una base militare situata a 40 chilometri a ovest di Riad dopo aver percorso un migliaio di chilometri. Non si è mai saputo se l’obiettivo sia stato raggiunto ma il fatto certo è che Riad si trova ora all’interno del raggio d’azione dei missili lanciati dallo Yemen. Mentre gli sciiti, appoggiati da una fazione dell’esercito rimasta fedele all’ex capo di Stato Saleh, controllano Sana’a, il governo del presidente deposto Hadi, riconosciuto dall’Onu, sopravvive ad Aden sul Golfo omonimo.

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La guerra civile yemenita ha rinvigorito le forze jihadiste che combattono sia gli sciiti che l’ex governo sunnita e si spartiscono ampie fette del Paese in cui si trovano i combattenti di “al Qaeda nella penisola arabica” (Aqap), presenti già da tempo nel sud della nazione, e gruppi che si ispirano all’Isis e controllano una piccola porzione di territorio. In particolare la minaccia di al Qaeda sarebbe, secondo analisti ed esperti di terrorismo, più forte che mai. Ne sanno qualcosa le Forze Speciali americane che a gennaio si scontrarono violentemente nel deserto yemenita contro un gruppo di miliziani qaedisti durante un raid anti-terrorismo perdendo un militare. Paul Hinder: “ricordiamoci che in questa sporca guerra yemenita nessuno è innocente e la corruzione e il commercio delle armi c’entrano eccome. Oggi però non vedo altra strada se non che le parti in conflitto si siedano attorno a un tavolo, possibilmente anche con una sorta di costrizione internazionale”. Nella speranza che il mondo apra gli occhi di fronte al dramma che da anni mette a ferro e fuoco l’antica Arabia Felix.

Filippo Re

Ferrentino: “Accatastamenti rurali: urgente la legge nazionale di riforma del Catasto”

L’Assessore Valmaggia ha risposto, nella seduta pomeridiana del Consiglio regionale del 19 settembre 2017, ad una mia interrogazione a risposta immediata con la quale chiedevo, rilevata la delicatezza e la complessità delle procedure di accatastamento dei fabbricati rurali al catasto urbano, introdotta dal Decreto Salva Italia, di sollecitare il Governo e il Parlamento a realizzare al più presto le necessarie modifiche normative in materia di Catasto, prevedendo un migliore percorso d’intesa con l’Agenzia delle Entrate al fine di agevolare cittadini ed Enti Locali. Negli ultimi mesi, infatti, l’Agenzia delle Entrate ha inviato centinaia di migliaia di lettere (150 mila soltanto in Piemonte) contenenti avvisi per regolarizzare i fabbricati rurali ancora iscritti al Catasto terreni e non ancora dichiarati al Catasto Edilizio Urbano, ma la casistica è vastissima, variegata e complessa e il continuo evolvere della normativa non agevola le operazioni di variazione catastale. La delicatezza della situazione è stata, peraltro, rimarcata da numerose segnalazioni di Comuni, soprattutto montani, relative alle complessità e ai costi conseguenti alle richieste di accatastamento di immobili rurali. Il rischio concreto è che molti non dichiarino il bene, altri decidano di rimuovere parti o interi edifici o possano sbagliare dichiarazione. Come sollecitato da Uncem ed Enti Locali, è necessario e urgente che venga approvata la legge nazionale di riforma del Catasto che dovrà prevedere un opportuno riequilibrio del prelievo ottenuto con l’aggiornamento dei valori che vengono allineati con quelli di mercato. Con questa revisione, nelle aree montane e rurali molti cittadini pagherebbero cifre inferiori rispetto alle imposte attuali. Inoltre, la riforma dovrebbe considerare il tema dell’accatastamento in una più ampia visione dell’immenso patrimonio edilizio, storico e prezioso, ma spesso in stato di abbandono, costituito dai borghi alpini. La riforma, infine, dovrebbe mirare a consentire di inquadrare con un nuovo ruolo i Comuni e le Unioni, con conseguenze importanti positive anche sulla fiscalità locale. L’Assessore Valmaggia ha precisato che la questione generale è attinente la materia fiscale sulla quale lo Stato ha competenza legislativa esclusiva e, pertanto, la vicenda è lontana dalla portata di possibili interventi delle Regioni. Tuttavia, per quanto concerne i fabbricati ex rurali il cui accatastamento non ha giustificazione concreta, trattandosi di veri e propri “ruderi”, è possibile cercare di concordare rapide procedure di cancellazione dal Catasto dei Terreni. Tali eventuali accordi potranno essere oggetto di discussione nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni.

Antonio Ferrentino

Consigliere regionale Pd