“DICE CHE È ESSENZIALE E POI TENDE LA MANO A CHI VUOLE FERMARLA. IL TAVOLO COL M5S? LO FACCIANO IN STREAMING, APRANO IL CAMPO LARGO COME UNA SCATOLA DI TONNO!”
“Stefano Lo Russo si guadagna il titolo di re dei camaleonti, non c’è gara. Alla Festa dell’Unità proclama che la TAV è ‘essenziale per lo sviluppo della città e del Nord Ovest’, che ‘va fatta’ e che bisogna smettere di parlare di come fermarla. Nello stesso intervento, però, tende la mano al Movimento 5 Stelle e decreta che al campo largo ‘non c’è alternativa’. Tutto regolare, tutto esilarante”. Lo dichiara Roberto Ravello, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale.
“Adesso attendiamo con curiosità il tavolo in cui PD e M5S – e Avs – scriveranno il programma comune per Torino. E facciamo una richiesta agli amici grillini, alla vecchia maniera di quando promettevano di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno: mettetelo in streaming. Vogliamo vedere il momento esatto in cui Lo Russo scriverà ‘TAV essenziale, va fatta’ e il M5S, che la considera inutile, dannosa e dispendiosa, dovrà decidere se firmare o turarsi il naso. Sarebbe un contributo impagabile alla comicità politica italiana. Il campo largo si conferma per quello che è: non una coalizione fondata su una visione comune di Torino e del Piemonte, ma un’alleanza nella quale sui grandi temi si può pensarla in maniera diametralmente opposta, purché ci si metta d’accordo sulle candidature. Purché si vada contro la Destra. Altro che superare gli attriti del passato: qui per stare insieme bisogna superare le proprie idee”.
In gioco c’è la credibilità della politica e dei partiti. Non sono mai stato un fan delle primarie. Non le ho mai considerate un dogma. Quasi infallibile e, di conseguenza, intoccabile. E questo per la semplice ragione che arrivo da una tradizione politica e culturale che ha sempre esaltato la centralità ed importanza della politica rispetto a qualsiasi forma organizzativa. Anche la migliore. Certo, “pensiero e azione” è uno slogan che ha sempre caratterizzato il percorso concreto del cattolicesimo popolare e sociale nella vita politica italiana. Ma è altrettanto indubbio che la politica ha sempre avuto il sopravvento. E quindi il ruolo della guida politica dei rispettivi partiti era la precondizione essenziale per dare credibilità alla politica da un lato e autorevolezza ai gruppi dirigenti dall’altro. Due condizioni decisive per evitare che la politica ceda il passo agli umori della pubblica opinione o ai marchingegni organizzativistici. Anche perchè proprio sul capitolo, sempre delicato e complesso, della selezione della classe dirigente si misura la credibilità dei gruppi dirigenti dei partiti. Certo, le primarie non c’erano quando esistevano i partiti democratici, popolari e di massa; non venivano richieste quando i gruppi digerenti dei partiti erano fatti da leader e da statisti e, in ultima istanza, le primarie non venivano invocate quando i suddetti gruppi dirigenti si assumevano direttamente la responsabilità di sciogliere i nodi riconducibili alle scelte più difficili e delicate. Cioè, per fare un esempio, a chi doveva guidare di volta in volta le coalizioni. Per il partito, quando è uno strumento politico democratico, partecipativo e collegiale, erano i congressi che liberamente e democraticamente eleggevano i gruppi dirigenti. Ora, e senza entrare nelle vicende – intricatissime e misteriose – che, al riguardo, regolano il cosiddetto ‘campo largo’, è indubbio che c’è una domanda a cui non possiamo non dare una risposta quando si parla di riproporre il dogma delle primarie come panacea di tutti i mali e soluzione miracolistica di tutti i nodi. E cioè, detto con parole semplici e comprensibili, chi oggi nella coalizione di sinistra e progressista ha la forza politica, e anche il carisma, per proporre una soluzione per scegliere la guida dell’alleanza senza ricorrere alle fatidiche primarie? Pongo questo problema non perchè sono interessato alle vicende del ‘campo largo’ – di cui, come ovvio, non ne faccio parte – ma per la ragione che proprio attorno alle primarie, lo ripeto, si gioca parte della credibilità, del prestigio, del ruolo e della funzione della politica nel nostro paese. E quando parlo della politica parlo, soprattutto, della qualità e dell’autorevolezza dei gruppi dirigenti dei vari partiti. Perchè questa era, e resta, una delle precondizioni essenziali per la qualità e l’autonomia della politica. Non si recupera credibilità e ruolo se si continua a privilegiare la cultura della delega. Nel caso specifico, ricorrere sistematicamente alle primarie ogniqualvolta si presenta l’appuntamento della scelta delle classi dirigenti ai massimi livelli. Certo, per potere assolvere a questo compito sono necessarie ed indispensabili due condizioni essenziali: avere una vera e credibile ‘democrazia dei partiti’ da un lato e, soprattutto, garantire una altrettanto credibile e seria ‘democrazia nei partiti’ dall’altro. Due condizioni, senza le quali, non è possibile affrontare seriamente il capitolo della selezione democratica delle classi dirigenti. Ecco perchè, proprio parlando delle primarie, siamo quasi costretti a prendere atto che in gioco non c’è soltanto la scelta di un potenziale capo della coalizione di uno schieramento politico ma, soprattutto, il ritorno – o meno – del ruolo della politica, dei partiti e della stessa qualità delle rispettive classi dirigenti.