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Sport invernali: nuove regole per gli impianti

Gli Enti locali sono con impiantisti a fune e operatori turistici al lavoro per dare concretezza e attuare fino in fondo le regole elaborate dalla Conferenza delle Regioni.

Le “Linee guida per l’utilizzo degli impianti di risalita nelle stazioni e nei comprensori sciistici da parte degli sciatori amatoriali” sono state aggiornate dopo i rilievi formulati il 4 febbraio dal Comitato tecnico scientifico. Il testo completo delle Linee guida è pubblicato sul sito della Conferenza delle Regioni e si può scaricare qui: http://www.regioni.it/download/news/628125/

Il documento individua in dieci pagine tutte le modalità operative per la riapertura degli impianti. Un documento positivo, secondo Uncem, che fa chiarezza e individua le regole per tutti, al fine della riapertura il 15 febbraio. “I Comuni, le Comunità montane, le Unioni montane – afferma Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem – sono al lavoro per sostenere operatori degli impianti e imprenditori turistici. Guardiamo anche con molta attenzione e siamo pronti a lavorare al provvedimento che dovrà essere redatto dal nuovo Governo e che regolerà gli spostamenti tra regioni. La richiesta di eliminare il blocco agli spostamenti è stata fatta da molte associazioni di categoria e da molti Comuni. Sono certo che il nuovo Governo saprà fare una opportuna valutazione, sulla base del quadro epidemiologico, sulla mobilità tra le regioni nelle diverse fasce e in particolar modo in fascia gialla, anche perché eventuali misure limitative, necessitano di un apposito decreto”.

Il presidente Cirio: “Pronti per la riapertura degli impianti sciistici al 30%”

Se situazione non peggiora pronti a passare al 50%”

“Oggi firmeremo per l’autorizzazione della riapertura degli impianti sciistici piemontesi con una capienza del 30% – affermano il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore regionale allo Sport Fabrizio Ricca -. Ci auguriamo a breve, compatibilmente con la situazione epidemiologica, di poter portare al 50% il provvedimento. Questa iniziativa, ovviamente, procede parallelamente e dipende dai colori conferiti dal Cts alla nostra regione”.

Via Lattea e impianti di risalita: i Comuni preparati per ripartire

Caro direttore, la riapertura degli impianti di risalita coincide con un potenziale ritorno alla normalità per i territori, come il comparto della Via Lattea, che hanno duramente patito la crisi causata da una durissima emergenza sanitaria. Certo, le norme previste e licenziate dal CTS sono, giustamente e comprensibilmente, rigorose e doverose.

Ma la ripartenza è, comunque sia, positiva e incoraggiante. Al riguardo, tutte le Amministrazioni dei Comuni del comparto della Via Lattea sono attrezzate per questo delicato e decisivo appuntamento. Sono in corso, infatti, tutte le operazioni di produzione della neve programmata nelle stazioni del comprensorio sciistico al fine di poter mettere a disposizione degli sciatori un numero di impianti, piste e punti di ristoro sufficienti a garantire il distanziamento previsto dalle procedure concordate per evitare ogni sorta di assembramento. Auspicando, come ovvio, che vengano liberalizzati tutti gli spostamenti, almeno quelli tra le regioni confinanti, per consentire ai numerosi affezionati degli sport invernali di poter raggiungere le nostre località.

Del resto, con la riapertura – tanto attesa – degli impianti, anche se la stagione invernale è ormai largamente compromessa, non possiamo permetterci il lusso di porre ulteriori difficoltà per tutti coloro che arriveranno nei nostri comuni. E proprio il ruolo dei Comuni della Via Lattea, sotto questo versante, è sempre stato coerente e preparato per questo appuntamento. Che adesso, finalmente, è arrivato”.

Maurizio Beria, Presidente Unione Montana Comuni Olimpici Via Lattea
Giorgio Merlo, Assessore Comunicazione Unione Montana Comuni Olimpici Via Lattea.

Lotteria degli scontrini? Un problema in montagna

“Sono preoccupato per l’avvio della lotteria degli scontrini nelle aree montane. Non solo per i costi di adeguamento dei registratori telematici che gli esercenti dovranno accolarsi. Ma anche perché senza rete internet adeguata non si potranno trasmettere i dati all’Agenzia delle Entrate. Moltissimi territori italiani, non certo per colpa degli esercenti e dei Comuni, sono sprovvisti di adeguata banda”.

Lo afferma Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem, che chiede un urgente tavolo di lavoro con le Associazioni di categoria, i vertici dell’Agenzia delle Entrate e Uncem in rappresentanza degli Enti locali dei territori montani.

Il registratore telematico deve avere il software aggiornato per poter memorizzare e trasmettere i dati della lotteria al sistema centrale. Può essere dotato di lettore di codice a barre per poter registrare in automatico e senza errori il codice lotteria che verrà mostrato dal cliente. La spesa media per software e lettore è di 300 euro. Per queste spese di adattamento l’esercente ha diritto a un bonus, sotto forma di credito d’imposta, di 50 euro. Per ogni registratore telematico, lo Stato offre un contributo del 50% della spesa sostenuta, fino a 250 euro in caso di acquisto e 50 in caso di adeguamento. Il bonus per l’acquisto equivale al 50% della spesa e non può superare i 250 euro. Per un registratore di 800 euro, l’esercente dovrà alla fine pagarne 550, per uno di 1.500, ne pagherà 1.250. Chi usa il registratore telematico deve preoccuparsi di avere una connessione internet attiva, almeno al momento della chiusura della cassa poiché dopo questa operazione è il registratore, in automatico, a trasmettere il file con i dati dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate.

“Questi costi sono ingenti per un esercente di un piccolo paese alpino o appenninico – afferma Marco Bussone – Riteniamo utile incentivare l’uso di moneta elettronica, ma le sperequazioni territoriali che da sempre denunciamo di certo non aiutano questi passaggi e l’attuazione di queste scelte legislative. Già lo avevamo detto con la fatturazione elettronica, e poi un anno fa per l’annunciata lotteria degli scontrini. Ora si parte e molti non saranno in grado di farlo. Gli esercenti già martoriati dalla crisi economica, cresciuta con la pandemia, nelle aree montane soffrono di più. Per questo stiamo lavorando con i Comuni per i bandi destinati proprio a commercio e imprese artigiane grazie ai 210 milioni per 3100 Comuni delle aree interne e montane italiane previsti nella legge di bilancio 2020. La digitalizzazione dei processi è fondamentale”.

Prevenzione sicurezza in montagna, prosegue la campagna Uncem-Regione

La Regione Piemonte, nell’ambito del Programma Alcotra PITEM RISK progetto RISK-COM, per una corretta comunicazione dei rischi, ha realizzato in collaborazione con Arpiet, Agrap, Soccorso Alpino, Uncem Piemonte, dei materiali informativi per prevenire il rischio sanitario e informare i frequentatori sulle regole generali da seguire in montagna.

I materiali sono a disposizione di tutti i Comuni, di tutte le Istituzioni e Associazioni; possono essere diffusi anche su social e siti web istituzionali. A questo link è possibile scaricare i materiali e il video: https://www.pitem-risk.eu/notizie/montagna-salute

Forza Italia: “Dalla Regione boccata di ossigeno per la montagna”

“Esprimo la mia soddisfazione per l’approvazione della proposta di delibera n. 131 che prevede indirizzi per l’utilizzo delle risorse trasferite alla Regione Piemonte con DL 157/20 (Decreto Ristori Quarter).

La Regione grazie a questo atto rende disponibili 20,5 milioni di euro per gli operatori del settore del “turismo sulla neve”. Si tratta evidentemente di un comparto letteralmente in ginocchio visto che a differenza di altre attività quelle in oggetto continuano a subire chiusure mirate a causa del protrarsi della pandemia. Si tratta di una ulteriore boccata d’ossigeno per categorie duramente colpite dalla crisi, che integra importanti misure poste in essere dalla Regione a partire dalla primavera scorsa, quali il Bonus Piemonte, le misure per la riduzione dei costi su mutui e finanziamenti, il Bonus Cultura, il Bonus Vacanze. Si tratta di un pacchetto di misure, evidentemente a carattere emergenziale, che siamo consapevoli non poter costituire una risposta definitiva, ma che sicuramente rappresentano un elemento vitale per tante attività economiche che costituiscono la spina dorsale di interi comparti economici e per tante famiglie. A seguito dell’approvazione di questo provvedimento seguirà successivamente la definizione delle quote di riparto tra i beneficiari e i comuni sedi delle attività economiche individuate”. Ad affermarlo in una nota il capogruppo di Forza Italia della Regione Piemonte Paolo Ruzzola e i consiglieri regionali Alessandra Biletta, Franco Graglia e Carlo Riva Vercellotti.

“Ora via libera agli sport in montagna”

“La possibilità di raggiungere le ‘seconde case’, tutte le abitazioni, anche fuori dalla propria regione, è un segnale di apertura positivo nell’ultimo DPCM con le misure in vigore da domenica.

Ma ora occorre sancire in modo definitivo che le attività sportive amatoriali sulla neve, in particolare ciaspole e scialpinismo, passeggiate e gite, si possono svolgere raggiungendo tutte le località montane. Deve essere possibile fare un’escursione piuttosto che una gita sugli sci, distanziati. Il DPCM, come i precedenti, prevede che ci si possa spostare per ‘svolgere attività o usufruire di servizi non disponibili nel proprio Comune’. Le attività sportive sono tra queste attività ma occorre un chiarimento urgente e preciso, che agevoli tutti, comprese le forze dell’ordine. Consentire di raggiungere località montane per svolgere attività sportiva amatoriale individuale non alimenta il contagio. Spostarsi verso il Terminillo o la Val Brembana, verso la Carnia o nei Monti Lattari deve essere consentito. Ciaspolate e sci alpinismo non si possono certo fare in centro a Napoli o a Bergamo. Dunque le attività sportive devono essere permesse fuori dal proprio Comune e il Governo deve fare chiarezza nelle FAQ sul sito, come anche auspicato dal CAI”.

Lo affermano Roberto Colombero, Presidente Uncem Piemonte, e Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem.

I pensieri “lunghi” di Nino Chiovini e lo sviluppo della montagna

Negli anni ’50 per le comunità montanare suonò la campana a morto. In quegli anni arrivò quasi a conclusione un ciclo temporale legato alla civiltà alpina tradizionale durato circa duemila anni

A partire dal decennio successivo nuovi modelli di sviluppo contribuirono a svuotare le valli alpine dei loro abitanti. In realtà pareva già un destino segnato, a conferma di una crisi iniziata ben prima del secondo dopoguerra, acceleratasi dalla rivoluzione industriale in poi.

Lo spesso filo che cuce la storia di quel periodo è presente in tutta l’opera di Nino Chiovini, il partigiano “Peppo”, scrittore e storico, studioso della Resistenza e della cultura contadina di montagna, la cui figura è stata recentemente ricordata in un importante convegno tenutosi a Verbania. Quel processo, lento e inesorabile, raggiunse i picchi più elevati oltre mezzo secolo fa in molte valli alpine, comprese quelle piemontesi dal cuneese al torinese, dalla Valsesia al Verbano e all’Ossola. Se ne trova testimonianza letteraria nell’espressione del “mondo dei vinti”, attribuita ai contadini di montagna e di alta collina da Nuto Revelli. Un’altra voce letteraria delle valli occitane, quella di Peyre Raina, consegnò alla memoria una struggente poesia con un titolo che lasciava poche speranze: “Cadranno i casolari dei villaggi sulle montagne abbandonate”. Nino Chiovini ne scrisse diffusamente dei suoi libri dedicati alle ricerche sulla civiltà rurale montana – “Cronache di terra lepontina”, “A piedi nudi”,   “Mal di Valgrande” e “Le ceneri della fatica”- ripubblicati con una intelligente operazione culturale dalla casa editrice verbanese Tararà, specializzata in letteratura di montagna. Le conseguenze di quell’abbandono sono state simili nel mondo alpino e al di fuori di tre realtà (Trentino, Alto Adige e Valle d’Aosta) la montagna è stata vissuta nell’ambivalenza del ruolo di madre e matrigna al punto che ben pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di un’inversione di tendenza. Cosa restava di quel mondo sconfitto, dei borghi abbandonati, degli alpeggi, delle architetture e delle tradizioni oltre ai segni che raccontavano di una vasta, immensa “spoon river” alpina? Parafrasando una bella e sintetica poesia di Pietro Ingrao, restavano   “l’indicibile dei vinti e il dubbio dei vincitori”. La montagna alpina si trovava (e si trova) schiacciata nella contrapposizione fra l’essere il “terreno di gioco” per un turismo sportivo e spesso aggressivo e l’abbandono, l’incuria. Eppure qualcosa si muove, seppur timidamente. L’impegno di molte comunità locali, di associazioni di enti locali di montagna come l’Uncem, di operatori economici e sociali insieme a tanti appassionati che hanno a cuore l’ambiente e un’idea di sviluppo sostenibile che abbia a cuore la consapevolezza dei limiti produce risultati.

 

Una ricerca promossa dall’Associazione Dislivelli di Torino, intitolata “Nuovi montanari. Abitare le Alpi nel XXI secolo” propone una riflessione sul fenomeno dei nuovi abitanti delle valli alpine, del re-insediamento in montagna, attraverso l’analisi di dieci aree campione comprese fra le Alpi Liguri e le Alpi Carniche. Lo studio cerca di rispondere ad alcune domande-chiave (Chi sono i nuovi insediati nelle Alpi italiane e quali sono i motivi che li portano a reinsediarsi in montagna? Perché è importante riabitare la montagna? Come si muovono le istituzioni a tutti i livelli?) analizzando le varie aree, metà delle quali sono piemontesi e valdostane: l’Ossola, l’Alta Val Tanaro ( in particolare i comuni di Bagnasco e Garessio), la Valle Gesso ( con i comuni di Roaschia, Valdieri,Entracque), la Val Maira, la Valle Susa, la parte centrale della Valle d’Aosta e la Valpelline. Le scelte dei nuovi insediati, in base a quanto emerge dallo studio, si possono raggruppare in due ordini di motivazioni: economiche ed esistenziali. Fra le prime, prevale la ricerca di opportunità di lavoro nel comparto agro-pastorale, oppure in imprese del settore secondario o terziario. Si tratta per lo più di ritornanti o stranieri immigrati spinti da bisogni primari di lavoro e di abitazione a basso costo. Nella seconda categoria si individuano i protagonisti di quella tendenza migratoria verso località periferiche, prevalentemente montane e colpite da spopolamento, che prospettino una qualità della vita migliore per risorse ambientali e culturali, in un contesto di relazioni sociali più umano. Si tratta ovviamente di primi segnali ed è vero che una rondine non fa primavera ma in qualche modo si tratta di fenomeni anticipatori di una nuova sensibilità verso la vita in montagna. Vale la pena ricordare come anche in Piemonte i territori montani si caratterizzano per la grande varietà di situazioni, differenze altimetriche, diversità demografiche, storico-culturali, sociali, economiche, fondate principalmente sull’accessibilità, sulla popolazione e sulla ricchezza. Una montagna diversificata, tutt’altro che povera, capace di proporre attrattive ambientali e paesaggistiche, risorse utilizzabili a partire dai suoi boschi ( basti pensare che in cinquant’anni la superficie forestale è raddoppiata mentre il prelievo di legname si è dimezzato). A patto, ovviamente, di non perdere di vista l’obiettivo principale che, in termini di sviluppo, è sempre lo stesso: ricostruire delle aree produttive economicamente sostenibili, in grado di agevolare l’occupazione,la nascita e il consolidamento di imprese competitive, puntando molto sull’economia verde. Solo così la montagna, pur tra difficoltà e lentezze, può essere individuata come un ambiente naturale e storico-culturale in grado di offrire valide alternative allo stile di vita prevalente nelle grandi agglomerazioni urbane, sia attraverso nuove forme di frequentazione turistica “dolce”, sia con la scelta più radicale, anche se ancora limitata, del reinsediamento e dell’avvio di attività produttive sostenibili sotto l’aspetto ambientale, culturale e sociale. Si tratta, anche concettualmente, di una prospettiva radicalmente diversa da quella dominante nel secolo scorso, che vedeva i valori della civiltà alpina come complementari e subordinati a quelli urbani, attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali e di quelle turistiche. Oggi ci si rende conto che le “terre alte” rappresentano una possibile fonte di reddito grazie alle proprie valenze economiche e culturali, ambientali ed energetiche. Ma la sostenibilità delle aree alpine,declinabile in tanti modi e con diversi accenni, impone riflessioni molto serie. Le Alpi sono una enorme riserva di biodiversità. Sono molte le zone di grande interesse dal punto di vista etnografico e storico con le tante comunità di montagna la cui sopravvivenza era legata a un territorio aspro, difficile, all’agricoltura di sussistenza, alla monticazione del bestiame. Storie difficili, vissute in salita lungo le secolari   lotte per coltivare, muoversi, strappare faticosamente alla montagna risorse fatte di pietra, legno,coltivi,pascoli. L’elemento importante era la stessa verticalità: l’intera economia era basata sugli spostamenti altitudinali stagionali, in base ai ritmi della natura. Le tracce si vedono ancora oggi nei terrazzamenti, nella ragnatela di stradine e sentieri che segnavano i versanti vallivi collegando il fondovalle ai maggenghi e agli alpeggi. Storie che accomunano molte realtà con quella della Valgrande narrata da Nino Chiovini. Storie che ci hanno lasciato, come nelle terre che si estendono nel cuore della provincia del Verbano Cusio Ossola, nell’area selvaggia più vasta d’ltalia (vero e proprio “museo all’aperto della passata civiltà alpina”) un’eredità di resti di teleferiche, piazzole delle carbonaie, polloni di faggio ricresciuti dopo il taglio del tronco principale, a testimonianza dei grandi disboscamenti. Con il tempo la natura si è ripresa i boschi e i pascoli abbandonati, cambiando fisionomia al paesaggio. Quasi un messaggio per gli uomini che, con la scelta del parco, hanno compreso la necessità di difendere e preservare questa preziosa riserva di biodiversità. Avere cura dell’area valgrandina ( diventata parco nazionale nel 1992) e di altre realtà dell’area alpina e prealpina equivale a porre molta attenzione alle scelte che si compiono oggi, affinché non ne venga compromessa l’eccezionale qualità ambientale. Una regola importante soprattutto quando si parla del turismo. La montagna, intesa come destinazione di vacanza, negli ultimi anni ha riconquistato un certo fascino e interesse presso un pubblico vasto dopo aver patito molto la concorrenza di altre mete, più o meno vicine e a buon prezzo. Il turismo montano si è preso una rivincita? In parte è così ma i problemi sono tanti e persistenti. L’impresa turistica montana, più sensibilmente delle altre, richiede un insieme di condizioni territoriali e ambientali particolari. Gli accessi, la valorizzazione della qualità del paesaggio e delle stazioni montane attraverso interventi di riqualificazione urbanistica e di manutenzione del paesaggio, la cura dei sentieri e dei boschi, nuovi sforzi in termini di comunicazione e promozione rivolti al pubblico, sono solo alcuni degli aspetti. La concentrazione del turismo in pochi periodi dell’anno, ha causato fenomeni di saturazione e uno sviluppo modellato “a fotocopia” ha portato a una omogeneizzazione del territorio alpino, con il rischio di perdere   identità e attrattività, con ricadute nella produzione di reddito, diventando economicamente più debole.

 

Da qui la necessità di destagionalizzare, sfuggire alla ripetitività e alla riproposizione di stili, realtà e situazioni che ricordano il luogo da cui si è partiti, valorizzate le realtà di “mezza montagna” e le “stagioni di mezzo”. Scelte necessarie per non dire obbligate poiché i problemi legati all’innalzamento delle temperature invernali cambieranno le prospettive. Le previsioni del Centre d’Etudes de la Neige, anni fa, stimavano per il 2030 un incremento medio della temperatura di 1,8°C e una diminuzione del 25% delle giornate con neve al suolo per le località situate a 1500 metri d’altitudine. Ciò che accade, i fenomeni che viviamo in diretta, giorno dopo giorno, ci dimostrano che non si trattava di stime pessimistiche. Nell’area alpina il turismo sostenibile rappresenterà dunque l’unica alternativa a lungo termine al turismo di massa convenzionale, in grado di garantire uno spazio vitale per la natura e l’uomo. Chi ha responsabilità pubbliche avrà il compito di promuovere programmazione, promozione e attuazione di un turismo sostenibile che non è una scelta ideologica ma una indispensabile prospettiva per la competitività tra sistemi economici e sociali, un nuovo modo di pensare a forme di benessere, crescita economica durevole ed equa, ridistribuendo nel tempo e nello spazio risorse e persone che oggi frequentano le “terre alte”. Le politiche pubbliche dovranno sostenere progetti innovativi e non rutilanti e faraonici interventi che costerebbero molto senza offrire serie garanzie di efficacia, di valorizzazione e tutela ambientale. Per garantire alla Valgrande e alle altre valli alpine condizioni ambientali più che accettabili occorrerà far sì che il turismo del domani sia davvero “più lento, più profondo, più dolce“,evitando quei fenomeni di consumo rapace ai quali ci si è abituati per troppo tempo. In fondo questa è una delle lezioni che ci ha lasciato Nino Chiovini con le sue opere e l’impegno teso al riscatto dei montanari. La montagna ha tuttora un forte credito aperto ed è giusto che rivendichi nei confronti del Paese un’attenzione istituzionale e precise strategie, concrete e durature.

Marco Travaglini

 

(Foto panoramiche: Parco  nazionale della Val Grande)

FdI propone le zone franche di montagna

“Vogliamo promuovere quel modello di federalismo per le federazioni di comuni che permetta loro di associarsi e mantenersi vicendevolmente, ” dichiara il deputato di Fratelli d’Italia, l’onorevole Monica Ciaburro

“Chiediamo che venga ripresa la proposta di legge di Fratelli d’Italia per istituire le zone franche di montagna che non sono un sussidio, ma diritto dei cittadini a vivere quei territori.

Occorrono risposte rispettose dei cittadini e dei territori, basate su fatti concreti prevedendo la possibilità dei Comuni di federarsi. Unire ed accentrare, invece, vorrebbe dire trasformare pezzi di storia in frazioni e cartelli stradali utili solo a segnalare delle future città fantasma. Un Governo serio invece di dare il reddito di cittadinanza per lasciare a casa persone per non lavorare, dovrebbe aiutare le attività economiche di queste aree che, pur in disparità di condizioni, svolgono spesso un servizio sociale e di tutela del territorio invece continuano ad essere vessati con provvedimenti come lo scontrino telematico. Queste aree con i loro paesaggi, le biodiversità i prodotti naturali, la cultura e le tradizioni millenarie, rappresentano una risorsa e non un problema e soprattutto non sono “amazonizzabili”.

Fratelli d’Italia non abbandonerà mai i nostri centri rurali che rappresentano la culla delle mille tradizioni e specificità che ci hanno reso la nazione più bella del mondo. Da troppo tempo questi territori sono stati abbandonati dallo Stato per quello che riguarda i servizi primari e   si ricorda di loro solo per chiedere tributi, appesantirli di burocrazia e vincoli”, chiosa il deputato nonché sindaco del Comune di Argentera (Cn).

La Camera si impegna sui problemi della montagna

“Che le mozioni su montagna e aree interne, presentate dai partiti di maggioranza e opposizione, illustrate e poi votate o alla Camera dei Deputati, siano state approvate all’unanimità è un segno dei tempi. Politico, sociale e culturale.

Importantissimo per il Paese. Non solo per Alpi e Appennini. Solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile anche solo parlare di montagna dieci minuti nelle Aule parlamentari. Basti pensare quanto ci è voluto, 15 anni, per approvare la legge sui piccoli Comuni, importantissima e ancora da attuare. Le mozioni sono dense di proposte e opportunità. Sono lontane dall’assistenzialismo che qualcuno in passato ha chiesto e forse in parte ottenuto. Non è servito. Lo spopolamento e la desertificazione purtroppo proseguono. Sono lontane dall’imporre un centralismo dirigista che sceglie e fa fare ai margini quello che vuole il centro.

Con accezioni diverse, le mozioni si completano nelle necessità di dare sviluppo, servizi, diritti di cittadinanza, uguaglianza sostanziale, opportunità ai territori. Alle aree interne e montane che negli ultimi anni sono state destinatarie di provvedimenti che ora dovranno aumentare, anche nelle dotazioni economiche, e rispondere realmente alle sfide e proposte di comunità, imprese, esercizi commerciali, Amministrazioni locali, associazionismo, volontariato. Montagna, aree interne, ruralità, ma anche piccoli Comuni e impegno degli Enti locali. Si incrociano moltissimi temi nelle mozioni e nel dibattito di ieri e oggi a Montecitorio. Ora le azioni forte, attese dai territori, e anche da Uncem, sono molte.

Dovranno dare sostanza alle sfide del Green New Deal richiamato più volte in Aula, alla necessità di crescità economica e sviluppo, dovranno dare risposte alla crisi climatica che ha nei territori dei beni comuni un’espressione tipica e diversa dalle aree urbane. Mozioni e dibattito, con tutti i partiti protagonisti, riconducono al primato della Politica e anche al ruolo importante degli Enti locali, al centro delle scelte fatte e da fare. Come è stato per la Strategia aree interne, che deve ripartire con radicalità e opportunità per tutti i territori. Lavoriamo su nuova programmazione comunitaria e politiche ordinarie come ribadito oggi dagli importanti interventi dei Ministri Boccia e Provenzano. Venerdì tutti i temi delle mozioni saranno al centro degli Stati generali della Montagna, a Roma, nel quali saremo di certo impegnati con proposte, idee, pezzi di politica locale vitali e decisivi per le aree montane”.

Così il Presidente nazionale Uncem, Marco Bussone, a poche ore dalla conclusione del dibattito e del voto a Montecitorio sulle mozioni montagna e aree interne.