RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA
Nikki Erlick “Il filo della tua storia” -Longanesi- euro 18,60
E’ uno dei libri più intriganti letti recentemente, perché ruota tutto intorno al mistero del destino, al potere che abbiamo (oppure no) su di lui, al senso della vita e al tempo che ci separa dalla data della nostra morte.
E’ semplicemente geniale l’idea che la giovane scrittrice 28enne Nikki Erlick -laureata ad Harvard e ghost writer- sviluppa in questo romanzo, diventato subito un caso editoriale, e opzionato addirittura da Barack e Michelle Obama per farne un film.
In un anno imprecisato, una mattina di marzo, ogni abitante della terra che abbia compiuto 22 anni riceve una scatola misteriosa, con al suo interno un filo.
Nessuno sa chi sia il mittente, ma quello che più conta è il contenuto. E’ il filo della vita, o meglio quello che dà la misura del tempo che resta da vivere.
C’è chi lo riceve corto e chi lungo. E’ la differenza tra morire presto o tra molti anni. I fili corti significano che il tempo ancora concesso è ben poco; mentre quelli lunghi sembrano garantire la longevità. Non dice se in salute o devastati dagli anni e dalle malattie, ma in ogni caso, vecchi e vivi.
Ed ecco che il mondo si frantuma in una miriade di angosce, dubbi, sentimenti contrastanti, ansie e domande senza risposte.
A ogni latitudine del globo le reazioni si scatenano diverse.
C’è chi, mosso da divorante curiosità, si precipita ad aprire la scatola ricevuta per misurare gli anni rimasti.
Chi tentenna nell’angoscia e teme di scoprire la lunghezza di quel filo.
Chi si rifiuta di scoprire la data prossima del suo destino mortale.
Chi invece apre la scatola, controlla il suo filo, poi non dice nulla a nessuno e si arrovella tra sé e sé. Chi sbircia quello altrui.
E c’è anche chi si illude di poter scambiare il suo con quello di un altro e gabbare così il verdetto.
Ma non si può ingannare il destino. Non si sa bene cosa sia, non si conosce la ragione per cui certe esistenze scorrano più facili e più a lungo di altre, e non si capisce perché la vita a volte sembri casuale e incontrollabile.
L’autrice intreccia le sorti di 8 personaggi che, a seconda del filo ricevuto, reagiscono in modi differenti.
E lancia un quesito amletico. Cosa succederebbe se i fili della vita fossero davvero reali?
Che impatto avrebbero sull’intera umanità?
Cosa farebbe ognuno di noi con la possibilità di sapere quando morirà? Cambierebbe tante o poche cose? Aggiusterebbe i guasti della sua vita? Rivedrebbe le sue priorità? Deciderebbe di comportarsi meglio o di arraffare tutto quello che può prima che la morte lo ghermisca?
Ogni reazione è ovviamente unica. Però viene spontaneo meditare mentre procediamo col fiato sospeso nella lettura delle pagine di questo romanzo, ambientato in un futuro distopico, che mette al centro il mistero della vita e la paura della morte.
Sebastiano Mondadori “Verità di famiglia” -La nave di Teseo- euro 22,00
E’ l’appassionante biografia di una delle famiglie italiane più importanti, strettamente legata alla cultura, all’industria e al progresso del paese. L’ha scritta con dovizia di particolari, grande orgoglio e infinito amore, Sebastiano, nato nel 1970, bisnipote del fondatore della casa editrice, Arnoldo Mondadori, e nipote di Alberto.
L’autore è il figlio di Nicoletta, figlia di Alberto, dunque fonte di testimonianze uniche, anche private; soprattutto, le sue pagine emanano potente l’ammirazione del mito familiare.
Centrale è la figura di suo nonno Alberto, «splendido sovversivo idealista», vissuto fondamentalmente nel cono d’ombra del padre Arnoldo, gigante dell’imprenditoria culturale che ha contribuito all’espansione della cultura. Funzione importantissima nell’Italia del dopoguerra, in cui l’analfabetismo era dilagante e soldi per comprare libri non ce n’erano.
Arnoldo è stato l’uomo lungimirante, tenace, intelligente che è riuscito ad emergere dalla povertà più nera. Quella di chi non aveva il denaro per mangiare o aggiustare l’unico misero paio di scarpe che possedeva.
Come raccontava ai nipoti, lui era nato con il sedere nelle ortiche, i suoi figli nella marmellata, e i nipotini nel burro.
Il primogenito di Arnoldo e Andreina Monicelli (altra stirpe importantissima) è Alberto, che dapprima imbocca la strada del cinema, sulle orme della famiglia materna. Ma quel sogno si infrange presto. E’ l’erede designato alla guida del colosso editoriale, e la sua strada sarà parecchio impervia.
La sua vita diventa un’altalena tra genialità e grandi sogni, megalomania hollywoodiana, spese pazze e tracolli finanziari per i quali ricorrerà come un adolescente al padre. Progetti grandiosi come le case faraoniche e le edizioni “Il Saggiatore” che si scontrano però con la sua lacunosa capacità imprenditoriale.
Poi ci sono i lati pericolanti del suo carattere: fragilità, esaltazione, depressione, spavalderia, imprevedibilità e, a peggiorare il tutto, l’autodistruzione con il whisky nel tentativo di affogare il suo malessere. Questi i lati bui di Alberto, personaggio di spicco che ha incontrato i più grandi scrittori e intellettuali del Novecento; da Hemingway a Thomas Mann, le cui firme venivano siglate sul camino della villa di Meina.
Una vita eccezionale nel bene e nelle cadute, che qui Sebastiano ricompone con dovizia di particolari, tra chiaro-scuri che conosce bene, e foto storiche che testimoniano un’epoca d’oro della cultura mondiale alla quale la famiglia Mondadori è strettamente intrecciata.
Pagine che di Alberto ricostruiscono idee, progetti, successi e fallimenti sul versante del lavoro; ma anche la sua vita affettiva, incluso il matrimonio con l’affascinante e inafferrabile moglie Virginia (innamorata perdutamente di Cesare Garboli), con la quale, dopo 3 figli, instaura una rispettosa estraneità.
Sono struggenti le ultime pagine che descrivono la morte improvvisa di Alberto in una cabina telefonica a Venezia, il 14 febbraio 1976, mentre tenta di telefonare al figlio Fabrizio per parlare del suo testamento. E’ lì che il suo cuore si ferma, poi l’inutile corsa in ospedale, l’incredulità dei figli. E ancora, l’arrivo della figlia Nica all’obitorio, il suo strazio nel dover assistere alla cremazione di quel corpo.
Alberto con la morte ha sempre duettato, figura offuscata dalla grandezza del padre, penalizzato dalle sue debolezze caratteriali, con i grandi meriti delle sue imprese riconosciutigli solo in parte.
Una grandiosa e meravigliosa biografia in cui cultura, storia, vite eccezionali sono tutt’uno.
Stanley Middleton “Una sera d’estate” -SEM- euro 20,00
Il prolifico scrittore inglese (morto nel 2009) in questo romanzo racconta un momento difficile della famiglia Allsop nell’Inghilterra provinciale di metà anni Sessanta, periodo di grandi cambiamenti che però arrivano ancora rallentati e attutiti all’infuori di Londra.
Anni rivoluzionari per la liberazione sessuale, l’esplosione dei Beatles e delle minigonne di Mary Quant, cambiamenti culturali della swinging London.
Stanley Middleton ambienta in un’immaginaria cittadina inglese la storia degli Allsop; tipica famiglia della middle class, le cui dinamiche sono determinate dal tradizionale conformismo e dalla salvaguardia delle apparenze.
La madre Ivy sta morendo in ospedale per un cancro incurabile, il marito Ernest è un uomo dignitoso e per bene che annaspa nel disperato tentativo di andare avanti con il dolore nel cuore. Ogni giorno si reca al capezzale della moglie, che la malattia sta consumando penosamente, e le mente di continuo, blaterando di miglioramenti impossibili; non si sa bene se per confortare la moribonda o se stesso in un momento tanto drammatico.
Uno stillicidio col quale si confrontano anche i figli. Il ventenne Bernard è un diligente studente al college che si nasconde dietro silenzi e pensieri insondabili.
E’ innamorato della 25enne Jacqueline Ridell, che non solo ha quasi 3 anni più di lui, ma è anche già vedova. A 19 anni aveva sposato un ingegnere e commerciante in ascesa 34enne, rimasto ucciso in un incidente stradale.
Jacqueline è tutto quello che Bernard non è: indipendente, ricca, elegante, con casa, macchina e accento snob.
Ivy sul letto di morte conosce ed approva la fidanzata del figlio, quasi affidandoglielo.
Tutto il romanzo è teso da un lato verso la morte annunciata di Ivy, dall’altro dai sentimenti in parte repressi e incerti, e in parte potenzialmente esplosivi dei giovani che si stanno affacciando alla vita.
Sono tutti impreparati non solo alla morte che sta per afferrare la madre, ma anche al mondo che sta cambiando.
Man mano che Stanley Middleton procede nel racconto mette a fuoco stati d’animo, sogni, inquietudini, realtà e fantasie dei vari personaggi, con uno sguardo acuto che penetra a fondo e ci offre pagine notevoli, e non è per caso che fu anche definito il Cechov dei sobborghi.
Maria Sole Abate “Il distruttore di sogni” -La nave di Teseo- euro 22,00
La scrittrice e traduttrice milanese in questo suo romanzo di esordio escogita un meccanismo ingegnoso. Al suo interno racchiude anche il film di un romanzo; una costruzione a specchio di un romanzo sul romanzo.
E’ la storia di S. scrittore di successo, il suo libro “Il distruttore di sogni” ora sta per essere trasposto in un film diretto da un famoso regista. S. partecipa alla scrittura della sceneggiatura, ma lo fa in modo distratto e distaccato perché la sua mente è altrove.
Al centro dei suoi pensieri c’è sempre Giulia, la donna per la quale nutre un amore ossessivo e malato, che dopo una relazione di 2 anni, sei mesi prima l’ha lasciato, troncando di netto e senza una spiegazione.
In realtà le donne che abitano il romanzo sono due; entrambe vittime dello scrittore narcisista e sommo manipolatore.
Una è Nina, la protagonista de “Il distruttore di sogni”, che rimane incinta del suo grande amore e precipita in un vortice devastante di passione, suicidio e infanticidio. La storia narra come questa donna intelligente e sensibile, rimanga intrappolata in un amore altamente tossico che ridurrà a brandelli la sua esistenza.
Poi c’è Giulia, che improvvisamente ritorna e non si capisce subito perché. Lei e S. si riavvicinano: lei ossessionata dal personaggio di Nina, lui frastornato da questo ritorno desiderato, ma complicato. E’ forse la parte più intrigante del romanzo e va scoperta pagina per pagina, pensiero per pensiero, senza anticipare altro.
L’autore, dirigente industriale in pensione e appassionato ricercatore, nato al Mottarello di Masnago (Varese) e residente sulle colline di Stresa, ha potuto attingere sia dalla cultura lacustre dell’ Insubria sia dalle tradizioni friulane, soprattutto della destra del Tagliamento, la terra dei suoi nonni materni. Un volume di 140 pagine dove il testo è accompagnato da numerosissimi rimandi a fonti esterne attivabili semplicemente con un click e da una chiavetta usb dove sono raccolti numerosissimi documenti. Il lavoro di Paolo Pozzi sui parallelismi nelle culture dialettali tra ovest ed est, viaggiando idealmente sulla linea del 45° parallelo, è molto interessante. La splendida espressione tradotta dall’yiddish di Weinreich (“una lingua è un dialetto con un esercito e una marina“) riassume l’importanza e la nobiltà delle tradizioni vernacolari. Non a caso l’autore cita il cardinal Tonini che, acutamente, sosteneva come le nostre radici non si trovano solo nella terra dove siamo nati ma anche nell’educazione che abbiamo ricevuto. Così, accompagnati dai parallelismi, si può viaggiare tra le pagine confrontando lingue e tradizioni dei progenitori di Pozzi, come nei casi della nonna materna, friulana, e di quella paterna, originaria del varesotto. Un confronto che chiama in causa i poeti lungo quel filo immaginario che corre tra le terre dell’Ossola e del lago Maggiore fino a Pinguente, nella valle del fiume Quieto, un tempo sede della Serenissima nell’entroterra istriano. Il richiamo a Pier Paolo Pasolini che precisa il senso del canto popolare e il viaggio proposto da Pozzi ( dove, pur stando seduti, ci si sente sempre in movimento) tra storie, migrazioni di uomini e parole, contaminazioni maturate su strade polverose battute dalle truppe napoleoniche formate dai grognards de la grande armée, vecchia e fedele guardia napoleonica proveniente da territori larghi e transnazionali, sono immagini straordinarie. I Savoia che diffondono la lingua italiana per combattere ignoranza e analfabetismo e, al tempo stesso, favorire sentimenti unitari; il popolo che salva il dialetto dalla protervia del fascismo che imponeva l’italianizzazione forzata ( come fece in Istria e Dalmazia, territori occupati) aprono squarci sulla storia. La ricerca sulle similitudini nei vocaboli tra i dialetti bosino e friulano, l’arguto confronto sui diversi significati della parola “briciola” o la scoperta che “Madonna” nel dialetto bresciano è un termine con tre significati ( appellativo di Maria – come nel resto del Paese – , suocera e persino una brutta parola). Nanni Svampa fondatore del gruppo cabarettistico e musicale dei Gufi, immaginato in parallelo con George Brassens mentre il padre Nino a Cannobio scriveva poesie e coltivava la passione velistica, raccontate nel libro “Boff de Canobina” (vento di Cannobina), consente a Paolo Pozzi di tracciare un altro parallelo con Biagio Marin, il poeta di Grado che nacque in territori a quel tempo appartenenti all’impero austro-ungarico. Il libro propone spunti e riflessioni offerte in un lavoro che non ha nulla di accademico, come precisa l’autore, ma si trasforma in un vitalissimo affresco di culture e storie. Le vicende narrate si ripetono nelle vicissitudini dei migranti di ieri e di oggi, tra chi conobbe l’esodo da Pinguente e chi raggiunge con una imbarcazione di fortuna Lampedusa dopo aver attraversato un braccio di mare che è diventato un cimitero di disperati in cerca di fortuna o in fuga da guerre e fame. Le suggestioni che si offrono al lettore sono tante e c’è una continuità, un filo rosso che lega personaggi e luoghi, profili come quello di Toti Dal Monte e paesi come Pieve di Soligo. La solida ricerca condotta da Paolo Pozzi confrontando canzoni e poesie e la parte che dedica a Trieste e alla terra friulana dove si dipana parte del suo “lessico famigliare”, è una sorta di compendio alle tracce che si trovano leggendo “Gli aghi”, un suo libro di qualche anno fa. Se ci si può permettere un ulteriore parallelismo questo è possibile chiamando in causa il Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejević, un libro che sembra una finestra spalancata sul mare nostrum, su moli e banchine,
sagome di chiese e architettura di case, sui fari delle coste e gli itinerari delle carte nautiche. Leggerlo equivale a sfogliare le pagine di un dizionario di gerghi, espressioni, idiomi, parlate che cambiano nel tempo e nello spazio. Quello di Paolo Pozzi è un breviario poetico sull’uso della lingua e di quello che, volgarmente, viene definito dialetto ma che a ben guardare , essendo “una varietà della lingua”, ne ha la stessa dignità, trasmettendo emozioni e calore, traducendo i sentimenti in parole spesso più appropriate di quanto possano fare le lingue ufficiali. Già nella sua silloge “Le rime migranti” usò le varietà delle “sue lingue” con garbo e maestria, sia quella bosina che svela la radice paterna, legata al territorio della provincia di Varese, che le friulane e istriane, rispettivamente della madre e della moglie, frutto del pluralismo linguistico che si trova sulla linea del confine orientale, dove la tradizione mitteleuropea sfuma nei Balcani. Lì si toccano due mondi: l’Occidente, dove la verità è adeguamento della cosa all’intelletto; e l’Oriente, dove la verità è ciò che sembra che la cosa sia. Così, sfogliando le pagine, si respirano le atmosfere del Verbano, dove si sente “l’acqua che sciaborda contro i sassi” e s’intuisce il profilo dei monti che lo circondano ( “come stirate dalle dita del vento, delle nuvole grigie si strappano sulle cime della Val Grande”) fino all’Istria e dell’Adriatico (“Non si può solo camminare sulla riva per capire cosa vuol dire Mare! Ma con l’impeto di un’onda che ti spinge a vele tese, prova a navigare..”). E’ il lievito del racconto, dell’impasto dei suoi pensieri. Ci sono le riflessioni sociali, immagini d’attualità, i segni di una sensibilità ricca, profonda, mai banale – in questo peregrinare tra le brume e le nebbie del lago Maggiore e l’ombra del campanile “dritto e aguzzo” di Pinguente (la croata Buzet di oggi). Quella di Paolo Pozzi è una ricerca che meritava d’essere conosciuta perché lasciarla chiusa e al buio nel fondo di un cassetto sarebbe stata davvero un peccato.
Mi è sempre piaciuto leggere perché per me leggere equivale a sognare. Se ci pensate, poche parole scritte possono creare nella nostra mente mondi nuovi che prima non conoscevamo; nel momento in cui si legge o si sogna la nostra mente si distrae e confonde la realtà con quello che non lo è. La lettura ha il vantaggio di poter smettere o riprendere quel sogno e riviverlo ogni volta che si vuole. Anche quando scrivo provo la medesima sensazione di distacco dal mondo, e vivo la vita dei miei personaggi nel bene e nel male come se fossero persone vere. Mentre scrivevo il mio primo romanzo, Infinito, più volte è successo che non riuscivo a proseguire per le intense sensazioni che mi attanagliavano. Ancora oggi mi emoziono a leggere certe pagine… credo che non si possa scrivere di qualcosa se non la si sente dentro. Mi piace creare nella mente di chi mi legge il disegno di ciò che i miei personaggi vedono o sentono, ma lascio la possibilità di mettere i propri colori, affinché le emozioni arrivino più intense. DESTINI parla di un amore che si tramanda nei secoli attraverso le vicende di alcuni destinati a ritrovarsi e a ricongiungersi. Il romanzo è ispirato ad una leggenda giapponese che racconta di un filo rosso che lega le anime di chi si ama
all’infinito. Lo spunto per partire con questo romanzo me lo diede la notizia di un messaggio ritrovato in una bottiglia rimasta in mare per chissà quanto tempo. Anche i due protagonisti di DESTINI trovano un messaggio nascosto e per saperne di più dovranno cercarne altri sparsi per il mondo. Una specie di caccia al tesoro progettata dal destino. Per scrivere DESTINI mi sono occorsi ben cinque anni, in quanto ho dovuto documentarmi su diverse cose, le strade, ad esempio. Alcune parti della storia si svolgono nel 1930; quali strade erano percorribili a quei tempi? E quali automobili le percorrevano? Volevo inoltre approfondire la storia delle città che i miei personaggi visitavano. Non avendo potuto vedere di persona tutti i luoghi descritti, mi sono avvalso delle descrizioni di chi quei posti li ha visitati veramente. Vorrei che le conoscenze di cui mi sono arricchito diventassero piccoli cammei narrativi che impreziosiscono il racconto. Costruire una trama con delle storie dentro la storia stessa, confesso, è stato un lavoro immane e faticoso… ma credo che ora stia a voi giudicare. Buona lettura. Il libro è disponibile sia in edizione cartacea che in digitale su tutti i principali store: Feltrinelli, Mondadori, Amazon, ecc.
Diario Italiano è l’ultimo libro di Pier Franco Quaglieni, storico e saggista, colto polemista che ha abituato i lettori a riflettere su testi che brillano per lo spiccato anticonformismo che ne accompagna da sempre l’assoluta libertà di pensiero, riluttante nei confronti della piaggeria e dei condizionamenti che abbondano in gran parte delle pubblicazioni più o meno engagé che affrontano i temi della storia e del costume contemporanei. Risulta di grande interesse la raffigurazione della storia contemporanea attraverso le biografie di questi ventinove personaggi che hanno saputo influenzare le vicende della nazione e del territorio piemontese. Un’ impresa italiana per nulla scontata e assai ardua poiché Quaglieni ha inteso puntualizzare che i personaggi descritti sono solo alcune delle più importanti personalità che hanno impresso il loro segno in questa storia. Eppure il quadro d’insieme che scaturisce è quanto mai interessante, testimoniando una profonda conoscenza e quello spirito libero e critico che da sempre contraddistingue il direttore del Centro Pannunzio. Sono ritratti di personaggi a loro volta scomodi, capaci di intuizioni o imprese non scontate, molto diversi tra loro come, per fare qualche esempio, Giovanni Agnelli e Carlo Donat-Cattin, Alberto Asor Rosa e Luigi Firpo, Frida Malan e Gino Strada, Andrea Cordero Lanza di Montezemolo e Carol Rama. Oltre a queste personalità e ai loro profili tratteggiati vanno segnalati i due contributi finali contenuti nel libro ( Il mio 25 aprile tra ricordi e storia e I conti con il fascismo) dove Pier Franco Quaglieni riprende e affronta la riflessione sui grandi temi delle ideologie novecentesche, dal comunismo al fascismo, all’antifascismo post bellico e odierno, ai sovranismi del Terzo Millennio. Lo fa con le sue opinioni destinate a far discutere, scegliendo deliberatamente di rappresentare anche le ragioni dei vinti “perché una storia scritta dai soli vincitori appare non accettabile”. In fondo tutto il libro riprende la riflessione “su destra e sinistra nella storia del Novecento, andando oltre le contrapposizioni manichee”. Il male e il bene assoluto, secondo l’autore, “sono assolutizzazioni incompatibili con la ricerca e la comprensione storica che esige invece il distacco dai fatti di cui fu capace Federico Chabod nella sua Storia dell’Italia contemporanea del 1950”. La sua scrittura è animata da una passione civile che, come in più occasioni ha avuto modo di sottolineare, affonda le sue radici culturali nel Risorgimento e nei suoi valori ideali. E la passione per la libertà, il piacere del confronto delle idee e della discussione viene esternata con chiarezza, senza il timore di apparire scontroso o persino urticante nell’esprimere i suoi giudizi, pur rispettando le varie posizioni. Non è del resto una novità per chi conosce la sua ampia produzione culturale, improntata saldamente su alcuni principi come la difesa dell’oggettività storica e l’allergia nei confronti di ogni fondamentalismo, in nome e per conto di una idea di moderno umanesimo che non può che far bene in questi tempi pigri e opachi.
Immaginate un paese in Italia, uno di quelli in cui tutti si conoscono. Ora 
Alessandra Fagioli, arrivando ai sessanta, continua a guardare ai panorami marini della costa nord dell’isola d’Elba, tra il vento e la spuma delle onde, fa capo all’antica casa dei nonni paterni appollaiata a picco sul mare, dove ama trascorrere lunghi periodi, nel borgo antico di Marciana Marina. Le considera le sue terre. Di vita e di scrittura. Ha vissuto anche in altre città, Padova e Torino tra le altre, ma il suo cuore è là. Le sue prime tre passioni rimangono il mare, Shakespeare e la follia, “tra lo spettacolo di una natura agitata, la magia della messinscena del Bardo e il delirio di un ‘mare matto’”. I suoi interessi e il suo lavoro sono gli studi di Antropologia Culturale e il cinema e il teatro, la Storia della Fotografia, frequenta corsi e seminari, corre da Shakespeare alla sessualità di Pasolini, scrive libri e inanella riconoscimenti. Inizia a scrivere i suoi romanzi nel ’96, otto titoli che l’avvicinano anche allo Strega. Padroneggiando la Settima Arte, passa da “Vera Drake” a “Match Point”, da “Babel” a “Vicky, Cristina, Barcellona” a “Hugo Cabret”.
Quello che maggiormente fa sentire abbandonata e sola Anna è il silenzio dell’amica di un tempo: ma l’attesa durerà poco tempo. Emma è evasa, in un racconto d’evasione che raccoglie le più belle e frenetiche pagine del romanzo. E con l’evasione “Mistero” s’ispessisce con uno sviluppo che targa Fagioli come una robusta scrittrice. Al romanzo di Anna s’affianca il romanzo di Emma, i resoconti di misteriosi delitti, sei capitoli e un sottofinale, fogli riposti in buste gialle e la buca delle lettere a fare da ultimo contenitore, distinti anche graficamente, tante tracce e innumerevoli direzioni, “percorsi d’invenzione”, indizi a condurre Anna da un nugolo di isole speciali (isole carcerarie) ad anfratti e grotte, da acquari a dirupi a musei, da una cresta di Montecristo alla presenza di un’allevatrice di orsi o a una fotografa di guerra, a città sparse in tutta Europa, da Barcellona a Marsiglia, da Berna a Monaco di Baviera, da Zagabria a Sarajevo, personaggi (?) femminili che si nascondono sotto antichi nomi, da Andromaca a Ecuba, da Clitennestra a Penelope a Cassandra, ogni parola costruita per illudere l’inseguitrice a scoprire dove la fuggitiva si nasconda. In ultimo la parola chiave, Watteau e “Imbarco a Citera”, in ultimo la resa dei conti (“Cara Anna, se leggerai questa lettera vuol dire che sarai riuscita ad arrivare fin qui”).
Occorre precisare subito che “I ragazzi di sessant’anni” è il nome del protagonista, un plurale singolare che simbolicamente include il capitolo di vita dei 60enni. E’ sposato con Stefania, ha due figli, un buon lavoro. Nato nei primi anni Sessanta è il prototipo emblematico di chi è cresciuto nella fase del boom economico, ha attraversato oltre mezzo secolo, ed ora è un professionista disincantato, a tratti cinico.
Le parole sono le vere protagoniste di questo corposo romanzo dell’autore che ha ottenuto un enorme successo con il precedente “Treno per Lisbona” (da cui è stato tratto anche l’omonimo film).
Philip Roth, nato nel 1933 e morto nel 2018, è un pilastro della letteratura americana, direi anche di quella mondiale. E questa monumentale biografia di Blake Bailey è il risultato portentoso di 10 anni di incontri, ricerche, centinaia di ore di interviste.
Lisa Halliday è una scrittrice americana che da anni vive a Milano, questo suo libro è stato tradotto in italiano e pubblicato nel 2018; ne parlo perché è collegato a Philip Roth, col quale la Halliday ebbe una relazione poi declinata in amicizia fino alla morte dello scrittore.