Due romanzi pubblicati su temi attuali: l’amore, le emozioni, i disturbi psichiatrici
Giovanissima scrittrice di origine torinese, esordita con il romanzo “ Con te non ho paura”, Beatrice Scala si racconta e tenta di affascinare gli animi e le coscienze con il suo nuovo romanzo “Torment”.
Sei giovanissima, eppure hai già pubblicato due romanzi. Come ti fa sentire essere considerata una scrittrice?
È vero, sono molto giovane. Ho compiuto da poco 22 anni, eppure mi sembra di averne molti di più. Ho vissuto e vivo intensamente ogni dettaglio della mia vita. Forse è questo che mi rende così sentimentalista.
Mi sento grata di essere considerata una scrittrice. Sono una lettrice accanita e ho sempre idolatrato le figure degli scrittori, anche i più sconosciuti. Poterne far parte mi fa sentire riconoscente: a me stessa, alla mia famiglia, alle persone in generale.
Cosa volevi fare da piccola? Sentivi che avresti devoto la tua vita alla scrittura?
Quando ero piccola e non sapevo ancora scrivere, giocando con le Barbie creavo scenari di vita. Ogni giorno costruivo con mia sorella una storia nuova per far vivere alle mie bambole una vita ricca e differente. Poi, quando ho imparato a scrivere, passavo i miei pomeriggi a creare favole. Mi ricordo che sedevo nel terrazzo di mia nonna paterna e, su un quaderno con le righe grandi, inventavo storie. Avevo all’incirca 9 anni. Adesso, 13 anni dopo, sento di aver raggiunto l’obiettivo inconscio che perseguivo da piccola. Hai detto bene: la mia vita è devota alla scrittura. Scrivo per vivere; per poter urlare al mondo cosa sento, come lo sento e dove. È l’unico modo che ho per farmi ascoltare dal mondo che mi circonda.
Nei tuoi romanzi, l’amore ha un ruolo centrale. È salvifico, catartico…
Nel mio primo romanzo, l’amore è tutto. Una costante che segue le vicissitudini dei personaggi e che salva la protagonista dai suoi disturbi alimentari e psichiatrici. Nel secondo romanzo, invece, per quanto il protagonista ami la sua compagna, non è abbastanza per colmare il tormento che lo divora.
Credo comunque che l’amore, per quel poco che l’ho vissuto nella mia vita, sia un elemento salvifico, appunto. L’amore è in grado di renderti migliore, di renderti felice – e la felicità è così effimera al giorno d’oggi, soprattutto per gli animi sensibili. Eppure, l’amore – in tutte le sue forme – è capace di sanare gli animi più bui affinché trovino la loro luce interiore.
In entrambi i romanzi c’è la tematica del dolore interiore. È un elemento autobiografico?
Sì, posso affermarlo: il dolore interiore, il male di vivere (per citare Montale) è caratteristico dei miei romanzi. Kristen, la protagonista di “Con te non ho paura”, combatte con il Bianco, un dolore psicotico immenso. Dereck, protagonista di “Torment”, è soggiogato al Tormento. Entrambi – il Bianco, il Tormento – sono riflessi della mia vita, col quale convivo in armonia altalenante.
Il tuo secondo romanzo è uscito da poco, e hai già anticipato due fondamenti: l’amore e il dolore.
Cos’altro c’è in “Torment”?
Dereck è un reduce di guerra e tenta di ricominciare la sua vita dopo tutti quegli anni passati a uccidere giustificatamente per il suo Paese. C’è la storia di un uomo, abbandonato a sé stesso,distrutto nell’animo da ferite profonde, spesso autoinflitte. Poi c’è l’amore, poi ci sono gli amici. Ma rimane la costante della morte, e sopraggiungono i sensi di colpa che causano il dolore, il tormento, la pazzia.Sono tematiche importanti, ma non vanno sottovalutate perché fanno parte della società di oggi più di quanto lo si pensi. Con questo romanzo ho dato voce a tutte quelle persone che provano almeno una volta nella vita sentimenti contrastanti alla felicità e che tendono costantemente a soccombere per paura di apparire troppo fragili.
Quando scrivi, come ti senti? E come nascono le tue storie?
Le mie storie nascono come dei parassiti che si insinuano nella mia testa. Un giorno mi sveglio e noto che c’è un personaggio, lì seduto, ad aspettare che mi sieda davanti a lui e gli chieda la sua storia. Ha bisogno di raccontarsi e sono l’unica che può dargli voce. Così inizio a scrivere: e quando sono alla fine prendo coscienza del fatto che quel determinato personaggio era un riflesso del mio passato, del mio essere, che chiedeva di prendere forma su carta.
Quando scrivo mi sento in molti modi, ma è quando finisco che tutto crolla e mi rimane come un vuoto nell’animo. Il personaggio che mi aveva accompagnato è andato oltre, ha preso forma, e lascia un vuoto dentro di me. Quando concludo un romanzo mi sento stremata, ma felice.
Stai scrivendo qualcos’altro in questo periodo?
Sto gettando i miei sentimentalismi in una raccolta di poesie a carattere esplicitamente autobiografico. Temo che ci vorranno ancora anni prima di pubblicarla: il mio primo romanzo è stato scritto in 4 anni, il secondo in 6. Quando mi sentirò pronta, usciranno le mie poesie. Nel frangente lascio la porta della mia mente aperta a nuovi personaggi che potrebbero presentarsi improvvisamente. Con affetto, attendo la loro apparizione.
Quando Beatrice Scala non scrive, cosa fa con piacere? Hai detto che leggi volentieri: ci sono degli scrittori che ammiri?
Quando non scrivo passo il mio tempo con la mia famiglia, con i miei amici, con i miei animali. Sono molto grata di avere questi affetti nella mia vita. Mi piace anche molto la fotografia ritrattistica e faccio volontariato in ambienti che svolgono pet -therapy. Mi dedico con passione alla corrispondenza epistolare con amici di penna in giro per il mondo.
E quando voglio stare un po’ per conto mio, leggo. Prediligo autori del Novecento italiano: Cesare Pavese è il mio maestro di vita. Ammiro anche Sartre, Butler, Svevo, Morante, oppure autori contemporanei come D’Avenia, D’Urbano, Ammaniti. Ho un piccolo blog dove recensisco le mie letture.
Coltivare le mie passioni è un gesto di amor proprio, una carezza all’anima che mi rende infinitamente felice.

L’ha scritto Cristiano Bussola, giornalista alessandrino di nascita e torinese d’adozione, appassionato di televisione. Racconta, attraverso una quarantina di testimonianze, l’avventurosa storia del luinese Renzo Villa, uno dei pionieri della televisione commerciale italiana, morto prematuramente nel 2010. Pagina dopo pagina, sfogliando i ricordi di registi e conduttori, cantanti e comici, cameraman e telespettatori, prende vita l’incredibile impresa di un uomo che amava lo spettacolo e la cultura al punto da spingersi, nel 1975, a fondare la prima tv privata in Italia a trasmettere via etere al fianco del petroliere Giuseppe Mancini e dell’amico Enzo Tortora, notissimo volto del piccolo schermo grazie alla Domenica Sportiva e a Portobello. L’esperienza di Telealtomilanese, che trasmetteva da Busto Arsizio in provincia di Varese, dovette fare i conti con mille ostacoli e con il sequestro operato dalla polizia del trasmettitore e delle telecamere dell’emittente. Ma Villa e Tortora non erano certamente dei tipi che si lasciavano intimorire. Nel 1977 fondarono una nuova tv, Antennatre Lombardia, emittente che farà la storia delle trasmissioni televisive, all’avanguardia dal punto di vista della tecnologia e del linguaggio, con uno
studio ( il celebre Studio 1 a Legnano) che poteva vantarsi di essere il più grande d’Europa, trasmettendo le immagini a colori nell’anno in cui anche la Rai andò oltre al bianco e nero. Nelle interviste raccolte da Cristiano Bussola con un lavoro dove s’intuisce la grande passione per il piccolo schermo viene ricostruita la storia della creatura mediatica di Renzo Villa che lanciò la réclame a livello imprenditoriale in un contesto di creatività e sperimentazione con programmi che sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo come La Bustarella, condotta da Ettore Andenna, Il Pomofiore condotto da Lucio Flauto con la regia di Cino Tortorella ( il mitico mago Zurlì dello Zecchino d’Oro) e Bingooo, il gioco a premi ispirato alla versione anglosassone della tombola che andò in
onda per 420 puntate, condotto dallo stesso Villa che compose ed eseguì anche la sigla del programma (“Se la vita non ti sembra bella, gioca al Bingoo, ridi, canta e balla, se sei triste e pieno di guai, vieni dai, e sorriderai…”) che, incisa sul vinile a 45 giri registrò la vendita record di un milione e mezzo di copie. Le testimonianze raccolte da Bussola offrono una visione ricchissima della personalità di Villa e degli anni ruggenti di Antennatre Lombardia tra il 1977 e il 1987. Oltre al già citato Andenna ci sono gli esordi di Massimo Boldi e del suo personaggio Max Cipollino, Gerry Bruno già leader dei Brutos, Enrico Beruschi e Elena, la figlia di Lucio Flauto, Donatella Rettore e Wally Villa che tiene viva la memoria del
marito attraverso l’associazione di amici che porta il suo nome. E ancora Peppo Sacchi, Memo Remigi, Johnson Righeira (L’estate sta finendo fu un grande successo sull’emittente lombarda),il giornalista sportivo Ravezzani, Wilma De Angelis e tantissimi altri. L’ultima parte del libro è dedicata all’album fotografico di quel decennio d’oro che suscita ricordi ed emozioni. Cristiano Bussola ha avuto il grande
merito di dare l’opportunità a chi ignorava questa storia e i suoi protagonisti di conoscere Renzo Villa e i suoi collaboratori che, dal più umile operatore e tecnico ai volti più noti e popolari, hanno contribuito alla storia delle televisione italiana regalando a una larghissima platea di spettatori una grande “fetta di sorriso”.
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Il germanista Karl –Markus Gauss, classe 1954, ci aveva già appassionati con il precedente “Nella foresta delle metropoli”, una mappa temporale del vecchio continente in cui era chiara la sua grande capacità di essere un viaggiatore nella memoria europea.
E’ rocambolesca la trama di questo romanzo dello scrittore yiddish Premio Nobel Isaac Bashevis Singer ((1902- 1991), uscito a puntate tra agosto e aprile 1972 sul quotidiano di New York (in lingua yiddish) “Forverts”, e finora inedito in volume.
A mettere al mondo Leonardo da Vinci il 15 aprile 1452, uno dei maggiori geni dell’umanità, sarebbe stata la schiava circassa, Caterina. Lo svela nel suo romanzo Carlo Vecce, professore all’Orientale di Napoli, filologo e studioso del Rinascimento, che padroneggia 6 lingue, autore di saggi dottissimi, abilissimo nello scandagliare importanti archivi storici.
E’ talmente bravo che ha vinto gli ND Awards 2020, contest internazionale, come migliore fotografo non professionista nella sezione architettura d’interni. Inoltre vanta collaborazioni prestigiose con grandi fotografi, primo fra tutti Thomas Jorion.
stesse sono innumerevoli e nascondo meraviglie incredibili. Lui le scopre, vi entra con passo felpato, grande rispetto ed estrema sensibilità, poi compie la sua magia: riesce a cogliere l’essenza del luogo, la intuisce tra calcinacci e muri scrostati.
Il libro è acquistabile sul suo sito, va consultato ripetutamente, con calma, e ad ogni sguardo scoprirete qualche dettaglio in più. Perché, come ci ha raccontato, il suo non è semplicemente addentrarsi in luoghi massacrati dall’incuria.
Luca Mangoni del gruppo Elio e le Storie Tese racconta “Supergiovane Forever”, il suo libro, scritto a quattro mani con Paolo Cosseddu, edizioni People, la casa editrice fondata da Giuseppe Civati.
Sono il dottor Paolo Squillante, nato a Roma nel 1983 e laureato in Psicologia con la specializzazione in Psicoterapia Gruppoanalitica.


Il romanzo è scritto sulla scorta dei molti appunti che Greer aveva preso durante due road trip che aveva fatto nel 2016 verso Sud-Ovest e due anni dopo nel Sud –Est nel. A muoverlo a salire davvero su un camper è stata la curiosità di
L’autrice, figlia di contadini veneti emigrati in Francia, era nata in Francia, a Monclar, nel1937 ed è morta nel 2007, dopo una vita in cui aveva vinto svariati premi, ma era sempre rimasta appartata, sfuggente e lontana dalla comunità letteraria. Ora Adelphi ha tradotto e pubblicato questo suo romanzo che è del 1973 e col quale ha vinto il Roges Nimier.
L’autore scozzese (nato a Edimburgo nel 1850 e morto a Valima nel 1894), famoso per capolavori immortali come “L’isola del tesoro” e “Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hayde”, in queste pagine racconta il suo viaggio per raggiungere Fanny, la donna di cui si era innamorato.
In questo libro Amanda Lear ripercorre i 16 anni della sua vita trascorsi come amica, musa e amante dell’imponente pittore surrealista del 900 Salvador Dalí.