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LA RUBRICA DELLA DOMENICA - page 6

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

di Pier Franco Quaglieni

Ztl: vorrei che  non passasse un’idea a danno dei negozianti e anche dei torinesi  che non potrebbero accedere al centro ,di fatto nel corso dell’intera giornata, se non  in bus o taxi. Tutto ciò che oggi può danneggiare le aziende che reggono e affrontano una  crisi che ha portato molti a chiudere, andrebbe, non foss’altro per ragioni di buon senso, osteggiato con tutti i mezzi possibili”

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Il nuovo libro di Elisabetta Chicco

E’ appena uscito, edito da Castelvecchi, il bellissimo ed assai documentato libro “Nietzsche .Psicologia di un enigma” di Elisabetta Chicco Vitzizzai, nota ed apprezzata scrittrice torinese. Laureata all’Università di Torino in Estetica e in Psicologia Clinica, è autrice di romanzi di successo, anche se nel saggio rivela doti non indifferenti di ricercatrice e di studiosa di rango che difficilmente convivono in una narratrice  di straordinaria fantasia e creatività come è Elisabetta.Il libro coniuga una riflessione sull’opera filosofica di Nietzsche  con lo studio della sua vita e della sua personalità.Particolare interesse assume il capitolo sulla fine del filosofo. L’indagine rigorosa condotta attraverso la lettura  approfondita del suo epistolario contribuisce significativamente  all’evoluzione degli studi nicciani ,una italianizzazione consentita da Umberto Eco. Il libro fa anche  implicita giustizia delle tante sciocchezze scritte su Nietzsche  da sedicenti germanisti torinesi del passato, incredibilmente presi sul serio anche  dall ‘editore Einaudi.L’autrice che si è cimentata con la narrativa,la poesia,il teatro e anche con la pittura (è figlia del notissimo ed apprezzato artista Riccardo Chicco(un pilastro della storia dell’arte novecentesca, non solo torinese)è, a sua volta, una protagonista della vita intellettuale subalpina, prima come docente nei Licei di stato ,poi come scrittrice e come conferenziera  di rara seduzione intellettuale. Remo Bodei, uno dei maggiori filosofi italiani che ha scritto una lunga prefazione al libro, ha scritto che l’opera della Chicco è “una sfida alle leggende tenacemente sopravvissute sulla vita e il pensiero di Nietzsche”. Una parte del libro è ovviamente dedicato al soggiorno torinese del filosofo a Torino.

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Alassio, il “Toscana”, ”L’Unità” 

Una domenica di quasi cinquant’anni fa andai ad Alassio con una mia compagna di liceo. Era uno dei miei primi viaggi in cui guidavo la Fulvia  che mi aveva regalato mio padre per la maturità. Era primavera e la città del Muretto era illuminata di sole. Non c’era la folla domenicale che c’è adesso. Si parcheggiava con facilità. Era la Alassio di Mario Berrino, il pittore che aveva ridato ai torinesi il piacere della vacanza al mare dopo gli anni tormentosi della guerra. Andammo a pranzare in un ristorante che non conoscevo, il “Toscana” ,che c’è anche oggi ed è sempre piacevole come allora. Entrai in quel locale  con la mazzetta dei giornali, la più visibile ,casualmente, era la testata dell’”Unità”. Un cameriere  torinese che faceva la stagione al “Toscana” – è un fatto incredibile ,ma vero –  dopo avermi portato una sogliola alla mugnaia (allora, noi torinesi, apprezzavamo ,da veri provinciali, quasi soltanto quel pesce di mare )mi sussurrò testualmente :”Compagno, dì che non è cotta, così te ne porto un’altra”. Quel giornale, in quel clima di svolte epocali di sinistra, dava un senso-diciamo così- di  fortissima appartenenza, oggi impensabile .Per fortuna dei ristoratori, ma soprattutto nostra…  Non era del tutto casuale che quel cameriere fosse torinese.

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Francesco Barone  il filosofo della libertà 

 Il torinese Francesco Barone è stato uno dei più grandi filosofi della scienza, docente all’Università e alla Scuola Normale  di Pisa dove la baronia di  Augusto Guzzo nella Facoltà filosofica torinese costrinse  il laico Barone ad emigrare. Un po’ come accadde a Mario Fubini  a causa di Giovanni Getto che era sì cattolico, ma  che con i suoi allievi ,lui rigorosissimo fino al paradosso, si rivelò molto liberale.  L’altro sabato ho parlato di Barone  a lungo  con il suo allievo prediletto Marcello Pera,  mio amico da una vita.  Era figlio di un tipografo de “La stampa” alla quale collaborò per anni con elzeviri di grande valore. Lo aveva chiamato al giornale  Carlo Casalegno. Poi lo esclusero da quella collaborazione, cui teneva moltissimo. Ci soffrì molto. Scriveva importanti  articoli  sull’Illuminismo e sui rapporti tra filosofia e scienza ,ma si occupava anche  di università e di scuola con grande  coraggio e  assoluto anticonformismo, denunciando gli errori del ’68 e i pericoli della violenza contestatrice a cui si oppose tenacemente, e inutilmente, a Pisa come preside di Facoltà. La stessa città dove D’Alema e Mussi furono protagonisti di una contestazione un po’ troppo esagitata. Pera, nel corso della nostra conversazione lo ha definito “un liberale torinese  di temperamento, prima ancora che di cultura”. Non avrebbe  potuto dire meglio. 

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I cavalieri di gran croce romani 

A Torino con Antonio Maria Marocco, Paolo Emilio Ferreri, Enzo Ghigo, SIlvio Pieri, Mario Garavelli, Carlo Callieri, Giovanni Quaglia e pochi altri  fondammo in prefettura , esattamente dieci anni fa ,l’associazione nazionale degli insigniti del cavalierato di gran croce , l’equivalente italiano della Legion d’onore francese. Poi l’associazione trasmigrò a Roma, come forse era indispensabile e sicuramente inevitabile. Tutto ciò che nasce a Torino è destinato a finire a Milano o a Roma. L‘altra sera abbiamo festeggiato la Pasqua con il presidente Raffaele  Squitieri , presidente della Corte dei Conti. Di tanti cavalieri torinesi l’unico dei fondatori presente ero io. Ma è stato bello conversare con tanti amici provenienti da ogni parte d’Italia: prefetti, ambasciatori, docenti universitari, generali. Nel mio tavolo ho conosciuto un grande medico di Bologna che scrisse il testo una canzone di Lucio Dalla. L’associazione è una grande risorsa per la Repubblica ,una riserva di uomini e di donne al servizio dello Stato. Non a caso, tra noi, c’era anche il prefetto Tronca che a Milano e  a Roma si è distinto per le sue doti e per la sua onestà.

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Tom e il cimitero Sud

Mi ha sorpreso che lo storico vicesindaco di Chiamparino, Tom Dealessandri , sia invischiato in una vicenda relativa al crac del CSEA ,il consorzio per la formazione professionale partecipato dal Comune di Torino. Mi auguro per lui che si risolva nel migliore dei modi e che la Magistratura contabile accerti la sua non responsabilità per una vicenda per cui sono stati condannati sul piano penale amministratori  del CSEA.  Non ho mai conosciuto di persona il mitico Tom del decennio chiampariniano che fu anche assessore ai cimiteri. In occasione di un funerale in quello squallido cimitero torinese costruito a misura dei casermoni di via Artom -il Cimitero Sud, p oi ribattezzato da Beppe Lodi Cimitero Parco- scoprii una raccapricciante  lapide , piuttosto vistosa. in un settore del cimitero che riportava  parole che mi parvero  irrispettose dei morti: “Salme indecomposte”. Fotografai la lapide e la mandai ai giornali. Dopo circa un mese di silenzio si fece sentire anche l’assessore che non trovò fuori posto quell’iscrizione e scrisse che ,al massimo, era questione di punti di vista e di sensibilità personale. Mi rimase in mente la risposta dell’assessore e vice sindaco di Torino. Forse avevo torto io, ma la burocrazia non può essere sempre insensibile ed aver sempre ragione, anche quando sbaglia, non rispettando la dignità delle persone.

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ZTL fino alle 19 

Molti commercianti del centro torinese hanno affisso  sulle loro vetrine  un modesto foglio  senza commenti polemici,denunciando l’idea folle che l’amministrazione comunale ha in mente: estendere la zona ZTL fino alle 19 ed estenderne anche i confini. Non vorrei che qualche zelante vigile contestasse  loro l’affissione abusiva del foglio. Soprattutto vorrei che  non passasse un’idea a danno dei negozianti e anche dei torinesi  che non potrebbero accedere al centro ,di fatto nel corso dell’intera giornata, se non  in bus o taxi. Tutto ciò che oggi può danneggiare le aziende che reggono e affrontano una  crisi che ha portato molti a chiudere, andrebbe, non foss’altro per ragioni di buon senso, osteggiato con tutti i mezzi possibili. Il timido foglietto di carta bianca non basta

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LETTERE (scrivere a quaglieni @gmail.com)

Ho letto il suo ricordo di Giovanni Sartori che mi è piaciuto, ma perché ha taciuto la sua contrarietà all’immigrazione islamica ? Non è da lei.

                                                                             Giuseppe Lomonaco

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Ho scritto di getto il ricordo di Sartori pochi minuti dopo aver appreso della sua morte. Ho citato la sua difesa di Oriana Fallaci e la sua polemica contro Gino Strada. Ho dato erroneamente per sottintesa la sua posizione critica sui rapporti con l’Islam. Andava invece citata e andava anche aggiunto che egli venne esaltato come critico di Berlusconi,ma successivamente  isolato e censurato per aver denunciato i pericoli insiti nell’islamismo. La mia preoccupazione,per altri versi, era quella di evidenziare la statura di uno studioso di straordinario valore che pochissimi politici italiani hanno letto. E ne vediamo (e ne paghiamo)le conseguenze.

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Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

di Pier Franco Quaglieni

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“Nell’intera  faccenda MOI  il grande assente appare lo Stato.  Se io parcheggio in sosta vietata vengo subito multato… mille clandestini occupano da anni una struttura pubblica ,senza che gli organi comunali e statali abbiano il coraggio di intervenire”

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Emanuele Artom

La Comunità israelitica torinese ha ricordato il giovane partigiano Emanuele Artom, fatto prigioniero e ucciso dopo atroci sofferenze il 7 aprile 1944.Anche lui, appartenente ad una nota famiglia ebraica torinese, si era formato in quella fucina di libere intelligenze che fu il liceo d’Azeglio. Sul sito del liceo si tende a ricordare soprattutto quel periodo eroico con Augusto Monti. Ci furono allora anche altri bravissimi professori ,come ci sono stati anche dopo il 1945.Artom fu catturato dai fascisti in val Pellice . Era insieme al suo amico Ugo Sacerdote, futuro alto dirigente industriale. Ugo si salvo’ , Emanuele venne fatto prigioniero. Sacerdote, uomo difficile, ma anche sincero amico che venne a rendere omaggio a Martini Mauri a cui nulla lo accomunava, se non il partigianato , pur con fazzoletti diversi, sentiva forte il legame con l’amico .Fu lui a indurmi a scriverne anni fa. Emanuele era soprattutto un intellettuale libero che avrebbe occupato sicuramente un posto di rilievo nella cultura italiana e nell’Universita’ nel dopoguerra. Una grande intelligenza perduta, una figura eroica che ha ancora molto da insegnare ai giovani d’oggi.

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Il MOI e i torinesi 

La  situazione del MOI ( ex Mercati Ortofrutticoli all’Ingrosso)  è  da tempo  insostenibile e grottesca: oltre mille clandestini occupano  una struttura pubblica , devastandola e commettendo svariati reati. Appare di tutta  evidenza l’ incapacità dello Stato e del Comune di Torino di risolvere la vergognosa questione, malgrado l’impegno del nuovo Prefetto di Torino Renato Saccone. Il sindaco/a  forse appare non rendersi pienamente  conto del degrado di un’intera zona della città. La nuova giunta 5S cerca di affrontare il problema a parole …, affidandosi a Cooperative, non ben precisati mediatori ed addirittura ai centri sociali (in qualità di consulenti???) . Da ultimo, si è fatto vivo come mediatore anche l’arcivescovo Cesare Nosiglia che apparirebbe  come una sorta di deus ex machina. Nell’intera  faccenda il grande assente appare lo Stato.  Se io parcheggio in sosta vietata vengo subito multato…mille clandestini occupano da anni una struttura pubblica ,senza che gli organi comunali e statali abbiano il coraggio di intervenire.  Il cittadino, per non dire chi abita nella zona del MOI non è più in grado di capire.

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Biennale, costi e tagli

In tre giorni di incontri quanto costa, anche solo di pubblicità, la Biennale della democrazia? Una pubblicita’ invadente che neppure una grossa attività commerciale si può permettere, si sarebbe detto un tempo, di stile berlusconiano. È lecito in democrazia pretendere un bilancio pubblico di una serie enorme di eventi, una vera e propria indigestione di parole, quasi tutte a senso unico? C’e’ la necessità di questa kermesse torinese ? Io ho dei forti dubbi. Persino un liceo di periferia ,l’Einstein, ha inserito nel suo orario di lezione una scuola di democrazia, per non parlare della scuola di buona politica del prof. Bovero , pupillo di Bobbio. La democrazia, direi ,si impara praticandola, votando, partecipando alla vita politica, più che ascoltando i soliti maestri, non sempre ottimi, a voler essere gentili. Nel contempo, dal Comune giunge la notizia di un taglio del 30% alla cultura, di fronte a cui i grandi enti, Regio, Stabile, Egizio ,quasi non hanno fatto una piega. La giustificazione è quella già tirata fuori da Chiamparino quand’era sindaco: gli asili hanno la priorità. Gabriele Ferraris su “Torino7” denuncia la mistificazione pubblicitaria che si rivela piuttosto vecchia. La mia esperienza mi induce a pensare che i tagli avvengano soprattutto sui piccoli ad alcuni dei quali, dai tempi di Chiamparino, è negato qualsiasi contributo. Una delle prime cose da tagliare ,o almeno da ridurre, sarebbe proprio la Biennale dell’ovvietà ideologica che anche quest’anno si è rivelata assai poco democratica ed assolutamente illiberale.

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Valdo Fusi e i morti di Salo’

Il 6 novembre 1956 Valdo Fusi, eroico combattente scampato alla fucilazione al Martinetto dei primi di aprile 1944, scriveva in una lettera pubblica : ” Dove sono sepolti i combattenti di Salo’ ? Se non hanno sepoltura ,dovremmo essere noi resistenti a provvedervi. Se sul piano delle idee nessuna conciliazione sara’ mai possibile (…) tra uomo e uomo è necessaria la più illuminata apertura dell’animo (…) . Dobbiamo cancellare ogni traccia della guerra civile ,sul piano umano . ” Che lezione umana, cristiana e civile ! Grande Valdo! Dalla Liberazione erano passati solo 11 anni. Ci sono idioti che hanno persino negato l’esistenza di una guerra civile in Italia. C’e’ voluto il libro di un partigiano e funzionario dell’Archivio di Stato ,Claudio Pavone, per incominciare a farlo capire.

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LETTERE (inviare a quaglieni@gmail.com)

Ho letto della morte del filosofo Armando Plebe ,alessandrino che studio’ a Torino.Fu eletto anche senatore a Torino. Perché nessuno ne ha scritto? Anche lei nel coro?

Ettore Filippi

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Non ne ho scritto perché Plebe si rivelò uno studioso non particolarmente degno di attenzione, se non per certi suoi scritti su Aristotele e prima su Marx. In Sicilia, dove ha insegnato, i giornali lo hanno ricordato, ma obiettivamente le sue giravolte politiche sono state troppe e poco credibili. Da marxista divenne saragatiano e poi missino. Poi voleva entrare nei radicali e poi ancora tornò a sinistra. Il diritto a cambiare idea è sacrosanto , per un filosofo è poi quasi un dovere d’ufficio perché la ricerca non ha mai fine. Ma le scelte politiche, specie se eletti in Parlamento, sono altra cosa. E un briciolo di coerenza ci vuole. I torinesi che incautamente lo votarono come missino, si sentirono traditi. E fece bene Pannella a non accoglierlo nel Partito Radicale. Forse qualcosa di lui resterà. Il convegno promosso a Torino nei primi anni Settanta contro una certa egemonia culturale fu un atto di coraggio e io mi rammarico di averlo attaccato in quell’occasione in modo troppo aspro. Ma il resto delle sue scelte non hanno dato seguito ad una buona intenzione perché l’idea di Plebe non era animata dalla libertà , ma dal gusto di stupire, dopo essere stato per tanti anni un marxista assolutamente acritico.

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Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

in Cosa succede in città

Di Pier Franco Quaglieni

“Oggi la stragrande maggioranza dei giovani non sa chi sia stato l’alpino Battisti, neppure l’Ana odierna l’ha ricordato degnamente nel 2016. Ma forse anche gran parte dei miei compagni di liceo di cinquant’anni fa non lo sapevano .La cosa importante oggi sarebbe bloccare il degrado della  targa inaugurata già nel 1918 subito dopo la vittoria.Per Torino e ‘ un dovere…”

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Si è dimesso Iacopino,presidente dell’Ordine  Nazionale dei Giornalisti

Scarsa eco hanno avuto a Torino – per il pronto e fermissimo  intervento  del Presidente dell’Ordine piemontese Alberto Sinigaglia con una lettera a “La Stampa”- le clamorose dimissioni da presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti  Enzo Iacopino. Una scelta che non ha precedenti e che dovrebbe far meditare anche perché a Torino non tutto è come dovrebbe essere. Il caso recentissimo dei giornalisti che si sono licenziati perché da mesi erano senza stipendio, va oltre i limiti dell’immaginabile. Le motivazioni di Iacopino  alla base delle dimissioni sono molto aspre e mortificanti :la categoria dei giornalisti ha  perso la sua credibilità e soprattutto sarebbe in atto  <<un gioco perverso e irresponsabile di opposte militanze>> in cui balzano all’occhio <<settarismo, superficialità, urla e volgarità>> tra i giornalisti  e ci sarebbe anche <<chi si compiace di galleggiare tra gelati e patate >>. Accuse forti che forse solo i lettori,i veri padroni dei giornalisti, come diceva Montanelli,possono e devono valutare nel momento in cui decidono di acquistare o meno  un giornale . Chi scrive ha quasi 50 anni di iscrizione all’Ordine  ,ma non si ritiene idoneo a giudicare,anche perché non ha mai voluto  ricoprire incarichi. L’ Ordine di Torino e’ stato privilegiato perché ha avuto quasi sempre, non sempre, dei presidenti capaci e trasparenti da Berardi a Ronchetti, da Miravalle all’attuale.  Il giornalismo piemontese ,invece, difficilmente ritrova oggi i Casalegno, i Borio ,le Poli, i Calcagno, i Bernardelli , i Torre, i Caputo , i Vecchiato -tanto per citare solo qualche nome del passato-che hanno fatto la storia del giornalismo subalpino. Un giornalista torinese come Gino Apostolo che ha dedicato, oltre che alla professione, tantissimi anni all’Ordine Nazionale  come” tesoriere di ferro”, inorridirebbe di fronte alle accuse del presidente Iacopino.

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Cucina torinese e francobolli 

La barbera d’Asti  e l’Asti  Moscato hanno avuto il loro francobollo. E’ uscito da pochi giorni un francobollo dedicato al Bacalà alla Vicentina, un piatto molto amato non solo in Veneto. Il filosofo torinese Oscar Navarro, grande studioso di Kafka, amava andarlo a gustare ai “Tre visi “ di Vicenza, oggi trasferito in altri locali e totalmente ,purtroppo , assai decaduto. C’è poi l a variante tutta veneziana del Bacalà mantecato da gustare all’Harry’s Bar di  Arrigo Cipriani e da” Altanella” alla Giudecca, dove la famiglia Stradella tiene alto il nome di una tradizione che risale agli albori del secolo scorso. Il Bacalà mantecato  si può assaggiare  anche a Torino dal mitico Sante  Prevarin del”Montecarlo”, che non ha mai tradito le sue origini venete, anche quando è diventato un fotografo di fama. La Regione Veneto è riuscita ad ottenere un riconoscimento per uno dei suoi piatti più tipici, da abbinare alla polenta. Perché non si fa qualcosa per valorizzare un piatto tipico torinese o piemontese, magari la Bagna Cauda ? Un francobollo sarebbe un  bellissimo riconoscimento. Ovviamente la bagna con l’aglio e non ,come si usa fare oggi, mitigando la ricetta,eliminando l’aglio. Il grande Edoardo  Ballone inorridiva al solo pensiero di escluderlo.

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Barbisio chiude, che tristezza! 

Con il primo d’aprile la storica fabbrica di cappelli Barbisio a Cervo, nei sobborghi di Biella, chiude i battenti. Un vero pesce d’aprile. Pochi giorni fa sono stato al cappellificio ed ho avuto l’amara sorpresa di apprendere che è in liquidazione da qualche mese. Si parla di delocalizzarlo,forse all’estero,f orse in Cina, lasciando le maestranze locali  senza lavoro. Quando andai l’ultima volta in dicembre,  avevo colto un’ombra di tristezza nelle venditrici che ,di norma ,erano sempre allegre e molto gentili. Nessuna di esse mi fece cenno a quello che stavano presagendo. Rifiutavano  i clamori sindacali che, in effetti ,non ci sono stati e  forse si sarebbero rivelati inutili. Neppure i giornali hanno parlato della chiusura di Barbisio . L’amica biellese che mi accompagnava,  e ‘ rimasta di sasso come lo sono stato io, nel constatare la chiusura. Lo storico marchio nato a Sagliano Micca nel 1862 scompare di scena in punta di piedi . Se rinascerà, forse, non sarà più lo stesso. cappelli Barbisio sono i più leggeri del mondo, come l’acqua San Bernardo che ,quand’ero bambino, veniva pubblicizzata come l’acqua più leggera. Ma la leggerezza per  i cappelli Barbisio non è un espediente pubblicitario, è la realtà.  Sono fatti di feltro di pelo e sono frutto di un lungo e paziente lavoro artigianale, anzi, direi artistico. Che pena dover tornare indietro a mani vuote. Terrò i cappelli Barbisio che posseggo, solo per le grandi occasioni.Ero abituato a portarli sempre, preferendoli anche ai Borsalino. Adesso non mi è più consentito:diventano qualcosa di prezioso e di unico, da conservare gelosamente nella naftalina. Un altro pezzo di Piemonte va in frantumi. 

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Cesare Battisti  e Torino 

La targa in  bronzo   di Cesare Battisti in piazza Carignano ,all’ingresso della Galleria subalpina, sta andando alla malora come tante lapidi e monumenti torinesi. Cesare Battisti venne impiccato al Castello del Buon Consiglio di Trento perché catturato dagli austriaci e considerato disertore, essendo suddito austriaco. Battisti è stato un grande uomo: deputato, giornalista, scienziato, patriota, oratore di grande efficacia. Era l’esponente socialista (di un socialismo riformista che in Italia non è mai attecchito molto ) che Salvemini considerava il possibile futuro leader del movimento in Italia,se non fosse morto. A Torino, che Battisti frequentò assiduamente e dove tenne infiammati discorsi per l’intervento in guerra nel 1914 /15,lo scorso anno non è stato praticamente ricordato,se si eccettua un incontro al Circolo Ufficiali in cui ebbi l’onore di commemorarlo.Lo feci volentieri perché mio nonno era suo amico e nel 1966,come premio, mi portò a Trento a visitare il Castello dove si era immolato per la causa italiana. Alcuni miei zii partirono per il fronte e vi lasciarono la vita. Mio nonno ritornò dalla guerra e volle portare il nipote a ripercorrere le strade della storia. Oggi la stragrande maggioranza dei giovani non sa chi sia stato l’alpino Battisti, neppure l’Ana odierna l’ha ricordato degnamente nel 2016. Ma forse anche gran parte dei miei compagni di liceo di cinquant’anni fa non lo sapevano .La cosa importante oggi sarebbe bloccare il degrado della  targa inaugurata già nel 1918 subito dopo la vittoria. Per Torino e ‘ un dovere.

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LETTERE  (scrivere a quaglieni@gmail.com)

Come mai non ha scritto nulla delle belle iniziative legate al Cuore di De Amicis promosse nei mesi scorsi al Borgo Medievale ? Lei,così attento alla storia ?

                                                                                     Ugo Cipriani

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Ho scritto un articolo in dicembre in cui lamentavo l’oblio riservato al Cuore, uscito nel 1886 da Treves. Sono stato troppo pessimista perché al Borgo medievale si sono tenuti ,tra gennaio e febbraio,  eventi molto importanti centrati sul Cuore.Forse sono stati poco considerati dai giornali e quindi  mi sono colpevolmente sfuggiti.Altrimenti ne avrei scritto molto volentieri. Anticipo al lettore ,per farmi perdonare l’errore commesso, l’uscita per il Salone del libro di Torino a maggio di una nuova ricerca di Bruna Bertolo dedicata alle maestre  elementari,dal titoloMaestre d’Italia, un libro che mancava.Un posto di riguardo avrà la maestrina  deamicisiana dalla Penna Rossa,ma Bruna Bertolo,da vera storica qual è,ha scritto  anche della maestra Rosa Maltoni,la  cattolicissima madre di Mussolini  che sposò il fabbro Alessandro, anarco-socialista di Predappio.

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Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

in Cosa succede in città

Di Pier Franco Quaglieni

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“Una coltre di oblio si è stesa su alcuni personaggi della Chiesa torinese del recente passato. In primis, su mons. Franco Peradotto,vicario generale della Diocesi e poi rettore della Consolata. Su di lui è uscito  nel 2016 dalle edizioni Mille un libro dal titolo “Caro Don Franco”, forse troppo poco per una personalità eccezionale come la sua…”

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San Giuseppe

Oggi ,19 marzo, è la festa di San Giuseppe,quasi nessuno forse se ne ricorda. Fino al 1976 era festa.Il governo Andreotti la declassò  insieme ad altre  sette ricorrenze  come  l’Epifania, il Corpus Domini, l’Ascensione,il IV  novembre,lo stesso 2 giugno,data fondativa della Repubblica. Le feste vennero spostate alla domenica successiva.  Anche una festività civile come il IV  novembre subì un oblìo spiegabile solo con certo livore antipatriottico   ed antistorico che volle demonizzare la Grande Guerra. Il 2 giugno venne ripristinato su impulso del presidente   Carlo Azeglio Ciampi, l’Epifania ,quasi a furor di popolo e di bambini,tornò il 6 gennaio per volontà di Bettino Craxi. Andreotti voleva evitare i ponti,costringendo  gli italiani a lavorare di più, anche se in effetti  le festività soppresse  venivano retribuite o  ne veniva consentito il recupero. Quella di Andreotti fu una scelta all’insegna dell’austerità e persino della laicità dello Stato. L’idea dell’austerità fu ,però,  più formale che sostanziale.Il clima del compromesso storico non poteva consentire di più . Ugo La Malfa che, nel suo catastrofismo,         voleva essere sempre il primo della classe, si era opposto  persino alla televisione a colori, considerandola un lusso inammissibile per gli italiani,una posizione  quasi incredibile rispetto agli altri Paesi europei.Il risultato ultimo fu che in Italia sulle cose che contano, non prevalse affatto la serietà e il rigore  dei comportamenti. Fu infatti  molto  più facile sopprimere qualche festa infrasettimanale. Anche il giorno dei Santi Pietro e Paolo era festa.Da quando venne soppressa, pochissimi si ricordano del mio onomastico,prima del 1977 era quasi impossibile dimenticarlo. La festa di San Giuseppe toccava quasi ogni famiglia perché il nome era molto diffuso. Oggi è un nome non più di moda: Luca e Matteo prevalgono,sopravvive qualche Giusy che si vergogna del nome Giuseppina. Al massimo, sopravvive qualche Beppe,alcuni anche molto famosi… Con l’inizio della primavera molti  torinesi coglievano l’occasione  per tornare  in Liguria dove il 19 marzo c’era  la corsa ciclistica Milano -Sanremo, un evento allora importante.Oggi non attrae più neppure il Giro d’Italia. Era il primo contatto con il mare dopo l’inverno.Oggi tanti torinesi passano abitualmente  il fine settimana in molte località liguri . Ad Alassio ogni domenica i negozi del budello sono aperti e la spiaggia d’inverno accoglie tante persone. La spiaggia della città del Muretto  è bella e curata  anche d’inverno.  La festa di San Giuseppe da anni  si identifica con la festa del Papà, all’insegna di un consumismo che sopravvive,magari più stentatamente, anche  di fronte alla crisi.La festa del Papà è superata solo da quella  della Mamma, anch’essa molto consumistica. Forse si stava meglio quando il nome Giuseppe era molto  frequente. In fondo, era il nome di Mazzini e di Garibaldi,ma anche quello di Verdi, del Cottolengo e  del sindacalista Di Vittorio.

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Enzo Tortora rivive al liceo d’Azeglio 

Giovedì scorso il liceo classico “Massimo d’Azeglio”,il mitico liceo in cui insegnarono grandi professori,ma che soprattutto  ebbe dei grandi allievi,ha ospitato in un incontro in orario di  lezione la senatrice Francesca Scopelliti,compagna di Enzo Tortora di cui la pubblicato recentemente le lettere dal carcere con il titolo”Cara Francesca”, edito da  Pacini. E’ stato un fatto molto importante che il liceo torinese abbia ospitato un incontro con Francesca che testimonia ,in modo direi  davvero unico, la tragedia vissuta da Enzo. Una tragedia giudiziaria e umana terribile che ripropone il tema,purtroppo sempre attuale,di una giustizia giusta.Nel mio ultimo libro ho dedicato un capitolo a Enzo che ho conosciuto e molto amato.E’ stato importante che gli studenti abbiano avuto modo di ascoltare i diversi interventi.E’ merito prima di Gianni Oliva e poi dell’attuale preside Chiara Alpestre aver ricondotto il “d’Azeglio” nell’alveo della sua tradizione ,promuovendo tanti eventi culturali importanti che non c’erano più dai tempi del preside Giovanni Ramella,un cattolico liberale  che diresse il liceo in modo magistrale per tanti anni.Con lui il liceo era luogo di libero dibattito,ospitando Vittorio Foa e Gianni Baget Bozzo,tanto per citare due nomi tra loro molto distanti.C’è stato un breve momento di appannamento del “d’Azeglio”, quando un preside,anzi un dirigente scolastico(la dizione burocratica rende meglio l’idea) che fu di mera  transizione, impose la bollatrice ai professori,considerandoli alla stregua di impiegati d’ordine. Forse, alcuni di essi erano davvero solo degli impiegati,ma il corpo docente nel suo insieme non poteva tollerare quella umiliazione offensiva  che il suo successore abolì subito dopo la sua partenza. Recentemente il Liceo sta iniziando a  raccogliere fondi per consentire di togliere le impalcature protettive  sulla facciata di via Parini.Sarebbe ottima cosa contribuirvi,anche se è una vergogna tutta torinese che il liceo più importante della Città non usufruisca della manutenzione necessaria.

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Preti torinesi  del secondo Novecento

Una coltre di oblio si è stesa su alcuni personaggi della Chiesa torinese del recente passato. In primis, su mons. Franco Peradotto,vicario generale della Diocesi e poi rettore della Consolata. Su di lui è uscito  nel 2016 dalle edizioni Mille un libro dal titolo “Caro Don Franco”, forse troppo poco per una personalità eccezionale come la sua  Era anche  un giornalista brillante,ma soprattutto un prete coerente con le sue idee,ma anche aperto e tollerante.Ho avuto con lui una lunga frequentazione ,fin dai tempi in cui me lo fece conoscere Valdo Fusi che andava a sentire le sue prediche a Santa Cristina e poi,critico a volte severo,ma sempre bonario, le discuteva con lui.Lo incontravo spesso a cena dall’ematologo  Luigi Resegotti ,cuoco provetto,che ama invitare gli amici per far loro assaporare  i suoi piatti. Peradotto era un uomo di grande cultura. Quasi all’improvviso, ebbe un tracollo e si ritirò in una casa di riposo. Dopo poco morì. Un altro  prete che andrebbe ricordato è don Alberto Prunas Tola,creatore a Sauze di Casa Letizia,un luogo sì di raccoglimento religioso,ma soprattutto un posto aperto al confronto più libero delle idee. Si passavano le notti nel ’68/’69 a discutere.All’alba don Alberto celebrava Messa. C’erano molti contestatori. Uno di loro,diventato poi assessore del Pci con Novelli,si sposò segretamente  con rito religioso. Era l’architetto  Marcello Vindigni ,allora su posizioni extraparlamentari,animatore tenace  delle proteste di corso Taranto. Una sera,appreso di una giovane ragazza in crisi depressiva a Torino,don Alberto alle 11 di sera mi chiese di accompagnarlo in 500 a Torino per aiutare questa ragazza. Tornammo all’alba con quella giovane che si ritemprò respirando l’aria di montagna,ma soprattutto con l’assidua assistenza di don Alberto che,senza farlo apparire, era un vero padre spirituale,profondamente umano . La ragazza aveva soprattutto,a mio parere,il cervello annebbiato dalle farneticazioni ideologiche sessantottine,ma mi trattenni dal dirlo.  Conobbi anche un famoso docente dell’Angelicum di Roma, padre  Felice Lagutaine ,con cui nascevano dotte conversazioni in cui egli rivelava la sua sottigliezza e la sua netta superiorità  intellettuale,senza mai  ostentare la sua dottrina, su tutti i presenti.  Era orgoglioso di appartenere ad una famiglia savoiarda. Allora io ,giovane laico e liberale come sono rimasto sostanzialmente  nei decenni,magari con qualche errore e qualche sbandata, steccavo nel coro,ma Casa Letizia è stata comunque una grande esperienza umana e per molti anche religiosa.Mi fece capire cosa intendesse Benedetto Croce quando scriveva “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Don Alberto,di fronte ad una  Chiesa in balìa delle onde tumultuose  del dopo Concilio,una volta,  ribadì con fermezza il ruolo fondamentale di guida  del Papa.Il suo discorso ai più non piacque,ma aveva certamente ragione lui:una Chiesa collegiale va allo sbando. Era l’anno della comunità del Vandalino a Torino e di don Mazzi all’Isolotto di Firenze e dei preti che spesso  scelsero di sposarsi,lasciando il loro ministero. Un terzo religioso appare totalmente dimenticato,il domenicano Reginaldo Frascisco,oratore eccezionale che partecipava volentieri ad alcuni dibattiti con me. Erano temi caldi:il divorzio,la legge 194,i rapporti sessuali ecc. Padre Reginaldo portava la sua testimonianza di Domenicano fermo su alcuni principi etici irrinunciabili,si direbbe oggi “non negoziabili” ,ma amava il dibattito. Era sembra vestito con l’abito bianco e nero dei Domenicani. Portava il nome di padre Reginaldo Giuliani,cappellano militare caduto nella guerra di Etiopia  del ’36 e sepolto nella chiesa di San Domenico in via Milano. Non aveva imbarazzo nel ricordare la M.O. Giuliani, cristiano e fascista,che quasi incarnava i Patti Lateranensi sottoscritti tra Stato e Chiesa nel 1929. A San Domenico Augusto Monti ambientò in parte il suo romanzo storico sulla massoneria “Il figlio della vedova”,tratto in italiano dal don Pipeta l’Asilé  di Luigi Pietracqua. Un romanzo popolaresco,più che popolare. Il  mangiapreti Monti descrive i Domenicani soprattutto come inquisitori fanaticamente  feroci e sicuramente essi lo furono anche a Torino,malgrado i Savoia non consentissero ai preti di invadere troppo la loro sfera di potere. Io ho conosciuto invece un mondo Domenicano aperto,anche se fermo sui princìpi che andavano difesi.Non era questione di testardaggine,era questione di coerenza. A padre Reginaldo Frascisco mancava quasi totalmente il senso dell’ironia,tanto era seria e convinta la sua vocazione

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La feroce egemonia  torinese 

Ernesto Ferrero è uno dei torinesi più stimabili. Lo conosco da molti anni e ,con lui e con Rolando Picchioni alla guida,  il Salone del Libro ha avuto un grande successo che spero i nuovi  dirigenti sappiano eguagliare. Anzi,mi auguro,per il bene di Torino ,che sappiano anche superare i livelli raggiunti  negli anni precedenti. Ferrero è  un intellettuale raffinato,ma è anche un uomo operativo. Soprattutto non è fazioso, è aperto al dialogo con tutti, senza apriorismi. Lo dimostrò quando promossi la presentazione della “Rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci al Salone con Pierluigi Battista e  Lucia Annunziata . Fece un intervento iniziale coraggioso ,in tempi in cui gli anatemi contro Oriana erano la regola. Presentando “Sillabario n. 2” di Goffredo Parise,  Ferrero riportò  alcuni  liberi pensieri  dello scrittore  trevigiano che meritano di essere conosciuti anche da chi non ha letto quel libro Accusato di disimpegno e di<< essersi abbandonato  ai culti di un edonismo superficiale e un po’ snob>>, Parise così disse a Ferrero: << Non ho mai capito il significato della parola ideologia,che ormai anche gli asini sembrano capire.  Ma ,quando  la sento pronunciare ,una piccola voragine di nulla si forma nel discorso di chi la pronuncia  e rende vano il discorso.Per me la parola ideologia  è flatus vocis ,nel migliore dei casi.(…) Non credo a millenni di felicità(futura) della traiettoria socialista>>. Ferrero portava Parise a pranzare in un ristorante nei pressi della stazione di Porta Nuova ,di cui lo scrittore apprezzava la cucina. Forse,se Parise fosse vissuto a Torino o avesse frequentato altre persone oltre a Ferrero, si sarebbe accorto che l’ideologia non era  un flatus vocis,ma  risentiva dell’idea egemonica,spesso feroce,predicata sotto la Mole da Antonio Gramsci.

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La Posta di Cavour  e una straordinaria pasticceria

A Cavour c’è da sempre la storica “Locanda della Posta” della mitica famiglia Genovesio che almeno da tre generazioni tiene alto il nome della gastronomia piemontese in in locale in cui si mescolano le migliori tradizioni con una capacità di accogliere in modo piacevole. I clienti famosi sono stati molti: da Giolitti (che aveva una casa a Cavour ) a Soleri, da Soldati a Buazzelli. Sembra che ci andasse nell’800 anche il conte di Cavour. Andare alla “Posta” per molti è quasi  un rito. I conti Buffa di Perrero, che hanno una bella casa a Cavour, ci vanno abitualmente,ma anche la borghesia torinese ama frequentarlo per il bollito misto, la fonduta con i tartufi, i funghi.La mia famiglia l’ha sempre bazzicato,da quando mio nonno risiedeva per i motivi del suo ufficio a Pinerolo,sede del Reggimento  “Nizza Cavalleria”e della Scuola di Eqitazione “Caprilli”. Gianni Agnelli, ufficiale di quel Reggimento, andava  a cenare qualche volta a Cavour.  Vicinissima al locale c’è la Pasticceria Artigianale.Le sue specialità,assolutamente da assaggiare, sono il Pan Ed’ La Roca ( il riferimento è alla rocca di Cavour sulla collina ), gli zuccherini aromatizzati,la Rocca di mele venduta nel suo vaso di cottura. .Soprattutto consiglio le mele caramellate,una squisitezza. Come noto, Cavour è il paese delle mele e in ottobre si tiene il “Tuttomele”, una rassegna diventata famosa. E’ sconsigliabile, tuttavia ,andare alla” Posta” in quel periodo perché la confusione toglie al locale il suo aspetto abituale  in cui si respira l’aria del vecchio Piemonte. La famiglia Genovesio lo sconsiglia ai clienti abituali e agli amici.Era un posto che amava tanto anche  un grande eno-gastronomo ,Edoardo Ballone,che scrisse il libro “La forchetta curiosa”,il titolo della sua bella e seguitissima  rubrica su “La Stampa”.

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LETTERE  (indirizzare le mail a quaglieni@gmail.com)
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 Cosa ne pensa del Lingotto renziano? Non ho letto la sua opinione.  
Filippo Volpis
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Ho seguito distrattamente dal mare  la convention del Lingotto. Al di là dei discorsi di Renzi e Fassino (che si è rivelato ancora una volta un leader)mi pare che la classe dirigente attuale non abbia rivelato un livello adeguato ai tempi duri che viviamo. Ho sentito evocare anche la parola “egemonia”dal presidente della Regione Piemonte.  Nella nostra regione  solo Davide Gariglio e Nino Boeti mi sembra abbiano un certa tempra.Di fronte ad una destra in affanno e divisa e  di fronte ad un populismo grillino pericoloso,il Pd potrebbe giocare un ruolo determinante. Non so se le condizioni lo consentiranno.Dipenderà dalla legge elettorale. Non mi è piaciuto il richiamo di Renzi alla parola  “compagni”,ormai piuttosto stantia. E ho notato che la parola “liberale” è stata totalmente ignorata nella convention del Lingotto. C’è stato anche il “Lingottino”  dei moderati, così opportunisti da non decidere neppure tra Renzi,Emiliano ed Orlando,gli ultimi due certamente poco moderati.Sarebbe interessante fare un discorso su cosa oggi si possa intendere per moderati, senza partire però  dal gruppo di Portas ,ridotto, anche elettoralmente, dalla inevitabile  concorrenza del Pd renziano.

                                                                                                                                                     pfq 

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

di Pier Franco Quaglieni

“Senza un’effettiva parità di genere la società si priva di energie importanti. Chi sostiene la via delle “quote rose” anche oggi sbaglia perché realizzare la parità significa far crescere il potenziale di sviluppo della società italiana nel suo insieme”

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L’Anpi e Israele 
Ha ragioni da vendere il vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte Nino Boeti ,uomo sempre aperto al confronto delle idee, a criticare  il patrocinio concesso dall’Anpi di Biella al film “Israele il cancro”, innanzi tutto a cominciare dal titolo. Definire Israele il cancro tradisce un antisemitismo viscerale , incapace di comprendere la storia dell’unico stato democratico del Medio Oriente. Certo, Israele ha commesso degli  errori, anche gravi, ma non va mai dimenticato il fatto incontestabile che nei territori israeliani si vive costantemente con l’ansia di morire ad opera dei terroristi palestinesi. Un’associazione di partigiani dovrebbe ispirarsi ai valori della libertà  e non a quelli dell’apriorismo fazioso. Soprattutto ,affrontando il tema spinoso dei palestinesi che vivono sicuramente una tragedia,dovrebbe anche considerare le ragioni israeliane. E’, per altri versi, un vecchio vizio delle estreme di sinistra e di destra , quello di essere  antiisraeliane e filo palestinesi a prescindere. Ricordo nel 1967,durante la guerra di aggressione ad Israele voluta da Nasser ,gli attacchi contro il piccolo stato “ebraico” di esponenti del vecchio PCI, dimentichi dei motivi storici che portarono ,dopo la II guerra mondiale, a creare quella realtà. Anche Eugenio Scalfari fu della partita ,suscitando l’aspra critica del suo  iniziale maestro Pannunzio. Non parliamo  della estrema destra  che riversa il  terribile antisemitismo della Shoah  nel presente. E non posso dimenticare che l’ebrea Natalia  Levi Ginzburg scrisse  cose piuttosto  imbarazzanti sull’argomento. Erano anni difficili, c’era il Muro di Berlino, oggi si vorrebbe più ponderatezza nel valutare una realtà complessa come il Medio Oriente, a partire dalla minaccia incombente dell’ Isis che per l’Europa rappresenta una sorta di nuovo nazismo volto, anch’esso, allo sterminio .

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L’autostrada del Conte

L’autostrada Torino- Pinerolo, estremamente utile per favorire il turismo invernale, e non solo quello, venne fortemente osteggiata e venne realizzata con grande ritardo. Veniva definita l’autostrada del Conte. Il conte era Edoardo Calleri di Sala, politico democristiano di gran peso, presidente della Cassa di Risparmio di Torino e poi dal 1970 presidente della Giunta Regionale,il primo presidente affiancato prima da Paolo Vittorelli e poi da Aldo Viglione presidenti del Consiglio regionale. Lo conobbi a Moncalieri, di cui era stato sindaco, eletto nel 1964,dove si fece promotore del secondo ponte sul Po (senza il quale il traffico era sempre intasato), anch’esso definito, dall’opposizione comunista, il ponte del Conte o ,più semplicemente, il ponte di Calleri. Era un uomo di poche parole ,ma di grande competenza amministrativa. Aveva una straordinaria resistenza alla fatica e nei dibattiti sapeva fare le ore piccole ,bevendo Coca-Cola. Lo consideravano un ras,ma sicuramente l’uomo era di grande qualità.Una qualità oggi davvero quasi impensabile. Forse non seppe circondarsi di collaboratori validi,come spesso succede anche ai non mediocri.Laureato in medicina,era in grado di tener testa e di mettere in difficoltà architetti esperti nelle discussioni urbanistiche.Era stato giovanissimo resistente a fianco del padre ammiraglio. Donat Cattin, che era suo fiero avversario, riconobbe la sua competenza e la sua onestà,al di là della competizione politica che fu durissima. La sua carriera venne interrotta da una vicenda giudiziaria su cui si fece un gran baccano,ma da cui il Conte uscì, alla fine ,indenne. Calleri aveva una residenza in quel di Bricherasio. La mamma era una Cacherano di Bricherasio,un donna straordinaria che conobbi quando abitava nel palazzo di via Maria Vittoria che ,per caso ,divenne quindici anni dopo sede del Centro “Pannunzio”. Era colta e amabile,ospitava un suo nipote,mio grande amico e coetaneo,che studiava all’Università .A volte mi parlava con un certo orgoglio del figlio,anche se intravvedeva i pericoli della politica.L’autostrada Torino -Pinerolo c’è ormai da molti anni ( senza quell’idea di Calleri le Olimpiadi invernali del 2006 non si sarebbero potute fare )e nessuno pensa più a collegarla al conte Calleri. Ma negli anni ’70 non si sarebbe dovuta realizzare perché avrebbe sveltito l’arrivo del Conte a Bricherasio. Incredibile,ma vero,basterebbe andare a rileggere i giornali di quel periodo.Miserie della politica,stoltezza degli uomini faziosi di quegli anni.

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Lotto marzo torinese

L’8 marzo di quest’anno sembra essere cambiato rispetto al passato, non solo perché l’iniziativa di quest’anno è senza l’apostrofo.Sono state tante le iniziative.alcune molto azzeccate, altre, come quella di bloccare il traffico, assai meno. L’elemento fondamentale ci sembra una maggiore consapevolezza rispetto al passato e una partecipazione molto alta. Soprattutto la partecipazione maschile , non osteggiata, ha rivelato,almeno l’8 marzo, la consapevolezza da parte di tutti che quella che un tempo si chiamava la “questione femminile”, riguarda la società nel suo complesso. Senza un’effettiva parità di genere la società si priva di energie importanti. Chi sostiene la via delle “quote rose” anche oggi sbaglia perché realizzare la parità significa far crescere il potenziale di sviluppo della società italiana nel suo insieme.

 

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Torino Esposizioni

Il palazzo di corso Massimo d’Azeglio-progettato nel 1938 e inaugurato l’anno dopo(!) – segnò un’eccellenza torinese importante :in quei padiglioni si tenevano il Salone della moda,dell’auto e quello della tecnica e lì nacque quello del libro voluto e realizzato in primis dall’intuizione e dalla tenacia di Angelo Pezzana. Oggi è quasi totalmente in stato di abbandono e le scritte ne devastano la facciata. I progetti ci sono e appaiono anche ambiziosi,ma nessuno si pronuncia sul destino di un edificio oggi quasi totalmente inutilizzato. Cosa pensa di farne la nuova Amministrazione torinese ? Sarebbe doveroso domandarlo.

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LETTERE  (indirizzare le mail a quaglieni@gmail.com)

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La rinata piazza Carlina sembra molto bella dopo i lunghi lavori per il parcheggio sotterraneo,ma il monumento a Cavour appare abbandonato,mentre necessiterebbe di un restauro urgente. Cosa ne pensa ?

Carlo Angeli

E’ stata una grande battaglia di Carlo Callieri che , già prima dei lavori per il parcheggio, aveva cercato di attrarre l’attenzione sul monumento a Cavour bisognoso di restauro. Uno, definito “leggero” dall’arch. Paolo Fiora , nel 1991 aveva posto riparo ai danni del tempo,ma in questi ultimi anni c’è stato anche il vandalismo che si è accanito contro il monumento. Addirittura si sono aggiunte recentemente persino delle scritte fatte con lo spray giallo. Ricordo che nel 2011 , 150 ° della morte del più grande statista italiano,quando deposi una corona d’alloro al monumento, essa scomparve nel giro di due giorni.Evidentemente a certi “ torinesi” Cavour non piace. Oggi quel monumento nella piazza rinnovata sembra ancora in condizioni peggiori rispetto a prima. Se il Comune non provvede,occorrerebbe che ci pensasse qualche sodalizio con un Service. I Rotary e i Lions torinesi, ad esempio. Magari insieme.

pfq

Linea di confine, spigolature di vita e storie torinesi

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

“Il grillismo ecologico in salsa torinese e’ davvero poca cosa e i suoi ispiratori molto modesti. Lor signori ragionano con l’idea fissa di bloccare tutto,  baloccandosi con l’ideuzza della ” decrescita felice”

 

di Pier Franco Quaglieni *

TORINO A PIEDI 

Oggi domenica a piedi ,in marzo ,dopo due giorni di pioggia. Forme di demagogia  verde un po’ retro’?  L’educazione ecologica di un giorno che valore ha ? Forse stamattina, scrivendo, sono stato troppo severo e in qualche modo, sia pure inconsciamente ideologico, ma già la parola educazione, riferita ad un Comune , stride alle orecchie di un liberale, perché un Comune dovrebbe fornire soprattutto servizi, non essendo tra i suoi compiti quello di educare i cittadini. La domenica senz’auto è comunque  un’occasione per verificare  se le iniziative comunali di blocco, messe in atto in febbraio,  siano  state utili  a migliorare l’aria o ad illudere il popolino(si sarebbe detto un tempo) che la sindaca pensi e provveda alla salute dei suoi cittadini. Non c’è mai stata una parola sugli impianti di riscaldamento e sui mezzi pubblici che inquinano. Stiamo tornando a Chiamparino o addirittura all’assessore Hutter emigrato da tempo a Milano  ? Spero proprio di no! Le  sparate propagandistiche  bloccano sicuramente  la città senza dare effetti utili documentati ,come pare abbia messo in evidenza il blocco dei diesel. Il grillismo ecologico in salsa torinese e’ davvero poca cosa e i suoi ispiratori molto modesti. Lor signori sembrano prigionieri dell’idea fissa di bloccare tutto,  baloccandosi con l’ideuzza della ” decrescita felice” di una città che non si  rivelano purtroppo finora  in grado di amministrare,se non ricorrendo a metodi vecchi ed obsoleti. Questa favola di una Appendino brava rispetto ad una Raggi pessima, si sta ridimensionando,non tanto perché la Raggi migliori,ma perché la sindaca torinese rivela una squadra di assessori  carente ,al di là dei miti giornalistici che le hanno cucito addosso troppo in fretta. Certo Appendino è meglio di Raggi,ma ,di per sé ,non appare un grande complimento.

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IL MORALISMO GIACOBINO TORINESE
E’ uscito in libreria il libro di Salvatore Vullo “Gli ultimi frutti dell’estate”  edito da Nerosubianco. Un romanzo che parte dalla disastrosa alluvione del 1994 in Piemonte per poi delineare “le ombre cupe e grevi di Tangentopoli”. Il racconto si intreccia tra Piemonte e la natia Sicilia .  Al di là della vicenda,raccontata con stile incisivo e molto efficace, risulta interessante la ricostruzione delle vicende di “Tangentopoli” , il giacobinismo violento di parte della magistratura politicizzata che archiviò l’intera classe dirigente della I Repubblica, la migliore che ebbe questo Paese, per via giudiziaria. Due passi meritano ,tra i tanti significativi, di essere citati. Uno riguarda Torino : ”Questa città e i suoi centri di potere , così rigidamente sabaudi ,moralistici, giacobini ,hanno sempre mal tollerato le altre espressioni laiche, riformiste , liberalsocialiste “. Un altro passo rivela la tempra di scrittore vero di Salvatore Vullo, amico di Leonardo Sciascia e il suo spirito libero:” Nella società occorre permanentemente moltiplicare le idee per fare in modo che non ci possano essere guardiani sufficienti per controllarle”. Il libro di Vullo merita di essere letto.

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BONA ALTEROCCA GIORNALISTA AMICA DI PAVESE

Bona è stata una giornalista torinese  di orientamento cattolico-laico,nata a Brescia nel 1916 e morta a Torino 1989. Responsabile della terza pagina del “Popolo nuovo”,il  bel quotidiano di Gioachino Quarello,dal 1959 fino al pensionamento,ha lavorato alla “Stampa” negli anni eroici di Ferruccio Borio e di Gabriella Poli.Nel 1968 pubblicò “Il romanzo del giornalismo”,un testo oggi dimenticato che andrebbe riletto.  Fu amica di  Cesare Pavese:su di lui scrisse,edito dalla Sei, un libro di ricordi e testimonianze “Pavese dopo un quarto di secolo” uscito nel 1974. Un libro che fa vivere un Pavese molto diverso dalla “vulgata” di Davide Lajolo,scritto con il distacco necessario a chi voleva indagare lo scrittore piemontese,senza cadere nella retorica ,spesso,della non-retorica.   Emblematico un giudizio di Pavese,citato da Alterocca, sulle poesie di  Edoardo Sanguineti,celebrato intellettuale dell’avanguardia e della sinistra marxista :”Questa non è poesia,e nemmeno stile:sono giochi di prestigio”. Ho conosciuto Sanguineti all’Università e mi parlò di lui con parole molto sanguigne Carol Rama,la pittrice che ebbe con lui una storia sentimentale. In effetti Sanguineti era contorto,  come aveva intravisto Pavese. Bona Alterocca per tanti anni fece la cronista de “La stampa” presso il Consiglio comunale di Torino,sempre presente in tribuna stampa. Ogni  tanto arrivava il fattorino della “Stampa” a ritirare le sue cronache  sempre precise,obiettive,senza retroscena.La conobbi in Consiglio Comunale nel 1970 e nacque subito un’amicizia sincera,destinata a rimanere negli anni. Era rispettata da tutti i  consiglieri di ogni parte politica per questa sua capacità di essere imparziale. Viveva con la sorella Letizia,professoressa di lettere alle scuole medie statali. Con lei feci un dibattito ,quando abolirono il Latino in modo definitivo dalla scuola media.C’era anche Italo Lana. Le nostre parole,ovviamente,caddero nel vuoto.E il Latino,ma successivamente  anche l’Italiano,scomparvero dalla scuola.

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 IL POLO UNICO DEL ‘900 ?
Il bando per la nomina del Direttore del Polo del ‘900 è passato quasi inosservato.
C’ è stato chi mi ha esortato a presentare la mia candidatura,ma io non ci ho mai pensato neppure un attimo perché ,così come è ,il Polo non mi piace. L’ho scritto in più occasioni e ribadisco le critiche. E’ un polo a senso unico,se si eccettua la Fondazione “Donat Cattin”;la cultura liberale piemontese è stata esclusa aprioristicamente.La nomina del direttore rivela,leggendo con attenzione il bando, una vocazione ulteriormente  volta a coordinare gli stessi ospitati.Alla fine verrà fuori un leviatano in cui gli stessi enti che compongono il Polo non saranno più dei soggetti pienamente autonomi. Per altri versi,ci sono anomalie da sanare come la doppia sede del centro Gobetti e dell’Unione culturale Antonicelli che trovano ospitalità nei palazzi juvarriani del Polo e mantengono le loro sedi originarie. Andrebbe anche fatta chiarezza sui finanziamenti che gli enti ospitati ricevono dalle diverse amministrazioni,a prescindere dal fatto di aver ottenuto  a titolo gratuito  i locali del Polo.  Tra le funzioni  del futuro direttore  c’è anche il fundraising  che, tradotto, significa il reperimento di fondi,facendo così terra bruciata ad ogni altra realtà non riconducibile al Polo medesimo. E questo forse è il tasto più dolente. Ma forse occorre davvero  un direttore scelto attraverso un bando per chiarire cosa sia o debba essere il Polo ,al di là dei primi passi. Anche dal nome della persona scelta  si avrà chiaro l’indirizzo che vogliono imprimere. Le voci sui candidati che circolano e che ovviamente sono banali pettegolezzi, non portano a “star sereni”. Imbarazzante appare la posizione del Comune di Torino con amministrazione grillina che si trova ad appoggiare ,senza aprire bocca, un pezzo emblematico del “Sistema Torino” ,tanto aborrito prima delle elezioni

*Direttore del Centro Pannunzio

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LETTERE

(Le lettere vanno indirizzate a quaglieni@gmail.com)
Lei ha scritto di ristoranti,di pasticcerie,di  locali storici della città. Perché non parlare  anche dei caffè? Anch’essi sono in crisi d’identità.
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La storia dei caffè torinesi mi sembra una pagina conclusa da tempo. Erano luoghi di ritrovo anche intellettuale e di promozione culturale. Restano i nomi :il caffè San Carlo , il Fiorio,ilTorino,il Platti. Vi andavano personalità importanti da Tomasi di Lampedusa a Giovanni Arpino.Esistono bei ricordi del passato,ma è cambiato il modo di vivere e la frequentazione dei caffè è legata alla fretta quotidiana. Anche a Roma il Rosati,il Greco hanno perso le caratteristiche di un tempo. Lo stesso Florian di Venezia è cosa molto diversa da com’era anche solo 30 anni fa. Oggi ci vanno soprattutto i turisti. Massimo Segre ,proprietario del Caffè San Carlo negli anni 80,cercò di rilanciare l’idea di caffè come punto di incontro culturale.Fu una generoso progetto che gli costò molti soldi e gli diede magre soddisfazioni. Accontentiamoci di bere ,alla svelta, un buon caffè,senza pretendere molto di più.Io debbo accontentarmi di quello all’orzo…Un disastro.  
pfq

Linea di confine, spigolature di vita e storie torinesi

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

“Alla citazione latina è subentrata quella inglese, anche da parte di chi non sa l’inglese, oltre a non conoscere l’italiano. Soprattutto, l’imperativo categorico “Non bocciare” si è tradotto nel facilismo, nella desertificazione degli studi, nel non sapersi, appunto, neppure esprimere in italiano…”

Di Pier Franco Quaglieni *

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Don Benevelli e la Resistenza tricolore

E’ mancato  a Cuneo , a 93 anni,don Aldo Benevelli , prete partigiano di straordinario carisma religioso e storico.Solo il Tg3 Piemonte l’ha ricordato in modo adeguato. Lo conobbi quando rendemmo onore, insieme al sindaco di Boves, al cippo torinese in ricordo del capitano Ignazio Vian ,medaglia d’oro al V.M.,impiccato nel 1944 in corso Vinzaglio angolo via Cernaia, nello stesso luogo in cui nel 1945 venne giustiziato il federale fascista di Torino  Giuseppe Solaro, il cui cadavere venne gettato nel Po . Pensavamo che Vian meritasse un ricordo bel diverso da quello attuale,ormai reso quasi illeggibile dal tempo,ma non riuscimmo a fare qualcosa di concreto per cambiarlo.Marco Castagneri tentò generosamente di agire ,ma dovette fermarsi,malgrado il suo entusiasmo coriaceo e incorreggibile di vecchio alpino.  Don Benevelli parlò  con voce ferma e chiara, nel traffico caotico di una Torino che apparve indifferente a quel raduno in cui i fazzoletti azzurri di Mauri e quelli gialli degli amici di don Benevelli furono protagonisti. Il sacrario di Mauri a Bastia di Mondovì era un comune ritrovo:i suoi mille Caduti testimoniavano di un nuovo Risorgimento dell’Italia tra il 1943 e il 1945, di una Resistenza  che potremmo definire senz’altro tricolore,animata  cioè non da ideologie di parte ,ma da valori autenticamente patriottici. La morte di don Benevelli,come quella a Savona di Lelio Speranza un mese fa, ci ricorda che la Resistenza non fu solo comunista o azionista. Ci furono don Benevelli, Perotti,  Montezemolo, Pamparato,Martini Mauri ,comandante  delle Divisioni Alpine Autonome e liberatore di Torino e tanti altri,spesso colpevolmente quasi dimenticati.

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Don Lorenzo Milani , Garosci e la scuola sfasciata

Nel 2017 ricorrono i 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani,il prete della scuola di Barbiana sul Mugello,autore della famosa “Lettera ad una professoressa” che divenne nel 1968 uno dei manifesti della contestazione. Fu Aldo Garosci,mio professore di Storia del Risorgimento a Torino,antifascista della prima ora,esule e combattente in Spagna,eroe della Resistenza,ma fiero anticomunista,a parlarmi di quella “lettera” quando si stavano già cogliendo a palazzo Campana di Torino i germi della contestazione. Mi disse dello screditamento della scuola di Stato operata dal prete toscano e mi predisse che quella lettera era destinata a lasciare un’eredità negativa nella scuola successiva. Garosci fu uno dei primi a subire una contestazione violenta. Infatti ,rileggendo degli appunti presi allora, constato che la lettera di Don Milani pose il problema del classismo della scuola italiana,chiusa ai poveri,dei programmi vecchi e nozionistici,della mancanza di legame tra scuola e vita reale,dell’inutilità dell’insegnamento in termini pratici,della inopportunità  dell’assegnazione del voto e soprattutto della necessità di non bocciare.  La scuola media unica era nata da cinque anni.Oggi vediamo che l’attacco al nozionismo ha generato il rifiuto della nozione senza la quale la cultura diventa vaniloquio.Constatiamo che le lingue classiche sono state relegate in un angolo,mentre avevano un ruolo importante nella formazione dei giovani,ma a molti sembravano inutili sotto il profilo pratico. Non avevano letto neppure Concetto Marchesi, latinista e comunista. Alla citazione latina è subentrata quella inglese, anche da parte di chi non sa l’inglese,oltre a non conoscere l’italiano. Soprattutto, l’imperativo categorico “Non bocciare” si è tradotto nel facilismo, nella desertificazione degli studi, nel non sapersi,appunto,neppure esprimere in italiano,come hanno denunciato 600 accademici italiani di recente. Chissà se don Milani condividerebbe lo sfascio attuale ?Era un sacerdote un po’ settario,ma sicuramente alla sua missione di prete e di educatore  credeva profondamente. E seppe anche pagare di persona per le sue idee. L’antipedagogia del torinese  Francesco de Bartolomeis (che frequenta ancora le piscine a 90 anni) ha sicuramente delle responsabilità maggiori.Tra lui e Quazza negli studi storici è difficile stabilire una graduatoria.

 

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  I matti eliminati per legge ?

Il maggior psichiatra torinese, Pier Luigi Furlan,  figlio dello scrittore Pitigrilli, ha pubblicato il libro “Sbatti il matto in prima pagina”, edito da Donzelli ,nel quale documenta accuratamente attraverso lo studio dei giornali dell’epoca il lungo dibattito che portò alla eliminazione dei manicomi. Una pagina drammatica che Furlan,medico e scienziato di fama internazionale,ci fa rivivere in tutta la sua complessità. Così nacque la legge  180, detta anche legge Basaglia dal nome del suo ispiratore :la partorì  “Psichiatria democratica”,un movimento destinato ad essere egemone,come altre associazioni simili nel campo della magistratura e della scuola. Certo, i manicomi erano dei “lager”,anche magari delle fabbriche di follia,ma  ci sarebbe oggi  da domandarsi se alla legge Basaglia sono seguiti provvedimenti che vadano oltre il dogma,tutto ideologico, di  affrontare il problema delle patologie mentali come se fossero il prodotto dell’oppressione sociale capitalista.  Abolire i manicomi-lager è stato giusto, anche perché la legge istitutiva del 1904 era stata stravolta dal fascismo,ma negare un adeguato appoggio a chi abbia reali problemi è tutt’altra cosa . Lasciare famiglie in difficoltà  abbandonate a sé stesse è stato ed è un gravissimo errore. L’idea che non si tratti di malati, ma di disturbati è stata perdente. Quanti sono a Torino i barboni lasciati al loro destino o costretti ogni tanto al TSO, trattamento sanitario obbligatorio?

Un drammatico caso recente torinese  ha messo in evidenza che cosa sia il TSO anche per persone che vivono in famiglia. Avevano ragione i radicali di Pannella e i liberali di Malagodi ad opporsi alla legge 180.Pannella voleva il referendum per l’abolizione  della legge sui manicomi del 1904,ma si oppose alla legge Basaglia,vedendo lontano. Occorre riprendere i temi liberali per porre argine ad una situazione che, con la mancanza di risorse e con un ridimensionamento del Servizio Sanitario Nazionale,si fa esplosiva.Ieri ho rivisto in una piazza torinese una donna che chiede aiuto ai passanti da almeno quindici anni.Sempre lo stesso volto,invecchiato,ma sempre la stessa richiesta di un panino per mangiare. Non credo che le possa bastare un panino.  Occorrerebbe ben altro. E poi ci sono i drammi della violenza fuori e all’interno delle famiglie,degli uxoricidi e degli omicidi che dominano le cronache dei giornali. Sono tutti raptus improvvisi? Sono tutti frutto della gelosia che fa perdere la testa ?

 

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 Villafranca sabauda

Oggi, anzi dagli anni 50, è diventata Villafranca Piemonte, ma il suo nome storico è Villafranca Sabauda, paese vicino a Cavour. I repubblichini di Salò cancellarono  il “sabauda”, e ,non subito a ridosso dal referendum del 2 giugno 1946,ma negli anni Cinquanta, si inventarono Villafranca Piemonte,modificando un vecchio nome ,quello di Villa Piemonte. Anche Venaria reale divenne per un certo periodo solo Venaria,ma poi l’esistenza della reggia impose anche ai faziosi di ripensare ad una scelta che negava in modo palese la storia.Benedetto Croce, nel suo viaggio torinese dopo la guerra, aveva scritto a Filippo Burzio lamentando i cambiamenti della toponomastica cittadina volti a cancellare alcuni nomi dei Savoia. Il senso della storia non poteva consentirlo, scrisse il filosofo. Non si capisce perché Villafranca non senta la necessità di riprendere il suo storico nome. Conservo la lettere e le cartoline di Vittorio Prunas Tola, che passava l’estate  nell’antica casaforte di Marchierù e che datava sempre le sue missive ,scrivendo Villafranca Sabauda. Non era il  vezzo di un vecchio nobiluomo d’antico stampo,e ra la storia.

* Direttore del Centro “Pannunzio”

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 LETTERE

La rubrica è seguita da molti lettori che mi scrivono. Mi sembra giusto riservare loro uno spazio. Pubblico una lettera,scegliendola tra quelle che mi hanno espresso dissenso.

PFQ

“Lei scrivendo dei 150 anni de “La stampa”,ha messo in luce che Valerio Castronovo  ha scritto un’opera  in cui “ricostruisce con rigore la storia di un  secolo e mezzo in cui egli inserisce magistralmente (sic) quella del giornale “. Ma non ha letto le critiche persino di Jas Gawronski, amicissimo dell’avv. Agnelli e un tempo anche suo? Gawronski lamenta come non si sia parlato di fatto dei direttori de “La stampa” del ventennio. Cosa ne pensa ? E’ rigore storico ignorarli?”

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Castronovo, uno dei nostri migliori storici in assoluto, ha scritto ,come avevo rilevato,una storia di 150 anni di vita italiana in cui ha  inserito la storia del giornale. Quindi non si tratta di una storia del giornale vera e propria,come forse sarebbe stato auspicabile.Non ho difficoltà a dar ragione a Jas, di cui resto amico oggi come ieri :dopo decine d’anni anche i direttori di epoca fascista vanno storicizzati. Tra il resto , Curzio Malaparte ed Alfredo Signoretti non erano certo dei direttorini. Malaparte,tra il resto, finì al confino  fascista e, dopo la guerra, aderì al partito comunista. La storia è sempre più complessa di quello che si possa pensare.

Linea di confine: spigolature di vita e storie torinesi

in Cosa succede in città

quaglieni 2Carpanini capì, prima di tutti, che bisognava intervenire in certi quartieri torinesi anche con mano pesante. Non glielo permisero perché il politicamente corretto era una regola ferrea…

di Pier Franco Quaglieni *

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Museo Egizio a Catania ?
 L’idea di concedere alla Città di Catania (perché proprio Catania ?) pezzi del Museo Egizio di Torinoegizio 22 (grave  errore e un’ingiustizia  storica  non aver inserito nel logo la parola Torino )appare un’idea  piuttosto peregrina.Perchè, invece, non potenziare ulteriormente il Museo Egizio,magari alla Reggia di Venaria Reale ?  O predisporre mostre temporanee in grandi città europee che pongano l’Egizio di Torino al centro dell’interesse internazionale ?  Fui tra coloro che sostennero la necessità che il museo non dovesse muoversi da via Accademia delle Scienze. Lo feci malvolentieri perché l’idea di Venaria mi sembrava migliore. Il prof. Curto mi ringraziò di un appoggio che giudicò importante, non sapendo che invece era molto sofferto e dovuto alle insistenze di alcune mie amiche,  tanto appassionate di antichità egizie quanto piuttosto petulanti. Sicuramente il museo oggi è in buone mani e i visitatori sono in continuo aumento. Ma la scelta di Catania mi sembra affrettata e priva di giustificazioni.  O siamo ancora fermi all’idea di un Risorgimento “conquista regia”,se non rapina nei confronti del Sud ,idea che giustificherebbe, come risarcimento  postumo, trasferire  al Sud  un po’ di museo torinese creato dagli odiati Savoia? Ovviamente la mia valutazione non ha nulla di “torino-centrico”,nè di chiusura verso il  Mezzogiorno.

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cadorna2Disertori della Grande Guerra
Apprendo dall’”Incontro”, il mensile  torinese fondato nel 1949 e diretto dal decano dei giornalisti piemontesi ,l’avv. Bruno Segre, che il Parlamento italiano ha negato la riabilitazione dei disertori italiani della Grande Guerra 1915-18. Ne gioisco perché nel 2015 con articoli e discorsi criticai la proposta di legge del deputato PD Gian Piero Scanu in vena di revisionismi  pseudo-storici del tutto ingiustificati. Scrissi anche al presidente Renzi, nella sua veste di segretario del PD, definendo l’iniziativa come un’offesa grave ai Caduti, ai mutilati, ai reduci della Grande Guerra. L’ipotesi dell’on. Scanu prevedeva addirittura la posa di una targa in bronzo  all’Altare della Patria  ,dove riposa il Milite Ignoto, che ricordasse il “loro sacrificio”. Sono d’accordo che il rigore maniacale di Luigi Cadorna, unito anche alle sue  scarse qualità di stratega, determinò nell’Esercito italiano il sacrificio di troppi soldati in assalti all’arma bianca che apparvero non motivati. Cadorna dovrebbe essere eliminato dalla toponomastica non solo perché portò alla disfatta di  Caporetto cent’anni fa, ma perché fu un condottiero assolutamente  non adeguato, a voler essere gentili. Fu, come scrisse guerra corrierePierpaolo Cervone, “un signore della guerra” per il quale la vita dei soldati era una variabile  assolutamente indipendente. Ma  tra riconoscere questo e  rendere onore ai disertori c’è una bella differenza. La Camera approvò incredibilmente il 21 maggio 2015  con voto unanime la proposta dell’on.Scanu, ma poi in Commissione Difesa prevalse il buon senso  e scomparve dal testo la parola riabilitazione. L’idea della targa invece è sopravvissuta ,anche se si parla di” offerta di perdono” e non più di riabilitazione. Il solito compromesso all’italiana. Nel centenario della I Guerra mondiale si deve storicizzare e non mitizzare nulla, ma c’è un punto di equilibrio in tutto. Torino è la città che non ha ricordato il centenario del martirio di Cesare Battisti e di Damiano Chiesa, studente del nostro Politecnico e sicuramente si sta preparando a ricordare, magari con enfasi, il centenario della disfatta di Caporetto del 1917.  Spiace che “L’incontro” ,sia pure  nella sua “Tribuna pacifista”, abbia preso partito per la riabilitazione che è apparsa ,anche a uomini di sinistra, come qualcosa di fuori posto.

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STAMPA EDICOLA GIORNALII 150 de “La Stampa”
“La Stampa” ha festeggiato i suoi 150 anni di vita. Belle manifestazioni, bellissima mostra a Palazzo Madama che merita una visita.Un ponderoso volume del maggiore storico italiano  del giornalismo, Valerio Castronovo, ricostruisce con rigore la storia di un secolo e mezzo in cui  egli inserisce  magistralmente quella del giornale. Lo storico, è evidente, deve fare delle scelte. E Valerio Castronovo è capace sempre di fare delle scelte ponderate, mai manichee. Aver scelto Castronovo si è rivelata la scelta migliore possibile.T uttavia non posso non  notare come non sia stato dato risalto ,se non minimo, all’edizione del pomeriggio “Stampa sera” che ha avuto una sua importanza non solo come scuola per tanti giornalisti destinati a passare alla “Stampa” o ad altri quotidiani . Pensiamo a Vittorio Messori, ad esempio, che nacque come giornalista a “Stampa sera”. Tra l’altro ,”Stampa sera del lunedì” sostituiva ad ogni effetto il numero mattutino della “Stampa”. Il giornale del pomeriggio è stato un elemento importante  della storia del giornalismo italiano.” Stampa sera” ha avuto direttori come STAMPA-SERACaretto, Doglio, Torre,Bernardelli  che meritano tutti di essere ricordati. Rossella che chiuse il giornale, accettando di liquidarlo in pochi mesi e che divenne successivamente direttore de “La stampa”, dovrebbe essere ricordato in modo critico.  Il licenziamento , dalla sera al mattino, di Pierangelo Coscia ,vicedirettore del quotidiano di via Marenco , da parte di  Paolo Mieli, viene ignorato e quel licenziamento non non fu una bella pagina nè umana nè giornalistica. Giorgio Calcagno ,protagonista della Terza pagina, viene citato una sola volta, come Cicchitto. Sandro Chiaramonti che ha consentito al giornale di sbarcare in Liguria da protagonista, viene trascurato.
Il mitico Ferruccio Borio capo cronista con Debenedetti, Ronchey, Fattori e Levi ,viene citato appena  tre volte. Borio seppe radicare a Torino “La stampa” come nessun altro, facendola diventare “un’abitudine” dei torinesi. Il nuovo direttore Molinari, tornando a girare la città, ha ripreso  il dialogo  con i lettori. Valentino Castellani ,sindaco per dieci anni, è citato una sola volta, la sindaca Appendino , in carica La stampada poco più di sei mesi,ha l’onore di quattro citazioni. E’ facile criticare, scorrendo l’indice dei nomi, Castronovo ha fatto un lavoro ciclopico in cui le inezie sono e devono restare inezie perché l’opera che ha scritto è davvero eccezionale. Bellissimo il numero di “Origami” ,l’originale settimanale  ideato e diretto da Cesare Martinetti  che ,in occasione dei 150 anni, ha raccolto alcuni articoli dei direttori e dei collaboratori più importanti. Merito di “Origami” aver messo nell’antologia dei grandi del giornale  un gigante dimenticato   come Frane Barbieri. Il giornale di Martinetti è sempre da collezione, ma il numero 65 lo è in modo particolare. Consente di conservare una sintesi di cos’è stata “La stampa” nei suoi primi 150 anni.

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carpaniniCarpanini e la sicurezza
Quando ho letto che il ministro degli Interni Minniti ha scoperto che la sicurezza è cosa di sinistra e che non possiamo permetterci ondate di migranti incompatibili con le nostre risorse (l’etica della responsabilità che deve prevalere su quella astratta  dei principi) mi è tornato alla mente Domenico Carpanini,vicesindaco di Torino con Castellani. Mancò nel 2001 ,mentre stava iniziando un dibattito con Roberto Rosso candidato sindaco di Forza Italia. Carpanini capì, prima di tutti, che bisognava intervenire in certi quartieri torinesi anche con mano pesante. Non glielo permisero perché il politicamente corretto era una regola ferrea, ma Domenico non solo nei nostri colloqui privati diceva cose che purtroppo sono rimaste  inascoltate. Mi invitava a colazione all’”Arcadia “ogni tre mesi per chiedermi cosa pensassi dell’Amministrazione. Prima e dopo di lui non  mi capitò più. Se fosse stato lui il sindaco di Torino,forse certi provvedimenti sarebbero stati presi o,forse,l’avrebbero fermato gli ambienti radical-chic che,quando lui volle multare i lavavetri ai semafori,si schierarono subito  contro di lui. Ci fu persino un noto professore che dichiarò che avrebbe comprato solo sigarette di contrabbando per solidarietà con i venditori clandestini. Il “Carpa “, invece, era una persona seria.

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peyrano 2I pasticcini torinesi 
Con la chiusura di Pejrano in corso Vittorio Emanuele ha abbassato in contemporanea le saracinesche anche Pfatisch, la pasticceria che conviveva con Peyrano. Quasi nessuno ha parlato di questa vecchia pasticceria. La sua bavarese al cioccolato e alla crema o alla frutta resterà un ricordo: era inimitabile. Sopravvive, per nostra fortuna, l’altro Pfatisch di via Sacchi  che è un locale storico, nato nel 1915, insignito del Premio di alta gastronomia “Mario Soldati”. Sono andato spesso proprio con Soldati ,ma lo frequentavano anche Montanelli e Bobbio che abitava poco distante in via Sacchi. I piccoli panini  e i canapè che si trovano solo la domenica, sono una squisitezza assoluta. Speriamo che  il Pfatisch sopravvissuto resti sempre a baluardo di una tradizione di cui Torino va giustamente fiera e che rischia di perdersi. In quel negozio si respira l’aria CIOCCOLATOdi cent’anni fa, un’aria quasi magica. Un’ altra squisitezza torinese  sono i gianduiotti fatti a mano da un altrettanto storico cioccolatiere di piazza Carlo Felice. Quei gianduiotti sono insuperabili quanto ,forse, non abbastanza conosciuti o, forse, sono rimasti tali perché non  molto pubblicizzati. Carlin Petrini non ha ancora pensato di creare il presidio del gianduiotto perché, altrimenti, ci si dovrebbe preoccupare. Da quando ha creato il presidio degli asparagi violetti di Albenga, la domanda è cresciuta rispetto all’offerta e sono comparsi asparagi violetti prodotti in altre regioni e spacciati come albenganesi.  Molte pasticcerie hanno da tempo chiuso i battenti: Daturi e Motta, Zucca. Altre pasticcerie si sono snaturate nei gusti. Una pasticceria molto nota a San Salvario, Gastaldo, ha chiuso da tempo. Il profiterol che facevano resta anch’esso irripetibile.Nessuno da saputo seguirne l’esempio.Peccato,Torino perde colpi anche in questo settore. 

* direttore del Centro Pannunzio

Linea di confine: spigolature di vita e storie torinesi

in vetrina2

quaglieni

Il fatto su cui si dovrebbe riflettere, in un’epoca in cui si sono tagliate le Province che continuano ad avere un ruolo insostituibile, è che nessuno proponga il superamento delle Circoscrizioni di cui si è fatto un uso scandaloso soprattutto in città come Roma,Napoli, Palermo con tanti piccoli similsindaci…

Di Pier Franco Quaglieni*

I trabiccoli

Le rare volte che ho avuto occasione di incontrare consiglieri o coordinatori o presidenti delle circoscrizioni torinesi ha avuto modo di constatare il bassissimo livello culturale ed anche politico di lor signori. L’ultima l’ho avuta su Facebook  con una coordinatrice cultura e scuola di una circoscrizione torinese che ha dimostrato di non sapere nulla di nulla di ciò che sia la cultura torinese,confondendo persino attività della circoscrizione con quelle del partito. Imbarazzante davvero e non era pentastellata, ma PD. Ed anche con un cognome di un qualche significato circoscrizionistorico,almeno per me. Colgo l’occasione per ribadire una mia convinzione maturata negli anni e che mi suscitò, con la sua autorevolezza giuridica e politica, il più importante leader repubblicano piemontese,il grande avvocato civilista Emilio Bachi che fu vicesindaco di Torino con Amedeo Peyron. Bachi definiva i consigli di quartieri dei “trabiccoli” inutili,infatti non poteva immaginare che essi potessero poi generare una miniclasse politico-amministrativa formata spesso da gente senza arte nè parte che vivono con lo stipendio procurato da quegli incarichi. I grillini hanno in questo campo superato tutti e quindi le circoscrizioni hanno perduto il loro felicissimo primato. Certo non si deve generalizzare, Massimo Guerrini,ad esempio, è persona degna e capace,ma nel complesso questi mini consiglieri o “assessori” sono spesso inadeguati. Mi parve molto triste e deprimente che un uomo di cultura come il prof. Carlo Ottino si fosse ridotto negli ultimi anni a fare il consigliere circoscrizionale di Rifondazione comunista :il canto del cigno di uno che pure aveva giocato un ruolo nella cultura laico-socialista torinese. In modo un po’ troppo dogmatico,ma sempre molto serio, com’erano seri i vecchi marxisti. Il fatto su cui si dovrebbe riflettere, in un ‘epoca in cui si sono tagliate le Province che continuano ad avere un ruolo insostituibile, è che nessuno proponga il superamento delle Circoscrizioni di cui si è fatto un uso scandaloso soprattutto in città come Roma,Napoli, comune municipioPalermo con tanti piccoli similsindaci delle diverse municipalità che usufruivano di macchina,autista e quant’altro. A cosa servono ? E’ giusto decentrare i servizi anagrafici e bibliotecari per i cittadini,ma creare,ad esempio, una  cultura di quartiere appare inutile:una visione miope che fa aumentare le  clientele ,senza vantaggi per il cittadino. La cultura ha vasti orizzonti,non ha limiti di caseggiato come nel Ventennio. Quanto spendono le circoscrizioni ? Credo delle somme non proporzionate all’utilità che deriva al cittadino. I servizi vanno potenziati,ma tutto l’apparato politico-amministrativo andrebbe rivisto. Un buon direttore di circoscrizione può fare meglio e con più rapidità. Un mio amico che venne spedito dai vertici di palazzo civico  a fare il direttore di circoscrizione ,salvo poi richiamarlo ai vertici, fu sicuramente assai più efficace del consiglio e degli “assessori” circoscrizionali che gli creavano mille problemi ,senza contribuire a risolvere quelli del quartiere. Sarebbe ora di riaprire il discorso sui” trabiccoli”  di cui parlava Bachi negli Anni 70 che  erano anni di forte partecipazione,come si diceva allora,”dal basso”:una cosa che oggi,per fortuna,non c’è più,perché spesso sconfinava con la demagogia più becera e con l’assemblearismo sessantottino.

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scrittura pennaScrittori torinesi
Esiste un mondo letterario torinese ben significativo e conosciuto a livello nazionale,ma non abbastanza a livello torinese dove invece opera da tanti anni. Sono figure di scrittori e poeti diversi da Liana De Luca a Loris Maria Marchetti, da Chicca Morone ad Anna Antolisei, da Patrizia Valpiani ad Elettra Bianchi. Un posto di spicco lo occupa  l’editrice Genesi con il suo bel premio dedicato ai Murazzi. Non è un fatto casuale,ad esempio, che l’associazione medici scrittori nata a Torino negli anni 50 sia tornata a Torino dove ha sede la presidenza nazionale. E’ un mondo letterario un po’ in disparte:l’elemento che unifica personalità anche molto diverse tra di loro è il gusto per la libertà. E Torino ,a questo tipo di persone, è purtroppo  avara di riconoscimenti che invece  sarebbero loro  dovuti. Loris M.Marchetti,poeta,critico,musicologo,dirigente editoriale, ha pubblicato di recente una raccolta di sue poesie dal titolo sofisticato” Suite delle tenebre e del mare “,edito da Puntoacapo. Ci sono poesie dedicate ai grandi temi della vita,compreso un intenso erotismo, piacevolmente molto realistico ed a volte francamente un po’ maschilista,specie di questi tempi in cui bisogna fare attenzione a come si parla,figurarsi a scrivere.Un poesia è dedicata al grattacielo del “San Paolo” che Marchetti definisce “il novissimo fungo””che per un pelo non eccede/la Mole Antonelliana”.Fui contrario al grattacielo in una zona quasi centrale, perché altera il tessuto urbanistico e storico della città,come avrebbero detto Valdo Fusi e Luigi Firpo,ma i poteri forti hanno sempre ragione come Mussolini e prevalgono sempre . Marchetti ,anche in questa circostanza, si è rivelato un uomo libero.Peccato che il poeta abbia sbagliato i conti perché la vista che c’è dal ristorante del grattacielo(non proprio entusiasmante)è di gran lunga più vasta di quella che c’è salendo sulla Mole fermandosi ben prima della guglia.L’ altezza fruibile del grattacielo è quella dell’ultimo piano,quella della Mole si ferma molto al disotto.Quindi dal fungo c’è una vista che si può sognare,se si sale sulla Mole.

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grissini-torinesi-1Gli introvabili grissini
La rassegna critica della scorsa settimana,forse troppo critica,sui ristoranti torinesi ha suscitato molto interesse ed anche qualche critica. Per altri versi, ho voluto omettere di citare i posti dove sono solito andare, salvo quelli canonici.I buoni posti non si dicono perché più sono reclamizzati, più tendono a peggiorare o i proprietari si montano  la testa. Lo diceva Oscar Navarro, un’autorità in materia: mai condividere con nessuno i buoni posti che scopri. A Torino,in verità ,è diventato difficile scoprirne.Ho omesso il “Cambio” che con la nuova gestione non frequento più da tempo,lasciandolo tutto ai turisti o ai nuovi rampanti torinesi che non sanno chi sia stato Cavour e cosa abbia significato il Risorgimento. Vorrei aggiungere ,però, un’altra piccola riflessione critica: è mai possibile che a Torino non si riesca più ad assaggiare in un ristorante un vero grissino torinese tirato a mano come venivano fatti in via Barbaroux? Soldati fece persino delle riprese in quella panetteria che trovate su Internet.  O quelli sottilissimi che ancora vengono prodotti nei pressi di piazza Statuto?Sovente ci sono grissini industriali insacchettati.Un vero affronto alla tradizione torinese. O grissini bruciacchiati e insipidi. O volgari imitazioni dei rubatà chieresi del tutto privi del gusto originale. E che dire del pane,spesso affettato? Oggi ci vogliono anche pani farciti.Alle noci,alla frutta ,ricoperti di sesamo,per non parlare della cartamusica sarda che si trova solo in pochissimi locali. In altre città ormai una scelta dei diversi pani è abituale.A Torino resta un’eccezione quasi introvabile . Perché?

*direttore del Centro Pannunzio

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