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Per la prima volta, il “Progetto didattico” voluto dal “Salone del Libro” di Torino varca i confini nazionali e vola nella Capitale etiope
Dal 18 febbraio al 18 maggio
Ormai giunto alla sua XXIV edizione, il Progetto didattico e culturale “Adotta uno scrittore, una scrittrice” – voluto in prima battuta dal “Salone Internazionale del Libro di Torino” e rivolto alle scuole piemontesi e italiane (dalle elementari all’Università, comprese quelle aperte in carceri e in ospedali) – sconfina dalle “italiche frontiere” per portare la sua voce e i suoi principi niente meno che in Etiopia, ad Addis Abeba. Alla guida dell’“ardimentosa” spedizione sarà la stessa direttrice del “Salone” subalpino, la scrittrice Annalena Benini, benevolmente ospitata all’Istituto Omnicomprensivo “Galileo Galilei” della capitale etiope, da mercoledì 18 a sabato 21 febbraio prossimi.
Le cifre, da sole, danno l’idea dell’importanza e dell’ampia inclusività del “Progetto” che vede, accanto all’impegno del “Salone del Libro”, il sostegno della “Consulta delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte e della Liguria” e la collaborazione della “Fondazione con il Sud” e di “Iveco Group”: in totale 40 autrici ed autori incontreranno studentesse e studenti di 40 scuole, nonché carceri e ospedali di 9 regioni italiane, dal nord al sud della penisola.
A conti fatti, saranno dunque ben 972, quest’anno, le studentesse e gli studenti coinvolti, tra febbraio e maggio, nelle regioni di Piemonte, Liguria, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia. Ogni adozione prevede tre appuntamenti in classe per ciascuna autrice e ciascun autore adottati e il quarto conclusivo, lunedì 18 maggio, alla chiusura della XXXVIII edizione del “Salone Internazionale del Libro” al “Lingotto Fiere” di Torino. Per la terza volta, partecipa nuovamente al “Progetto” anche una classe di minori stranieri non accompagnati e studenti recentemente arrivati in Italia che ancora non parlano, o parlano poco, la lingua italiana, presso il CPIA 3 – Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti “Tullio De Mauro” di Torino.
“In più di vent’anni di attività, ‘Adotta uno scrittore, una scrittrice’ – dicono gli organizzatori – ha saputo creare non solo significativi momenti di approfondimento sulla lettura e formative occasioni di confronto sulla scrittura, ma soprattutto felici opportunità di ‘discussione e dialogo’ sui tanti temi e spunti che le pagine dei libri sanno da sempre offrire … Grazie al ‘clima di collaborazione’ che si crea nella dimensione intima e accogliente delle classi, ogni adozione si presenta unica e irripetibile, avvalorata dalla possibilità, per le autrici e gli autori adottati, di poter sfruttare il tempo a disposizione in completa libertà e creatività, dedicando uno spazio anche ai propri libri, che vengono dati in dono a ciascun studente. Gli appuntamenti accompagnano bambine, bambini, ragazze e ragazzi sulla strada della formazione di uno spirito critico e di una capacità di riflessione, per aiutarli ad appropriarsi di un loro personale sguardo sul mondo”.
Dopo il successo delle due precedenti “adozioni residenziali”, nel 2024 e nel 2025, quest’anno saranno tante e tanti le autrici e gli autori che risiederanno per più giorni consecutivi in una città, per incontrare quotidianamente studentesse e studenti, come Annalena Benini (Addis Abeba), Antonella Lattanzi (Lecce), Marco Magnone (Lipari), Marilena Umuhoza Delli (Genova), Daniele Bonomo “Gud” (San Damiano d’Asti), Andrea Antinori (Brusasco), Valentina Maselli (Strambino), Simone Rea (Torino), Fabrizio Rondolino (Domodossola) e Giovanni Colaneri (Rivoli).
Grazie al “Progetto”, nel corso degli anni sono state portate a termine 585 adozioni, per un totale di 16.250 studentesse e studenti, dalla scuola primaria alle università fino agli istituti carcerari, coinvolgendo 420 tra le autrici e gli autori più importanti della letteratura italiana degli ultimi quarant’anni.
Cifre sicuramente notevoli. Aride in sé, se non si tiene conto di quanto sta dietro a dei semplici numeri. Tantissimo impegno, un oceano di disponibilità e la forza di una visione capace di connettere la trasparenza letteraria alla più terrena quotidianità in uno scambio di reciproche esperienze ed informazioni, atte a meglio affrontare le contingenti sfide della realtà. Presente e futura.
Per info e programma dettagliato: www.salonelibro.it
g.m.
Nelle foto: Annalena Benini (Ph. Chiara Pasqualini); Marco Magnone (Ph. Luca Fumero) e Valentina Maselli
Al Polo del Novecento di Torino arriva NOIRE, un’installazione in realtà aumentata dedicata a Claudette Colvin, in programma dal 12 al 24 febbraio in occasione del Black History Month.
Dopo l’inaugurazione al Centre Pompidou di Parigi e le tappe internazionali che l’hanno portata al Tribeca Film Festival di New York e al Digital Culture Center di Milano, l’opera approda in città con un progetto che unisce memoria storica, tecnologia e partecipazione attiva del pubblico.
L’esperienza dura 32 minuti e si sviluppa all’interno di uno spazio immersivo in cui elementi reali e virtuali convivono. I visitatori non sono semplici spettatori, ma diventano parte della narrazione, muovendosi fisicamente nell’ambiente e vivendo in prima persona il gesto rivoluzionario compiuto nel 1955 a Montgomery da Claudette Colvin, la quindicenne afroamericana che si rifiutò di cedere il posto sull’autobus a una persona bianca, anticipando di mesi l’atto simbolico che avrebbe reso celebre il movimento per i diritti civili. Attraverso suoni, immagini e interazioni digitali, il pubblico sperimenta il peso del pregiudizio, la tensione della scelta e il coraggio di una decisione che ha segnato la storia ma che per lungo tempo è rimasta ai margini della memoria collettiva.
Il direttore del Polo del Novecento, Alessandro Rubini, spiega come “il progetto si inserisce pienamente nella missione dell’istituzione, da sempre impegnata a raccontare il Novecento e le sue fratture sociali e culturali. Si tratta di una storia che parla di discriminazione di razza e di genere, temi centrali per comprendere il secolo scorso, ma affrontati con un linguaggio nuovo, quello della realtà immersiva. L’obiettivo è permettere alle persone di stare idealmente al fianco di Claudette Colvin, di vivere il pregiudizio come lo ha vissuto lei e di riconoscere il coraggio delle sue scelte, mettendo in luce la difficoltà degli eroi che non sempre vengono celebrati. Proporre contenuti di grande qualità attraverso strumenti innovativi diventa così un modo per coinvolgere pubblici diversi e stimolare una partecipazione più profonda e consapevole.”
Particolare attenzione è rivolta ai giovani e alle scuole. L’installazione è pensata come esperienza multiplayer per gruppi di dieci persone, una scelta che ha portato a strutturare un percorso didattico articolato. Prima dell’attività immersiva gli studenti vengono introdotti ai temi della discriminazione razziale e di genere del Novecento; al termine, invece, è previsto un momento di confronto e dibattito per rielaborare quanto vissuto. L’intento non è solo trasmettere informazioni, ma far percepire emotivamente queste storie, raccogliendo le reazioni dei ragazzi e stimolando il dialogo anche fuori dall’aula, nelle famiglie e nella vita quotidiana.
“NOIRE rappresenta anche un banco di prova per il futuro del Polo del Novecento”, conclude il Direttore Rubini. “L’istituzione intende sperimentare nuovi linguaggi insieme ai partner e al proprio pubblico, osservando quali strumenti riescano davvero a generare coinvolgimento ed emozione. Se l’esperimento funzionerà, questo progetto sarà soltanto il primo di una serie di iniziative che utilizzeranno le tecnologie immersive per raccontare la storia contemporanea. In questo modo la memoria esce dai confini tradizionali dell’esposizione museale e diventa un’esperienza concreta, partecipata e attuale, capace di parlare alle nuove generazioni con strumenti vicini al loro modo di vivere e percepire il mondo.”
L’appuntamento al Polo del Novecento è uno di quelli che se lo sai, corri a vederlo. Se lo scopri una volta terminato, te ne penti. Qui trovate il link per prenotarvi: https://www.eventbrite.it/e/noire-installazione-di-realta-aumentata-tickets-1980457034302?aff=oddtdtcreator
Lori Barozzino
Il nome, si dice, deriverebbe da “malhones” , il cui significato richiama i vigneti che producono le uve del bianco Erbaluce. Le poche centinaia di abitanti di Maglione vivono praticamente sul confine con il vercellese, a pochi passi da Moncrivello e nelle vicinanze di Borgo d’Ale e Cigliano.
Un paese tranquillo, silenzioso dove – da più di trent’anni – si può visitare il M.A.C.A.M, acronimo che sta per Museo d’arte contemporanea all’aperto di Maglione. Dalla mappa si ricava un percorso di visita “en plein air”, ammirando ben 167 opere di importanti artisti che, dalla piazza XX° settembre – davanti alla chiesa parrocchiale, dove campeggia una scultura di Giò Pomodoro – accompagnano i visitatori lungo le vie del paese. In questo straordinario museo a cielo aperto s’incontra una proposta di opere d’arte contemporanea di diverse tendenze e di indubbio livello culturale. E tutto senza pagare un biglietto d’ingresso per la visita e senza l’assillo dell’orario di apertura o chiusura, considerato il fatto che le opere sono esposte sui muri delle case e negli spazi pubblici del centro abitato. Ideato nel 1985 dall’ingegno eclettico e talentuoso di Maurizio Corgnati, regista e uomo di grande cultura – noto anche per essere stato l’ex-marito della rossa “pantera di Goro”, la cantante Milva – il Macam è un museo del tutto singolare. Corgnati, ritiratosi nella sua casa di Maglione, dov’era nato il primo agosto del 1917, invitò, anno dopo anno, molti artisti italiani e stranieri affinché dipingessero le loro opere sulle pareti esterne delle case messe disposizione dai proprietari o installassero sculture nelle piazze di Maglione. Nel corso degli anni prese forma una straordinaria mescolanza tra stili e scuole diverse, affiancando la tradizione pittorica alle avanguardie più innovative. Si disegnò un percorso di grande fascino, accostando artisti come Mauro Chessa, Giò Pomodoro, Ugo Nespolo , Armando Testa, Eugenio Comencini e Francesco Tabusso con altri meno noti, ma non meno interessanti. Tra le sculture spicca anche il monumento al contadino “vittima ignorata di tutte le guerre e di tutte le paci”, costruito da Pietro Gilardi con l’aiuto degli anziani coltivatori di Maglione, utilizzando vecchi aratri e attrezzi della civiltà rurale. Maurizio Corgnati, che amava definirsi “un buon giocatore di scopa e un grande cuoco” , oltre ad essere amico di Calvino, Fruttero e Lucentini e tanti altri protagonisti del mondo della cultura, riuscì nel suo intento di far crescere quest’ associazione “senza fine di lucro con operatività indirizzata alla diffusione e promozione dell’arte contemporanea”. Gli artisti accettarono di buon grado la proposta di creare gratuitamente le opere murali ,trovandosi a Maglione sul finire di settembre, nel periodo dei festeggiamenti del patrono, San Maurizio. Un evento battezzato “Paese vecchio, pittura nuova” che , fino a quando Corgnati era in vita, veniva concluso con una grande cena, preparata dallo stesso regista per “ripagare i pittori e trascorrere qualche ora in buona compagnia”. Del resto, frequentando il piccolo borgo cavanesano, gli artisti compresero fin dall’inizio lo spirito di questa iniziativa,”priva di risvolti commerciali e basata esclusivamente sull’amore per l’arte”, ritrovando l’autentico piacere di stare insieme e “produrre” cultura per tutti. Questa tradizione dura ancora oggi, mantenendo vivo il ricordo e la volontà di Maurizio Corgnati che, in conclusione, definiva così la sua “creatura”: “Ecco il perché di questo museo a Maglione: i bambini di un tempo sono cresciuti in mezzo a immagini piene di mucche, pecore, ruscelli, nani, conigli e fate; i bambini futuri di Maglione avranno occhi pieni di queste immagini che stanno sui muri delle loro case“.
Marco Travaglini
(foto: emozionincanavese.it)
Sabato 14 febbraio prossimo, alle ore 18.30, in occasione della XVI edizione del Laboratorio Permanente di Resistenza della Fondazione Mirafiore di Serralunga d’Alba, sarà protagonista Agnese Pini in un incontro dal titolo “L’etica del domandare”, dedicato al valore della verità e alla responsabilità di chi racconta il mondo. Direttrice di quotidiani come La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, Agnese Pini è una delle grandi voci del giornalismo italiano, capace di coniugare rigore professionale, profondità di sguardo e attenzione alle persone. A partire dal suo libro intitolato “La verità è un fuoco” (Chiarelettere), l’incontro si concentra su una tematica contemporanea, quella riguardante il significato del cercare la verità in un’epoca segnata dalla sovrabbondanza delle informazioni, dalla velocità dei social e dalla crescente difficoltà di distinguere fatti, opinioni e narrazioni interessate. Nel suo racconto, Pini intreccia l’esperienza professionale a quella personale, riflettendo sulle sfide quotidiane del mestiere giornalistico: la pressione delle agende politiche ed economiche, la responsabilità nei confronti dei lettori, il rapporto tra informazione e potere, ma anche la necessità di mantenere uno sguardo umano, empatico e libero. L’etica del domandare diventa così non solo una pratica professionale, ma un esercizio civile che riguarda tutti: porre le domande esistenti significa aprire spazi di dialogo, difendere la complessità del reale e opporsi alle semplificazioni, perché, come suggerisce l’autrice, la verità non è mai un possesso definitivo, ma un fuoco da alimentare con coraggio, responsabilità e passione.
Domenica 15 febbraio, alle ore 16.30, la Fondazione Mirafiore aprirà le porte a bambini e famiglie con il terzo appuntamento della rassegna teatrale dedicata ai più piccoli, “Creature immaginarie e altre visioni-omaggio a Tim Burton”, uno spettacolo di Daniela Febino e del collettivo Scirò, che celebra il potere dell’immaginazione e della diversità. Che cosa accade quando il teatro incontra il mondo poetico, gotico e un po’ strampalato di Tim Burton ? Nasce un viaggio popolato da personaggi eccentrici, atmosfere surreali e mondi sospesi, in cui il fantastico diventa una lente per guardare la realtà da una nuova prospettiva. I bambini vengono accompagnati in un universo dove ciò che appare “strano” rivela spesso una sensibilità profonda, un talento inatteso, una luce speciale. Sul palco sono Marta Salomone e Rosita Pepe a dare vita a figure buffe, poetiche e sorprendenti, mentre la voce narrante di Daniela Febino guida il pubblico attraverso visioni in grado di incantare e far riflettere. Le scene sono curate dall’Atelier di Beppe Pepe, e ricreano l’atmosfera sognante e gotica tipica dei film di Burton, tra giochi di ombre, forme insolite e dettagli evocativi che diventano parte essenziale dell’esperienza teatrale.
Mara Martellotta
Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.
Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli
La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.
La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona
imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.
Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.
Alessia Cagnotto
Giungono da tutta Italia, anche dall’estero, gli auguri per i novant’anni di Jas Gawronski, giornalista famoso, deputato europeo del Pri e poi di Forza Italia, Senatore della Repubblica che sarebbe stato giusto nominare senatore a vita. E’ uomo libero che è stato amico di Papa Wojtyla, di Giovanni Agnelli e di Silvio Berlusconi , ma ha sempre saputo mantenere la sua indipendenza di giudizio inalterata. E’ amico di Giuliano Ferrara, senza condividerne gli estremismi. E’ stato molto amico di Enzo Bettiza che lo iniziò al giornalismo e ha deciso di lasciare i suoi libri in dono alla storica Biblioteca dei Chiostri di Ravenna che ha già ricevuto quelli di Bettiza. Un gesto molto importante apprezzato dal presidente Antonio Patuelli.E’ stato con slancio generoso impegnato nel sostenere il Centro “Pannunzio“ di cui è presidente onorario, ma non si può assolutamente definire un “pannunziano“ intransigente – che poi sarebbe un ossimoro – perché l’essere di padre polacco lo ha portato naturaliter ad un cattolicesimo profondo – mai dogmatico – a cui è legato anche dal fatto di essere nipote di San Pier Giorgio Frassati. Anche la sua candidatura nel PRI e poi in Forza Italia non va confusa con un’ottusa militanza di partito che gli è stata assolutamente estranea. Jas è nipote di Alfredo Frassati, senatore del Regno e della Repubblica, ambasciatore a Berlino, liberale antifascista e sa mantenere la schiena diritta come il nonno. In tutta la sua lunga carriera di giornalista in America, in Francia e in Russia in giro per il mondo non ha mai dato segni di essere lottizzato come tanti giornalisti Rai.

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Anche Torino celebra il Black History Month, il mese dedicato alla storia, alle voci e alle esperienze delle comunità nere, nato negli Stati Uniti e oggi riconosciuto a livello internazionale come spazio di memoria, riflessione e confronto. Per tutto il mese di febbraio, la città ospita incontri, presentazioni e dibattiti che mettono al centro narrazioni spesso trascurate, fondamentali per comprendere il presente globale.
In questo contesto si è inserito l’incontro con Soumaila Diawara, attivista e scrittore maliano, ospitato dalla Libreria Trebisonda, luogo simbolo del dibattito cittadino, dove le storie e i vissuti di persone e comunità diverse trovano spazio e attenzione. Un appuntamento intenso, che ha superato la classica presentazione letteraria, trasformandosi in una vera e propria lezione di storia e geopolitica.
Durante l’incontro, Diawara ha parlato del suo libro L’Africa martoriata, ma soprattutto ha guidato il pubblico in una riflessione più ampia sul continente africano, unendo storia, politica e attualità. Il libro ripercorre le ferite storiche lasciate dal colonialismo, dai massacri e dallo sfruttamento delle potenze occidentali, ma racconta anche le lotte per l’indipendenza e il coraggio di leader come Patrice Lumumba, Thomas Sankara e Nelson Mandela.
Più che una cronaca, l’opera è una voce critica che interpella il presente: Diawara invita a comprendere le conseguenze del colonialismo ancora oggi, come conflitti etnici, disuguaglianze economiche e instabilità politica, ma evidenzia anche le potenzialità straordinarie del continente africano. L’incontro ha quindi unito analisi storica e geopolitica, mostrando come il passato africano continui a influenzare le dinamiche globali.
Come sottolineato dallo stesso Diawara durante l’incontro, “non sempre c’è bisogno di un risarcimento, ma almeno di un riconoscimento”.
Soumaila Diawara è nato a Bamako, capitale del Mali, dove ha conseguito una laurea in Scienze Giuridiche e Politiche, specializzandosi in diritto privato internazionale. Fin dagli anni universitari si è impegnato attivamente nella vita politica del paese, partecipando ai movimenti studenteschi e aderendo al partito di opposizione Solidarité Africaine pour la Démocratie et l’Indépendance (SADI), assumendo ruoli di responsabilità nella guida dei giovani e nella comunicazione del partito.
Nel 2012, a seguito di un colpo di Stato che ha destabilizzato il Mali, Diawara è stato accusato ingiustamente di aggressione contro il Presidente dell’Assemblea Legislativa. Costretto alla fuga, ha attraversato Burkina Faso, Algeria e Libia, affrontando detenzioni e condizioni disumane, fino al 2014, quando è giunto in Italia grazie all’intervento di una nave della Marina Militare italiana, ottenendo la protezione internazionale e vivendo oggi come rifugiato politico.
Accanto a L’Africa martoriata, Diawara ha pubblicato altri libri che intrecciano esperienza personale, analisi politica e riflessione sociale: Sogni di un uomo, La nostra civiltà e Le cicatrici del porto sicuro, quest’ultimo un diario-testimonianza arricchito da fotografie e interviste, che documenta le cause profonde delle migrazioni e le violenze vissute dai rifugiati.
L’appuntamento alla Libreria Trebisonda non è stato solo un evento letterario, ma un’occasione di ascolto, confronto e apprendimento, in perfetta sintonia con lo spirito del Black History Month. La voce di Soumaila Diawara ha restituito complessità a una storia troppo spesso semplificata, mostrando come la memoria, il riconoscimento e la consapevolezza siano strumenti essenziali per costruire un futuro più giusto. Raccontare l’Africa oggi significa anche interrogare il nostro presente e le nostre responsabilità.
Per chi desidera consultare il programma completo del Black History Month Torino 2026, prenotarsi ad altri eventi, è possibile visitare il sito ufficiale
👉 https://www.blackhistorymonthtorino.it/
GIULIANA PRESTIPINO
“Mi fai una storia?”, pensato per piccolissimi, in un’età in cui ancora (solitamente) non si legge
Venerdì 6 e sabato 7 settembre
Settimo Torinese (Torino)
Iniziativa unica del genere in Italia, “Mi fai una storia?”, torna in quel di Settimo Torinese per la sua (attesa) quinta edizione. Si tratta dell’ormai celebre “Festival di lettura e ascolto” pensato per bimbe e bimbi la cui età va dagli 0 ai 6 anni, età in cui (tranne rarissime, da plauso, eccezioni) ancora non s’è dotati della capacità del “leggere”. Ma dell’“ascoltare” e dell’“intendere”, hai voglia!
Organizzata dall’Associazione “Il bambino naturale” (nota in Italia anche come casa editrice “Il Leone Verde”, fondata a Torino nel 1997 da Anita Molino e Fabio Tizian, forte oggi di oltre 300 titoli su maternità, prima infanzia, saggi sul “Metodo Montessori” e volumi su “spiritualità” e “cucina”), con il sostegno di “Regione Piemonte”, in collaborazione con la settimese “Biblioteca Civica Multimediale Archimede” e la “Fondazione ECM – Esperienza di Cultura Metropolitana”, l’iniziativa è ospitata, ormai per la terza volta, presso la “Biblioteca Archimede”in piazza Campidoglio 50, a Settimo Torinese e “risponde – spiegano gli ideatori – a un’esigenza del bambino mettendo al centro un comportamento al quale andrebbe abituato fin da piccolissimo: leggere con i propri genitori, ascoltando la voce, seguendo e interpretando i disegni, commentando gli spunti offerti dalle pagine”.

Il titolo si ispira ad un libro di Elisa Mazzoli, ospite anche di questa edizione (autrice di libri per l’infanzia da sempre residente a Cesenatico e due volte “Premio Nati per Leggere”) e riprende una domanda che, sovente, i più piccoli pongono ai genitori, per soddisfare il loro piacere e desiderio di ascoltare “storie (più o meno) inventate”.
Voci e ospiti dell’edizione 2026 saranno, insieme alla Mazzoli, Lara Tassini, giovane illustratrice di Novara, diplomata alla scuola “Ars in Fabula”, Elena Corniglia, responsabile del “Centro di Documentazione e Ricerca sul Libro Accessibile”, e Laura Bossi, musicista e insegnante del “Metodo Gordon”. L’idea è quella di “promuovere la lettura ‘ad alta voce’ e ‘condivisa’, quale gesto di cura e di relazione, sin dalla più tenera età, in un’atmosfera di festa e di accoglienza”.
Il programma prevede due giorni di “iniziative gratuite” dedicate a bambini, genitori, educatori, insegnanti. La mattinata di venerdì è dedicata alle scuole, la giornata di sabato ai bambini. Non mancheranno laboratori e conferenze sempre gratuite. “L’iniziativa – dicono gli organizzatori – guarda anche a genitori, tate, nonni, educatori,insegnanti, bibliotecari. Chiunque voglia avvicinarsi alla letteratura dedicata alla prima infanzia, sarà il benvenuto nelle attività previste e agli interessati sarà dedicato un convegno, in programma il venerdì pomeriggio. Si parlerà di come leggere con il corpo, di gestualità e interazione nella lettura da 0 a 6 anni, e di lettura inclusiva tra movimento e dimensione corporea”.
Altro importante ingrediente di questa quinta edizione del “Festival” sarà un laboratorio di riscoperta delle “filastrocche della tradizione”(sabato 7 febbraio, ore 11/12), con un’attività di ascolto musicale per i più piccoli, sempre gratuita.
Assolutamente soddisfatta la sindaca di Settimo Torinese, Elena Piastra che dichiara: “Il Festival ‘Mi fai una storia’ non è solo un evento, ma un progetto culturale che valorizza competenze, professionalità e reti territoriali. Attraverso la collaborazione tra istituzioni, biblioteche e operatori del settore, la Città consolida un modello virtuoso di promozione culturale, capace di generare ricadute durature sul piano educativo, sociale e civile”.
L’ingresso è gratuito per tutti gli appuntamenti.
Per info sul programma dettagliato: tel. 011/8028722/723/724 o www.mifaiunastoria.it o www.bibliotecarchimede.it
g.m.
Nelle foto: immagine di repertorio e Elisa Mazzoli