La galleria d’arte Mazzoleni dedica una personale, nella sua sede torinese, dal 1 novembre 2023 ad Agostino Bonalumi, il Teatro delle Forze ( ovvero The Theatre of the Forces), aperta fino al 4 febbraio 2024.
La mostra, curata da Marco Scotini e organizzata insieme all’archivio Bonalumi di Milano, si concentrerà su una delle più significative fasi dell’attività creativa di Bonalumi, dalla fine degli anni Sessanta attraverso gli anni Settanta, e inizierà presentando due dei meno conosciuti lavori di Bonalumi che richiedono un approccio multidisciplinare per la loro comprensione.
‘Agostino Bonalumi: il teatro delle forze’ mette in luce sculture e costumi creati per il musical di Goffredo Petrassi e per la Composizione Partita, per l’azione coreografica Rot di Domenico Gueccero, che si svolsero rispettivamente al teatro Romano a Verona e al teatro dell’Opera di Roma nel 1973.
Il titolo della mostra si riferisce alla macchina teatrale come oggetto, alludendo alle forme plastiche, una delle quali è incarnata in uno dei primi lavori di Bonalumi, nei quali è evidente una forza che nasce all’interno del lavoro, rovesciandone la superficie. Ogni lavoro nasce da un dialogo tra la pressione interna del corpo e la resistenza esterna che la superficie del canvas oppone.
Agostino Bonalumi nasce il 10 luglio 1930 a Vimercate, in provincia di Milano, compie studi di disegno tecnico e giovanissimo inizia a esporre da pittore autodidatta. Nel 1958 nasce il gruppo Bonalumi Castellani con una mostra alla galleria Pater di Milano, alla quale seguiranno altre mostre a Roma, Milano e Losanna. Nel 1961 alla galleria Kasper è tra i soci fondatori del gruppo Nuova Scuola Europea. Nel 1965 Bonalumi presenta le sue opere in una mostra personale nella sua galleria di Milano, con catalogo di Gillo Dorfles e dal ’66 prende avvio la collaborazione con la galleria del Naviglio di Milano, che lo rappresenterà in esclusiva, pubblicando nel 1973 un’ampia monografia per le edizioni del Naviglio, a cura di Gillo Dorfles.
Nel 1966 è invitato alla Biennale di Milano con un gruppo di opere e nel 1970 con una sala personale. Dopo un periodo di studi nei Paesi dell’Africa mediterranea e negli Stati Uniti, si presenterà con una personale alla galleria Bonino di New York.
Realizza opere di pittura ambientale quali “Blu abitabile” per la mostra ‘Lo spazio nell’immagine’ a Foligno, nel 1968 il Grande Nero per una mostra personale al Museum am Ostwall di Dortmund, nel 1979 nell’ambito della pittura Ambiente a palazzo Reale di Milano l’opera ‘Dal giallo al bianco e dal bianco al giallo’ Qui l’ambiente è considerato attività dell’uomo, analizzato come attività primaria e psicologica, come nell’opera “Ambiente Bianco. Spazio trattenuto e spazio invaso” realizzato nel 2002 per la fondazione Guggenheim di Venezia.
Si è occupato di scenografia realizzando nel 1970, per il teatro Romano di Verona, scene e costumi per il balletto Partita, per la musica di Goffredo Petrassi e coreografie di Susanna Egri. Nel 1973 per il teatro dell’Opera di Roma ha realizzato scene e i costumi di “Rot”, musica di Domenico Guacceri, coreografie di Amedeo Amodio.
Nonostante la malattia con cui conviveva da tempo, Bonalumi ha proseguito con assiduità sviluppando la sua ricerca fino agli esiti degli ultimi anni e portando a compimento la realizzazione di un ciclo di sculture in bronzo su progetti risalenti alla fine degli anni Sessanta. Bruxelles, Mosca, New York e Singapore sono alcune delle capitali che hanno ospitato sue personali.
La mostra si sviluppa dal 1 novembre al 3 febbraio 2024 presso la galleria d’arte Mazzoleni a Torino in piazza Solferino 2
Mara Martellotta


“Repoussoir” è un progetto d’arte che dà il titolo alla mostra, ospitata fino a domenica 5 novembre, negli spazi della “Wunderkammer” della torinese “GAM”, ed è anche il titolo di un’opera specifica presente nella stessa mostra, “Repoussoir (Muffa)”, olio su lino del 2016, a firma del pittore di Subiaco, classe ’83, Michele Tocca, vincitore con tal progetto del cosiddetto “PAC2021 – Piano per l’Arte Contemporanea”, promosso dalla “Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura”. L’esposizione, a cura di Elena Volpato, nasce dalla volontà del Museo torinese di via Magenta di acquisire un gruppo di opere del pittore romano formatosi fra Italia, Belgio e Inghilterra dove completa i suoi studi presso il “Royal College of Art, Painting Department” di Londra. Tocca é “un pittore – sottolinea Elena Volpato – capace di porsi all’osservazione del mondo con l’immediatezza di una interiore “first-timeness”: con il candore di uno sguardo che sa vedere tutto come fosse la prima volta, eppure coltiva una profonda conoscenza dei meccanismi della visione, delle strutture di pensiero e delle eredità che l’arte ci tramanda”. Proprio in tal senso, il termine “Repoussoir”( termine che appartiene alla storia della pittura di paesaggio e che vuole solitamente indicare un elemento posto in primo piano “con lo scopo di rappresentare un ostacolo, una cornice, una quinta all’aperta visione”), assume invece nei dipinti di Tocca il senso di “ostacolo al positivo”, capace di rilanciare in profondità lo sguardo per arrivare al fulcro visivo del dipinto. Marginalità che è percorso perfetto per arrivare all’essenza profonda, la più vera, delle cose. E che sa tenere insieme il candore e la schiettezza di una pittura che parla linguaggi attuali pur non disconoscendo la grande lezione della storia. Per questo motivo, nell’allestimento della mostra, pochi, meditati, studi pittorici di piccole dimensioni, realizzati direttamente sulla natura da artisti del passato, come Antonio Fontanesi, Massimo d’Azeglio e Giovanni Battista De Gubernatis (tratti dalla collezione dell’Ottocento della “GAM”) sono stati disposti in alto sulle
pareti, come fossero degli “appunti ideali”, mentre le serie pittoriche di Michele Tocca scorrono sulla linea di visione. E anche una distinzione cromatica separa sulla parete la pittura del presente da quella ottocentesca, “così come nella mente dell’artista, talvolta, una sfumatura più o meno intensa di colore, la prospettiva un poco più ravvicinata sull’oggetto o la sintesi più o meno spinta di una pennellata, separa il suo proprio fare dalla memoria viva di quanto i ‘plenairists’ andavano scoprendo tra Sette e Ottocento, dando campo a vere rivoluzioni dello sguardo e all’emergere della consapevolezza storica del paesaggio”. Particolarmente interessante, nel percorso espositivo, la serie delle “Giacche da pioggia del pittore”, messe lì ad asciugare dopo una piovosa giornata di pittura all’aperto e che, al primo impatto non ci rappresentano null’altro che semplici accessori, mentre nella visione di Tocca (condivisibile, a ben pensarci) sono veri e propri “autoritratti”, dipinti dalle gocce di pioggia e dalle inevitabili macchioline di colore ad olio cadute durante il lavoro. “Il pittore – conclude la Volpato – ritraendo di spalle la propria giacca da lavoro fa di se stesso un ‘repoussoir’, un dispositivo della visione pittorica, e della sua opera una riflessione sull’‘attualità’ fisica e metaforica tra la pittura e i fenomeni”.