Sino al 16 novembre al Carignano, per la stagione dello Stabile torinese
È con fatica che si tenta di far propria quelle due parole, “recitazione trattenuta”, che sono citate nel foglio di sala, posto in bella vista a spiegare l’”Homecoming” pinteriano messo in scena e interpretato da Massimo Popolizio per il Teatro di Roma con la collaborazione e l’aiuto di altri lodevoli enti e compagnie teatrali. Difficile da mandar giù e digerire quel che – pur ancorato (con qualche digressione) al testo originale – vediamo svolgersi sulla scena, nell’ambientazione rosso fuoco di Maurizio Balò, un grande spazio – definito, nel suddetto mezzo, “claustrofobico” – che si vorrebbe d’accoglienza, una grande specchiera e il ritratto di Sua Maestà ai lati, sedie disseminate – di grande richiamo quella del padrone di casa in primo piano – e tavolo sul fondo, un frigo e una radio, una ampia scala che sale al piano alto. È l’apparizione notturna a Teddy e Ruth, professore di filosofia lui in qualche università d’America, affezionato e remissivo, lei bionda, abiti aderenti, un passato di modella – o qualcosa che gli somiglia -, sposati da sei anni, tre figli lasciati a casa, viaggio europeo e tappa a Venezia e poi un salto da papà Max, ex macellaio volgare e autoritario, e fratelli (Lenny incallito erotomane e magari ruffiano, e Joey, aspirante pugile), e zio Sam assai portato per le arti culinarie – la congrega tutta al maschile, tasso di libertà e linguaggio scurrile e ars amatoria e testosterone alle stelle, sistema patriarcale incluso e sbandierato, che abita lì – per far conoscere la sposina di cui nessuno è a conoscenza. Sorpresa sorpresa! e accoglienza che non ha proprio le radici nel bon ton, ai maschi non pare vero d’avere d’ora in poi una femmina a “pieno” servizio, lavaggio stiraggio e tutto il resto compreso: con il doppio panorama del finale, la dipartita di Teddy che accetta la situazione e la mutazione assoluta di Ruth, non più fragile e pronta a dire sì ma la donna manager che tutto dispone, di piena autorità, provocante, letteralmente spiazzante nel suo completo afferrare le redini, sino a farsi estremamente disponibile, oltre le mura domestiche (potrà mantenersi da sola e porterà a casa anche qualche sterlina), ed eccellente ballerina di lap dance.
Deve aver scombussolato mica male gli animi e gli stomaci degli impettiti inglese il trentacinquenne Harold Pinter quando nel giugno del ’65 all’Aldwych Theatre presentò “Il ritorno a casa”, l’ultima delle sue “commedie della minaccia”, riversandovi battute secche e silenzi che dicono più delle parole, la crudeltà che serpeggia tra i personaggi e la voglia di primeggiare, anche con la violenza, l’uno sull’altro, non ultimo il padre, le rivalità che deflagrano, il vivere quotidiano che si fa lotta, inquietudini, rozzezza, voglia di emergere all’unico scopo di annientare gli altri. Ma quei silenzi non paiono interessare granché a Popolizio (altresì diversamente giovane in quel giubbino giallo occhiali e cappellino, gigione di prim’ordine, confezionatore di definizioni spicce per chi gli sta accanto – “frocio” per il fratello – o gli è stato – “puttana” per la moglie), lui ci gioca per riempirli di grandi movimenti, di quelli che alleggeriscono quando dovrebbero scendere più in profondità, cadendo nel grottesco e nel volgare, nel gratuito soprattutto, nell’assolutamente fuoviante (il fine è l’acchiappapubblico?): lavorando soprattutto sul Lenny di Christian La Rosa, bravissimo per carità, che si dimena, che sale e scende da quella dormeuse rossa e sbrindellata, che usa la voce alterandola e alternandola a falsetti e smorfie e sberleffi, quasi un Jim Carrey piombato dalla old London sul palcoscenico del Carignano, che sbatte in faccia allo spettatore la sua zazzera giallognola, ma Pinter non ci risulta questo, portato sulla strada della farsa (sospiri e gridolini a gogò disseminati per la scena), dove l’umorismo nero prende la faccia della risata grassa. Deborda Popolizio, anche la sopraffazione che circola tra gli umani e attraverso le stanze della casa non si fa commedia nera ma risata inconcludente. Ha lavorato anche sulla Ruth di Giorgia Solari, senza obbligarla a uscire da certe linee d’obbligo, il personaggio cresce con senno a poco a poco lungo l’intero arco dei 100 minuti, dalla semplice ragazza della porta (americana) accanto per farsi oggetto sessuale che sa come far girare il mondo.
Elio Rabbione
Nelle immagini di Claudia Pajewski alcuni momenti dello spettacolo.

Quel copricapo è conosciuto in tutto il mondo come un simbolo ostile ad Israele. Il Papa deve restare neutrale, esercitando una funzione di pace tra i contendenti. Questi sono episodi che sarebbero comprensibili in Papa Francesco, anche se di per sé censurabili perché la demagogia non deve mai lambire il solio di Pietro.









È un momento qualsiasi, è l’esaltazione del quotidiano che cela l’essenza delle cose. Nella poesia citata l’eleganza torinese è presa alla sprovvista, colta in flagrante mentre si tramuta in semplice golosità. Ma Gozzano sfalsa i piani e costringe il lettore a seguirlo nel suo ironizzare continuo, quasi non prendendo mai niente sul serio, ma facendo riflettere sempre sulla verità di ciò che asserisce. Se con “Le golose” Guido si concentra su una specifica situazione, con la poesia “Torino”, dimostra apertamente tutto il suo amore per il luogo in cui è venuto alla luce.
Ma torniamo a Torino, la sua città natale, la amata Torino, che è sempre nei suoi pensieri: “la metà di me stesso in te rimane/ e mi ritrovo ad ogni mio ritorno”. Torino raccoglie tutti i suoi ricordi più mesti, ma è anche l’ambiente concreto ed umano al quale egli sente di appartenere. Accanto alla Torino a lui contemporanea, (“le dritte vie corrusche di rotaie”), appare nei suoi scritti una Torino dei tempi antichi, un po’ polverosa che suscita nel poeta accenti lirici carichi di nostalgia. “Non soffre. Ama quel mondo senza raggio/ di bellezza, ove cosa di trastullo/ è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio/ e quell’ambiente sconsolato e brullo.” Con tali parole malinconiche Gozzano parla di Torino, e richiama alla memoria “certi salotti/ beoti assai, pettegoli, bigotti” che tuttavia sono cari al per sempre giovane scrittore. “Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca/ tuttavia d’un tal garbo parigino”, questa è la Torino di Gozzano, e mentre lui scrive è facile immaginare il Po che scorre, i bei palazzi del Lungo Po che si specchiano nell’acqua in movimento, la Mole che svetta su un cielo che difficilmente è di un azzurro limpido.


