L’associazione Choròs presenta “Piccole grandi donne”

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, l’associazione Choròs, che promuove il teatro di comunità, presenterà la performance teatrale dal titolo “Piccole grandi donne”.
La pièce teatrale andrà in scena mercoledì 4 marzo alle 16.30 all’ IC Ennio Morricone  di corso Vercelli 141, domenica 8 marzo  alle 16.30 presso il Centro Incontro Salvatore Scavello in via delle Querce 23 e martedì 10 marzo, alle ore 10, presso l’Auditorium della Biblioteca Civica don Lorenzo Milani, in via dei Pioppi 43.
La pièce teatrale è dedicata alle figure femminili nella storia, nella cultura e vita quotidiana; attraverso un intreccio di racconti e scene corali si darà  voce a donne iconiche e a figure femminili tratte dalla quotidianità, offrendo al pubblico uno sguardo plurale sul diverso contributo femminile nei vari ambiti della società.
La messa in scena non vuole essere soltanto un momento artistico, ma anche un’occasione di riflessione condivisa sul valore, la forza e la complessità dell’esperienza femminile, in una giornata simbolicamente significativa per tutta la comunità.
Al progetto partecipa la classe I D e l’Orchestra dell’Istituto Morricone di corso Vercelli 141.

Saranno in scena Giuseppina Choc, Marta Carrocci, Ivan Faga, Barbara Garabello, Samuele Guzzo, Enza Lasalandra, Mario Loforte, Gabriele Losappio, Giorgio Maruccia con gli allievi e l’Orchestra dell’Istituto Ennio Morricone.

Il progetto è curato da Maria Grazia Agricola, Camilla Branda e Samuele Guzzo.

Consigliata la prenotazione. Ingresso libero

Mail infochoruscomunita@gmail.com

Tel 3314649092

L’associazione culturale Choròs è nata nel 1997 e dal 2001 lavora nell’ambito dei percorsi del teatro di comunità, sviluppando una metodologia di intervento che, attraverso l’utilizzo della pratica artistica, risulta in grado di creare senso di comunità negli abitanti dei diversi territori cittadini in  cui interviene.
Torino Nord è, infatti, un territorio che da anni vive in una combinazione di forme di disagio sociale affiancato da aspetti di innovazione e creatività artistica. È  un territorio a forte densità abitativa, ma anche ricco di associazioni e artisti che producono contenuti innovativi.
Dal 2011 Choròs lavora su questo territorio e il suo scopo principale è  stato quello di far emergere il Teatro Marchesa e i progetti artistici ad esso collegati, quali “Le Sorelle”, “Il Bus dei Sogni”, che hanno avuto la capacità di realizzare collegamenti non solo con tutta la città, ma anche a livello nazionale.
La collaborazione per la formazione attoriale con l’ARTA di Parigi dal 2018 al 2022, attraverso il metodo della biografia teatrale, rappresenta un valore aggiunto al lavoro svolto da Choròs sul territorio.
In Barriera, zona interessata  da un investimento importante del PNRR, questa visione artistica e teatrale è stata centrale per spingere ad un processo di cambiamento, all’interno del quale si colloca anche il Teatro Marchesa che attesterà, anche attraverso una riqualificazione strutturale, la sua posizione di polo artistico teatrale di Barriera e dell’intera città.
Da quindici anni presso il teatro Marchesa vengono organizzati dall’Associazione Choròs eventi legati alla formazione e alle pratiche del teatro di Comunità.

Mara Martellotta

T-red, a Torino crollano le multe: -82% in un anno

A Torino diminuiscono sensibilmente le multe rilevate dai T-red ai semafori. Le telecamere installate in 14 incroci della città hanno registrato circa 22mila sanzioni, contro le 117mila del 2024: una riduzione dell’82%.

Tra le principali ragioni del calo c’è l’entrata in vigore del nuovo Codice della strada, che ha eliminato la possibilità di accertare a distanza le infrazioni legate alla segnaletica orizzontale. In precedenza, gli automobilisti potevano essere multati anche per aver oltrepassato di poco la linea bianca di arresto con le ruote del veicolo o per aver proseguito diritto in una corsia con obbligo di svolta.

Con la nuova normativa, invece, i dispositivi T-red rilevano esclusivamente il passaggio con il semaforo rosso, limitando così il numero delle sanzioni.

GGT, in calo il mancato pagamento dei biglietti sui mezzi pubblici

GTT Gruppo Torinese Trasporti annuncia in una nota che “prosegue il proprio impegno per garantire standard di servizio sempre più rispondenti alle esigenze dei cittadini, intervenendo su sicurezza, assistenza e contrasto all’evasione tariffaria”.

I numeri dell’attività di controllo nel 2025

  • 2.990.868 controlli totali

  • 272.367 nel mese di gennaio

 

Nei primi giorni del 2026, l’incremento del personale ha già prodotto risultati concreti:

  • 377.187 controlli effettuati (gennaio)

  • + 38% rispetto a gennaio 2025

  • – 24% di evasione tariffaria

 

Parallelamente, si consolidano le iniziative di controllo avviate nel corso del 2025 in collaborazione con le forze dell’ordine e agenzie di sicurezza privata. Il progetto Linea Sicura ha visto coinvolte 13 linee GTT, mentre per il  Safe Tram sono stati effettuati oltre 6.300 controlli.

I dati confermano dunque l’effetto deterrente di una presenza capillare sulla rete e l’efficacia delle politiche di prevenzione messe in campo. Nel corso del 2026 è previsto un nuovo potenziamento dell’organico dedicato al controllo e all’assistenza, che a regime potrà contare su 300 addetti alla clientela, e l’introduzione di ulteriori body cam, dopo le sperimentazioni avviate lo scorso anno, rafforzando in modo strutturale il presidio del servizio sul territorio, con l’obiettivo di migliorare tutela e assistenza agli utenti.

In un sistema complesso come quello del trasporto pubblico locale, la qualità reale e percepita del servizio è strettamente legata alla possibilità per gli utenti di ricevere assistenza tempestiva, in particolari nelle fasce serali e notturne. L’obiettivo: rafforzare la sicurezza complessiva del servizio e migliorare la gestione delle situazioni complesse a bordo.

“Questi dati sono molto incoraggianti e dimostrano che siamo sulla strada giusta – ha dichiarato Salvatore Gaudiello, Responsabile Infrastrutture – La sicurezza dei passeggeri è una priorità che riguarda ogni anno oltre 250 milioni di utenti tra Torino e provincia. Le misure sperimentali introdotte nei mesi scorsi stanno producendo i risultati attesi. Il percorso è ancora in evoluzione, ma nei prossimi mesi puntiamo a rafforzare ed ampliare ulteriormente questi livelli di servizio, con l’obiettivo di garantire maggiore tutela, assistenza e qualità complessiva dell’esperienza di viaggio”.

Filippone (Cisl): “Su Torino area di crisi complessa serve cambio di passo”

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Il segretario generale Cisl Torino-Canavese, in audizione al Senato, lamenta lo scarso coinvolgimento del sindacato nella gestione di questo strumento e ne chiede l’ampliamento

“Uno dei punti che non possiamo accettare è la scarsa partecipazione delle organizzazioni sindacali nei processi decisionali legati all’Area di Crisi Complessa di Torino. Le lavoratrici e i lavoratori non possono essere tenuti all’oscuro, come è successo in questi anni da quando Torino è stata riconosciuta Area di crisi complessa, sulle scelte che riguardano il loro futuro. Non è accettabile che i criteri di assegnazione dei fondi e lo stato di avanzamento dei progetti vengano gestiti senza un coinvolgimento pieno e strutturato del sindacato. In questi anni è mancata non solo una regia, ma soprattutto l’informazione e la comunicazione”. Lo ha dichiarato il segretario generale della Cisl Torino-Canavese, Giuseppe Filippone, nel corso dell’audizione di oggi pomeriggio davanti alla Nona Commissione Senato su “Torino area di Crisi complessa”.

“È fondamentale ampliare l’Area di Crisi Complessa ad altri comuni della provincia torinese che ne facciano motivata richiesta (oggi sono 112 su 312 complessivi), coinvolgendo anche altri settori in crisi come la componentistica non metalmeccanica e il settore delle Telecomunicazioni, a partire dai call center, – ha aggiunto Filippone – e coinvolgere pienamente le organizzazioni sindacali negli iter decisionali, nei criteri di assegnazione dei fondi e nel monitoraggio dei progetti. Inoltre, sarebbe importante l’istituzione di un tavolo territoriale permanente, presieduto dal Comune di Torino, con tutti i soggetti sociali ed economici, per costruire insieme la visione di sviluppo del territorio. Dobbiamo accompagnare la transizione, non subirla. E questo significa che la manifattura deve rimanere il pilastro attorno al quale costruire la diversificazione”.

I custodi della forma

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

In via Orvieto 20, oltre la Dora, nel quartiere Borgo Vittoria, dove Torino si lascia sfuggire il garbo dei portici e si distende in una geografia più pratica fatta di officine, magazzini e cortili profondi, esiste un edificio – un’ex fabbrica industriale – che mantiene comunque la compostezza sabauda su ciò che custodisce.

Il portone, senza insegne monumentali, introduce in uno spazio alto, dove la luce entra diffusa e ricade come polvere su una moltitudine di presenze immobili.
La prima impressione non è quella di un museo, bensì di un deposito in cui un remoto demiurgo ha accumulato per millenni le forme del corpo umano e della storia.

File serrate di calchi in gesso, oltre 1.500 per l’esattezza, accumulati nel flusso dei decenni occupano ogni spazio possibile: busti di bambini con le palpebre ancora gonfie, profili femminili che conservano un’inclinazione del collo irripetibile, la torsione plastica di un atleta greco, smisurati arti isolati che sembrano essere test sperimentali per la generazione di un titano.
E ancora: un David michelangiolesco ricostruito nelle stesse proporzioni dell’originale fiorentino, rilievi ornamentali, capitelli, busti di filosofi, cavalli alati, mostruosità marine in una coesistenza di epoche che estingue ogni cronografia.

Rispetto ad un museo le statue non sono isolate su piedistalli, rischiarate liturgicamente da strategici led, ma condividono lo spazio con scale da muratore, secchi, stracci e tavoli da lavoro.

Se ne stanno a ridosso l’una dell’altra, quasi a contatto, alcune poggiano a terra, altre su bancali di legno, altre ancora emergono da scaffali metallici o appese alle pareti.
Mentre ci cammino vicino vaneggio tra me e me di voler essere custode di un plasma segreto che le ridesti dalla loro quiescenza, che le vivifichi in modo che mi dicano di cose misteriose.

Mi trovo nel laboratorio della Gipsoteca Mondazzi, nata a Torino nel 1976, quando i fratelli Mondazzi rilevarono l’attività dal formatore Emanuele Gonetto, continuando una tradizione nata nel dopoguerra e legata al mondo delle accademie e della scultura monumentale.

Da allora il laboratorio non ha mai cessato di produrre copie, matrici, modelli destinati a scultori, scenografi, restauratori, accademie, ma anche a profani interessati.

Il procedimento non è cambiato molto: la forma viene presa dall’originale tramite un negativo, oggi spesso in silicone, che viene riempito con gesso liquido, lasciato solidificare e poi rifinito a mano.

Ogni copia è alla radice tecnicamente identica, ma non completamente indifferenziata: la superficie conserva micro-imperfezioni, tracce della lavorazione, leggere variazioni che la rendono riconoscibile a chi l’ha prodotta.

Il rapporto con le statue dei proprietari – Novella Mondazzi, suo fratello Paolo e pochi altri collaboratori – in una struttura che è rimasta volutamente familiare, seppur non completamente privo di quella solennità comune al cosmo degli artisti, è prettamente operativo: si muovono tra i modelli indicando dettagli che per loro hanno un’origine precisa — una commissione privata, un lavoro per un teatro, un intervento di restauro.

Ogni forma è associata a una circostanza, a una richiesta, a un momento della loro vita professionale.

Il paradosso della gipsoteca è che non conserva originali, ma senza di essa molti non avrebbero più discendenza. I calchi permettono di riprodurre opere destinate a deteriorarsi, di sostituire parti danneggiate, di studiare forme altrimenti inaccessibili.

In passato erano strumenti fondamentali per gli studenti delle accademie, oggi resistono accanto a scanner e stampanti 3D, continuando a offrire una precisione e una fisicità che la replica digitale non riesce (ancora) a restituire completamente.

Un luogo dunque dove la città ha destinato i propri doppi, che sono però finiti per trattenere la forma con una fedeltà che supera la durata della materia da cui proviene.
Uno spazio in cui le cose continuano a replicarsi tacitamente, come percorse da un DNA inanimato, conservando le impronte di ciò che “si è fatto nulla”.

Il laboratorio ha poi anche il suo punto di contatto diretto con il pubblico a pochi passi dall’Accademia Albertina, in via Principe Amedeo 25, dove si trova la bottega e la sede storica.
Qui vengono eseguiti i lavori più minuti e delicati: rifiniture, patinature, colorazioni e trattamenti che trasformano il gesso in imitazione di marmo, bronzo o pietra.

Fin dai tempi dell’università mi è capitato spesso di fermarmi, inebetito, davanti alla sua vetrina, fotografandola dall’esterno e indugiando a osservarne l’interno, come un personaggio dei cartoni animati che levita anelante guidato dalla mano sottile disegnata dal vapore di una torta che raffredda sul davanzale di una casa vicina.

Ci sono entrato per la prima volta solo un anno fa, per commissionare il restauro di un busto di Hermes.
È un locale piccolo, e questo amplifica l’effetto scenografico dello tsunami vertiginoso di statue presenti, così vicine tra loro da condividere la stessa ombra.
Passarci in mezzo è come attraversare una fenditura aperta in un mare solidificato, tra volti immobili, calca di orbite spente mentre la poca luce che entra dalle vetrate scivola su un’infinità di pieghe, lungo i margini sottili di palpebre, linee curve di labbra, vene in rilievo di un piede sproporzionato.

In fondo al passaggio in questo mare pallido e opaco, il banco di lavoro che spartisce l’ambiente senza in fondo separarlo davvero: dietro, strumenti, matrici e pigmenti e, solitamente, Novella: una donna minuta, dalle mani bianche di gesso, attenta, dolcissima.

In lei composte si intrecciano competenza rara, etica certosina d’artigiana e, senza nessuna retorica, onestà, trasmesse più attraverso l’abitudine che tramite l’insegnamento formale.

Link Linkedin Riccardo Rapini: https://www.linkedin.com/in/riccardo-rapini-31097438/

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AVS: “Stellantis non investe, non produce e non paga”

“A Mirafiori solo cassa integrazione e promesse tradite”

Oggi Stellantis annuncia che non ci sarà nemmeno il premio, nemmeno una tantum, per le lavoratrici e i lavoratori italiani. Una decisione che, purtroppo, era nell’aria, ma che resta una beffa inaccettabile per chi da anni paga sulla propria pelle le conseguenze di scelte industriali sbagliate. Basta scuse: Elkann e i vertici di Stellantis svendono il futuro dei lavoratori italiani per proteggere i loro profitti. Mentre a Tavares regalano centinaia di milioni e i soci hanno incassato negli ultimi 4 anni dividendi miliardari, ai nostri operai lasciano il conto e la più totale incertezza. Anche il tanto annunciato rilancio di Mirafiori legato alla produzione della 500 ibrida, si sta rivelando per quello che è: un annuncio senza sostanza, incapace di garantire livelli produttivi adeguati, continuità occupazionale e prospettive reali per il futuro dello stabilimento.

Azzerare il premio di risultato è un ricatto sociale: non è crisi, è scelta politica contro il lavoro italiano. I risultati industriali, e quindi anche i premi, maturano altrove: nei Paesi dove Stellantis ha scelto di investire davvero, mentre Mirafiori e le altre fabbriche italiane vengono progressivamente svuotate.

È inaccettabile che tutto questo avvenga nel silenzio colpevole del Governo e della Regione Piemonte, che continuano a non pretendere un piano industriale serio, vincolante e credibile per il futuro dell’automotive e dell’occupazione sul nostro territorio.

Non molleremo e staremo con il fiato sul collo di questi finti patrioti al governo: lotteremo perché l’Italia torni a investire nei suoi stabilimenti e a rispettare chi lavora.  Ancora una volta, a pagare il prezzo più alto sono le lavoratrici e i lavoratori, che non hanno bisogno di annunci o illusioni, ma di investimenti veri, produzione stabile e rispetto della loro dignità.

Marco Grimaldi – vicecapogruppo AVS alla Camera dei Deputati
Alice Ravinale – capogruppo AVS Regione Piemonte
Valentina Cera – consigliera regionale AVS Piemonte

La Guardia di Finanza sequestra lingotti d’oro e diamanti

Le Fiamme gialle della Compagnia di Valenza (Al) hanno sequestrato più di sei chili di lingotti e lamine d’oro, due bracciali in oro bianco con pietre preziose incastonate e diamanti naturali per 809,10 carati e un totale di oltre 758mila euro. Segnalati alla prefettura e alla Camera di commercio cinque persone, di cui quattro rappresentanti legali di società con sede in Italia e in Belgio.

Enzo Bianchi torna tra il suo pubblico

Dopo un periodo segnato da una malattia e da una degenza ospedaliera, Fr. Enzo Bianchi è tornato a parlare in pubblico, in occasione del ritiro di Quaresima alla Madia. Quasi centocinquanta persone hanno partecipato alla tradizionale giornata di ritiro Quaresima che è un momento forte per la fraternità della Madia e per gli ospiti e amici che ci frequentano e seguono fr. Enzo da anni.

In apertura dell’incontro, fr. Enzo ha espresso profonda gratitudine verso il Signore, per avergli consentito di essere di nuovo presente, e ha ricordato come ogni caduta possa diventare un’occasione di ripresa inaspettata.
La meditazione ha affrontato uno dei testi più densi e complessi del Nuovo Testamento: il cosiddetto “Inno ai Filippesi”, incastonato dall’apostolo Paolo nella lettera alla comunità di Filippi, fondata circa vent’anni dopo la morte di Gesù. Il fondatore di Bose ha guidato i presenti nella lettura teologica dell’inno, evidenziandone la struttura in due momenti chiave. In particolare, Cristo, pur essendo della stessa forma di Dio, non trattiene la sua uguaglianza con Dio ma si svuota, assume la condizione umana, si umilia fino alla morte e muore in croce.
Questo svuotamento non significa perdere l’identità, ma compiere una scelta d’amore: una solidarietà radicale con l’umanità, fino alla condivisione della sofferenza e della morte. Per questo, Dio lo innalza e gli dona quel nome che è al di sopra di ogni nome: Kyrios, ovvero Signore. Un titolo che, nel contesto romano, aveva valenza politica e religiosa e veniva attribuito all’imperatore. I cristiani, con la frase: “Gesù è il Signore”, affermarono una signoria alternativa e universale. Un passaggioncentrale dell’intervento di questa domenica, ha riguardato l’invito paolino ad avere “gli stessi sentimenti di Cristo”. Per fr. Enzo, il cristianesimo non consiste principalmente in un’adesione intellettuale, ma in una trasformazione interiore: sentire, pensare e agire secondo la logica dell’amore gratuito.
La fede cristiana vuole evitare questa contrapposizione, che presenta da una parte, il docetismo, cioè l’idea che Gesù fosse uomo solo in apparenza, dall’altra, il riduzionismo, che nega la sua natura divina. Proprio per l’affermarsi contemporaneamente della piena divinità e della piena umanità di Cristo, l’inno rappresenta uno dei vertici teologici del Nuovo Testamento.
Durante la giornata di ritiro, è stato dedicato un ampio spazio al mistero della trinità di Dio: non una semplice somma di persone, ma una vera e propria comunione d’amore. In questa prospettiva, l’abbassamento di Cristo non è voluto come sofferenza da parte del Padre, ma come conseguenza di un amore profondo, vissuto in un mondo che è fortemente segnato dall’ingiustizia. Mentre la croce, rappresenta il passaggio verso la vita piena.
La presenza di fr. Enzo, dopo settimane di malattia, ha assunto un valore simbolico per i partecipanti. Il suo ritorno pubblico è stato accompagnato da parole di gratitudine e da una riflessione intensa, che ha restituito al ritiro quaresimale una dimensione teologica profonda.
La meditazione pomeridiana si è conclusa con un invito a ricordare che il cristianesimo non è solo un’adesione intellettuale, ma una condivisione concreta dei sentimenti di Cristo nella propria quotidianità.

IRENE CANE

Al MAO i capolavori del maestro Zanabazar, dal cuore della Mongolia

Il MAO, Museo di Arte Orientale, in collaborazione con la galleria Borghese di Roma, dal 27 febbraio al 7 aprile presenta al pubblico per la prima volta in Europa due straordinarie opere del tulku Zanabazar, maestro spirituale e incredibile artista e innovatore del Seicento.
Nato nelle steppe della Mongolia nel 1635, Zanabazar fu una figura di primo piano del buddhismo tibetano in Mongolia,  tanto da essere riconosciuto con il nome di Ondör Gegeen, Sua Santità l’illuminato, e primo Khutuktu Jebtsundamba, massima autorità religiosa della scuola riformata Gelugpa, dai cappelli gialli, del buddhismo tibetano in Mongolia, venerato come reincarnazione di uno dei 500 discepoli originali del Buddha. Dichiarato leader spirituale dei mongoli nel 1639, quando aveva appena quattro anni, fu anche riconosciuto dal V  Dalai Lama ( 1617-1682) come la reincarnazione dello studioso buddhista indiano Taranatha.
Nel corso  di quasi sessanta anni Zanabazar promosse tra la popolazione mongola la scuola riformata Gelugpa, a cui appartiene anche il Dalai Lama, soppiantando  le tradizioni Sakya o “Cappello Rosso”, o scuola antica pre Gelugpa, che avevano precedentemente prevalso nella zona, e influenzò profondamente gli sviluppi sociali e politici della Mongolia del Seicento.

Oltre ad essere un brillante studioso e un’autorità spirituale di rilievo, Zanabazar fu anche un artista molto poliedrico. A noi sono giunte alcune opere firmate da lui stesso, pratica poco frequente nella produzione religiosa buddhista.
Zanabazar è  considerato il più grande scultore mongolo della sua epoca. A lui e ai membri della sua scuola si devono le maggiori opere realizzate in Mongolia in età moderna, fra cui una straordinaria Tara verde e un autoritratto-scultura in bronzo, che lo ritrae assiso in trono.

Esposte dal 20 gennaio al 22 febbraio scorso nel salone d’Ingresso della Galleria Borghese a Roma, i due capolavori sono ora in mostra al MAO all’interno della sezione della collezione permanente dedicata all’Asia Meridionale, centrale e alla zona himalayana, creando un dialogo con i manufatti provenienti dall’Antico Monastero di Densatil, in Tibet Centrale, a cui Zanabazar si ispirò per le sue creazioni scultoree e i suoi dipinti religiosi.

Le opere in prestito in Italia per la prima volta dal museo Nazionale Chinggis Khan di Ulaanbaatar, in occasione delle esposizioni di Roma e Torino, si contraddistinguono per un eccezionale valore estetico e spirituale e sono connotate da un linguaggio innovativo e capace di parlare direttamente allo sguardo e all’animo dei visitatori.
Questo progetto, visitabile con il biglietto per la mostra di Chiharu Shiota, rappresenta per il MAO un’occasione preziosa per presentare, nel contesto di un’istituzione occidentale  che conserva arte asiatica, uno dei più importanti artisti della Mongolia, mettendolo in relazione con le opere del museo e colmando una lacuna nelle collezioni, che presentano alcuni esemplari di tangka e sculture del Tibet orientale con tratti di influenza mongola e cinese, ma prive di opere di provenienza mongola. Nell’estate 2026 è previsto un progetto espositivo che porterà alcuni frammenti provenienti dal monastero di Densatil della collezione del MAO presso il  Chinggis Khaan National Museum.

Mara Martellotta

Enrico Calilli. Sempre tra noi!

All’“Oratorio di San Filippo Neri”, sarà ricordata, fra intermezzi musicali e narrativi, la figura del poeta-romanziere torinese a cinque anni dalla scomparsa

Lunedì 2 marzo, ore 20,30

Scrittore, saggista e poeta, ma anche “Cavaliere” per meriti sportivi (per oltre 30 anni è stato la “Voce del Sestriere” come speaker delle gare della “Coppa del Mondo di Sci”, nonché presidente dello “Sci Club Joyful” e collaboratore per gli incontri di “women’s football” del sito “Toro.it”, lui gobbo-juventino incallito!), Enrico Calilli avrebbe compiuto ottant’anni il prossimo lunedì 2 marzo. Un traguardo, pur da abile sportivo, purtroppo non raggiunto. Enrico ci ha infatti lasciato cinque anni fa. Ma a quella che avrebbe dovuto essere “occasione di festa” per il suo 80°, hanno voluto supplire i suoi più stretti famigliari e amici, in primis la moglie Rossella e la figlia Cristiana (con le adorate nipoti Sofia e Cecilia), organizzando, proprio lunedì 2 marzo (ore 20,30), una serata in sua memoria, articolata in momenti artistici di sicuro effetto, presso l’“Oratorio di San Filippo Neri” a Torino, luogo di culto dedicato al “Santo della Gioia” e la più grande Chiesa di Torino (fondata nel 1675 e ricostruita su progetto di Filippo Juvarra nel 1715) particolarmente cara ad Enrico cui dedicò anche uno dei suoi vari libri storico-narrativi (“La Chiesa di San Filippo Neri in Torino”), pubblicato da “Il Capitello” nel 2013.

Serata piena. Di indubbio spessore artistico. Come sarebbe piaciuta a lui. Lui, che, per tutti, quella sera ci sarà! Crediamoci! Abbracciando tutti da lassù (o da dove, non si sa!) con quei suoi occhi e quel suo viso che sapevano allargarsi in nuvole di gioia e d’affetto, sempre cariche di incontenibile empatia per tutti. A condurre e a presentare l’evento, sarà la stessa moglie Rossella, affiancata dalla musica della pianista-compositrice Irene Rista (suo il libro pubblicato di recente per le “Ed. Voglino”, con le illustrazioni di Federica Lucioli, “Brevi storie a due e quattro zampe”) e dalle parole “recitanti” alcune fra le più significative poesie di Enrico, proposte al pubblico dalla Compagnia Teatrale “Drammatici – Filodrammatici”.

La serata è ad ingresso libero. Fino ad esaurimento posti.

Ai partecipanti verrà richiesto solo un contributo assolutamente volontario a sostegno del restauro del magnifico “Presepe” custodito dai “Padri Filippini”, alla cui costruzione, verso la fine del ‘700 (prima che Torino fosse per la seconda volta e per parecchi anni invasa dalle truppe di Napoleone) contribuì lo stesso re di Savoia, Carlo Emanuele IV (l’“Esiliato”), regalando ai “Padri” alcune carrate di marmo, recuperato da una cava di suo possesso nel territorio di Gassino con l’intento che gli stessi lo vendessero per ricavarne una somma di denaro utile alle prime spese dell’opera.

Il “mio” Calilli

Permettetemi una mia personale riflessione su Enrico. Ne sento il bisogno, non il dovere, e sono certo che a lui farebbe piacere.

Intanto ci tengo a precisare che io, personalmente, non ho mai avuto modo di frequentarlo con particolare costanza. Conobbi Enrico verso la fine degli anni ’80 e lo conobbi come consorte di Rossella Tamagnone, mia “grande” collega insegnante di “Educazione Fisica” alla mitica “Carlo Levi” di via delle Magnolie, alle subalpine “eccitanti” (anziché no!) “Vallette”. Da allora, e nel corso degli anni, i nostri incontri sono stati sempre alquanto sporadici. Ma ogni volta, mille volte più intensi ed “empatici” rispetto a quelli di gente che magari si incontra ogni giorno, trascorrendo ore in conversazioni assolutamente incolori. E anonime. Come a dire, senza anima. Enrico aveva con me, ma certo con chiunque, la capacità assai rara di “abbracciarti” subito con quel suo largo, generoso sorriso, in grado di donarti, all’istante, un senso di amicizia e “oceanica” simpatia vera, profonda, come ci conoscessimo e frequentassimo da anni. Mi ricordo la gioia alla pubblicazione del suo primo libro e all’arrivo in finale con “Briciole di Medioevo” (“Ed. Tambix”) al “Premio Pannunzio”. Il suo forte abbraccio, la sua stretta di mano erano nell’immediato “passaporti” speciali per un sodalizio che pareva durasse da sempre. E tutto questo, lo ricordo con enorme nostalgia. Scrittore, poeta. In realtà Enrico aveva una laurea in Giurisprudenza e, per anni, lavorò per un’importante “Compagnia Assicurativa”. Ma nella sua testa, più che codici e codicilli, frullarono sempre e da sempre, a larghe giravolte, parole e parole. Parole capaci, in totale libertà, di farsi “racconto”. Parole capaci, a briglia sciolta, di creare “poesia”. Libere di accompagnarsi in ignoti voli e infiniti sentieri. “E noi a chiederci/ chi siamo stati /perché siamo nati/ Nell’attesa di una risposta/ che non viene/ in un silenzio che si fa paura” (Da “Verso il cielo”, “Ed. Il Capitello”, 2016). Ora forse quel “silenzio” l’hai sconfitto, caro Enrico. E, in qualche modo, potrai darcene segno (pensaci tu!), attraverso “le vetrate che irradiano calore/nelle tessere multiformi” della tua amata “Cattedrale”.

Gianni Milani

Nelle foto: Enrico Calilli, Irene Rista e la Compagnia Teatrale “Drammatici – Filodrammatici”