Nell’elegante cornice del Teatro Carignano, all’interno della Biennale Tecnologia — manifestazione sempre più trasversale, capace di interrogare le sfide del futuro anche attraverso il linguaggio dello spettacolo e dell’arte — stamattina la sala gremita e un pubblico caloroso hanno accolto Stefano Accorsi, protagonista di “Socrate 16.22”, affiancato in scena da Ludovica Martino e dalla studiosa Tatiana Tommasi. Lo spettacolo, scritto da Filippo Gentili e diretto da Ferdinando Ceriani, si inserisce pienamente nel dialogo tra teatro e innovazione promosso dalla rassegna.
La narrazione si sviluppa attorno a un rapporto padre-figlia tutt’altro che pacificato: lui rappresenta una generazione cresciuta con l’idea che la tecnologia sia progresso e soluzione, lei invece incarna il dubbio, l’inquietudine di chi si trova a vivere un futuro già scritto da algoritmi e sistemi che sfuggono al controllo umano. Il dialogo tra i due è serrato, a tratti duro, ma sempre attraversato da un legame affettivo che non si spezza mai davvero.
È proprio dentro questa frattura generazionale che si inserisce il tema dell’intelligenza artificiale. Non viene trattata come una minaccia spettacolare o fantascientifica, ma come qualcosa di molto più vicino e insidioso: una presenza che modifica lentamente il modo di pensare, di scegliere, perfino di relazionarsi. Lo spettacolo suggerisce che il rischio più grande non sia una ribellione delle macchine, ma una progressiva rinuncia dell’essere umano alla propria autonomia critica, insieme a una trasformazione — se non vera e propria perdita — del ruolo umano nel lavoro, sempre più spesso delegato o sostituito da sistemi automatizzati.
“Socrate 16.22” funziona perché non dà risposte facili. Mette lo spettatore davanti a una tensione reale: da un lato il fascino inevitabile dell’innovazione, dall’altro la paura che questo stesso progresso possa svuotare di significato le relazioni e l’identità. Ne esce una riflessione lucida e inquieta, che resta addosso anche dopo gli applausi, proprio perché parla più del presente che del futuro.
Al termine dello spettacolo si è aperto anche uno spazio di confronto con il pubblico: domande, osservazioni e riflessioni hanno dato vita a un dialogo vivo e partecipato, segno di quanto i temi affrontati tocchino da vicino e continuino a interrogare, ben oltre la scena.
GIULIANA PRESTIPINO
L’obiettivo è diffondere una maggiore consapevolezza sull’importanza della diagnosi precoce e di uno stile di vita equilibrato, elementi fondamentali per ridurre il rischio di malattie croniche come diabete e disturbi cardiovascolari.

La donna più ricca del mondo – Commedia drammatica. Regia di Thierry Klifa, con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Marina Foïs e Raphaël Personnaz. I soldi non fanno la felicità, lo sa bene Marianne Ferrère, miliardaria proprietaria della galassia Windler. Marianna “vende” cosmetici e bellezza ma sembra aver bruciato la sua in un matrimonio di facciata e in una gabbia di cristallo che un giorno qualcuno frantuma. Il suo impero, costruito sul collaborazionismo e l’antisionismo, è assediato da Pierre-Alain Fantin, fotografo e scrittore irriverente e adulatore. Costui incontra Marianne ed è subito “amore”, di quelli che mordono il cuore e non lo mollano più. Vulnerabile davanti a un uomo che la fa respirare di nuovo, cambiando décor e abiti, la donna lo trattiene a colpi di assegni. Lui prende tutto e ne vuole ancora. Mentre Marianne ricopre d’oro il suo nuovo giocattolo, la famiglia s’inquieta e serra i ranghi. Ma lei fa i capricci e quello che vuole. Almeno fino a quando la figlia non deciderà altrimenti. Durata 121 minuti. (Romano sala 2)