Cercasi filosofo per rubinetto guasto

Ieri sera stavo riguardando il film “Sapore di mare” e mi ha colpito la frase pronunciata da Virna Lisi: “[..]tra qualche anno avremo tutti filosofi e nessuno capace di aggiustare un rubinetto”.

In effetti, sotto la spinta di Governi (e correnti filosofiche) che hanno spinto i giovani a conseguire la laurea per emanciparsi, per non farsi sfruttare (con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti) solo una minima parte degli studenti si iscrive a istituti professionali e istituti tecnici, mentre la stragrande maggioranza frequenta le superiori solo come cuscinetto tra la secondaria di primo grado (lasciare la dizione “scuole medie inferiori” sembrava banale) e l’Università.

Oggi, rispetto ad un tempo, è cambiato il titolo di studio ma spesso lo sfruttamento è rimasto uguale: laureati, assunti nei call center, pagati meno di 1000 euro al mese, con mansioni per le quali la laurea è perfettamente inutile.

A parte questo, molti abbandonano l’università in corso d’opera, con l’unico risultato di aver perso soldi, tempo, forse opportunità ma avendo guadagnato una frustrazione, specie se l’intenzione di iscriversi all’Università non era loro ma dei loro genitori.

In compenso quando cerchiamo un idraulico, un elettricista o un falegname dobbiamo chiedere al vicino che tempo addietro si era rivolto ad uno bravo per trovarne uno che lavori a prezzi accettabili, sia disponibili in tempi umani e non in ere geologiche e che sia, ça va sans dire, competente.

La maggior parte di loro, come avrete sicuramente avuto modo di vedere, non è italiana per ben due motivi: il primo è che, ancora oggi, sebbene laureati non vedono la loro laurea riconosciuta in Italia; il secondo che, a differenza nostra, mentre aspettano un lavoro in linea con il loro titolo di studio accettano di svolgere altre mansioni anche inferiori.

Non dobbiamo, perciò, stupirci se quando troviamo un artigiano disponibile dobbiamo attendere giorni e giorni perché sia disponibile o che, per la legge della domanda e dell’offerta, i prezzi siano cari (tradotto significa: “se non ti va bene così, cercatene un altro; io lavoro ne ho già molto”).

Purtroppo, noi italiani siamo specialisti in molte discipline, quelle del crederci migliori di altri e a cui tutto è dovuto è una di queste; il fatto di essere Dottore non impedisce (è acclarato anche dall’OMS) di svolgere mansioni per le quali la laurea non serva, non produce effetti collaterali, ma salva l’INPS da un possibile dissesto in un Paese in cui molti, troppi, ragionano male. Se attendiamo di iniziare a lavorare a 30 e andiamo in pensione a 69-70 anni (dipende quale sarà l’età pensionabile allora) avremo pochi contributi per alimentare un Ente che deve occuparsi sia di previdenza che di assistenza.

Forse il problema di attendere il lavoro giusto (spesso senza cercarlo, ma sperando venga a suonarci a casa) non è solo individuale, ma collettivo; non è solo un problema di microeconomia ma di macro.

Forse stiamo ancora troppo bene, perché molte famiglie possono ancora avvantaggiarsi delle eredità, piccole o grandi che siano, hanno un’impresa di famiglia che permette al figlio di passare le giornate a pensare, anziché fare, dispongono di risparmi che al momento permettono loro una vita decente ma che sono destinati ad esaurirsi perché oggi, non soltanto non risparmiamo più, ma tendiamo a spendere più di quanto guadagniamo, forti anche delle possibilità di credito al consumo.

Ne consegue, inevitabilmente, che nel giro di pochi anni (meno di dieci) aumenterà il ritmo dei suicidi di quanti hanno vissuto tra gli agi finché papà e mamma gliel’hanno potuto permettere, risvegliatisi poi nel mondo reale per scoprire di essere in ritardo per qualsiasi cosa. Costruirsi una pensione, pagare le tasse sulla casa ereditata, mantenere il SUV che costa come una casa, fare la spesa, pagare le spese mediche.

Anche dimostrare di essere intelligenti, perché diventare poveri è molto peggio che esserlo sempre stati.

Sergio Motta

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