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Morricone a proposito di monarchia e Risorgimento

in Rubriche

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / In morte di Ennio Morricone è uscita sui giornali anche  questa sua dichiarazione : “Piansi anche per il Re, quando perse il referendum e fu costretto all’esilio. Per me la Monarchia era l’Italia del Risorgimento, che finiva per sempre”

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Morricone era del 1928 e nel 1946 aveva 18 anni. Espresse un giudizio non positivo sul vecchio re Vittorio Emanuele III, ma giunse a dire che aveva pianto per Umberto II, il nuovo re che aveva suscitato tante speranze e che aveva comunque raccolto quasi 12  milioni di consensi.  Morricone  era un giovane, non era un vecchio ufficiale o un nobile legato alla corte sabauda  Mio nonno che aveva combattuto nella Grande Guerra pianse,nel 1947 all’annuncio della morte in esilio del Re del Piave, come lo definiva lui.
Morricone invece era un giovane che aveva vissuto consciamente le tragiche vicende italiane tra il 1943 e il 1945. Espresse un giudizio appassionato  sul nuovo Re che lo accomuna  idealmente ai giovani di Via Medina a Napoli che nel giugno del 1946 testimoniarono con la vita il loro attaccamento a Casa Savoia. Ma soprattutto e’ importante la seconda parte del suo pensiero  che identificava la Monarchia con il Risorgimento. Era il pensiero di un giovane, forse neppure molto colto in fatto di storia: concluderà infatti   i suoi studi musicali al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma proprio nell’ ottobre 1946. Quell’identificare la Monarchia con il Risorgimento era di alcuni grandi spiriti da Benedetto Croce a Luigi Einaudi. Francesco Carnelutti, Giorgio De Chirico, Anna Magnani, Maria Montessori , Padre Pio votarono per la Monarchia al referendum. Votò per il Re  persino il giovane  Eugenio Scalfari che aveva esordito sui giornalisti fascisti della capitale e che scrisse di aver obbedito a Croce in quella scelta istituzionale. Il grande storico di idee repubblicane Rosario Romeo nel suo libro “Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale“ colse quella linea di continuità espressa in maniera semplice e immediata  da Morricone. Se penso alle  semplificazioni storiche, ridotte a battute di varietà,scritte di recente da Alessandro Barbero su Vittorio Emanuele II nel Bicentenario della nascita, constato come quella certa idea di Risorgimento non sia stata capita  da chi pure  pretende di farci costantemente  lezione, come e’ solito fare  il professore dell’Universita’ di Vercelli. Certo, c’è stato anche un Risorgimento repubblicano: Mazzini, Pisacane, Cattaneo, Ferrari. Fu gran cosa sotto il profilo etico, ma falì sul piano politico perché l’idea di unire l’Italia non poteva realizzarsi con la creazione ex novo di una repubblica ì, come già aveva intravisto tanti secoli prima  Machiavelli. Ci fu infatti anche chi come il repubblicano Garibaldi  mise la sua spada al servizio della Monarchia perchè essa era il fulcro su cui far leva per realizzare l’ unità d‘Italia. Francesco Crispi disse che la Monarchia ci univa e che la Repubblica ci avrebbe diviso. Un grande della musica novecentesca seguiva più o meno consciamente Giuseppe Verdi che fu anche patriota del Risorgimento. Poi Morricone fu tanto altro. Era  anche molto amico Mario Pannunzio e di sua moglie Mary. Una volta al Caffè Greco di Roma in via Condotti me lo  fece conoscere e il maestro si interessò del nascente centro Pannunzio, molto interessato perché c’era con noi anche il suo amico Mario Soldati. Avrei desiderato conferirgli il Premio Pannunzio, ma non fu possibile per i suoi tanti impegni internazionali. Mi deluse un po’ quando sostenne con forte partecipazione   nel 2007 Walter Veltroni, una meteora politica piuttosto inconsistente, ma Morricone va ricordato e celebrato essenzialmente  per il suo genio musicale e la sua umanità. Fu un grande della musica, ma fu anche grande umanamente. Cosa rarissima. La politica in fondo non ha nessuna importanza per un personaggio che ha speso la sua vita nell’arte più universale qual è la musica.

Il Centro Interculturale riprende l’attività

in Cosa succede in città

Il Centro Interculturale della Città di Torino ha riaperto al pubblico  con i servizi di biblioteca (prestito e restituzione libri), ritiro attestati corsi e certificazioni linguistiche, iscrizioni esami CILS.

Sarà possibile prenotare testi, riviste, attestati/certificazioni, telefonando al numero 011 01129700, per poi concordare la data del ritiro con lo staff del Centro Interculturale. La struttura di Corso Taranto 160 sarà aperta dal lunedì al giovedì, in orario 9.30-17.00.

Inoltre, è prevista la somministrazione degli esami CILS (Certificazione di italiano come lingua straniera) e DITALS (Certificazione in didattica dell’italiano come lingua straniera) dell’Università per Stranieri di Siena.

Infine, per offrire un servizio alle famiglie del territorio, il Centro Interculturale propone, in collaborazione con l’Associazione ASAI, attività estive rivolte a bambini della scuola primaria e adolescenti della scuola secondaria di secondo grado. Uno spazio di aggregazione interculturale per la comunità dove ri-intrecciare le relazioni dopo il lockdown!

Per maggiori informazioni: Antonio Fiandaca – tel. 3474053658

INFO: T. 011 01129700;  email: centroic@comune.torino.it

www.interculturatorino.it; pagina FB @CentroInterculturaleTorino

Foto Alessandro Vargiu

“Due milioni e mezzo per proteggere i deputati dal Coronavirus”

in ECONOMIA E SOCIETA'

Riceviamo e pubblichiamo / “Leggo con stupore, da cittadino prima ancora che da Presidente nazionale di un sindacato di infermieri, le cifre, pubblicate dagli organi di stampa nei giorni scorsi, relative al bilancio di spesa della Camera dei Deputati per fronteggiare l’emergenza Coronavirus”

 

«DUE MILIONI E MEZZO DI EURO SPESI PER PROTEGGERE I NOSTRI DEPUTATI DAL COVID. CERTO SI SONO BLINDATI BENE I NOSTRI POLITICI, MENTRE NOI INFERMIERI RISCHIAVAMO LA VITA CONTRO IL CORONAVIRUS»

LA DURA PRESA DI POSIZIONE DEL LEADER DEL SINDACATO INFERMIERI ITALIANI SULLE CIFRE SPESE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI PER L’EMERGENZA SANITARIA: «I PARADOSSI DI QUESTE DUE ITALIE: QUELLA DEI PRIVILEGI DORATI PER POCHI, E QUELLA DEI LAVORATORI DELLA SANITA’, TRATTATI COME CARNE DA MACELLO PRONTI A RISCHIARE LA VITA PER 5 EURO AL GIORNO»

ROMA – «Leggo con stupore, da cittadino prima ancora che da Presidente nazionale di un sindacato di infermieri, le cifre, pubblicate dagli organi di stampa nei giorni scorsi, relative al bilancio di spesa della Camera dei Deputati per fronteggiare l’emergenza Coronavirus.

1,7 i milioni di euro, spesi per i servizi medico-sanitari, che approderanno in aula nel progetto di bilancio per l’anno finanziario 2020, e ben 800mila gli euro aggiuntivi alla voce “Prodotti farmaceutici e sanitari”. Superano quindi i due milioni di euro, esordisce De Palma, leader del Nursing Up, le uscite durante il tragico periodo del Covid.

Ci piace, pensare, dice ancora De Palma, che nei soldi spesi sia stata inclusa anche la “voce infermieri”, prendendo atto che dei nostri colleghi siano stati impiegati, con la loro professionalità, per tutelare la salute dei nostri Deputati. Ma nonostante questo la cifra ci sembra davvero esagerata.

Poi, continuando a leggere la notizia, apprendiamo con maggiori dettagli “le voci” delle spese: oltre ai servizi infermieristici, si parla di un’ambulanza fissa per il biocontenimento (i mezzi sarebbero scesi da due inizialmente previsti a uno) ma soprattutto si fa riferimento all’utilizzo di termoscanner fissi che eviteranno di ricorrere in una fase successiva a professionisti appartenenti alla nostra categoria. Per non parlare poi delle ingenti spese sostenute per mascherine e guanti.
Bene, anche in questo caso avete messo gli infermieri alla porta. Meraviglioso direi!

Quanti soldi in ballo! E pensare che questo accadeva proprio mentre noi infermieri ci auto-tassavamo per comperare e mandare alle Regioni del nord le tute di bio contenimento che mancavano negli ospedali.

A questo punto, sbotta De Palma, dopo la riflessione iniziale, crescono la rabbia e il malcontento nei confronti di una classe politica che non ha mai visto da vicino questa pandemia.

E poi hanno pure il coraggio di chiedersi il perchè delle nostre battaglie nelle piazze italiane, per portare più che mai alla luce le carenze strutturali di questo sistema sanitario, che ci ingabbia in una situazione contrattuale che non riconosce il nostro valore e non ci “distingue”, da tempo immemore, per quanto meritiamo, e soprattutto nel ricordo dei colleghi che hanno profuso sul campo impegno, valori umani e capacità professionali, nella memoria di coloro che hanno perso la vita. Leggendo queste cifre ci si domanda se siamo parte di uno scherzo o tutto è pura, amara e triste realtà.

Cari Signori, lo abbiamo detto dal palco di Milano e lo ripetiamo ancora, continua De Palma. Il perno di questo sistema sanitario siamo noi e sempre lo saremo. Abbiamo combattuto nelle corsie contro “il mostro”, e mentre noi ci ammalavamo e vivevamo sulla nostra pelle la malattia e il dolore psicologico, ci chiediamo, ma voi dove eravate?

Le cifre spese per proteggere la vostra salute, come cittadini e come rappresentati del popolo, non andrebbero messe in discussione. In fondo cosa hanno a che fare con noi infermieri? Chi siamo noi per poter parlare in merito? Se non fosse però che noi abbiamo rischiato la vita per indennità ridicole, che i nostri premi, che non abbiamo mai chiesto ma che pure farebbero comodo alle nostre famiglie, sono spariti e riapparsi più volte, e che ancora l’agognato aumento di stipendio richiesto da tempo è solo una chimera.

Non potete a questo punto pretendere che leggendo queste cifre spese, un cittadino, prima che un infermiere, non inorridisca.
Soprattutto se si pensa a quanto ammontano i nostri stipendi, tra i più bassi d’Europa.
Noi abbiamo salvato la vita agli italiani, abbiamo visto la morte in faccia: voi, tranquilli nelle vostre “oasi dorate”, avete goduto di privilegi decisamente “speciali”.

Ad un certo punto della pandemia i nostri colleghi hanno indossato camici da macellaio per mancanza degli adeguati strumenti di protezione, e voi, cari signori, vi siete mai ritrovati nella medesima condizione? Addirittura spese extra per guanti e mascherine! Rimango senza parole! Noi ad un certo punto non avevamo nemmeno più quelle, e ce le siamo dovute comperare!

E allora adesso informiamo la stampa dei nostri successivi passi che fanno seguito alla manifestazione di Milano: ieri ho scritto a tutti i leader “carismatici” di questa politica, da Zingaretti a Crimi, a Grillo, alla Taverna e pure a Bersani, mettendoli al corrente della palese indifferenza del Ministro della Salute e della dichiarata impotenza del suo Vice, che afferma di non avere gli strumenti per agire da solo.

Cari Signori, nel vostro mondo dorato avete vissuto il Covid protetti e “ovattati”. Nel nostro mondo “reale” invece ci siamo ammalati e abbiamo difeso la salute dei cittadini “senza chiedere nulla”. Ma la vostra indifferenza ci è servita da lezione!», chiosa De Palma.

Alassio tra i piaceri della vita e la religiosità

in Rubriche

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Sono ormai da alcuni giorni tornato in uno dei miei luoghi di villeggiatura preferiti da sempre . Quando con la mia famiglia andavo in vacanza a Bordighera,la mia tendenza – più che spostarmi nella vicina Costa Azzurra come facevano tanti-era di andare ad Alassio dove colsi per la prima volta, ragazzino, cos’era la gioia dell’estate

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Mio zio mi invitò al mitico Grand Hotel dove era solito scendere in compagnia della “segretaria” perché anche in vacanza non poteva staccare dal suo lavoro  d’avvocato. Così mi diceva mio zio per giustificare ai miei occhi quella presenza  ed ebbi inizialmente  un’idea non bella di Alassio  dove si doveva lavorare anche in vacanza, come a volte faceva mio Padre, ma in modo molto serio. Poi capii, vedendo la segretaria in  un bikini ridottissimo, che lo zio non lesinava sui piaceri della vita, malgrado fosse sposato.
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Da allora identificai Alassio con la gioia dell’ estate e la trasgressione.Una città favorevole ai piaceri, avrebbe detto Gozzano, espressa dalla gioia fantasmagorica e scintillante   dei colori della pittura di Mario Berrino, il demiurgo delle estati e del turismo alassini. Le vicende forse non casuali della vita mi hanno portato a vedere in Alassio quest’anno un elemento di svolta della mia vita, con un ritorno alla pratica della fede cristiana  che spero che Dio  mi dia la forza di mantenere con coerenza. Un grande sacerdote alassino pieno di umanità e di comprensione cristiana  mi ha aperto l’anima. Una scelta meditata e sofferta, nata nei mesi della pandemia, anche attraverso la rilettura del grande libro del Manzoni e la riflessione su alcuni dei miei più grandi amici della mia vita, da Giovanni Ramella a Valdo Fusi, per non parlare del cardinale Ravasi con cui intrattengo da anni un rapporto molto importante. Anche il torinese -alassino Roberto Baldassarre nella sofferenza della malattia e nel suo coerente e mite  coraggio cristiano mi ha stimolato delle  utili riflessioni. In effetti Alassio ha una grande tradizione religiosa, è la città il cui santo patrono è sant’Ambrogio che viene festeggiato con una solenne processione, così  come viene altrettanto solennemente festeggiata Sant’anna in luglio. Ricordo la grande emozione che ebbi Quando nel 2007 dopo la Messa Solenne celebrata dal Vescovo di Albenga il sindaco Melgrati mi insignì dell’Alassino d’oro, lo stesso anno in cui Mario Berrino volle la mia firma sul Muretto di Alassio. Da un po’ di tempo penso ad Alassio non più allo stesso modo di prima. Ho ripreso in mano alcuni libri dell’alassino Sergio Quinzio, il primo biblista laico italiano, che conobbi in passato.  Era stato ad Alassio allievo dell’ istituto salesiano dove avevo passato una vacanza estiva, quando avevo superato l’esame di ammissione alla scuola media nell’istituto salesiano “San Giovanni Evangelista“ di Torino. Era un credente e un intellettuale di grande caratura morale e culturale, un’anima lunga, di quelle che lasciano il segno, un profeta nei tempi bui  di  grandi affanni e  di confusione. Avevamo un amico in comune, Guido Ceronetti. Ambedue, Quinzio e Ceronetti, non si lasciarono sedurre dal ‘68, ma seppero andare controcorrente. Due esempi per me fondamentali, come quelli di Aldo Garosci e di Franco Venturi. Una volta Quinzio mi disse che il nichilismo lo abbiamo ormai alle nostre spalle perché di fronte abbiamo solo il nulla. Il tema del nichilismo e del relativismo mi ha sempre lasciato perplesso. In essi non c’è nulla di laico. Le posizioni di Vattimo non mi hanno mai convinto. Il suo pensiero debole era  e si è dimostrato molto labile. Solo Maurizio Ferraris  rappresenta un qualcosa di importante, ma ha seguito la sua strada andando oltre Vattimo. Nella babele odierna bisogna costruire qualcosa di solido, non ci si può trastullare nei piaceri della quotidianità, oggi insidiata da una situazione drammatica. Riandare alla fede dei Padri ,come diceva Bobbio,è un’opzione che ho ritenuto necessaria . La dimensione religiosa è parte integrante della vita che non può ridursi ad essere vissuta nella banalità quotidiana. Tornare al Vangelo significa tornare alla vita, trovando una ragion d’essere  al dolore e dando un senso anche  alla morte. Nei mesi passati abbiamo rischiato la morte e solo chi è superficiale non l’ha capito e non ha neppure colto il valore della vita. Quest’estate ho ripreso a leggere Quinzio,  sicuramente l’intellettuale alassino più significativo in assoluto ricordato da una lapide sul palazzo del Comune. Mi ritornano anche  alla mente le tante discussioni passate con il mio vecchio amico Giovanni Fornero ,il filosofo erede di Nicola Abbagnano. Noi parlavamo di religione,di fede,di laicità e di laicismo. Abbiamo passato ore a discuterne con passione . Negli anni ciascuno di noi ha maturato scelte diverse. Fornero ha appena pubblicato un poderoso libro sulla “  Indisponibilità e disponibilità della vita: una difesa filosofico giuridica del suicidio assistito e dell’eutanasia volontaria“ in cui il filosofo torinese che ha studiato a fondo anche la bioetica cattolica e laica, prende aperta  posizione, dopo anni in cui si era limitato ad analizzare con grande  intelligenza critica tesi diverse. Una scelta di coraggio senza dubbio, molto illuminante, ma di fronte a cui sono perplesso perché ritengo non da oggi che la vita non sia solo nella disponibilità dell’uomo, ma sia un dono di Dio. Un’idea che aveva anche Bobbio che non a caso era contrario all’aborto. La durezza dei tempi che siamo condannati a vivere deve portarci a vedere la vita in modo diverso. Gli anni delle amenità e dei piaceri purtroppo sono finiti. Almeno per chi appartiene alla mia generazione che ha avuto il privilegio di vivere nella pace e nel benessere fin dalla nascita.
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Scrivere a quaglieni@gmail.com

Il Tubolario, dissacrante gioco di parole degli anni ’80

in LIFESTYLE

Sul finire degli anni Settanta, con la legge 833 del 1978, venne istituito il servizio sanitario nazionale. In seguito a quella che, a buon diritto, è ricordata come la vera e grande riforma sanitaria italiana, cominciarono a circolare una marea di piani sanitari regionali e locali infarciti di frasi ripetitive, roboanti e, come capita spesso, incomprensibili ai più.

Due professori, dotati di uno spiccato senso dell’ironia, ribellandosi a quest’alluvione di parole e di  frasi inutili, inventarono il GAPS, acronimo che stava per “Generatore Automatico Piani Sanitari”.Il professor Marco Marchi dell’Istituto di Biostatistica ed Epidemiologia dell’Università di Pisa e il prof. Piero Morosini, direttore di laboratorio dell’Istituto Superiore di Sanità, grazie alla notizia della loro “invenzione” si guadagnarono la prima pagina del Corriere della Sera.

La Tecnogiocattoli Sebino, ditta bresciana famosa per aver prodotto il famoso bambolotto “Cicciobello ( e anche i suoi  fratelli multietnici: Cicciobello Angelo nero e Cicciobello Ciao-Fiù-Lin, dai tratti somatici tipicamente orientali) li contattò all’inizio degli anni ’80 per sviluppare l’idea e dar vita al Tubolario, riadattando le frasi del Gaps, sostituendo i termini ed i riferimenti  squisitamente sanitari con la finalità di poterlo proporre in un linguaggio più “politichese”. La confezione che  venne messa in vendita (su licenza dei due inventori) consisteva in una scatola contenente tre tubi con riferimento ad altrettanti temi : il linguaggio politico-sindacale, le frasi d’amore e un gergo sportivo (in particolare riferito al mondo del calcio). Di quei “tubolari” ne furono vendute migliaia di copie. In seguito, anche per problemi legati alla corresponsione dei diritti d’autore ( che furono negati a Marchi e Morosini per l’uso collaterale del tubo quale contenitore di cioccolatini) il rapporto con la fabbrica di giocattoli di Cologne si concluse senza lo sviluppo di altre versioni del gioco, com’era nelle intenzioni originarie. Durò poco la storia, ironica e dissacrante, del “Tubolario”, gioco intelligente che prendeva di mira l’abitudine assai diffusa ad esprimersi per frasi fatte, luoghi comuni, ed altre forme più o meno omologate di discorso che caratterizzano il linguaggio specialistico di politici, giornalisti ed altri personaggi che, spesso, gicano con le parole per comunicare senza dire niente che possa comprometterli.

Un esempio? Ecco una frase del “Tubolario”: “L’indicazione della base/ persegue/ il ribaltamento della logica preesistente/in una visione organica e ricondotta a unità /evidenziando ed esplicitando /in termini di efficacia e di efficienza / l’adozione di una metodologia differenziata”. Non male, vero? Eccone un’altra: “Il nuovo soggetto sociale/ presuppone/ un organico collegamento interdisciplinare/con criteri non dirigistici/fattualizzando e concretizzando/nei tempi brevi, anzi brevissimi/un indispensabile salto di qualità”. Le frasi,organizzate sotto forma di un discorso dall’apparenza logica, di fatto non esprimono un bel niente, ma danno la sensazione di volerlo fare. Il “Tubolario”, realizzato con l’uso di una settantina di brevi periodi stampati su sette cilindri rotanti, consentiva, a chi avesse deciso di utilizzarlo, di improvvisare un numero imprecisato di frasi ad effetto, senza mai dire niente di concreto. Nonostante ormai sia un oggetto di culto, sentendo alcuni dei protagonisti dei talk show televisivi (termine di lingua inglese che significa, tanto per essere pignoli, “spettacolo di conversazione o programma di parole”), parrebbe che non sia stato relegato nel baule dei ricordi ma venga tutt’ora usato con disinvoltura.

Marco Travaglini

L’insolita alleanza fra l’ottico e le librerie uniti nella crisi

in Cosa succede in città
occhiali libro

Idea di solidarietà fra commercianti torinesi: con l’occhiale da vista si può scegliere un libro in regalo

Sostegno reciproco tra negozianti al tempo della crisi e voglia di incentivare la lettura: queste le motivazioni alla base dell’iniziativa promossa dall’Ottica Tassoni di Torino, che ha deciso di regalare un libro in libreria a chiunque faccia l’occhiale da vista nel negozio a cavallo tra i quartieri San Donato e Campidoglio. Coinvolte nel progetto le librerie La Città del Sole in via Cibrario e La Libreria del Golem in via Rossini, in cui i clienti potranno andare a ritirare un libro a scelta in omaggio.

Dopo le difficoltà della quarantena sono tanti i negozianti costretti a rimboccarsi le maniche e a rimettersi in gioco per affrontare la crisi economica. Nasce da questi presupposti l’inedita collaborazione tra ottico e libraio: un modo originale per fare rete e sostenersi a vicenda. Un’idea nata dalla passione per la lettura, come spiega l’ottico Luca Trevisani di Ottica Tassoni: «Da lettore accanito e sostenitore delle librerie indipendenti ho pensato che potesse essere un bel modo di riaccogliere i clienti dell’ottica e allo stesso tempo una maniera di fare qualcosa di utile per sostenere i librai. La Città del Sole e La Libreria del Golem sono luoghi bellissimi che per fortuna resistono. E poi è anche un modo di farci conoscere tra di noi».

Una bella iniziativa e l’inizio di una collaborazione che si spera possa coinvolgere anche altri negozianti, per creare una solidarietà che molto spesso è l’unica àncora di salvezza in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo.

 

Lettera ad un padre tanto amato

in ECONOMIA E SOCIETA'

Cosi lo voglio ricordare. Sono passati la bellezza di 43 anni. Era l’ 8 luglio e moriva Ferdinando Tosetto. Tutti lo chiamavano Nando. Il 26 agosto avrebbe compiuto 58 anni. Troppo presto. La camera ardente fu allestita in via Porpora sede della Flm. Federazione lavoratori metalmeccanici.

36 ore di processione ininterrotta, per tutti noi un vero calvario. Il suo impegno politico cominciò trent’anni prima, tra il partito comunista ed il sindacato. Eletto in commissione interna alla Grandi Motori e segretario della 9^ sezione PCI. Poi alla sera studio sui testi sacri del Marxismo e Leninismo. Una partenza fulminante. Ma non tutto era rosa e fiori. Da un lato la Fiat  lo blandiva e dall’altro lo minacciava. Obbiettivo fargli mollare l’ attività politica e sindacale in azienda.

All’inizio degli anni 60 il Pci . Candidato naturale per diventare parlamentare. La tradizione voleva
che un operaio di Barriera fosse onorevole. Gli preferirono altri. La sua colpa essere troppo
polemico. Prima incolpò Roasio, segretario del PCI provinciale, della sconfitta alla Fiat. La Fiom
crollò dal 57% dei consensi al 25%. Poi, addirittura condannò l intervento sovietico in Ungheria.

Era in buona compagnia con Calvino, Spriano e Giolitti, ma erano solo loro. E il Partito non
perdona. Guai a parlarne fuori, il  centralismo democratico imperversa. Tant’e’ che seppi il tutto
da altri, presenti, molti anni dopo. Lui con me e in famiglia parlava poco, se non niente. E i miei
bellissimi ricordi si perdono nella notte dei tempi. Quando mi portava in cantina insegnandomi
come si imbottiglia il vino. Le passeggiate in montagna con mia madre dove vedevo il suo
scuotere la testa. Solo molto dopo capii che lo avevano fatto fuori politicamente, insomma.

Ma di amici e compagni ne aveva a iosa. Come Emilio Pugno ed Aventino Pace. Loro erano stati
licenziati dalla Fiat per rappresaglia politica diventando i grandi capi della Fiom e poi della CGIL.
Dopo anni di isolamento e di fame, letteralmente parlando, visto che non si potevano permettere
uno stipendio, risorsero nel 1962. Gli operai Fiat dopo otto anni ritornarono a scioperare. Il
Ghiaccio è rotto. L’operaio massa si era arrabbiato.
Basta cottimo, basta salari da fame e basta condizioni di lavoro inumane.
Persino Vittorio Valletta cominciò a capire che il suo tempo stava finendo.

Nando fu chiamato prima nella segreteria provinciale e poi regionale Fiom. Responsabile
organizzativo e amministratore delle casse del sindacato. Aumentavano gli iscritti. Da quattro
compagni isolati ed emarginati a 100 mila iscritti solo nella provincia di Torino. Una potenza in
tutti i sensi.

Lontani anche gli anni in cui il partito comandava su tutto. Proporzionale con ‘ aumento delle
lotte e l’esplosione del ’68 e ’69. In Francia il ’68 fu soprattutto studentesco. In Italia soprattutto
operaio. Anche qui il PCI capì in ritardo ma capì. In altri posti proprio non capì. I sovietici
non si smentivano invadendo ed occupando la Cecoslovacchia. Mi ricordo, in un intervento di
mio padre la battuta: Lenin era per la dittatura del proletariato, non sul proletariato. Seppur lentamente il PCI tentava di cambiare.

Ma cambiare non è facile altro ricordo diretto. Avrò
avuto 15 anni. La Camera del Lavoro aveva sede in via Principe Amedeo, nel cuore di Torino. Un
freddo becc , sotto nel cortile continuava la discussione con Bruno Trentin che voleva sostituire
le commissioni interne con i consigli di fabbrica di gramsciana memoria con qualche accento
sovietizzante.

Mentre i primi avevano come eletti solo operai specializzati (la cosiddetta aristocrazia operaia)
nei consigli tutti potevano essere eletti di quel reparto e di quello spezzone di catena di
montaggio. Mio padre non era  d’accordo con Aventino Pace. Dall’ altraparte  Emilio Pugno e Bruno
Trentin. Vista la giovane età non capii molto. Anche qui realizzai dopo. Lìoggetto del contendere
era: chi dirige il movimento operaio verso l’immancabile vittoria del socialismo? Tanta ma
tanta passione, indubbiamente. Di quelle persone, di quei compagni si è rotto lo stampino.
Ed era nella logica delle cose. La Storia non può ripetersi e ripetendosi diventa farsa. Sia Nando
che io siamo citati in un libro scritto da Lorenzo Gianotti. Da Gramsci a Togliatti i comunisti sotto
la Mole. Ne sono orgoglioso perché l’unico che ha seguito le orme del padre. Complicato seguire
le orme di questi personaggi che sono entrati appieno nella Storia con la esse maiuscola.

Padri troppo alti come una montagna da scalare. Enrico Cavallito vorrebbe essere il mio editore.
Vorrebbe, ancorché, oramai 4 anni fa ho avuto un’idea: scrivere un libro intervista con Mio
padre morto 43 anni fa. Partendo da corso Vercelli (Grandi Motori) e attraversando tutto
corso Vercelli per  prendere un pullman fino a Viù dove si trascorrevano le vacanze agostane.
Ti devi dare una mossa Patrizio perché stanno morendo tutti. Questione di età
Ma ‘ indolenza è una brutta bestia. Anche ricordare, a volte, è una brutta bestia.

Dobbiamo comunque ricordare è nostro dovere per i nostri figli. Ed in questi tempi il ricordo
aiuta. Ciao Pa’, del resto  mai e poi mai potrei dimenticarti.

Non parlavamo tanto. Negli ultimi anni molti mi raccontavano di te. Come quell’ operaio che mi
confessò di sentirsi in colpa nei tuoi confronti. Gli operai del reparto avevano l’ ordine di non rivolgerti
la parola . Ti aspettavano a 500 metri per chiederti scusa. Paura di essere licenziati. Volevano
licenziarti per furto nascondendo pezzi di motore nella borsa. Solo la tua precisione ti aiutò.

Non eri un martire e come tutti gli umani avevi molti difetti. Con il pregio della coerenza pagata
a duro prezzo. Da uomo libero quale eri. Inarrivabile , indubbiamente. Questo mio scriverti è un
modo per rappacificarmi con Te.

Lettera ad un padre tanto amato. Ed anche questo l’ho capito dopo. Ciao Pa’.

Patrizio Tosetto

Frenesia dell’estate e pandemia

in Rubriche

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Mario Soldati parlava della frenesia dell’estate, della voglia di sole, di mare, di sesso  che con il caldo diveniva sfrenata  gioia di vivere. Erano anni liberi e felici. Quelli che ad Alassio Mario Berrino aveva definito della “Gran Cagnara“  estiva 

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Non è questa purtroppo  la prospettiva che ci troviamo di fronte quest’anno. Almeno le persone responsabili non possono lasciarsi andare alla vita spensierata di un passato che forse almeno per molti di noi non tornerà mai più. E’ triste dirlo, ma purtroppo forse è proprio così. L’ ultimo  fine settimana in quasi tutte le città e  soprattutto nelle località marine  ha rappresentato una forte criticità che va denunciata con fermezza e preoccupazione. Il distanziamento sociale non è stato rispettato e l’uso delle mascherine sembra diventato un optional.
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Nelle  farmacie hanno registrato un calo nelle vendite delle mascherine, rimaste introvabili per mesi. Siamo in un momento in cui risale il contagio e c’e’ troppa gente irresponsabile che mette in gioco la salute propria e quella degli altri. Il rispetto della vita nostra e degli altri – va ribadito con forza –  è un valore a cui  non possiamo e non dobbiamo rinunciare. Troppi stupidi  ribaldi circolano indisturbati e il caso del manager veneto tornato dall’estero che ha infettato persone in modo irresponsabile, grida vendetta. E‘ un esempio di  cretineria   e di disprezzo della comunità in cui si vive,  che va sanzionato, senza se  e senza ma. Dobbiamo tutti darci una regolata perché quest’anno bisogna convivere con il virus, senza illuderci di essere usciti dal tunnel. Nel budello di Alassio domenica  c’erano persone ammassate e senza mascherina. E parliamo di una città vistosamente toccata dal Coronavirus alla fine di febbraio. Persino  Zingaretti, il segretario del Pd e il peggiore presidente di Regione, secondo il Sole 24 ore, ha tardivamente capito che  oggi bisogna stare molto attenti. Qualche mese fa parlava di ritorno alla normalità ,andando spavaldamente e irresponsabilmente  a brindare a Milano ai Navigli. Oggi è lo stesso ministro Speranza a chiedere negli aeroporti  controlli  dei viaggiatori che rientrano dall’estero e controlli ferrei su migranti che continuano a sbarcare ,creando problemi anche di ordine sanitario. L’Italia non può più farsi carico di queste realtà  perché siamo un paese alle corde ,entrato in una crisi  economica  comatosa. Siamo noi che dovremmo essere aiutati e non certo noi ad aiutare altri, come sostengono quelli che hanno smarrito quella che Weber chiamava  l’etica della responsabilità. Le ONG devono scegliere altri porti , quelli italiani non possono continuare ad essere disponibili . Le regole della pandemia vanno fatte rispettare a tutti .Anche per i migranti l’estate 2020 non può essere un’estate di sbarchi continui. Se non vogliamo tornare chiusi in casa a Ferragosto ,dobbiamo comportarci in modo responsabile. Personalmente ho minacciato un esposto ai Carabinieri nei confronti di gente che circola all’interno degli ascensori senza mascherine. Gente barbara, in fondo  forse neppure  degna di vivere, perchè non rispetta la vita degli altri e neppure la propria. L’esempio di Trump  che ha  festeggiato il 4 luglio ,provocando  migliaia e migliaia  contagi è l’espressione più vistosa di un’indecenza e di una irresponsabilità totale che va condannata senza riserve. E’ il peggiore presidente degli Stati Uniti in assoluto. Speriamo che la festa del 14 luglio in Francia riveli  un’altra responsabilità da parte di Macron. In Italia Conte pare ormai disinteressato alla pandemia dopo mesi di comparsate televisive continue. Oggi è alla prese con la pandemia economica, ma non sa decidere o non può decidere. E’ fermo in mezzo al guado e non sa frustare i cavalli, per ripetere una metafora di Nenni. Chiudere tutto e’ stato relativamente facile, riaprire diventa un’impresa difficile, se non impossibile. Sotto il profilo politico l’estate italiana è invece  simile a tante altre estati con un governo balneare  che fa pensare alla I I Repubblica ,preda di una rissa politica senza fine che rivela il degrado di un paese allo sbando. In fondo i tanti che vanno in giro senza mascherine e non rispettano le regole  forse hanno il governo che si meritano. Tra il resto, sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto gli assistenti civici del ministro Boccia . Era un’idea un po’  balzana, quasi uno stigma da regime illiberale, ma un controllo sui distanziamenti  ci vorrebbe. Lo dimostrano i fatti. E anche in questo il Governo ha fallito.
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L’imbarazzante presentazione…

in LIFESTYLE

File di lampadine illuminavano la festa. I tavoli e le panche di legno, per l’occasione, erano stati rimessi a nuovo da Bepi Venier. Ripuliti, passati meticolosamente con la spessa carta vetrata e tonificati con una mano abbondante di essenza di trementina e poi di coppale, una resina dura, traslucida, delicata d’odore

La scelta del colore, un bel marrone carico, non era stata dettata da ragioni estetiche ma dalla necessità: erano le uniche due latte di vernice che Aquilino Bonello era riuscito a recuperare gratis da un suo vecchio cliente. Dunque, di necessità si fece virtù. La cucina, protetta da una struttura in tubi Innocenti, era stata montata su di un pavimento in mattonelle di ceramica posato da Teresio che in gioventù si era distinto come onesto artigiano piastrellista. Mariuccia era stata nominata, con il consenso di tutti, comandante in capo per le operazioni di cucina. Insieme a due amiche, Luisella e Adelaide, e a tre aiutanti a far da garzoni aveva predisposto un piano di battaglia adeguato. “Mettere insieme pranzo e cena per un oltre un centinaio di commensali per volta non è semplice”, ripeté per giorni, facendosi pregare. Maria era fatta così. Le piaceva fare la preziosa ma era solo scena; in fondo era ben contenta di farsi in due per la buona riuscita della prima festa dei pescatori del lago di Viverone, al campo sportivo di Azeglio. Lo specchio d’acqua dolce era il terzo lago più grande del Piemonte, situato tra l’estrema parte nord-orientale del Canavese e  e l’estrema parte meridionale del Biellese. E quella festa era davvero molto importante. Così come il contributo di Maria. La sua era una presenza indispensabile. Senza i suoi consigli e, quando capitava, senza il suo tocco, non ci sarebbero state quelle cene a base di pescato del lago che ogni mese venivano organizzate all’Osteria del Coregone Dorato. Nell’occasione aveva deciso di chiudere per tre giorni il locale, trasferendosi alla festa. Gran cuoca, dal cuore generoso e senza un’ombra di avarizia, non vedeva l’ora di poter raccontare a tutti i segreti della sua cucina. Immaginiamo che possa apparire come una stranezza, visto e considerato che i cuochi, di norma, sono gelosissimi dei loro segreti. Ma la nostra Maria  era convintissima di un fatto: a fare la differenza non erano solo ingredienti e tecniche ma il tocco, lamano. E su quello non temeva confronti. Un esempio, così a caso? La scorsa settimana, mentre si parlava del più e del meno, ci disse a bruciapelo: “Volete sapere come si fa la pastella per la frittura delle alborelle?” Non abbiamo fatto in tempo ad aprir bocca  che stava già declinando la ricetta. “Dovete versare in una terrina duecentocinquanta grammi di farina. Ci aggiungete due cucchiai di olio extra-vergine di oliva  e un pizzico di sale fino. Versate a poco a poco un bicchiere di birra chiara. Fatelo molto lentamente, sbattendo man mano con una forchetta, così evitate che si formino grumi. Con una quantità d’acqua sufficiente, a occhio, si ottiene una bella crema. Sapete montare gli albumi a neve? Bene. Ce ne vogliono sei. Quando sono pronti, li aggiungete alla pastella, mescolando ben bene dal basso verso l’alto. A questo punto non vi rimane che passarci i pescetti prima di tuffarli nell’olio bollente”. Tirò il fiato solo al termine della lezione,servendoci un gran piattone di quelle prelibatezze poichè Maria, mentre parlava, cucinava.

Gli architravi della nostra organizzazione, oltre a lei, erano Duilio e Giurgin. Per la scelta del vino occorreva un intenditore. Chi meglio di Jacopo di Piverone poteva vantare competenza e passione? Marcato stretto, evitando che si perdesse via in troppi assaggi, indicò nel vino da tavola di un produttore di Carema il migliore in assoluto. “Questo va bene per tutti i palati, anche per quelli più esigenti”, sentenziò, accompagnando le parole con un sonoro schiocco della lingua. Occorreva però una padella bella grande, larga quanto le braccia di Goffredo. Ma a questa aveva pensato Tomboli, che di nome faceva Mariano, operaio in un’impresa artigiana. L’aveva costruita un po’ per volta, sfruttando la pausa del pasto di mezzogiorno. Svuotata con quattro avide cucchiaiate la minestra della schiscèta, si metteva al lavoro. Batteva la lastra, ripiegando il metallo per ottenere un bordo abbastanza alto da non far schizzare fuori l’olio. Il fondo era doppio, robusto. Sul manico, saldato alla padella, aveva applicato un’impugnatura di legno, fissata con quattro viti. Per friggere i pesci in quantità era una cannonata. Se quella di Camogli rimaneva la padella per la frittura di pesce più grande d’Italia, quella di Mariano è la più capiente e robusta del lago di Viverone. Oreste si è fatto avanti per averne una uguale ma Mariano non aveva sentito ragioni. “Paganini non ripete. Non è questione di soldi o di tempo. E’ che una volta fatta una padella così, con tutta la passione che ci ho buttato dentro, non credo di poterne fare una uguale. Per non far brutta figura, rinuncio”. Così, tra mega padelle e tanta buona volontà, la festa di Azeglio si aprì con un successo da non credere: tanti, tantissimi in coda per le razioni di frittura dorata, sfrigolante nell’olio d’oliva. Gli amanti del pesce non avevano che l’imbarazzo della scelta, degustando alborelle, trote, salmerini, tinche, carpe, persici, lucci e soprattutto gli immancabili coregoni impanati e fritti, marinati in carpione, proposti in umido con le verdure e il bagnetto. Come tutte le associazioni che si rispettino, anche la Società Pesca Libera Lago Viverone – dall’impronunciabile e scivoloso acronimo SPLLV – aderiva ad un organismo che di tutela e rappresentanza come la Fips, la federazione della pesca sportiva. Così, nell’intenzione di fare le cose per bene, venne invitato il delegato provinciale, un tal Giampiero Nuvoloni di Chivasso, per un saluto.

Il delegato, un omone di oltre cento chili, dal colorito rubizzo e con una imponente zazzera di capelli sale e pepe, si presentò puntuale. Gli avventori riempivano i tavoli e in gran numero stavano già onorando la cucina di Maria. Lui, guardandosi attorno compiaciuto, si avviò verso il microfono con Giurgin , al quale era stata affibbiato l’incarico di cerimoniere. Schiarita la voce con un colpo di tosse, accingendosi a presentare il dirigente della Fips, Giurgin iniziò a sudar freddo. Si era scordato il nome di quest’omone che, alle sue spalle, pareva incombesse su di lui, basso e mingherlino, con tutta la sua mole. Un vuoto di memoria improvviso e imbarazzante. Come diavolo si chiamava? Nugoletti, Nivolini, Nuvolazzi? Oddio, che guaio. Che fare, a quel punto? Non aveva alternative. Decise di stare sul generico e quindi, con tutte le buone intenzioni, provò a dribblare la difficoltà del momento, pronunciando poche ma decise parole: “Amici, cittadini, pescatori. E’ un onore ospitarvi e un privilegio dare la parola al.. mio didietro”. Le risate, soffocate a malapena, si sprecarono. Il Nuvoloni, che si trovava alle  spalle del povero Giurgin, si ritrovò in mano il microfono. Rosso in volto e schiumante di rabbia, lo avvicinò alla bocca quasi volesse morderlo o mangiarlo. L’altoparlante gracchiava di brutto e questo non aiutò la comprensione. Chi poté udire le parole dell’iracondo delegato Fips giurò in seguito che non fu un discorso particolarmente memorabile. Comunque, dopo meno di cinque minuti, il signor Giampiero, scuro in volto come il lago durante una tempesta, restituì il microfono e se ne andò, incavolato nero, senza guardare in faccia nessuno. Giurgin, affranto, piagnucolava: “Non l’ho fatto apposta. Ero in pallone e mi è venuta fuori così”. La sensazione che tutti ebbero era che, per un bel po’, difficilmente si sarebbe ancora visto da quelle parti il Nuvoloni e, molto probabilmente, anche gli altri della Fips. La festa azegliese, comunque, finì in gloria e allegria, consolando Giurgin con un allegro e chiassoso “prosit”!

Marco Travaglini

Universiade invernale 2025, il sogno di Torino e del Piemonte

in prima pagina

Il Piemonte ha formalizzato la candidatura per l’Universiade Invernale 2025. A fine luglio sarà presentato il budget preventivo e l’assegnazione è prevista entro l’anno

La notizia è comunicata in una missiva inviata al ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, da  Regione Piemonte, Città di Torino, Università di Torino e del Piemonte Orientale, Politecnico di Torino, Edisu e Centro Universitario sportivo di Torino.

Gli enti hanno costituito una cabina di regia.

Sempre a Torino, la settimana dopo l’Universiade, si svolgeranno anche la prima Para Universiade e la manifestazione Special Olympics.

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