LIFESTYLE- Pagina 72

Peccati di gola: il panettone del nuovo anno

Farcito con crema al mascarpone ricoperto di cioccolato fondente

Natale e’ passato, e anche il nuovo anno è arrivato,ma non e’ Natale senza una fetta di panettone, il dolce natalizio per eccellenza. Vi propongo un “peccato di gola” , un dolce goloso, ricco e scenografico da servire ai vostri ospiti per rendere il panettone della tradizione una originale e squisita sorpresa. Un panettone farcito con crema al mascarpone ricoperto di cioccolato fondente, semplicemente divino !

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Ingredienti :

1 Panettone da 750gr.

400gr. di mascarpone

2 uova

2 cucchiai di zucchero a velo

1 bicchierino di liquore all’arancia

100gr. di cioccolato fondente

Latte q.b.

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Tagliare la calotta del panettone, asportare la parte interna lasciandone uno strato di almeno un centimetro sia ai lati che sul fondo. Tagliare a dadini la parte asportata. In una ciotola montare i tuorli con lo zucchero sino a renderli spumosi, aggiungere delicatamente il mascarpone e il liquore, mescolare con cura. Montare a neve ferma gli albumi, unirli al composto di uova e aggiungere i dadini di panettone. Mescolare e riempire il panettone. Coprire con la calotta. Sciogliere il cioccolato con poco latte e versare sulla calotta. Riporre in frigo. Prima di servire decorare a piacere. A tutti voi un sereno anno nuovo.

Paperita Patty

Il Re ed IA

IL PUNTASPILLI di Luca Martina

La rivista statunitense Time dedica sin dal 1927 l’ultima copertina di dicembre alla “Persona dell’anno”.

Nel 2024 era stata riservata al neoeletto presidente Trump, il quale non ha certo deluso le aspettative, diventando nell’anno appena trascorso il re delle cronache politiche, economiche e di costume (lo stesso Time aveva definito quella che stava iniziando “L’era di Trump”).

Le critiche nei confronti della sua gestione del potere sono sfociate nel “No Kings day”, celebrato il 14 giugno 2025, giorno del compleanno del POTUS, un’imponente manifestazione di protesta, organizzata dai movimenti progressisti Indivisible 50501, nata proprio per affermare che “in America non ci sono re” e per denunciare ciò che i promotori considerano derive autoritarie del governo federale.

Per il 2025 la scelta del Time è ricaduta sull’intelligenza artificiale e sui suoi architetti, raffigurati plasticamente seduti, in una rielaborazione della celebre fotografia del 1932, su di una trave dell’  RCA building di New York: “Per aver inaugurato l’era delle macchine pensanti, per aver stupito e inquietato l’umanità allo stesso tempo, e per aver trasformato il presente ampliando i confini del possibile”.

Non a caso, molti di questi “architetti” avevano presenziato alla fine dello scorso anno alla cerimonia di insediamento del presidente statunitense, dal quale raccolgono, così, idealmente il testimone.

La scelta, sebbene irrituale (la “persona” è sostituita, per la prima volta, da una realtà astratta) sembra cogliere perfettamente lo spirito dei tempi; siamo, infatti, nel pieno di una trasformazione paragonabile alla rivoluzione industriale o all’avvento di Internet, ma molto più rapida e pervasiva.

Nel 2025 non abbiamo semplicemente assistito all’ennesimo balzo tecnologico. Abbiamo varcato una soglia. L’intelligenza artificiale, per anni confinata nei laboratori, nei test pilota e nelle promesse futuristiche, è uscita dalla teoria ed è entrata con forza nell’ingranaggio quotidiano dell’economia globale.

Secondo il World Economic Forum, è stato l’anno in cui l’IA è diventata un’infrastruttura, non più un esperimento: ormai è presente in ogni settore, dalle fabbriche ai servizi, dalla sanità alla sicurezza digitale, ridisegnando l’idea stessa di tecnologia e il nostro rapporto con essa.

Ma la rivoluzione non è soltanto industriale: è cognitiva, culturale e geopolitica.

A gennaio, la startup cinese DeepSeek ha lanciato il suo modello R1, capace di ragionare quasi quanto i sistemi più avanzati ma sviluppato ad una frazione del costo. Quel rilascio, definito da TIME un “wake-up call”  (una sveglia, un campanello di allarme) per gli Stati Uniti, ha scosso il mercato globale e infranto l’idea che l’avanguardia dell’IA fosse un monopolio americano.

L’IA ha anche smesso di essere un bene d’élite: è diventata un’arma competitiva alla portata di molti e, anche per questo, tanto potente quanto pericolosa (per il suo utilizzo a fini criminali, per fare circolare notizie false e falsificare identità).

E non è più solo nei libri di fantascienza ma nella realtà quotidiana che possiamo trovare un’IA in grado di “pensare”, non certo nel senso umano del termine ma in quello tecnologico, con sistemi capaci di ragionare, pianificare, discutere, lavorare in autonomia ed interagire con il mondo attraverso molteplici modalità, linguaggio, immagini, suoni ed azioni.

Google, nel suo bilancio annuale, ha sottolineato come i nuovi modelli siano passati da strumenti a veri e propri “compagni cognitivi”, in grado di esplorare e collaborare con gli esseri umani in contesti sempre più complessi. Proprio Google ha lanciato a settembre Gemini 3, eletto, superando concorrenti come ChatGPT e Claude (sviluppata da Anthropic), miglior modello al mondo di intelligenza artificiale da LMArena, piattaforma pubblica, creata da ricercatori dell’Università di Berkeley e dell’organizzazione no profit LMSYS, per valutare e confrontare i modelli di intelligenza artificiale tramite votazioni umane in tempo reale.

Stiamo assistendo anche alla rivoluzione industriale 2.0, che utilizza massivamente robot più agili, sistemi autonomi più affidabili e processi automatizzati che hanno trasformato il lavoro fisico e intellettuale. Tesla, Amazon e decine di altri colossi hanno già introdotto robot antropomorfi capaci di manipolare oggetti delicati o svolgere compiti logistici avanzati.

Ciò che fino al 2024 sembrava sperimentale, nel 2025 è diventato routine: non si parla più di fabbriche intelligenti, ma di fabbriche sostenute dall’IA.

La rivoluzione, però, non è solo tecnologica ma anche economica e geopolitica.

Secondo uno studio di Jason Furman (economista di Harvard ed ex capo del Council of Economic Advisers) negli Stati Uniti gli investimenti in infrastrutture legate all’IA (data center, software, attrezzature informatiche) hanno rappresentato il 4% del PIL e hanno generato quasi il 92% della crescita del PIL nella prima metà del 2025.

L’IA ha trainato il mercato, ridefinito la concorrenza globale e costretto interi Paesi a ripensare la propria strategia industriale. L’India ha lanciato un piano da 500 miliardi di dollari per diventare una superpotenza dell’IA, mentre Stati Uniti e Cina si sono trovati a ridefinire ruoli e priorità in una competizione sempre più serrata. La posta in gioco non è più solo l’innovazione: è la leadership sul futuro.

Infine, c’è la rivoluzione sociale. L’IA ha cambiato il modo in cui pensiamo, scriviamo, creiamo, ci informiamo. Ha riscritto il concetto di lavoro, costringendo milioni di professionisti a reinventarsi, introdotto interrogativi etici urgenti e ridefinito la frontiera tra autonomia umana ed automazione.

Per molti tutto ciò è fonte di fascinazione; per altri, di inquietudine ma per tutti è ormai impossibile da ignorare.

L’impatto si è sentito anche nei mercati finanziari, trainati dalle società tecnologiche legate all’esplosione degli investimenti nell’intelligenza artificiale (in particolare negli Stati Uniti).

Per gli investitori europei, però, buona parte del rendimento generato dal mercato statunitense è stato vanificato dalla debolezza del dollaro e ci si interroga se il 2026 sarà dominato dagli stessi temi o se emergeranno nuove tendenze.

La crescita economica mondiale rimarrà probabilmente sostenuta, intorno al 2,5%, in leggero rallentamento rispetto al 2025, ma rimangono ancora tutti da scoprire gli impatti positivi, sulla produttività delle imprese, o negativi, sulla creazione di nuovi posti di lavoro, che deriveranno dagli enormi investimenti fin qui realizzati.

Per quanto riguarda i mercati finanziari, gli analisti finanziari prevedono, così come avveniva l’anno scorso, dei ritorni moderatamente positivi (tra il 5 e il 10%) che sono, per la verità, piuttosto rari: nella storia, infatti, prevalgono largamente le forti salite (la pace in Ucraina sarebbe di aiuto) o, molto più raramente, discese (la ripartenza dell’inflazione, a causa dei dazi, potrebbe innescare una forte correzione) …

Prepariamoci, dunque, ad essere nuovamente sorpresi e che il nuovo anno superi di gran lunga le vostre più rosee aspettative!

Quintino e la “passione” per gli animali

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Vi ricordate del Quintino? Quello che era stato pizzicato dal maresciallo Valenti?! Ve lo rammentate? Beh, è stato visto dalle parti di Armeno. Ormai conduce una vita randagia. Un po’ qua, un po’ là, senza fissa dimora.

Quando gli riesce si fa ospitare da qualcuno che gli offre un piatto di minestra e lo fa dormire nel fienile o dentro alla stalla. Quando “marca picche”, invece, chiede la carità sul sagrato delle chiese e quand’è stanco s’infila in qualche androne con la sua coperta. Che vita grama…In fondo mi dispiace, ma guardate.. è meglio che stia lontano da qui perché di guai ne ha combinati tanti, troppi“.

Il macellaio Belmonti era ossessionato da Quintino. Da quando aveva rilevato l’attività del vecchio Aurelio, ritiratosi in pensione più per via dell’artrite che gli aveva deformato le mani che per l’età, si riforniva di carne bianca quasi esclusivamente dai “locali”. Cioè, per farvi capire meglio, da tutti quelli che allevavano polli, anatre, oche o conigli tra le farzioni di Stresa e Baveno. Principalmente si serviva dalla “signorina” Rosa Princisvalli, una donnetta secca e nervosa di quasi ottant’anni che viveva sola dopo che il marito – il droghiere Brunello Pinzocchi – non era più tornato a casa dopo essere uscito per prendere il giornale, una domenica mattina. Il fatto, accaduto più di trent’anni prima, aveva suscitato grande scalpore. E solo qualche tempo dopo si era saputo che il droghiere aveva lasciato la moglie per trasferirsi “oltralpe”, cioè in Francia. C’era chi giurava che si fosse invaghito di una trapezista del circo di Lione che aveva frequentato le piazze dei paesi affacciati sul lago Maggiore con qualche spettacolo.

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C’era chi era pronto a scommettere, invece,  che la “fuga” fosse stata l’epilogo di una lunga e mal sofferta convivenza con la “signorina” che non voleva sentir ragione di cedere alle lusinghe del povero commerciante. “Un matrimonio in bianco”, dicevano le malelingue. “E per di più con una donna dal carattere impossibile”, aggiungevano quelli che sapevano tutto di tutti. Così la nostra Rosa  Princisvalli finì con il restare ,per tutto il paese, “la signorina”. La poveretta si era così buttata, anima e corpo, nell’allevamento intensivo degli animali da cortile. Che, una volta raggiunta la “pezzatura” giusta, venivano ceduti ,a modico prezzo, al macellaio Belmonti. Tutto andava via liscio come l’olio finché non iniziarono i problemi. Era da un po’  che in località Viscania, tra la parte bassa di Oltrefiume e la massicciata della ferrovia, i pollai  – nottetempo – venivano visitati da faine o volpi. Erano vere e proprie razzie di polli. Sparivano, come d’incanto, quasi senza lasciar traccia, se si escludevano poche penne sparse qua e là. Un lavoro  fin troppo “pulito” che aveva suscitato molti dubbi e interrogativi. Poi erano iniziati a sparire anche i conigli. E questo sì che era un fatto molto, ma molto strano. Stavano rinchiusi nelle loro gabbie con tanto di chiavistello. Come facevano i predatori a ghermirli? “ Altro che faina o volpe. Qui i predatori sono sì dei gran animali, ma a due gambe. E, lo giuro sul Padreterno, se mi capitano a tiro di schioppo non ci metto neanche un attimo a premere il grilletto. Brutti manigoldi!  Guardate qui anche voi! Guardate che roba. Mi hanno fregato dieci conigli, tre anatre e una mezza dozzina di galline ovaiole. Delinquenti del boia!“.

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Amedeo Scozzari , che abitava vicino alla “signorina” Rosa, era stato “visitato” pure lui, ed era infuriato come un toro. Seduto al tavolo d’angolo del circolo operaio, raccontava la sua disavventura, rosso in faccia e in preda all’ira, stringendo il collo della bottiglia di Barbera quasi volesse strangolarla. Le denunce dei furti erano poi finite, in carta da bollo, sulla scrivania del maresciallo Ovidio Valenti che incaricò il brigadiere Alfio Birilli di effettuare i necessari sopralluoghi per avviare l’ormai inevitabile indagine. Del resto, di fronte alle denunce, l’Arma non poteva chiudere gli occhi. E così, dopo un paio di settimane di verifiche, controlli e appostamenti, il mistero venne svelato, smascherando i responsabili delle azioni criminose. Infatti, ottenuto un mandato di perquisizione, il maresciallo – accompagnato dal brigadiere e dall’appuntato Jannuzzi – si presentò alla porta di casa di Quintino, a fianco della foresteria di Villa Mussi. Al bussare insistente del maresciallo Valenti l’uomo non si fece pregare, aprendo la porta.

Agli occhi dei carabinieri, varcata la soglia, si presentò una scena incredibile. C’erano galline e conigli che scappavano in ogni angolo. Piume dappertutto e polli – defunti e spennati –  messi in fila sul tavolone di legno della grande cucina. Un paio di oche starnazzavano sul vecchio divano sfondato che metteva in mostra le sue molle. Persino un tacchino che, a occhio e croce poteva pesare una quindicina di chili, correva su è giù per la stanza goglottando. E Quintino? Con una flemma anglosassone guardò negli occhi il maresciallo e, indicandogli il cugino che stava seduto di fronte al lavello , colto di sorpresa mentre era tutto intento a spennare un’anatra, gli disse: “Maresciallo, è il cielo che la manda. Mi aiuti lei a dire a mio cugino che non mi piace vedere tutti questi animali per casa. Io, per parte mia, gliel’ho rammentato un sacco di volte di non portare queste bestie in casa ma lui, niente. E’ un gran testone. Dice che gli piacciono tanto, che ama gli animali!”. I carabinieri ascoltarono attoniti e poi, pur tenendo conto della disarmante confessione di Quintino, non potendo far altrimenti, arrestarono entrambi, denunciandoli a piede libero come “ ladri di polli”. A sua volta, il giudice del tribunale di Pallanza che li giudicò per direttissima, pur condannandoli, inflisse loro la pena minima, con tutte le attenuanti: tre mesi, con la condizionale, una multa di centomila lire e la raccomandazione di non manifestare più in quel modo illegale la  “passione” per gli animali.

Marco Travaglini

 

6 gennaio: parte il Carnevale Storico Crescentinese

Il Carnevale Storico Crescentinese si sta preparando per la sua edizione del 2026 che segnerà il suo 50° anniversario. Un appuntamento speciale e tanto atteso per la manifestazione più antica della Città. Come da tradizione il sipario si alzerà ufficialmente nel giorno dell’Epifania per poi snodarsi con tutta una serie di eventi che culmineranno domenica 8 febbraio col Gran Corso Mascherato con carri allegorici e gruppi mascherati. Al calar della sera del 6 gennaio, dunque, partirà da piazza Caretto la Pifferata a cui oltre ai Birichin parteciperanno i Pifferi e Tamburi di Baio Dora, la corte uscente, i componenti della Magnifica Confraternita delle Regine Pappette e dei Conti Tizzoni e tutto il popolo del carnevale. Appuntamento alle 17 sotto al grande albero di Natale di piazza Caretto. La passeggiata musicale, dopo aver percorso le principali vie del centro storico, terminerà al Teatro Comunale “Cinico Angelini” dove, alle 18, verranno presentati i personaggi dell’edizione 2026. Una tradizione lunga cinque secoli quella del Carnevale Storico Crescentinese di cui si parla nei preziosi documenti conservati all’Archivio Storico comunale a partire dal 1529. In quell’anno, un signorotto locale, tal Riccardo IV Tizzoni, che da tempo vessava la popolazione con soprusi ed angherie, oltre a nuovi pesanti balzelli, quali la tassa della molitura del grano, la tassa sul sale e la tassa sul transito nelle sue borgate, impose lo “ius primae noctis”, ovvero il diritto della prima notte, elargito agli antenati della Casata dal Serenissimo Imperatore Federico I° di Svevia, detto il Barbarossa, in premio dell’eroismo e coraggio dei Marchesi Tizzoni nella difesa dell’Impero. In base a questo editto, tutte le giovani spose venivano scortate dalle guardie al castello dove erano costrette a trascorrere insieme al Tiranno le ore immediatamente seguenti il matrimonio. Secondo la leggenda, nella notte tra il 14 e 15 febbraio 1529, intanto che il Paese, immerso nel sonno, attendeva di festeggiare gli ultimi giorni di carnevale, la figlia del mugnaio del Mulino Stella, fresca sposa che si trovava a Palazzo, tagliò la testa al Tiranno proprio mentre il popolo iniziava la rivolta richiamato dal suono della campana della torre civica. La giovane sposa venne, quindi, assurta a simbolo di Crescentino col titolo di Regina Papetta. Secondo gli studiosi locali il nome di Papetta le fu attribuito desumendolo dal frutto del mais da cui si ricava la farina per cucinare la polenta. Durante l’appuntamento del 6 gennaio al Teatro Angelini, che sarà introdotto dall’esibizione della Scuola di Danza Moondance diretta da Paolo Cianfoni, verrà anche svelato il manifesto d’autore e sarà consegnata la benemerenza di Ambasciatore del Carnevale che viene riconosciuta annualmente ad un crescentinese che negli anni si sia impegnato per dare lustro alla storica manifestazione. Cresce intanto la curiosità di conoscere le identità di coloro che interpreteranno la Regina Papetta e il Conte Tizzoni del Carnevale Storico Crescentinese 2026, ma per ora dal quartier generale dei Birichin tutto tace e le riserve saranno sciolte solamente il 6 gennaio.

Rampa’s: vino, cicchetti e una nuova storia torinese firmata Gianluca Rampanti

Rampa’s Wine Bar è uno di quei posti che nascono senza troppo rumore… ma che piano piano iniziano a farsi notare. Ha aperto da poco a Torino, in zona Porta Nuova, e dietro al progetto c’è Gianluca Rampanti, lo stesso che molti ricordano per Languorini, il cui format ricorda molto quello di Rampa’s.
L’idea, infatti, è la stessa, semplice ed efficace: vino buono, cicchetti fatti come si deve e un’atmosfera rilassata, senza formalità inutili. Un posto dove passi “solo per un calice”… e poi rimani più del previsto.
Qui il protagonista è, ovviamente, il vino: una selezione curata personalmente dalla conoscenza profonda e dalla professionalità di Gianluca e dalla sua socia, la giovane Cecilia, e che prevede una bella panoramica di varie tipologie vinicole, provenienti da quasi tutta Italia: etichette poco blasonate ma di grande valore, sia storico che enologico. Referenze di vini naturali, no o low alcol, champagne e spumanti, vini rossi e bianchi… tutti acquistabili anche in loco. Il quid in più? la scelta fatta con attenzione e raccontata senza lezioni: si beve a calice, si assaggia, si scoprono bottiglie nuove… con la tranquillità di chi ama bere bene ma senza complicarsi la vita. Chi conosceva Languorini ritrova la stessa mano: attenzione alle materie prime, rispetto per i produttori e voglia di creare un posto dove stare bene. Rampa’s non cerca di stupire, ma di farti sentire a tuo agio… ed è forse questo il suo punto di forza, definito con originalità e pacatezza.
Non si può bere a stomaco vuoto,  lo sanno tutti: e così, in abbinamento ai vini, ci sono i cicchetti: piccoli piatti che cambiano spesso e che spaziano dai ‘Languorini’ – che comprendono snack curiosi come i ‘crispy tortellini e ‘Ndujonnaise’ e una selezione di salumi non banali e non necessariamente locali, scelti direttamente nell’azienda del produttore; fra i ‘crostini’ non si può scappare dal pane e burro+ acciughe , dove il pane con lievito madre proviene dai laboratori del negozio torinese Tellia, deliziato da un delicato ed elegante burro di Normandia demi-sel, acciughe del mediterraneo e zest di limone; e tante altre sfiziosità frutto di ricerca dedicata a promuovere la qualità anche nelle cose semplici.
Anche la posizione aiuta a incuriosirsi e ad affezionarsi a questo delizioso nuovo punto di riferimento per il buon bere e il buon cibo torinese: si affaccia sulla rampa di via Rattazzi, con spazio interno e dehors, perfetto per l’aperitivo che inizia piano… e finisce tardi.
Alla fine Rampa’s funziona proprio per questo… bevi bene, mangi giusto, stai comodo. E a volte è tutto quello che serve.
Il locale, il 31 dicembre, chiuderà alle 18, con possibilità di acquisto delle ultime bottiglie per il brindisi serale e riaprirà l’1 gennaio dalle ore 18 fino alle 24.
Orario dalle 12.30 alle 24 tutti i giorni
Rampa’s 
 
Via Urbano Rattazzi 3/A 
 
Torino 
 
Tel. 011 3853510
 
Prezzi da 10 a 20 euro a persona 
 
Chiara Vannini

Il Natale nel mondo: tradizioni e curiosità

Il Natale e’ una festa che coinvolge tutto il globo, da oriente ad occidente i cristiani celebrano l’anniversario della nascita di Gesu’. Le tradizioni e i simboli di Natale sono diversi come la decorazione dell’albero, il presepe con i suoi personaggi piu’ importanti, il tanto atteso scambio di regali, i baci sotto al vischio con l’augurio di abbondanza e prosperita’, l’auspicio di buona fortuna con l’agrifoglio e poi i canti di Natale che tutti conosciamo sin da bambini. Come non aggiungere, poi, alle consuetudini natalizie anche quelle culinarie come il delizioso panettone, farcito in mille modi, il pandoro, il torrone o il mandorlato meglio se accompagnati da bollicine, vin brule’ o cidro caldo? Le luci, inoltre, decorano le nostre citta’ e le scaldano, c’e’ aria di festa e un tripudio di rosso, oro, verde e argento, tutto sembra un fiaba, una sospensione dalla realta’, un momento di magia.

Le tradizioni e i riti della festa piu’ amata cambiano o si aggiungono se si butta uno sguardo in giro per il mondo; alcuni di questi sono molto curiosi e bizzarri, mentre altri decisamente spiacevoli, soprattutto se si pensa che molti sono rivolti ai piu’ piccoli.

In Islanda, per esempio, i bambini che si sono comportati bene avranno dentro le scarpe, posizionate sul davanzale di casa, un dolce o un regalino, chi invece e’ stato non troppo bravo trovera’ una patata. Sono i Jólasveinar (ragazzi del Natale), figli dell’orchessa Grýla, a ricordare loro queste due possibilita’ ed a spingerli a comportarsi bene.

In Lettonia si usa chiudere con le sfortune e gli eventi negativi passati e lo si fa con uno speciale ceppo natalizio che assorbe le cose brutte dell’anno appena trascorso. Il ceppo viene poi bruciato come simbolo del passato che va via e da’ il benvenuto al futuro e alle cose belle.

A Caracas, in Venezuela, dal 15 al 23 dicembre si va alla messa giornaliera, chiamata Misa de Aguinaldo con i pattini a rotelle. E’ una abitudine molto praticata tanto che molte strade chiudono al traffico per permettere ai pattinatori di muoversi in sicurezza.

In Guatemala, invece, le pulizie non si fanno a Pasqua, ma a Natale. In questo paese si crede che il diavolo e gli spiriti maligni si nascondano tra la sporcizia e nel periodo delle feste, quindi, si puliscono a fondo le proprie case, la spazzatura viene poi ammassata in una pila e una immagine del diavolo viene posizionata sulla cima, il tutto poi viene bruciato come segno di purificazione.

In Messico, nella regione di Oaxaca, si celebra la Noche de Rabanos, la Notte dei Ravanelli. Tutti gli anni, il 23 dicembre, gli artigiani competono per la scultura piu’ bella, fatta di ravanelli appunto, che viene premiata con una somma di denaro che servira’ anche per continuare a perpetuare questa tradizione.

In Estonia il 24 dicembre non si fa il cenone, la famiglia, invece, si riunisce in sauna. Niente brindisi , grandi mangiate e tombola, il popolo estone passa ore ed ore al caldo umido nudi e sudati, tutti insieme: genitori, figli, zii, nipoti e nonni. Niente calorie, solo detox e relax.

In molti paesi europei, soprattutto dell’est, esiste il Babbo Cattivo, il Krampus, che “punisce” i bambini che non si sono comportati bene e che ha un nome diverso nei diversi paesi: Parkelj in Slovenia e Croazia, Père Fouettard in Francia, Hans Trapp in Alsazia, Zwarte Piet nei Paesi Bassi, Houseker in Lussemburgo, Schmutzli in Svizzera. In Austria e in Germania al posto della calza appesa al camino si lascia uno stivale fuori dalla porta: i bambini buoni riceveranno un regalo mentre a quelli “cattivi” il Krampus, un demone abbastanza brutto e inquitante, lascerà solo un bastoncino di legno.

MARIA LA BARBERA

La magia del Natale a Nichelino: fino all’Epifania

“Anche quest’anno ci siamo dedicati con grande impegno, come amministrazione, alla ‘festa delle feste’, il Natale – affermano il Sindaco di Nichelino Giampiero Tolardo e l’Assessora agli Eventi e Tradizioni locali Giorgia Ruggero – avremo così graditi e attesi ritorni, e novità. Come prima cosa, il periodo dei festeggiamenti è stato ampliato e abbiamo deciso di accendere gli addobbi già dall’1 dicembre. Poi, a grande richiesta, è tornata la pista di pattinaggio in piazza Di Vittorio. Infine, grande novità del 2025, festeggeremo il Capodanno in piazza con spettacoli, musica e brindisi collettivo al nuovo anno”.

Fino al 6 gennaio, nelle principali piazze e vie cittadine, luminarie, albero Granny in piazza Camandona, decorazioni natalizie. Dall’8 dicembre fino all’1 febbraio è stata allestita la pista di pattinaggio su ghiaccio in piazza Di Vittorio, accanto alla casetta di Babbo Natale, Truccabimbi, mascotte, animazione. Cioccolata calda, tè, idee regalo a cura dell’Associazione San Matteo Onlus, a sostegno dei progetti di solidarietà sociale.

“L’avvio l’abbiamo dato lunedì 8 dicembre con ‘la Festa di Via’, a sostegno anche del commercio di vicinato e con il taglio del nastro ufficiale per pattinaggio e attività in piazza Di Vittorio – proseguono Tolardo e Ruggero – adesso ci aspettano tante attività, tra cui il Presepe Vivente, giunto alla sua terza edizione e situato nel borgo antico di Nichelino, in via del Castello, dalle ore 13 alle 18, con oltre 100 figuranti e 28 postazioni, e il Capodanno in piazza all’interno di una tensostruttura riscaldata che potrà ospitare fino a 1500 persone”.

Sarà possibile registrarsi al link https://comune.nichelino.to.it/registrazione-al-capodanno-in-piazza-di-vittorio

Mara Martellotta

Progresso regresso

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Se ci chiedessero cosa sia il progresso, probabilmente tutti risponderemmo che sia l’evoluzione tecnologica, sociale, culturale di una società; in altre parole, è il miglioramento della vita dovuto a nuove scoperte, nuovi mezzi insieme a cambiamenti sociali intervenuti in seguito all’integrazione etnica ed a modelli di importazione.

In generale, dunque, attribuiremmo al termine una valenza positiva.

Se, tuttavia, analizziamo il progresso, ad esempio della nostra società, nelle sue varie componenti, risulta evidente come spesso ad un dichiarato progresso corrisponda, nella realtà, un cambiamento nei costumi, nelle abitudini, nel modo di pensare non sempre positivo o migliorativo, bensì spesso dannoso per chi lo attua.

E’ il caso, ad esempio, delle comunicazioni: quando avevamo soltanto un telefono a casa non sentivamo il bisogno di stare in contatto con tutto il mondo, continuamente, in modo compulsivo anche quando non vi sia una reale bisogno. Ora che il telefono è come una prolunga del nostro corpo non siamo più liberi di non rispondere o di non dare segno di noi per più di 5 minuti o scatta la caccia all’uomo.

Analogamente, se fino a trent’anni fa ci si trovava per parlare, ascoltare gli amici, organizzare una serata al pub o in discoteca, ora ci si trova tutti su una panchina ma rigorosamente ognuno col proprio smartphone in mano in stile “decerebrato omologato”.

Al ristorante lo smartphone diventa una cybernanny, una tata informatica che tiene occupati i bimbi mentre i genitori mangiano e parlano con i commensali: non ho mai chiesto se sia stato il loro medico a prescrivere loro di andare a cena fuori e, in subordine, diriprodursi.

Potrei proseguire con tanti altri esempi, dove la tecnologia, il progresso, l’evoluzione hanno sì portato vantaggi a scapito, però, della qualità della vita.

Avere la telecamera in casa visionabile dallo smartphone, usare quest’ultimo per accendere la caldaia, comandare una presa elettrica sono sicuramente vantaggi ma a quale prezzo? Quasi tutti noi usiamo il navigatore incluso nel telefonino, più aggiornato rispetto al modello presente nel veicolo; in un ‘epoca in cui le auto hanno tutti i dispositivi di sicurezza immaginabili, ci aspetteremmo che i sinistri stradali, anche gravi, siano ridotti. Mai come in questi anni, invece, si verificano incidenti su ogni tipo di strada, anche quando il guidatore sia sobrio, per la distrazione del conducente che sta guardando il navigatore o sta parlando con il cellulare in mano anziché usare il vivavoce.

Il tempo di reazione di un individuo sano è circa 1 secondo; consideriamo che, andando a 90 km/ora, in quel secondo percorriamo circa 25 metri; avete idea in venticinque metri quanti oggetti posso spazzolare tra auto, pedoni, animali selvatici, pali e guardrail? Senza considerare che posso anche andare ad abbracciare chi viene nel senso opposto invadendo la sua corsia.

Alcuni dispositivi (bluetooth sulle vecchie auto) costano tra i dieci ed i venti euro, molti meno di quanto ci costerà la contravvenzione, in ogni caso salvandoci la pelle.

E la TV che ci fa compagnia? Certo, non la guardiamo e proseguiamo il nostro smart working ma il nostro cervello la percepisce ugualmente e, non solo non siamo totalmente concentrati sul lavoro ma, anzi, sottoponiamo il nostro sistema nervoso a troppi stimoli contemporanei, peraltro inutili.

Sembrerebbe una situazione senza via di uscita: in realtà la soluzione, anche se parziale, c’è: usare il cervello decidendo consapevolmente. Se vado a cena fuori con altre persone è perché voglio trascorrere un po’ di tempo in loro compagnia, scambiandoci opinioni, raccontando ed ascoltando i racconti altrui. Se mi isolo alzandomi ogni dieci minuti per rispondere ad una chiamata i casi sono due: o sono un famoso cardiochirurgo, ma difficilmente potrò salvare una vita al telefono, oppure sono uno stolto che ha aderito alla cena pur sapendo che sarebbe stato ore al telefono.

Oppure un’altra ipotesi: sono semplicemente maleducato, ma disquisire se la colpa sia di mamma o di papà diventa difficile perché Mater semper certa est, pater numquam.

Sergio Motta

Ettore, il gabbiano che salvò il Natale

 

Nel cuore dell’inverno, quando il lago d’Orta era silenzioso, i borghi sulle due rive avvolti dalle luci soffuse del tramonto e le acque calme riflettevano i profili delle montagne innevate prima che il buio della sera calasse il suo sipario, un giovane gabbiano lo sorvolava con ali leggere e occhi curiosi. Non era come gli altri gabbiani: lui non cercava solo pesci o vento, ma storie, luci, e voci nel paesaggio imbiancato. Si chiamava Ettore e amava planare leggero sui moli, fiorare la superficie del Cusio, curiosare nelle viuzze che costeggiavano i lungolaghi e gli imbarcaderi.

Era l’antivigilia di Natale, ed Ettore si era posato sul tetto innevato della Basilica di San Giulio, al centro dell’isola che dormiva come un presepe incantato. Da lassù osservava i lampioni accendersi nei borghi: Orta San Giulio, Pella, Pettenasco, San Maurizio e i piccoli paesi che punteggiavano le rive come stelle da Gozzano fin su a Omegna. Ma c’era qualcosa che mancava. Il lago, pur bellissimo, sembrava triste. Nessun canto allietava l’aria, nessuna barca decorata era ormeggiata, nessun bambino pareva intento a raccontare sogni. Ettore decise allora di portare lo spirito di Natale sul lago. L’indomani volò fino a Omegna, dove trovò un vecchio falegname intento a intagliare una stella di legno. “È per mia nipote,” disse l’uomo, “ma non ho modo di portarla sull’isola”. Ettore la prese con il robusto becco e volò via. Poi raggiunse una bambina a Pettenasco che aveva perso il suo cappello rosso. Il giovane gabbiano lo ritrovò tra i rami di un larice e glielo riportò, ricevendo in cambio un biscotto alla cannella. Così, volando per tutta la giornata del 24 dicembre di borgo in borgo, raccolse piccoli doni, desideri e sorrisi. Quando tornò sull’isola di San Giulio, li posò tutti davanti alla basilica: la stella, il biscotto, un guanto, una letterina, una candela profumata, la vecchia pipa che il pescatore Giovanni aveva perso a Imolo, un pastello colorato dimenticato fuori dal cancello di un asilo. E fu allora che accadde il miracolo. Le acque del lago, nel tardo pomeriggio, si illuminarono di riflessi dorati, come se il cielo avesse deciso di specchiarsi lì. Le campane suonarono da sole, e una barca addobbata di luci apparve dal nulla staccandosi dal molo di Orta con quattro musicisti che iniziarono a suonare dolci melodie natalizie. Ettore, commosso, volò in cerchio sopra l’isola, mentre gli abitanti accorrevano sulle rive, stupiti e felici. Quel Natale, il lago d’Orta non fu solo bello: fu vivo, caldo, e pieno di meraviglia. Da allora, ogni vigilia, un gabbiano solitario sorvola il lago, portando con sé il ricordo di quel giorno in cui il Natale fu salvato da un tenero e puro cuore alato.

Marco Travaglini

La chimica del Natale

Profumi e aromi della festa più attesa dell’anno.

Il Natale ci avvolge con i suoi colori, con le decorazioni, con lo scintillio delle luci. C’è  voglia di festeggiare, di fare i regali e di sentirsi, anche se solo per qualche ora, sospesi dalla quotidiana realtà per entrare in un mondo ideale. Oltre al piacere per la nostra vista, regalato da un tripudio di colori e sfumature oro e argento, il Natale inebria con le sue fragranze e le sue essenze che ci portanodietro nel tempo, a quando eravamo bambini. Esiste, dunque, una chimica natalizia fatta di aromi,  di profumi, di memorie olfattivee gustative che  rendono l’atmosfera ancora più dolce ed evocativa.

Quali sono gli aromi e i sapori tipici di queste festività?

La cannella è la fragranza per eccellenza di questo periodo di celebrazioni. E’ utilizzata nelle preparazioni gastronomiche ma anche negli ornamenti; la possiamo sentire nell’aria entrando nei negozi, sorseggiando un te, un infuso o ancora meglio gustando una cioccolata che ne regala il sapore e nel vin brulé. Non esiste Natale senza questa corteccia essiccata del Cinnamomun che si può trovare in polvere o in piccoli cilindri.

Lo zenzero ci fa pensare al gingerbread e ai biscotti che, oltre ad essere buonissimi per il palato, possono sono utilizzati come allegri pendenti per decorare l’albero. Il suo sapore è piccante,intenso e  come aroma è utilizzato in diversi piatti, soprattutto inquelli di origine orientale. Lo troviamo anche in versione essiccata in piccoli cubetti da gustare per merenda o a fine pasto.

I chiodi di garofano con la loro forma appuntita sono utilizzati moltissimo nelle decorazioni natalizie soprattutto con le arance. In cucina sono preziosi sia all’interno pietanze salate ma anche nella preparazione di dolci tipici come il panpepato. Come nel caso della lavanda, se inseriti in piccoli sacchetti di stoffa e sistemati nei cassetti sono degli ottimi profumatori, una balsamica idea regalo.

L’anice stellato, con la sua sagoma a  otto punte che richiama la Cometa, contiene semi oleosi e rappresa un naturale simbolo natalizio. Il sapore, simile a quello della liquerizia, lo rende versatile e può essere usato in vari piatti sia dolci che salati, ma soprattutto è uno dei protagonisti delle decorazioni insieme all’arancia e alla cannella. Si può trovare sulle tavole bandite a festa, ma anche all’interno di candele e di vivaci ghirlande.

La vaniglia nel latte caldo o  all’interno della crema pasticcera è meraviglia pura. Dolce, aromatica e persino calmante, è un  frutto in bacche contenute all’interno di un’ orchidea tropicale. Utilizzata preminentemente per torte, gelati e liquori, è anche la protagonistadeliziosa di bagnoschiuma vellutati, candele e profumi per la persona e per la casa.

MARIA LA BARBERA