LIFESTYLE- Pagina 70

Daniele Lunelli e la “comunità dei pesci” del lago Maggiore

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Quella dei pesci era ed è una vera “comunità” che vive nel lago Maggiore da Sesto Calende fin su in Svizzera. Ci sono dei  salmonidi diffusissimi  come i coregoni o più rari come le trote fario e marmorata che, finite nel lago dai fiumi, si sono ambientate fino a “cambiar pelle”, assumendo una livrea argentata con pochi e piccoli segni scuri a forma di ics

Il mio amico Daniele Lunelli è l’ultimo discendente di una famiglia di pescatori che si tramandano il mestiere di generazione in generazione. Con il tempo è diventato bravo nel maneggiare le “reti volanti” quasi come suo padre Gioacchino e suo zio “Lisca”, al secolo Mariano Lunelli. Con le “volanti”, zavorrate di sotto coi piombi o con dei sassi tondi e tenute  di sopra a pelo d’acqua grazie alle file dei galleggianti, bisogna saperci fare. Soprattutto occorre aver “naso” per i venti e le correnti e farsi un’idea più o meno precisa sui posti dove si può trovare il pesce. Quasi nulla viene lasciato al caso anche se  il movimento di quelle reti calate al largo nel tardo pomeriggio e lasciate libere di muoversi fino all’alba, a seconda delle “rotte” delle correnti dominanti, può apparire casuale. “ In realtà, quando le ritiriamo in secca – mi dice Daniele – troviamo che sono rimasti impigliati , a seconda delle maglie della rete,  trote di lago e coregoni, agoni ed alborelle”. Quando invece si “punta” su tinche, scardole, persici o lucci sono necessarie le reti fisse, “da posta”,  posizionate sul litorale. Ma la sua vera abilità il pescatore provetto la mette in mostra con il tramaglio. Ormai, sulle rive del lago, erano rimasti in pochi ad utilizzarli con abilità nella cattura dei persici. Formati da tre strati di reti sovrapposte ( i due esterni, le “armature” o “mantelli”, a maglie grosse; quello interno, il “velo” più alto e più fine ), vengono disposti in acqua a perpendicolo così che i pesci – attraversato il mantello – finiscono imprigionati e senza scampo nella trama fitta del “velo”. “ E’ una pesca che richiede occhio e abilità”,dice Daniele, a cui non pare vero poter spiegare le varie tecniche di pesca. “ Oggi non interessa quasi a nessuno conoscere questi particolari. Forse pensano che il pesce persico ci va da solo sul banco della pescheria e, strada facendo, per non far perdere tempo, trova anche il modo di sfilettarsi. Comunque, i tremagli possono essere usati “in posa” o “al salto”. In quest’ultimo caso si calano e si tirano su di giorno, spaventando i pesci con un remo o buttando dei sassi in acqua, così che scappano verso la rete e noi..zacchete!..li catturiamo, appunto, al salto” .

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Da lui ho imparato un sacco di cose. Ad esempio che nelle acque meno profonde, per la cattura del pesce più pregiato, cioè persici , lucci e anguille, si usa il bertovello, “al bartravel”, una specie di “nassa di lago”,  cilindrica e con delle aperture a cono, cosicché il pesce- una volta entrato – non può più uscire, restandovi imprigionato. Sono state vietate, invece, le reti a strascico e le “bedine” con le quali, un tempo,  era stata fatta strage di pesci. Le prime, trascinandosi sul fondale del lago, lo “aravano”, provocando danni seri all’ambiente mentre le seconde- calate a cerchio in pieno lago – “insaccavano” il pesce senza tanti complimenti e senza discriminazioni, mettendo a rischio la fauna ittica. “ Ma sai com’è..Una volta non c’era una gran coscienza e la fame era la fame. Per far guadagno non si andava tanto per il sottile anche se i veri pescatori stavano comunque attenti perché dal lago e dai pesci dipendeva la vita delle loro famiglie”. Quella dei pesci era ed è una vera “comunità” che vive nel lago Maggiore da Sesto Calende fin su in Svizzera. Ci sono dei  salmonidi diffusissimi  come i coregoni o più rari come le trote fario e marmorata che, finite nel lago dai fiumi, si sono ambientate fino a “cambiar pelle”, assumendo una livrea argentata con pochi e piccoli segni scuri a forma di ics. Si narra ancora di quella trota catturata ad Ascona che, lunga più di un metro e mezzo, pesava ben 22 chili, a dimostrazione che ne giravano di belle dentro il lago. Sui coregoni, ad esser sinceri, va fatta qualche precisazione. Alla  loro famiglia , presente nei nostri laghi prealpini, appartengono due specie : il  “lavarello” e la “bondella”. Non si tratta dello stesso pesce, nonostante la bondella sia più minuta, ma spesso solo gli ittiologi – ed i pescatori di mestiere –  sono in grado di distinguerli fra loro. Entrambi non sono propriamente nati qui. Il Lavarello è stato introdotto alla fine dell’800 dai laghi elvetici mentre la Bondella proviene dal lago di Neuchatel ed è stata “introdotta” nel Maggiore nel 1949 ed in quello di Como agli inizi degli anni’ 60. Andando avanti nell’elencazione troviamo, tra i frequentatori più diffusi delle acque del lago, il prelibato Persico e l’Agone. Il Luccioperca, una specie di via di mezzo tra il persico ed il luccio, forte predatore che vive nei  litorali dove  la corrente è modesta e la vegetazione è scarsa, è arrivato nel Maggiore provenendo dal lago di Lugano. Originario dell’est europeo, ai primi del secolo scorso era stato immesso nelle acque del Ceresio e da lì, attraverso il fiume Tresa ,suo principale emissario, che sfocia nei pressi di Luino, ha raggiunto a nuoto il lago Maggiore. E, vista la proliferazione, si dev’essere sentito a suo agio, a casa propria. Viceversa, di anguille ne sono rimaste poche. E quelle poche non hanno tanta voglia di finire in umido o in carpione. Questo pesce ha un ciclo vitale straordinario e misterioso.  Ad un certo punto della sua vita  abbandona le acque dolci  dei fiumi e dei laghi europei per dirigersi verso il mare e, raggiunta la grande tinozza di acqua salata, continuano il loro viaggio fino ad arrivare in una certa zona dell’oceano Atlantico – il mar dei Sargassi –  per deporvi le uova in primavera. E poi ? Poi tornano indietro, affrontando un viaggio a ritroso che dura anche più di tre anni per coprire le migliaia e migliaia di chilometri che separano il Mar dei Sargassi dalle coste europee, dal Mediterraneo, dai fiumi e dai laghi. Da noi, con le dighe sul Po e sul Ticino a far da barriera, il loro ritorno diventa una sorta di “corsa ad ostacoli”.

 

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Chissà perché, dopo tutte queste peripezie,tornata in acqua dolce,  l’anguilla diventa un pesce con abitudini notturne, che durante il giorno vive nascosto in tane oppure immerso nel fondo; forse per riposarsi del viaggio? Se così fosse, bisognerebbe lasciarle un po’ in pace. E i pescatori, quando pescano, stanno zitti e non parlano mai anche per non disturbare il sonno delle anguille. E gli altri pesci? Cavedani, scardole, tinche,alborelle, “trollini”, pighi, savette, persici sole ( i tremendi e famelici “gobbini”) ce ne sono in quantità ed ognuno ha la sua parte della grande famiglia ittica. Infine, sua maestà il luccio che, con la sua bocca a “becco d’anatra”, dominata da robusti e acuminati denti, è il re dei predatori d’acqua dolce. Caccia restando immobile fra le piante acquatiche fino a mimetizzarsi, in attesa che la preda si avvicini. E’ il terrore  dei pesci più piccoli ma, quando ha fame, non disdegna rane, piccoli mammiferi e giovani uccelli acquatici. Un signore di Helsinki, conosciuto un’estate a Feriolo dov’era ospite di un campeggio, mi disse che nel suo paese – e non solo lì – nel corso dei secoli, il luccio è diventato un simbolo araldico,indicante i diritti di pesca ed  usato negli stemmi di famiglie nobili o di  città. Io però ricordo quello che prese Gilberto Camòla, pescando  con il cucchiaino sulla spiaggetta della Villa Fedora, a Baveno. Aveva fatto un lancio lungo e stava recuperando piano piano  quando uno strappo violento quasi gli portò via la canna a mulinello dalle mani. Ci mise poco a capire che aveva abboccato qualcosa di grosso e dopo una battaglia lunga quasi mezz’ora, riuscì – in un bagno di sudore – a portare sulla battigia un luccio enorme. Al peso risultò di quasi undici chili. Una bestia con una bocca che incuteva timore. Provate voi  a pensare com’erano quelli di taglia e di peso quasi doppio, che erano stati pescati sulle due sponde del Verbano. “Se vuoi essere un buon pescatore devi conoscere bene i pesci. Oggi c’è gente a cui capita di pescare così, una volta tanto e di allamare una butrisa, spaventandosi quasi avesse catturato un mostro. E’ vero che la bottatrice ha un aspetto sgradevole, paragonabile a quello di un gigantesco girino e ricorda un po’ il pesce gatto, con quella  grossa testa piatta, gli occhi piccoli e quel corpo cilindrico che si va assottigliando verso la coda ma, vivaddio ,è pur sempre una creatura del nostro lago”.Daniele non si mette mai il cuore in pace e s’arrabbia quando chi vive sulla terraferma non porta rispetto a chi vive sott’acqua. Ricordo quando gli feci conoscere un altro mio amico, un professore che lavora all’istituto Idrobiologico di Pallanza e quest’ultimo gli raccontò che un tempo il lago Maggiore arrivava fino a Bellinzona e che bisognava preservarlo dall’inquinamento. Non ebbe esitazioni: lo abbracciò commosso. Aveva trovato un nuovo amico. Anzi, un altro amico di quel lago che era casa sua. E quella sì che  era una cosa importante, da festeggiare con un mezzo litro di rosso all’osteria dei Gabbiani.

Marco Travaglini

Alla Fondazione Amendola il Convegno di Neuroestetica “Beauty and Change”

Il gruppo di ricerca Brain Plasticity and Behavior Changes (BIP) del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino e la Fondazione Giorgio Amendola, danno il via alla quarta edizione del Convegno Internazionale di Neuroestetica “Beauty and Change”, in programma a Torino da mercoledì 15 a sabato 18 ottobre 2025. Nato nel 2022 come appuntamento dedicato al dialogo tra filosofia, psicologia, neuroscienze e arti, il convegno è oggi un punto di riferimento internazionale per la riflessione scientifica e interdisciplinare sull’esperienza estetica. L’edizione 2025 si intitola “Aesthetic Experience and the Drive for Knowledge” e approfondirà le prospettive interdisciplinari in tema di bellezza e cambiamento, esplorando il legame tra esperienza estetica e impulso umano alla conoscenza. L’essere umano, per sua natura, tende a indagare, comprendere e interpretare il mondo: è da questa spinta epistemica che nascono curiosità, meraviglia e sorpresa. Le più recenti ricerche in campo filosofico, psicologico e neuroscientifico dimostrano come l’esperienza estetica sia strettamente connessa a questa tensione conoscitiva, offrendo un terreno privilegiato che leghi emozione e apprendimento.
Parteciperanno gli ospiti internazionali Jérôme Dokc (Institut Jean Nicod), Arto Haapala (University of Helsinki), Jan R. Ladwehr (Goethe University Frankfurt), Diana Omigie (Goldsmiths, University of London), Francesco Poli (University of Cambridge), Elisabeth Schellekens (Uppsala University), Eva Specker (Leibniz-Institut für Wissensmedien, Tübingen), Martin Skov (Copenhagen Business School; Copenhagen University Hospital, Hvidovre) ed Edward Vessel (City College of New York).
Il convegno sarà preceduto dal workshop tematico “The repeated experience of beauty” dedicato al paradosso tra novità e familiarità nella fruizione estetica, in programma mercoledì 15 ottobre. I lavori si svolgono presso la Fondazione Giorgio Amendola, in via Tollegno 52, a Torino, e prevedono sessioni scientifiche, tavole rotonde e momenti di confronto aperti al pubblico. La partecipazione è gratuita per gli studenti e sono previsti premi per i migliori contributi da parte di giovani ricercatori.
Fondazione Giorgio Amendola ETS – via Tollegno 52, Torino
Info: 011 2482970 – www.fondazioneamendola.it
Mara Martellotta

Treno del Foliage, tra Lago Maggiore e Val d’Ossola

Il Treno del Foliage® riparte dall’11 ottobre: un viaggio lento e panoramico nella magia dei colori autunnali.
Tra Italia e Svizzera, tra Val d’Ossola e Lago Maggiore, torna l’esperienza regina dell’autunno, nata nel 2016 e scelta da decine di migliaia di passeggeri.

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu:

https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/treno-del-foliage-tra-il-lago-maggiore-e-la-val-dossola

Phubbing, stare al cellulare può essere antisocial

Di recente creazione, il termine inglese phubbing è la fusione tra phone (cellulare) e snubbing (snobbare).

Nella sostanza, invece, questo neologismo corrisponde alla poco gradevole attività, e in alcuni casi anche nociva, che molti compiono stando ininterrottamente al cellulare, ignorando gli altri in loro compagnia e sminuendo di fatto il valore delle relazioni concrete e tangibili.

Non si tratta di guardare ogni tanto il telefono o di rispondere alle chiamate di lavoro, ma di una attenzione permanente nei confronti dello strumento più usato del secolo che promette una vita social in costante aggiornamento, ma che spesso ci fa trascurare le persone vicine che con noi condividono spazi e tempo; con questa condotta si attua una vera e propria mancanza di considerazione nei confronti di coloro che ci vorrebbero vivere, ascoltare e parlare ed è molto probabile che si perda il contatto col mondo reale.

Al bar con un amico, a casa con i figli o anche durante un incontro di lavoro a chi non è capitato di stare con persone che dovrebbero rivolgerci l’attenzione ma che invece fissano ipnotizzati il cellulare, consultano i vari profili social, controllano ossessivamente le email o fanno shopping online? E’ molto frustrante essere in competizione con un mini aggeggio che ha il potere di annullare una conversazione, lo scambio tra individui e persino una sana discussione, ma purtroppo questa abitudine disfunzionale è sempre più frequente. Io per conto mio se capisco che la situazione sta prendendo una piega non tollerabile comincio con l’emettere piccoli sospiri, proseguo con manifestare facce seccate e, infine, con una scusa mi congedo sperando che il messaggio “ci sono anche io” arrivi diretto.

Questo non saper fare a meno di attenzionare il cellulare di continuo è a tutti gli effetti una dipendenza causata dall’ansia di essere tagliati fuori dalle notizie, dagli aggiornamenti e in generale dal circuito di internet e dei social network; si tratta di una vera e propria paura, la Fomo, in inglese “fear of missing out”. Ci sono anche altre cause per cui si ignora il mondo circostante dedicandosi quasi esclusivamente allo smartphone, per esempio la noia e, in alcuni casi più gravi, alcuni tratti della personalità che rimandano al neuroticismo che provoca instabilità emotiva e disadattamento.

“La buona notizia è che l’intelligenza sociale si può imparare, attraverso l’esperienza, l’ascolto attivo o una riflessione sugli errori compiuti o osservati negli altri”. E’ importante, facendo un passo per volta, riabilitare quella fondamentale capacità che ci rimette in sintonia con gli altri, quella attitudine sociale che ci fa connettere realmente con gli altri ponendoci in modalità di ascolto e di empatia. Un telefono per quanto smart sia non può sostituire le persone, la rete con tutti i suoi ammalianti contenuti è un luogo fittizio e limitante. Senza voler togliere i meriti a sistemi che hanno rivoluzionato la nostra vita in maniera decisamente positiva facilitando molte delle nostre attività, nulla può prendere il posto delle conversazioni in presenza, niente può sostituire lo stare insieme condividendo sensazioni, emozioni ma anche

gli scenari e l’ ambiente circostante. Qualsiasi macchina per quanto potente non può sostituire l’essere umano.

MARIA LA BARBERA

 

Fonte: Focus

Camminata alla ricerca della Pera Cunca

Domenica 19 ottobre prossimo, “Cammini DiVini” di Augusto Cavallo ripropone un’escursione intorno all’abitato di Borgomasino, nel Torinese , tra i sentieri storici, alla ricerca della “Pera Cunca”, uno dei massi-altare più noti del Canavese.
Con tale nome si designano pietre e cavità più o meno profonde collegate tra loro da canaletti che potrebbero, in qualche modo, essere state utilizzate per riti sacrificali in epoche antiche. Si trova immersa nei boschi di querce e castagni, sulle pendici più meridionali dell’anfiteatro morenico di Ivrea, tra le ultime colline che testimoniano la massima estensione a Sud della lingua glaciale. Il ritrovo sarà a partire dalle ore 9 per le iscrizioni, con partenza alle 9.30. La lunghezza sarà di circa 9 km, con un dislivello di 250 metri. La durata sarà di circa 3 ore e mezzo. Il ritrovo avverrà presso l’ampio parcheggio adiacente al campo sportivo per le iscrizioni, per poi spostarsi verso la caffetteria del Borgo per un caffè prima della partenza. La camminata inizierà costeggiando il Municipio e in direzione di via Umberto I, per salire in seguito verso i boschi circostanti, seguendo antiche strade lastricate, costeggiando qua e là vigneti di Erbaluce. Si procederà, quindi, attraversando boschi di querce, castagni, acacie, fino a giungere in località Lusenta, cuore della collina di Borgomasino, dive si incontrerà, attorniata dai castagni, su una piccola collinetta naturale, la “Pera Cunca”, masso erratico depositato in questi luoghi dal ghiacciaio qualche migliaio di anni fa (ci troviamo all’estremità meridionale della Serra Morenica del Canavese). La roccia, di chiara origine metamorfica, è striata di profonde venature: al centro, una grande cavità di forma ovale raccoglie umidità e acqua piovana, ed è circondata da decine di coppelle più piccole, che paiono raggrupparsi in tre aree ben distinte. Le coppelle si trovano ad altezze diverse e hanno l’interessante peculiarità di essere collegate tra di loro da canaletti scavati nella roccia, che confluiscono poi nella cavità centrale. Si riprenderà il cammino per far ritorno al punto di partenza in centro al paese, mentre, dopo aver concluso l’escursione, sarà possibile pranzare spostandosi in auto a Moncrivello, presso la sede del Circolo Club 66, in via Roma 6.

Costo dell’iscrizione alla camminata è di 9 euro – costo del pranzo 20 euro.

Si consiglia abbigliamento sportivo adeguato alla stagione, scarpe da trekking e scorta d’acqua.

Prenotazione da effettuare entro sabato 18 ottobre prossimo ai seguenti riferimenti: Augusto-3394188277 – augusto.cavallo66@gmail.com

Mara Martellotta

Il Giappone approda al Polo Artistico e Culturale delle Rosine

Il Giappone approda a Torino con “Japan Mania”, l’appuntamento che trasforma il Polo Culturale delle Rosine in un crocevia di arte, musica, tradizione e cultura pop nipponica. Sabato 18 ottobre, dalle 15 alle 18, gli spazi del Polo si animeranno con mostre, laboratori, talk, performance e attività dedicate a tutte le età. Si tratterà di un viaggio nel mondo del Sol Levante, tra manga, videogiochi, musica e artigianato Kawaii. Un pomeriggio all’insegna della creatività e del divertimento, arricchito dalla presenza di numerosi cosplayer, guidati da Matteo Lovecchio, che daranno vita ai personaggi più amati di anime e manga. Lorenzo Balocco presenterà “Sortisia”, un manga tutto italiano; Wada Shinobu, illustratrice e docente, svelerà dal vivo le tecniche di disegno manga; Barbara Sirtoli, illustratrice e docente, mostrerà l’iconografia giapponese attraverso disegni a china e ad acquerello; Sara ‘Marilù Lab’ mostrerà come si creano gli “amigurumi”, una tecnica giapponese che consiste nell’uncinetto a maglia per la realizzazione di piccoli pupazzi e oggetti tridimensionali. Una tecnica legata alla cultura del Kawaii; Sandro Solido racconterà il suo libro “Il favoloso mondo di Simon”, in un viaggio tra letteratura e cultura pop; Elena Romanello, esperta dell’opera di Riyoko Ileda, ci condurrà nella Corte di Versailles con Lady Oscar, tra segreti e aneddoti; Fabio Valerio, docente di Storia del Manga e caporedattore di Mondo Japan, ripercorrerà la storia della cultura pop giapponese dal periodo Tokugawa ai nostri giorni, spiegando come abbia influenzato l’Italia.
Il Museo Piemontese dell’Informatica propone una sala giochi vintage con console storiche come Commodore 64, Atari, Amiga e Spectrum; Videogames Generation conduce nel futuro con PS 5, Xbox 1 e i titoli più amati del momento. Si terrà anche un’esposizione di opere ispirate al Giappone di fine Ottocento dell’artista Cecilia Prete.

Gli appuntamenti speciali saranno alle ore 16 e alle 18. Alle 16 con l’esibizione di arti marziali a cura del maestro Matteo Brianti e degli atleti del Dojo Karate&Kobudo di Moncalieri; alle ore 18 si terrà un concerto live dal titolo “Le sigle che hai amato”. Verranno cantate le sigle dei cartoni animati e anime più amati, interpretate dalla cantante Lisa Spizzo.

Japan Mania è un’esperienza unica tra Torino e Giappone, tra passato e futuro. Il ricavato dell’evento, a offerta libera, andrà a sostenere il percorso di musicoterapia per bimbi audiolesi, una delle tre opere sociali gratuite del Polo delle Rosine, realizzate grazie ai proventi dei corsi, agli affitti degli spazi e alla generosità di chi vi partecipa.

Info: eventi@lerosine.it

Polo Artistico e Culturale delle Rosine – via Plana 8/c, Torino

Mara Martellotta

La pasticceria Fabrizio Galla propone una nuova colazione salata 

La pasticceria “Fabrizio Galla”, punto di riferimento dolce del territorio piemontese, apre le porte a una nuova proposta di colazione salata. Disponibile negli orari di apertura ogni sabato e domenica nella sua sede di San Sebastiano Po, l’offerta è pensata per chi ama iniziare o proseguire la giornata con equilibrio e gusto, senza rinunciare alla qualità artigianale che da sempre contraddistingue la firma del maestro Galla.

“In tanti ci chiedevano qualcosa di salato già dalle prime ore del mattino – spiega il maestro Fabrizio Galla – volevamo rispondere con la nostra impronta, senza snaturare il linguaggio della nostra pasticceria. Abbiamo lavorato per mesi sulle basi, perché volevamo che ogni boccone raccontasse la stessa cura che mettiamo nei dolci. È un’idea per ampliare l’esperienza mattutina in pasticceria, offrendo alternative sfiziose e leggere che combinassero l’eleganza della sfoglia e delle focaccia artigianali con ingredienti freschi e selezionati. Tra le novità figurano i croissant con salmone, avocado e songino, grande classico della colazione francese che diventa un piatto gourmet burroso e fragrante; segue la focaccia croccante con semi di girasole e mais con salame di Varzì e olive taggiasche, un incontro tra rusticità e morbidezza, arricchito dal profumo del salame di Varzì e dalla sapidità elegante delle olive taggiasche, con aggiunta di fichi. La carta offre anche il toast aperto, una focaccina croccante con semi di girasole e mais, fontina filante, prosciutto cotto e grani di senape, dal gusto deciso. Da provare anche il panino sfogliato con prosciutto crudo, burrata e pomodorini confit, dove la sfoglia fragrante abbraccia la cremosità della burrata e la dolcezza dei pomodorini confit, con la nota sapida del prosciutto crudo e la dolcezza della mela cotta al forno.

“Abbiamo ragionato sulle farciture come su piccole ricette. Ogni elemento è equilibrato per dare armonia e freschezza – racconta Federica Russo, capo laboratorio della pasticceria – non volevamo solo riempire un cornetto, ma creare un modo di vivere la colazione qui da noi”.
Con questa novità la pasticceria di San Sebastiano Po conferma la sua vocazione alla ricerca e alla sperimentazione, rinnovando la tradizione con un tocco contemporaneo. La colazione salata è disponibile ogni sabato e domenica a partire dalle prime ore del mattino, per chi ama cominciare la giornata o concedersi una merenda pomeridiana all’insegna del gusto e della qualità.

Pasticceria Fabrizio Galla – via Chivasso 79, San Sebastiano Po, (TO)

Aperta da martedì a domenica dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 18.30.

info@fabriziogalla.it

Mara Martellotta

Medaglioni di carne cruda con funghi porcini

Antipasto della tradizione gastronomica piemontese, la carne cruda di fassone con funghi porcini si realizza molto velocemente e senza difficoltà

Una carne di ottima qualità, delicatissima, morbida, particolarmente gustosa, arricchita da carnosi e sanissimi funghi freschi affettati, lievemente aromatizzati da un filo di olio extravergine e poco prezzemolo. Una goduria per il palato.

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Ingredienti

300gr.di carne cruda di fassone piemontese

2 piccoli funghi porcini sanissimi

Olio evo

Il succo di mezzo limone

Sale, pepe, prezzemolo

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Pulire i funghi e tagliarli sottilmente a lamelle. Tagliare la carne a coltello o farla tritare dal macellaio, condirla con sale, pepe e olio evo. Con un coppapasta formare i medaglioni di carne. Condire i funghi con poco sale e un filo di olio evo. Coprire i medaglioni con i funghi, irrorare con poco succo di limone e prezzemolo tritato finemente. Conservare in frigo e servire a temperatura ambiente.

Paperita Patty

Giovanni Melampo, il fabbro Giuanin

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Giovanni Melampo, noto a tutti come “Giùanin”, l’ho conosciuto negli anni in cui veniva in banca a chiedere prestiti per la sua attività di fabbro. Camminava sempre a zig e zag, con passo incerto e le mani in tasca dove teneva sempre due mele, una per parte:” Vùna par tegna via luntan al dùtur e l’altra parché a lè mej veglà drèe“, mi diceva. Che, tradotto, era la sintesi del proverbiale “una mela al giorno leva il medico di torno” con l’aggiunta di un po’ di previdenza al fine di non farsi trovare sprovvisto di cibo quando i morsi della fame reclamavano udienza. Giùanin era, per certi versi, un artista. Possedeva una straordinaria abilità nel lavorare i metalli e una bacchetta di ferro, nelle sue mani, poteva diventare davvero un oggetto prezioso.

 

Non aveva, però, il senso della misura. Ricordo che, una volta, Ruggero Locati gli commissionò una gabbietta per tenerci un merlo: “Giùanin, mà ràcumandi. Una gabbia che non sia troppo piccola perché il merlo deve potersi muovere ma neanche troppo grande, perché la devo tenere in casa. Ci conto, eh?”. E lui disse di sì. Erano all’osteria della Trappola, seduti uno di fronte all’altro. Ma, come poi s’accorse anche il Locati, Giùanin quand’era “preso” non connetteva più di tanto. Quante volte era capitato anche a me di vederlo. Arrivava al Circolo, si metteva seduto al tavolo vicino alla finestra e comandava il primo mezzino. E poi un’altro , e un’altro ancora. Se gli si diceva qualcosa rispondeva a malo modo: “ L’acqua fa marcire i pali. Lo dicono tutti i  grandi bevitori di vino , e lo dico anch’io. Anzi, caro al mé ragiùnier, lo sai come dicono gli svizzeri? L’acqua fa male ed il vino fa cantare. E, allora, se vuoi farmi compagnia, prendi anche te un bicchiere e beviamo alla nostra salute. E poi , cantiamo”. E attaccava con il repertorio di canti degli alpini. Stonato com’era, era uno strazio doverlo ascoltare. Ma ,ormai, ci avevamo fatto l’abitudine. Tornando alla gabbia del merlo, passarono diverse settimane senza notizie. Locati si stava preoccupando quando, una mattina che era uscito un po’ prima per andare dal medico, incrociò il  fabbro. “Uelà, Giùanin. Incœu pensavì propri a tì. E ma disevi, tra mì e mì: al sarà minga mòrt ? Ed invece, vardatt’chi , ancamò viv. E la me gabbia dal merlo? Ti gh’he semper avùu la bravura de fa ma, madonnina cara, al temp te scarligà via“. Locati, milanese della Bovisa trapiantatosi sul lago Maggiore, non aveva perso l’abitudine del dialetto meneghino. Giùanin gli disse che aveva avuto dei problemi e  che andava di fretta ma anche che non s’era dimenticato e, all’indomani, il Locati avrebbe avuto la sua gabbia. A suo modo era una persona di parola. E così, il mattino dopo di buon ora, Ruggero Locati sentì il rumore di un motocarro fuori casa e un paio di colpi di clacson. Uscì e Giùanin gli chiese di aiutarlo a scaricare la “gabbietta”. Bastava guardare in faccia Locati per cogliere la sua somiglianza con la “rana dalla bocca larga”. Era rimasto lì, a bocca aperta, basito. La”gabbietta” aveva un diametro di circa due metri  ed era alta più di tre. Una voliera, ecco cos’era. Una voliera in piena regola e per più in ferro battuto. “Mah,mah,mah…” inziò a balbettare il Locati, incredulo. “Non c’è ma che tenga. Volevi una gabbia per il merlo,no? Eccola, qui. Larga e spaziosa. E siccome ti ho fatto aspettare un po’ di più, sai che faccio? Te la regalo”. Detto e fatto. Scaricata la gabbia, il Giùanin mise in moto e se ne andò, lasciando il milanese senza parole, ancor più a bocca aperta. Ecco, Giovanni Melampo era così, come dire?.. imprevedibile. Generosissimo e altruista , non sopportava però che  gli si dessero consigli sul lavoro. “ A l’è com’insegnàgh  a rubà ai làdar“. Cioè, era come insegnare a rubare ai ladri. Frase che rivolgeva a chi  aveva il vizio di dare spiegazioni inutili a chi era più esperto e competente. Oppure, bofonchiando tra i denti, sibilava un “ Pastizzee, fà ‘l tò mesté!“, sottolineando come fosse bene che ognuno lavorasse secondo la propria competenza. Poteva permetterselo, essendo un fabbro che “faceva i baffi alle mosche”. Dove abitava, sulla strada tra Loita  e Campino, praticamente sul confine tra Baveno e Stresa, aveva anche la sua bottega. L’incudine in ghisa era imponente. “Più è grossa, meglio è“, mi diceva il Giùanin. E quella, tra le due estremità, aveva una lunghezza di quasi due braccia. Di martelli ce n’era tutta una serie. “Per ogni lavorazione esiste il martello ideale. Vede, ragioniere, il peso è proporzionato a quello del pezzo da lavorare. E tutto dipende dall’efficacia che si vuol dare al colpo. Quello lì, ad esempio, è un martello da due chili. Quell’altro là ne pesa quasi tre mentre quello che sta lì, vicino a lei, pesa solo quattro etti“.

 

Quando parlava del suo mestiere usava un italiano corretto, da “professore”. “ Oggi, sa,  il ferro battuto viene richiesto soprattutto per arredare le case, dentro e fuori. Lampadari, tavolini, cancelli, intelaiature delle finestre. Ho anche molte richieste di cerniere per mobili“. In un angolo, sotto una larga cappa, c’era la forgia con il suo mantice per soffiare l’aria sul fuoco (“così si accelera la combustione e le temperature si mantengono più elevate“). Lo vedevo bene, Giùanin, aggirarsi sicuro tra i suoi attrezzi. Sembrava un direttore d’orchestra che disponeva gli strumenti nel modo migliore per eseguire la sinfonia. Lui, al posto di oboe, violini, violincelli, arpe e percussioni aveva pinze, taglioli, stampi, punzoni, dime, lime, seghe, mole, morse, trance, trapani. Anche in cucina era un mago. Talvolta mi capitava che, giunti ormai alla mezza,alzandomi per andare a casa a buttare un po’ di pasta da condire con pomodoro e parmigiano, com’era mia abitudine, mi teneva per il braccio, dicendomi: “Sù, ragiùnier, venga con me. Stiamo un po’ in compagnia. Le faccio assaggiare un po’ di pesce che m’hanno dato giù dal Luigino“. Tra le sue passioni c’era la pesca. Che condivideva, quando possibile, con Luigino Dovrandi, pescatore professionista ormai pensionato. Luigino, per non “perdere il vizio”, buttava le reti almeno tre volte la settimana e divideva il pescato con lui. A patto che cucinasse per tutti. A me capitava così di fare da “terzo” a questi banchetti. Tra i fornelli, Giùanin si destreggiava con abilità.La sua specialità era  il fritto misto di lago: alborelle in quantità e agoni, da friggere infarinati nella padella di ferro;  bottatrice, filetti di persico e lavarello, da cuocere a loro volta, impanati con l’uovo,  in burro e salvia , aggiungendo un goccio d’olio. Una bontà da leccarsi i baffi. E non finiva lì. Talvolta portava in tavola anche il  pesce in carpione, fritto e poi marinato in aceto, cipolla, alloro. Più raramente me lo proponeva in salsa verde. Si trattava, in quei frangenti, di lavarelli, agoni o salmerini grigliati e marinati in una salsa di prezzemolo, mollica di pane, aceto, capperi, acciughe, aglio, rosso d’uovo, olio d’oliva. D’inverno ci serviva i “missultitt” con la polenta. Questi agoni essiccati li trovava Luigino nella parte alta del lago, tra Ghiffa e Oggebbio. Lì, a dispetto del tempo e delle tradizioni che lasciavano il passo, alcuni vecchi pescatori suoi amici trasformavano gli agoni pescati in tarda primavera in missoltini, essicandoli al sole e conservandoli,  strato su strato – con foglie d’alloro – pressati nella “dissolta”, un recipiente chiuso da un coperchio di legno sul quale gravavano dei pesi, così che i missoltini restassero “sotto pressione” per alcuni mesi. Una volta “liberati”, Giùanin li passava per pochi istanti sulla griglia rovente, irrorandoli d’olio e aceto, per poi servirli sui nostri piatti con delle larghe fette di polenta abbrustolita e tre bicchieri di vino rosso. Un’allegria per il palato e una gioia per la compagnia.

 

Marco Travaglini

Affrontare il cambiamento

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In ogni situazione in cui improvvisamente le condizioni esterne, i contesti e la situazione mutano in maniera significativa, in genere creandoci qualche difficoltà e disagio, ci troviamo di fronte alla necessità di affrontare il cambiamento, di adeguarci e di modificare i nostri comportamenti in relazione a quanto la nuova realtà ci richiede.

Talvolta questi mutamenti, che in ogni caso incidono in modo significativo sulla nostra vita, avvengono più lentamente e impercettibilmente, fino a quando ne prediamo improvvisamente coscienza, realizzando in un solo momento che le cose sono cambiate e che dobbiamo adeguarci, sia nel comportamenti esteriori che dentro di noi.

Le cause del cambiamento delle condizioni esterne possono riguardare l’intera società o parte di essa, ad esempio come nel caso delle conseguenze della epidemia Covid, oppure soltanto la nostra sfera personale.

Può trattarsi di una perdita (di una persona cara o la cui presenza è per noi fondamentale, di un amore o di una amicizia importante, del lavoro, di proprietà, ecc.) o di qualcosa che ci costringa a una improvvisa e importante variazione delle nostre abitudini.

Di norma a una prima fase di resistenza, nella quale tendiamo a mantenere la precedente situazione (o a illuderci, talvolta in modo irreale e illusorio, che non sia cambiata), fa seguito un tortuoso periodo di presa di coscienza della inevitabilità di adeguarci al cambiamento, e poi di modificazione, più o meno lenta, delle nostre abitudini e dei nostri comportamenti.

In ogni caso, se sappiamo reagire in modo adeguato, il cambiamento si rivela quasi sempre una condizione di crescita personale, e saper far fronte al cambiamento è una competenza importante per vivere sereni e per conseguire i nostri obiettivi. Qualunque sia l’ambito nel quale il cambiamento avviene, e la modalità con la quale esso si presenta.

(Fine della prima parte dell’argomento).

Potete trovare questi e altri argomenti dello stesso autore legati al benessere personale sulla Pagina Facebook Consapevolezza e Valore.

Roberto Tentoni
Coach AICP e Counsellor formatore e supervisore CNCP.
www.tentoni.it
Autore della rubrica settimanale de Il Torinese “STARE BENE CON NOI STESSI”.