ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 638

Apre la nuova sede Inail

A volte ritornano. E’ proprio il caso di dirlo per l’Inail che a Torino torna nuovamente in centro dopo quasi tre decadi. La sede della direzione regionale dell’Istituto torna nuovamente in corso Galileo Ferraris, che era rimasta sinora in corso Orbassano, ospitando anche le strutture di Torino Centro e Torino Sud nonché il Centro Diagnostico Polispecialistico Regionale (CDPR). A breve è prevista inoltre l’apertura del nuovo punto di assistenza del Centro Protesi Inail, uno dei primi in Italia, unitamente a quelli di Milano, Roma, Bari, Napoli e Venezia. Lo stabile diventa così centro direzionale dell’Inail in Piemonte, principale fulcro operativo della città di Torino, nonché struttura di eccellenza dal punto di vista sanitario, grazie anche ai vantaggi derivanti dalla nuova posizione. Una collocazione strategica che rende prossima la Direzione regionale Inail alle altre Istituzioni presenti sul territorio e porta le sedi di Torino direttamente nel cuore della città. L’inaugurazione del nuovo stabile si terrà venerdì 21 aprile 2017 con un incontro che dalle ore 10.30 coinvolgerà le massime autorità e i vertici dell’Istituto. Il programma, che vede come moderatore Vita Rocca Romaniello, prevede l’intervento di apertura del direttore regionale del Piemonte, Alessandra Lanza, del presidente del consiglio reginale Mauro Laus, dell’assessore regionale al lavoro Gianna Pentenero, di Carlo Gasperini, direttore centrale del Patrimonio Inail, dell’esperto di storia piemontese, Flavio Quaranta. Seguiranno il senatore Antonio Bianco componente della commissione igiene e sanità di Palazzo Madama e del sottosegretario del Ministero del Lavoro, Luigi Bobba. Le conclusioni saranno tenute dal direttore generale dell’Inail, Giuseppe Lucibello.

Massimo Iaretti

 

 

Armenia, la terra delle pietre urlanti

 Nella foto da sx: Spicuglia, Leo, Laus, Scavo, Zocchi

“Nonostante il genocidio del popolo armeno per mano dei turchi sia avvenuto a più riprese, prima, durante e dopo la Prima guerra mondiale, il 24 aprile è la data in cui si è soliti commemorarlo. Eppure, nonostante il massacro abbia spazzato via un milione e mezzo degli armeni che vivevano all’epoca in territorio ottomano, ovvero i due terzi di quella popolazione, ancora oggi in Turchia vi sono leggi restrittive della libertà di espressione che di fatto mettono il bavaglio a chiunque voglia parlare di genocidio”. Con queste parole il presidente del Consiglio regionale e del Comitato piemontese per i Diritti umani Mauro Laus ha aperto, giovedì 20 aprile a Palazzo Lascaris, i lavori del convegno “La voce delle pietre urlanti”, promosso dal Comitato in collaborazione con Associazione solidale (Asso) in occasione del 102° anniversario del genocidio armeno.

Il titolo, ispirato alla definizione dell’Armenia coniata dal poeta simbolista russo Osip Mandel’štam per rendere l’idea del destino di un popolo pesantemente segnato dal dolore, dalla separazione e dalla negazione ha rappresentato un’occasione per riflettere sul passato e sul presente. La definizione di Mandel’štam – infatti – è ancora oggi tremendamente attuale se si considera che quegli stessi orrori e quelle stesse “marce della morte” continuano a ripetersi, un secolo dopo, nel deserto siriano.

“I fatti di questi giorni, che vedono il reporter italiano Gabriele Del Grande tenuto agli arresti in Turchia senza ragione, dimostrano quanto ci sia ancora tanto da fare e quanto sia necessario non abbassare la guardia sul fronte della tutela e della difesa dei diritti umani”, ha dichiarato il vicepresidente del Comitato Giampiero Leo.

Con la presidente di Associazione solidale Silvana Zocchi  che ha letto i telegrammi a sostegno dell’iniziativa pervenuti dall’ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia Victoria Bagdassarian e dal consigliere comunale Silvio Magliano, primo firmatario della mozione per l’assegnazione della cittadinanza onoraria di Torino alla scrittrice di origine armena Antonia Arslan – sono intervenuti i giornalisti del Tg Rai Piemonte Matteo Spicuglia e del quotidiano Avvenire Nello Scavo.

Spicuglia ha ricostruito il contesto del genocidio armeno, in cui – nel giro di pochi mesi – venne fatto sparire oltre un milione di persone, a cominciare dagli intellettuali, e le responsabilità della Turchia, che non nega che ci siano stati i morti ma, ancor oggi, non riconosce che esse siano state pianificate.

Scavo ha sostenuto che la storia dimostra che la religione e la cultura non sono quasi mai il vero motivo scatenante delle persecuzioni ma un innesco funzionale e ha ricordato che la verità è spesso la prima vittima della guerra anche perché è spesso difficile comprendere realtà complesse come quella che si sta vivendo attualmente in Siria con 92 gruppi combattenti islamici indipendenti e 12 governi.

All’evento è intervenuta – tra gli altri – la consigliera regionale Gianna Gancia.

www.cr.piemonte.it

Agire per ricostruire i circuiti economici locali

Raggiunto un accordo tra le Associazioni Italiabio e Arcipelago Scec Piemonte per promuovere l’utilizzo degli Scec nella rete dei negozi Italiabio, ovvero nel circuito dei punti vendita collegati ai produttori biologici.

Gli ŠCEC diventano il simbolo e lo strumento per dare concretezza a un nuovo patto, da stringere fra gli agricoltori e i cittadini, utilizzando la rete dei negozi bio, che accetteranno una percentuale del prezzo in Buoni Locali, gli Scec appunto, con l’obiettivo di promuovere e agevolare localmente lo scambio di beni e servizi.

Gli ŠCEC sono la rappresentazione dell’atto di fiducia tra quanti condividono questo progetto e si usano insieme agli Euro; rappresentano una diminuzione del costo della spesa, aumentando il potere di acquisto delle famiglie che partecipano al circuito. Una rinuncia del singolo ad una percentuale del prezzo di vendita che agevola tutta la comunità, lui per primo. Possiamo allora definire gli ŠCEC come una “contabilità” della reciproca fiducia: metro di misura di una solidarietà fattiva, economicamente circolare e quindi per tutti conveniente. Una scelta di collaborazione che le due associazioni, Italiabio e Arcipelago Scec Piemonte, compiono spinte dalla comune consapevolezza che la “Terra” è il datore di lavoro più importante e occorre ripartire dalla terra, e dall’agricoltura, se si vuole ricostruire un’economia che sia finalmente sostenibile. L’agricoltura biologica, dal canto suo, continua nel suo trend di crescita e ha dimostrato concretamente in questi anni come sia possibile, e anche conveniente, produrre rispettando salute dell’ambiente e quella dei consumatori.

***

Il primo punto vendita che accetterà gli ŠCEC è il negozio Superpolo Bio, collocato a Collegno (TO), in via Fermi n. 6/1 ed è gestito dalla Cooperativa Bio Paradiso. Qui verrà sperimentata la nascita di una “filiera colta”, con l’obiettivo di creare una vera e propria collaborazione tra produttori agricoli e cittadini: mangiare è un atto agricolo – come ci ricorda Wendell Berry, poeta e contadino statunitense – e il processo produttivo si conclude quando mettiamo il nostro cibo nel piatto. Per questo, in collaborazione con la cooperativa Bio Paradiso, nascerà una vera e propria Comunità del Bio, una comunità di intenti e interessi che, se pur differenti tra di loro, cooperano per conseguire una serie di obiettivi comuni che superano i vantaggi individuali e particolari, per rendere le attività economiche e l’ambiente circostante economicamente solidali, improntati alla sostenibilità e al rispetto dei valori etici. Una Comunità capace di avvalorare la vita di tutti coloro che a vario titolo entrano in relazione con essa.

***

La Comunità del Bio, assieme alla cooperativa Bio Paradiso, definirà un vero e proprio patto di acquisto con i produttori, entrando nel merito delle scelte e dei programmi produttivi, puntando alla ricostruzione dei circuiti economici locali, contribuendo all’opera di resistenza di chi ha scelto di produrre con i metodi dell’agricoltura biologica per rendere più sostenibile la produzione del cibo, per tutelare l’ambiente, la biodiversità e la salute di tutti, rendendo possibile il recupero e il reinserimento nei circuiti distributivi delle varietà locali, magari meno produttive ma sicuramente dal sapore e dalla qualità meno massificata. Senza dimenticare la possibilità di ottenere migliori relazioni sociali, maggior senso della convivialità e fiducia reciproca.

.

Per info:

ciao@italiabio.net

Turchia: cosa cambia dopo il referendum

FOCUS / di Filippo Re

Sarà un sultano dimezzato e azzoppato in una Turchia spaccata a metà ma resta pur sempre il vero padrone del Paese della Mezzaluna. Forse si aspettava un autentico plebiscito ma la risicata vittoria al referendum del 16 aprile con il 51% gli consentirà di accentrare tutti i poteri nelle sue mani. “In Occidente non avete mai visto un’elezione così democratica, un testa a testa fino all’ultimo respiro” dichiara felice Erdogan che tace naturalmente sulle accuse di brogli e irregolarità che gravano sul risultato della consultazione mentre gli osservatori internazionali dell’Osce, trattati come persone fastidiose, sono decisi a ricorrere alla Corte europea dei diritti umani.  Dalle urne referendarie esce un Paese diviso in due con metà Turchia che respinge il progetto di Recep Tayyip Erdogan di seppellire il kemalismo e far sparire la figura storica di Ataturk. L’uomo forte di Ankara prende un milione e trecentomila voti in più che gli assicurano la vittoria ma i 2,5 milioni di schede sospette e contestate dall’opposizione che chiede l’annullamento del referendum rovescerebbero l’esito finale. Ciò significa che quasi la metà della Turchia non si fida del sultano e va alle urne senza paura per votare contro la deriva islamica e autoritaria in atto nel Paese già da tempo. Le grandi città resistono ai suoi proclami, alla sua retorica e alle minacce di adottare severi provvedimenti contro i comuni che avrebbero votato contro la riforma costituzionale fortemente voluta da Erdogan. Mentre le campagne e le aree agricole dell’Anatolia profonda, più religiosa e mistica, lo sostengono con nostalgie imperiali di stampo neo-ottomano, il “no” trionfa nelle maggiori città. Ankara, Istanbul e soprattutto Smirne si ribellano e bocciano i suoi piani.

Esultano i giovani di Taksim Gezi Park, simbolo della protesta contro il presidente nella metropoli sul Bosforo, pronti a contrastare il suo strapotere ma ben consapevoli che non sarà facile opporsi a un leader che controlla tutto, dai media all’esercito, dal Parlamento alla magistratura, e che potrà nominare e licenziare i ministri, designare i vertici dei servizi segreti e i rettori delle Università. Fa però meno paura il sultano dopo il 16 aprile perchè sa bene che molti turchi non lo seguono affatto nei suoi progetti di cambiare volto istituzionale alla Turchia moderna e laica. Le nuove regole, che entreranno in vigore nel 2019, gli consentiranno di governare almeno fino al 2029 ma il cammino politico non sarà tanto agevole. Da oggi esistono due Turchie, divise tra loro, dove l’Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, al potere dal 2002, ha perso la maggioranza nella capitale e a Istanbul per la prima volta dopo 15 anni. Erdogan dovrà prenderne atto e trattare con i suoi rivali interni senza troppa arroganza e durezza. Con l’Europa vanno riattivati i canali di buon senso e di corretta diplomazia. La collaborazione con Ankara resta fondamentale per l’Europa e per l’Alleanza Atlantica considerato il ruolo cruciale che la Turchia svolge nella guerra siro-irachena e negli equilibri mediorientali. L’Europa non deve chiudere la porta in faccia ai turchi ma alzare la voce ogni volta che vengono calpestate le libertà fondamentali e i diritti umani. In gioco ci sono importanti accordi economici e commerciali e in particolare l’intesa che blocca l’arrivo di milioni di rifugiati sul nostro Continente. Incassati i complimenti di Trump, Erdogan continua sulla sua strada e annuncia subito nuove misure tra cui il prolungamento di altri 3 mesi dello stato di emergenza in vigore dal luglio scorso e la preparazione di un altro referendum sul ripristino della pena di morte che potrebbe affossare definitivamente l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.

Filippo Re
dal settimanale “La Voce e il Tempo”

“Customer Journey: il cliente ha sempre ragione”

Mercoledì 19 aprile all’Unione Industriale di Torino il quarto incontro della Scuola di Imprenditorialità 2017 del Gruppo Giovani Imprenditori

Si parla spesso di focalizzare l’attenzione sul cliente, ma purtroppo non è sufficiente dichiararlo. Le aziende devono concretamente adottare una serie di nuovi strumenti, tecnologie e strategie per poter reggere la concorrenza e ambire a diventare leader di mercato.

E’ questo il tema che sarà sviluppato nel quarto incontro del ciclo O.G.G.I. – Officina Gruppo Giovani Imprenditori – per l’anno 2017, dal titolo “Customer Journey: il cliente ha sempre ragione”, che si terrà mercoledì 19 aprile alle ore 18 presso il Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino (Via Fanti 17).

A introdurre l’incontro il Presidente dei Giovani Imprenditori Torinesi, Alberto Barberis.

Ospite della serata sarà Aldo Di Stasio, amministratore unico e direttore marketing di Seven-Invicta, marchio nato nel 1906 per realizzare borse e sacchi da marina, poi acquistato da un artigiano torinese per fornire accessori per i primi alpinisti, che infine ha visto il suo periodo d’oro negli anni ‘80, diventando simbolo di una generazione, grazie allo zainetto “Jolly” tanto amato dai “paninari”. Adesso il passo nel settore dell’abbigliamento.

Anche in questa occasione, l’incontro sarà avviato da spunti proposti da OGGINeXt, il tavolo interdisciplinare composto dai 12 migliori studenti provenienti dagli atenei torinesi, coordinato dai giornalisti Marco & Giò.

Il prossimo e ultimo incontro del ciclo è in programma giovedì 18 maggio dal titolo “Pensare in modo etico e responsabile”.

L’inquilino non paga. Come comportarsi?

Concedere in locazione una casa di questi tempi può rilevarsi un problema per i proprietari di beni immobili.

Sarebbe opportuno informarsi, prima di dare in locazione un immobile, su alcuni strumenti utili che possano limitare il rischio di morosità, ovvero controllare il profilo dell’eventuale inquilino (la sua solidità, ad esempio, l’attività svolta dallo stesso ed eventuali garanzie, veridicità delle buste paga), oppure studiare strumenti utili quali “contratti di locazione concordati” in collaborazione con i Comuni.

Se ci troviamo in una fase già avanzata, ovvero quella in cui l’inquilino non sta più pagando i canoni, è importante agire immediatamente, onde evitare di avere solamente esborsi, e di essere rimessi nel possesso del proprio immobile nel più breve tempo possibile e, quindi, analizzare strumenti che possano essere utili anche all’inquilino, quali il “salva sfratti” o “l’emergenza abitativa”, anch’essi attivati dai Comuni.

Venendo alla procedura di sfratto è utile essere edotti su quanto segue.

Risulta indispensabile, per azionare una procedura di sfratto per morosità, la redazione di un’intimazione di sfratto per morosità e contestuale citazione  per la convalida.

Dopodiché il Tribunale competente, in seguitoall’avvenuta iscrizione al ruolo di quanto sopra, provvederà a comunicare la data effettiva dell’udienza (tenendo conto che occorre indicare quali termini liberi per comparire 20 giorni dalla data di notifica dell’atto alla data di udienza), durante la quale ci si deve presentare dinnanzi al Giudice designato per chiedere ed ottenere la convalida dello sfratto con ordinanza di rilascio immobile.

In questo caso potrebbe anche verificarsi che l’inquilino moroso si presenti anch’esso davanti al Giudice per chiedere il “termine di grazia” di 90 giorni durante i quali sarà obbligato a corrispondere il totale dell’ammontare della morosità persistente e di quella che, eventualmente, si cumulerà, per poter fare cessare la materia del contendere, altrimenti sarà obbligato, come da ordinanza, a rilasciare l’immobile entro i termini fissati dal Giudice.

Detta complessa attività giudiziale sarà sicuramente utile, oltreché indispensabile, per ottenere la rimessione nel possesso dell’inquilino.

Per quanto riguarda la fase esecutiva per il rilascio dell’immobile, quale ad esempio la monitoria di sgombero, è opportuno rinviare ad un prossimo approfondimento che sarà nostra cura relazionare.

 ***

Avv. Giuseppe Sbriglio

Adusbef

Info

011306444

                                                                                                                            g.sbriglio@gmail.com

 

Quando la forza di volontà è più forte della malattia

Mercoledì 19 aprile 2017 a Torino, alle ore 17.30 in Via Giolitti 19/a, arriverà un ospite speciale a parlare di un tema da affrontare in punta di piedi per uno sportivo abituato ai passi svelti ed eleganti che esegue sul parquet, e per portare una ventata di energia positiva al pubblico presente.

Playmaker di 27 anni e da quest’anno in forza alla FIAT Torino Auxilium, squadra di serie A italiana di basket, Chris Wright è il primo e unico cestista professionista in attività ad essere affetto da sclerosi multipla. E a testimoniare che si può essere più forti della malattia. Nel pieno sviluppo della carriera nel 2012 gli è stata diagnosticata la patologia. Stando ai pareri di molti la sua carriera sarebbe dovuta finire: e invece, grazie a una terapia mirata e a costanti controlli, Wright è tornato in piedi e a giocare ad alto livello. Sta vincendo la sua battaglia personale. Perché, secondo lui, è importante mettersi sempre alla prova, e spingersi oltre i pregiudizi e i luoghi comuni. Chris Wright ha deciso di raccontarsi di fronte a una platea particolare, diversa da quella dei palazzetti a cui è solitamente abituato, in una cornice speciale come i MagazziniOz, Cooperativa Sociale di tipo A+B nata per promuovere, sostenere e aiutare i progetti e le iniziative di CasaOz – l’associazione che offre accoglienza, sostegno e restituzione della normalità a bambini malati e alle loro famiglie. La tenacia di questo giocatore è esattamente anche ciò che CasaOz intende trasmettere e far respirare perché, anche se si presentano difficoltà di ogni genere, ce la si può fare: è l’attitudine con cui le si affronta che cambia l’approccio e rafforza le motivazioni. Al termine dell’incontro Chris Wright si dedicherà alle domande dei partecipanti. Proprio perché è una testimonianza come la sua a fare la differenza quando si parla di temi sensibili legati alla malattia, di qualsiasi natura essa sia. Il suo esempio lo dimostra, combattendo “sul campo” tutti i giorni.

A Torino i prezzi delle case scendono del 3,2%

E’ stato presentato nei giorni scorsi l’Osservatorio Immobiliare Fiaip Torino alla presenza del Presidente Nazionale Paolo Righi.  Prosegue nel 2016 il calo dei prezzi delle abitazioni in Torino, come la tendenza degli ultimi anni. L’allettante valore degli immobili unito ai tassi d’interesse dei mutui decisamente vantaggiosi, rendono Torino tra le otto maggiori città italiane per popolazione quella con il tasso di crescita più alto del numero di compravendite. Lo rileva l’Osservatorio Immobiliare 2016, condotto dagli agenti immobiliari aderenti a Fiaip Torino, secondo il quale, la diminuzione dei prezzi nel capoluogo rispetto al 2015 nel mercato residenziale è stata in media del 3,2%.

Le zone dove si registrano le maggiori perdite di valore tra il 9 e il 14%, sono quelle periferiche come Falchera, Barriera di Milano, Lucento e Vallette, alle quali si aggiungono le più centrali Aurora e Lingotto, dove le problematiche sociali legate all’immigrazione hanno pesato notevolmente sulle quotazioni. Ancora molti i quartieri dove i prezzi continuano a calare, come Borgo Vittoria -8%, Parella -7%, Santa Rita che continua la discesa a -4,1%, la collinare Cavoretto -3,9% o la centrale Piazza Statuto -4% ancora influenzata dalla fine dei lavori pubblici. Si assestano dopo le pesanti perdite degli anni precedenti, le due zone di Mirafiori con un decremento dell’1% e San Donato con un +0,9%. Stabili i prezzi di Crocetta, Sassi, Vanchiglia e i dintorni di Piazza San Carlo comprese fra il -1% e il +1%. Tra le zone dove il segno positivo è più deciso, troviamo San Paolo e Cit Turin che si conferma per il terzo anno consecutivo la più richiesta, incrementando i suoi prezzi del 2,8%.

La tendenza al ribasso del capoluogo si riscontra anche nei principali comuni della provincia di Torino, dove in media il valore degli immobili ha perso il 5,7% nell’ultimo anno.

Sono Carmagnola, Pecetto Torinese e Rivalta i comuni che perdono anche il 15%. Ancora in discesa i prezzi di Nichelino -7,8%, Alpignano -5,9% e Moncalieri -5,6% mentre, assistiamo ad una stabilizzazione dei prezzi nei comuni di Chieri, Venaria Reale, Pianezza e Pinerolo tra il più e meno uno per cento. Il mercato residenziale fatto principalmente di seconde case dell’Alta Val Susa e Val Chisone, continua a risentire maggiormente della crisi immobiliare, infatti, nel 2016 gli appartamenti in montagna hanno perso mediamente il 6,5%, mentre le unità immobiliari indipendenti sono scese dell’8% dovuta all’alta tassazione ed ai costi di gestione sempre più cari. Come per il mercato residenziale anche per i box e posti auto si riducono i prezzi, ma con cali più lievi rispetto agli anni precedenti. Se nel 2014 i box perdevano il 13% e nel 2015 il calo era dell’11%, nell’ultimo anno il valore medio in Torino è stato del -4%, sono infatti molte le zone ad aver stabilizzato il prezzo. Si conferma, anche per il 2016, una discesa del prezzo al metro quadro dei negozi torinesi del 3%, esattamente come il 2015. Gli acquisti continuano a concentrarsi sulle vie di maggior passaggio rispetto a posizioni secondarie. Il prezzo degli uffici riduce di quasi due terzi le perdite, passando dal -11% nel 2015 al -4% dell’anno preso in esame, ma il mercato del terziario sta profondamente cambiando, per la razionalizzazione degli spazi delle grosse società e per la nuova offerta portata dalle strutture in condivisione. Infine, nel settore industriale le scarse rilevazioni portano ad una perdita di valore in media del 19%.Nelle previsioni sul fronte dei prezzi, la netta maggioranza degli agenti immobiliari torinesi crede per il 2017 ad una generale stabilizzazione dei valori, ma con ancora probabili riduzioni nell’ordine del 3%. Per il 2017, ben i due terzi degli agenti immobiliari di Fiaip prevedono che il mercato immobiliare di Torino e provincia sarà pressoché stabile o in lieve miglioramento, confermando il sentimento neutrale/ottimistico già rilevato lo scorso anno. Il cauto ottimismo portato dall’alto numero di compravendite, non convince fino in fondo gli intermediari immobiliari, perché all’orizzonte continuano a prospettarsi l’aumento della tassazione o la maldestra riforma del catasto, che andrebbero ulteriormente a deprimere un mercato immobiliare in cerca di riscatto.

 

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di Pier Franco Quaglieni

E’ anni che non si fanno più le benedizioni delle case dopo Pasqua, un’occasione di incontro tra parroco (o suo delegato) e singolo parrocchiano. In un parrocchia torinese è in uso distribuire una bottiglietta di acqua benedetta per una benedizione fai-da-te. In questo caso il contatto con la comunità si è perso

***

Pasqua 2017

Venerdì si è svolta a Torino la processione della Via Crucis dalla “Consolata” al Duomo. Giusto evidenziare gli ultimi, come è stato fatto, ma la dimensione della festa dovrebbe riguardare tutti indistintamente. Giusto affermare anche attraverso la religione, i problemi sociali con cui dobbiamo misurarci, ma il rischio è quello di privilegiare la dimensione sociale rispetto a quella del rapporto intimo dell’uomo con Dio. E’ anni che non si fanno più le benedizioni delle case dopo Pasqua, un’occasione di incontro tra parroco (o suo delegato) e singolo parrocchiano. In un parrocchia torinese è in uso distribuire una bottiglietta di acqua benedetta per una benedizione fai-da-te. In questo caso il contatto con la comunità si è perso.

***

La Grotta Gino di Moncalieri

La Grotta Gino di Moncalieri ha da poco riaperto i battenti. Non si tratta solo del celebre e storico ristorante vicino all’ospedale in piazza Amedeo Ferdinando, ma della grotta scavata tra gli anni ’50 e’ 60 dell’800 da Lorenzo Gino che il giornale satirico “Pasquino” definì<< il… precursore del Fréjus e del Sempione>>. Dall’ingresso ci si inoltra per circa 50 metri su una barca che percorre l’acqua sorgiva che Gino voleva eliminare dalla sua casa ,scavando la grotta. E’ un piacere quello di visitare la grotta dov’erano conservate 15mila bottiglie di vino e ci sono statue che raffigurano l’autore dell’opera, il re galantuomo Vittorio Emanuele II, e un putto che tiene in mano una dedica al Re. Moncalieri è la città del Castello reale ed è stata la Città del proclama di Moncalieri con cui Vittorio Emanuele sciolse la Camera riottosa ad approvare la pace con l’Austria dopo la sconfitta di Novara del 1849 nella I Guerra di indipendenza. Era una tradizione di molte famiglie torinesi andare a pranzo o a cena al ristorante della Grotta. Mio zio, il barone Fusilli,amava riunire tutta la famiglia per una cena a base di bagna cauda e fonduta con tartufi. Quando venni eletto consigliere comunale nel lontano 1970 invitai gli amici che mi avevano aiutato, a cena in quel locale. Il fatto che dopo tanti anni riapra, è un bel segno. Per molti è una bella notizia.

***

Mina, un torinese all’Expo

Alberto Mina ,intellettuale torinese in ascesa e consigliere comunale di F.I., lasciò il Comune nel 2009 per dedicarsi a tempo pieno all’Expo di Milano, per la precisione al Padiglione Italia che ebbe successo a tal punto che le code chilometriche mi impedirono di visitarlo. Mina ha lavorato molto bene ed ha saputo fare delle scelte. E’ l’esempio di un torinese che ha portato lo spirito subalpino in un grande evento milanese di livello internazionale. In effetti i grandi torinesi hanno sempre saputo guardare oltre le Alpi. In politica era un cattolico piuttosto rigoroso, ma seppe sempre aprirsi alle ragioni degli altri, accettando la discussione. Chissà se tornerà a Torino ? Sarebbe un “riacquisto” molto importante per la città.

***

Tagli alla cultura

Si torna a parlare di tagli alla cultura che la Giunta Comunale intende attuare. Il paradosso è che molti grandi enti che subiranno i “tagli”, non sembrano preoccuparsi e si allineano con la Sindaca. Sono i Quartieri ed i “piccoli” a lamentarsi perché ne va della loro sopravvivenza. Ho ritrovato un fax del 1999 di Luisella d’Alessandro, straordinaria animatrice del Forum per la Cultura, falciata via in modo brutale ed assurdo. La d’Alessandro era persona stimabile e capace. Venne fatta sparire. Nel fax sta scritto:<< Una volta le associazioni culturali si preoccupavano di dover spiegare d’accapo, ad ogni cambio di giunta o di assessore, che la cultura “corrente”, quella promossa quotidianamente per animare la città, costituisce strumento di educazione permanente, è un importante segno di civiltà, vera arma contro l’impoverimento intellettuale, contro i pregiudizi sociali, persino (davvero !)contro la criminalità urbana ,”micro” o no che sia. Oggi, sarà che tutti i ritmi sono accelerati, almeno per la Città di Torino,questa spiegazione si deve ripetere ad ogni inizio d’anno anche alle stesse persone>>.Allora stava finendo il mandato di uno dei pochissimi assessori capaci e non settari, quello di Ugo Perone, docente universitario di valore, prestato alla politica. Poi non fu più neppure possibile comunicare con chi venne dopo. Oggi la d’Alessandro, forse, non sarebbe nemmeno stata ricevuta dall’assessora alla cultura che non ha mai convocato una riunione delle associazioni culturali, almeno di quelle più rappresentative, per confrontarsi.

***

Torino Storia

La storia torinese sembrava essersi ritirata nei fortilizi di un piemontesismo attardato nella contemplazione di un passato che andava ripercorso senza indulgenze nostalgiche. Due anni fa un coraggioso giornalista torinese Alberto Riccadonna ha creato una nuova rivista ”Torino storia” che poteva apparire un’impresa molto difficile. Invece “Torino storia “ sta avendo un grande successo di lettori, sia nella sua edizione cartacea che in quella on line. Essa ci fa ricordare o persino conoscere per la prima volta tanti aspetti della nostra storia, senza pedanterie accademiche, con linguaggio rapido ed efficace, con servizi sempre molto godibili. Vi scrive anche Paolo Verri, una lunga storia torinese che poi si è tradotta in un grande successo internazionale come “Matera capitale della cultura 2019 “. Il corredo fotografico è eccezionale, molte volte, vedendo le sue splendide fotografie, ci si rende conto della bellezza di certi angoli di città che ,magari frequentandoli tutti i giorni, non riusciamo a cogliere per quello che sono effettivamente. La rivista colma un vuoto che certe noiose riviste o certi giornali un po’ impolverati non potevano occupare. Essa ci informa anche degli eventi principali di carattere culturale della città in modo imparziale .La rivista ci fa riscoprire le nostre radici e quello che Omodeo chiamava “il senso della storia”. Conosco da anni Riccadonna, un uomo e un giornalista che ha le sue idee e certo non le nasconde, ma che sa esercitare la professione in modo onesto, trasparente, aperto. Rara avis, per davvero.

***

Torino, la decrescita: quella di oggi e quella di ieri

Segnalo un bell’articolo di Andrea Doi su “Nuova società” che denuncia il nuovo “Sistema Appendino” fondato sulla “decrescita infelice” in salsa piccolo borghese che rivela “astio contro la modernità e il progresso”. Parole sante ! Doi cita un fatto incontestabile : Milano cresce in numero di abitanti con circa 300 mila cittadini in più nel 2016 rispetto all’anno precedente, mentre Torino da 890 mila passa a 880 mila. L’unico fatto però che non mi convince è che il direttore della rivista sia Diego Novelli che, da sindaco, si propose come obiettivo proprio quello di diminuire il numero di abitanti .Non fece la Metro ed optò per quella leggera ,convinto che la piccola Torino non avesse bisogno della Metropolitana. Ma è un fatto positivo che il suo giornale, che venne diretto anche da Saverio Vertone, uomo controcorrente e un po’ volubile, sia aperto anche ad altre idee: le generazioni crescono e le vecchie opinioni si rivelano sbagliate o non più accettabili.

***

LETTERE (spedire a quaglieni@gmail.com)

Ho fatto la nuova carta d’identità digitale e mi hanno chiesto le impronte. Come mai non le chiedevano ai migranti ?

Ugo di Fazio

.

Il fatto che non le esigessero fu un gravissimo errore. Il fatto che sulla sua carta d’identità siano contenute è un passo avanti per tutti. Io ricordo che le carte d’identità avevano lo spazio, che rimaneva vuoto, per l’impronta digitale. Ma ricordo anche una carta d’identità di mio nonno, che aveva l’impronta digitale presa premendo il dito su un tampone d’inchiostro. Poi ritennero irrilevante questo dato. Con la criminalità crescente è invece importante averle ripristinate in digitale, quindi con la sicurezza assoluta che può darci l’informatizzazione.

pfq

Nel “referendum di Pasqua” il futuro della Turchia

FOCUS / di Filippo Re

Il futuro della Turchia è nella mani del popolo turco che domenica 16 aprile dovrà decidere se approvare o meno la riforma costituzionale che consegnerebbe super poteri al presidente Recep Tayyip Erdogan. Lui, il nuovo sultano, per sottolineare l’importanza dell’evento e per raccogliere il voto del maggior numero possibile di turchi prepara un gesto clamoroso che sa di provocazione. Nel Venerdì Santo dei cristiani vuole andare a pregare in Santa Sofia con alcuni ministri e con i capi religiosi di Istanbul alla vigilia del referendum che potrebbe trasformare il Paese della Mezzaluna in una repubblica presidenziale di stampo neo-ottomano modificando radicalmente il volto istituzionale della Turchia.

L’uomo forte di Ankara è pronto a seppellire il kemalismo laico e a proseguire sulla via dell’islamizzazione progressiva della nazione. Nella rete integralista cade dunque anche Santa Sofia. Il decreto firmato da Ataturk nel 1934 che convertiva l’ex basilica da moschea a museo non sarebbe autentico, almeno secondo alcuni storici turchi, e la firma di Kemal Ataturk sarebbe falsa. Pertanto Santa Sofia dovrebbe rimanere moschea come avvenne dopo la conquista turca di Costantinopoli nel 1453. Ma il Paese arriva al giorno del referendum in un clima teso e in un contesto difficile segnato dal calo degli investimenti esteri e dei flussi turistici. Gli attentati terroristici degli ultimi mesi e la crisi diplomatica con alcuni Paesi europei hanno creato un clima di incertezza e di paura. La repressione non accenna a diminuire. Sono già 47.000 le persone arrestate in Turchia dal fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016 con l’accusa di legami con la presunta rete golpista del predicatore Fethullah Gulen, in esilio volontario negli Stati Uniti. Tra questi ci sono 10.700 poliziotti, 7600 militari (tra cui 170 generali), 2570 magistrati, 26177 civili e 208 amministratori locali. Le persone poste in stato di fermo dopo il mancato golpe sono state complessivamente 113.000. Si tratta di cifre ufficiali, aggiornate qualche giorno fa dal ministro dell’Interno, ma sono soprattutto numeri da dittatura sudamericana anni Settanta e non certo all’altezza di un Paese che è un pilastro fondamentale della Nato e che fino a poco tempo fa aspirava a entrare in Europa.

La campagna di repressione scatenata dopo il tentato golpe di luglio continua senza sosta e i numeri sono allarmanti anche a marzo: 500 arresti e 2600 persone fermate in un solo mese tra esponenti della minoranza curda e sostenitori di Gulen. E non finisce qui perchè altre centinaia di cittadini sospetti sono ricercati e con tutta probabilità finiranno quanto prima in carcere. É in questo clima minaccioso e repressivo che il Paese della Mezzaluna va al referendum presidenzialista del 16 aprile. Mentre proseguono le purghe di Erdogan la campagna referendaria si incattivisce e le autorità minacciano di tagliare i finanziamenti assegnati ai distretti che voteranno contro la riforma costituzionale. È una caccia all’uomo contro dissidenti e oppositori a cui viene imposto il silenzio mentre il presidente e i suoi ministri compaiono in modo martellante sui mezzi di informazione per far prevalere le ragioni del “sì” alla riforma, oltre 4000 minuti su tv e radio di Stato per il governo a marzo e appena pochi minuti per i curdi.

Le modifiche alla Costituzione, se approvate, segneranno una deriva autoritaria che preoccupa l’opposizione turca, la stessa società civile, l’Europa e la diplomazia internazionale. In caso di vittoria, al presidente turco andrebbero pieni poteri tali da stravolgere la Carta costituzionale attuale. Il leader turco diventerebbe anche primo ministro con il potere di nominare i ministri, sciogliere il Parlamento e dichiarare lo stato di emergenza, la cui decisione, prima della riforma, spettava al Consiglio dei ministri. In pratica il “Consiglio dei ministri” viene rimosso e sostituito dal concetto di “Presidente dello Stato” mentre il Parlamento, ridimensionato nelle sue funzioni, non potrà più porre la fiducia o la sfiducia al governo. Se un disegno di legge verrà respinto dal Parlamento, Erdogan potrà emanare ugualmente la legge senza problemi. Durante lo stato di emergenza, come quello in vigore ancora oggi dopo il fallito golpe di luglio, il presidente avrà il diritto di promulgare decreti con forza di legge. La magistratura perderà la sua indipendenza e sarà sottomessa al presidente della Repubblica mettendo fine alla separazione dei poteri che è uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Erdogan potrà nominare gran parte dei giudici dell’Alta Corte di Giustizia, simile alla nostra Corte Costituzionale, e indebolire l’autonomia delle Forze armate con la prevista abolizione dei tribunali e dei magistrati militari. Anche l’esercito, che per decenni ha difeso la laicità della Turchia sorvegliando strettamente i partiti di ispirazione religiosa, andrà sotto il controllo del presidente compreso lo Stato maggiore. I generali, i capi di Stato maggiore e gli ufficiali di grado più alto saranno scelti direttamente dal Leader supremo. Erdogan rimarrà anche il leader del proprio partito e sarà quasi impossibile allontanarlo dal potere.

Se la riforma passa, Erdogan potrà restare in carica fino al 2029. Il 27 marzo hanno cominciato a votare i cittadini turchi residenti all’estero, circa 3 milioni di emigrati, molti dei quali residenti in Germania mentre in Turchia le votazioni sul referendum riguardano 55 milioni di persone. La consultazione referendaria segue le aspre polemiche delle ultime settimane in cui Erdogan criticò duramente la Germania e l’Olanda per aver impedito a funzionari e ministri turchi di tenere comizi elettorali a favore della riforma voluta dal presidente. Tra sondaggi incerti e con molti elettori ancora indecisi, la battaglia referendaria vede schierati a favore della riforma l’Akp, il partito di Erdogan, promotore del referendum, alleato al partito della destra ultranazionalista Mhp che però, scegliendo il “Sì” alle modifiche costituzionali, ha subito una spaccatura interna. Sul versante opposto, per il “no” al referendum c’è il partito filo curdo Hdp il cui leader Demirtas è in carcere con l’accusa di essere un terrorista. Contrari alla svolta presidenzialista e islamista del sultano sono anche i repubblicani del Chp, il principale partito laico del Paese. Erdogan d’altronde è stato molto chiaro: “coloro che sono per il “no” sono nemici della Turchia e sono legati agli organizzatori del fallito golpe del 15 luglio”. Contro il referendum si scaglia con violenza anche l’Isis che in un messaggio apparso su Rumiyah, la rivista del Califfato, minaccia di attaccare i seggi e uccidere chi vota.

Filippo Re

dal settimanale “La Voce e il Tempo”