Per il 26mo anno consecutivo è stata pubblicata dall’Ufficio Studi di Mediobanca la più temuta, proprio perché super partes, ricerca sull’andamento del risparmio gestito in Italia: http://www.mbres.it/it/publications/dati-di-fondi-e-sicav-italiani.
La conclusione è purtroppo sempre la stessa da oltre un quarto di secolo: mediamente ed escluse dovute eccezioni che però, spesso( bisogna essere molto attenti rispetto alla continuità della “prestazione” nel tempo nel selezionare l’eventuale struttura finanziaria a cui ci si voglia comunque affidare), non riconfermano sporadiche extra-performance annuali, non conviene far gestire da terzi autorizzati( men che meno da altri strutturati in modo più naif come Catene di Sant’Antonio) i propri soldi, stante che, sempre mediamente, l’industria del risparmio gestito. Il mancato raggiungimento( per inefficienza gestionale ma, ancor più per i costi espliciti e impliciti) anno dopo anno, sempre mediamente e escluse le dovute eccezioni di cui sopra, anche solo degli indici correnti di Mercato che chiunque potrebbe realizzare con il fai-da-te( o attraverso strumenti finanziari semplicissimi ed economici di replica dei medesimi indici come gli ETF), ha in generale depauperato di 20 miliardi i portafogli dei clienti in 10 anni( del doppio in 15) e, considerato che la Ricerca di Mediobanca “copre” solo i Fondi e le Sicav di Diritto italiano, che gestiscono 300 miliardi contro i 2000 miliardi totali affidati dagli Italiani agli industriali del Risparmio, non si può non estrapolare, anche solo per onestà intellettuale e ben consci che questo stato di cose si è ormai reso psicologicamente ed antropologicamente ineludibile per i più, un dato terrificante che, considerando anche le gestioni estere( in genere ancora meno efficienti), porta a circa 300 miliardi il “costo” complessivo del risparmio gestito a carico dei cittadini in 15 anni( in effetti, è da tempo opinione comune che il trasferimento surrettizio non giustificato dalla qualità del servizio di ricchezza dai risparmiatori all’Industria del risparmio gestito – da cui, peraltro, i Gruppi bancari ricavano ormai da moti anni oltre metà del loro margine operativo lordo- sia di circa 20 miliardi all’anno).
Paolo Turati



FOCUS di Filippo Re
dell’Iraq. Come era già accaduto per la conquista dell’antica Ninive, anche a Tel Afar decine di migliaia di civili sono rimasti intrappolati in città tra due fuochi incrociati e molti di loro sono stati usati dai jihadisti come scudi umani. Ora le forze armate di Baghdad appoggiate da milizie sciite filo-iraniane puntano verso la cittadina di Al Ayadieh, a una ventina di chilometri a nord di Tel Afar, verso la frontiera siriana. Giorni contati per l’Isis anche in Siria. Il lungo assedio jihadista a Deir Ezzor, sul fiume Eufrate, nell’est della Siria, è stato spezzato dall’esercito governativo e dalle milizie alleate. Per tre anni i soldati del califfo hanno assediato la città difesa da una guarnigione fedele al presidente Bashar al Assad e i civili sono sopravvissuti all’accerchiamento grazie ai viveri
sostenute dai russi, che cercano di stringere in una morsa i jihadisti del Daesh. Mentre il Califfato vive la sua lunga agonia, i cristiani rimasti nelle terre dell’Eufrate e del Tigri si contano sulla punta delle dita. “Le guerre hanno decimato le popolazioni e la presenza cristiana è ormai ridotta a numeri decimali”. Le parole di padre Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, lasciano poco spazio alla speranza. Nel suo recente intervento al Meeting di Rimini l’ex Custode francescano di Terrasanta ha chiarito una volta per tutte che il Medio Oriente è una regione completamente frammentata e in Siria “la sfida più grande è convincere le persone a tornare e a rientrare nelle loro case ma le prospettive sono incerte, le vite sono da ricostruire e nulla sarà come prima”. L’Iraq risulta tra gli Stati dove il calo del numero dei cristiani è più marcato a causa delle continue guerre che hanno distrutto la nazione. Negli anni Novanta erano oltre un milione e nel 2006 appena 300.000. Nel 2014, in seguito all’occupazione della Piana di Ninive da parte dello “Stato islamico” i cristiani fuggiti nel Kurdistan iracheno, in Giordania, Turchia e Libano, sono stati circa 140.000 mentre altri 50.000 hanno abbandonato il Paese. In Siria, dilaniata dalla guerra civile che infuria dal 2011, la popolazione cristiana è
precipitata da 2,2 milioni nel 2010 a 1,1 milioni quest’anno con centinaia di migliaia di cristiani che hanno lasciato il Paese. Le radici della Chiesa siriana sono profonde e sopravvivono grazie al coraggio e alle iniziative delle parrocchie locali, dei francescani, dei gesuiti, dei salesiani. Tutto ciò è importante ma non è sufficiente per padre Pizzaballa e “molti cristiani attendono di emigrare definitivamente come testimoniato da tanti giovani iracheni sfollati con cui ho parlato”. Molti di questi giovani hanno trovato un rifugio sicuro nel Kurdistan iracheno, accolti e sfamati dai curdi che hanno svolto un ruolo di primo piano nella liberazione del Siraq dal Daesh. E per la zona autonoma curda irachena si prepara la sfida del referendum per l’indipendenza del Kurdistan che dovrebbe svolgersi il 25 settembre, giorno in cui i curdi dovranno decidere se
diventare o meno indipendenti da Baghdad. Il condizionale è d’obbligo perchè si tratta di un referendum che in realtà nessuno vuole poiché stravolgerebbe i già fragili equilibri geopolitici del Medio Oriente e accenderebbe le aspirazioni all’indipendenza dei curdi che vivono nei Paesi limitrofi. Non lo vogliono la Turchia, l’Iran, il governo iracheno e gli stessi curdi sono tra loro molto divisi e anche contrari alla consultazione. Non lo vogliono neppure gli Stati Uniti che premono per il rinvio del referendum. Ma se il Califfato in Siria e in Iraq è ormai allo sbando, i combattenti di Al Baghdadi e di Al Qaeda continueranno a colpire, dal Maghreb al Sahel, dal nordAfrica all’estremo Oriente attraverso l’Afghanistan e l’Asia centrale con l’obiettivo di realizzare nuove versioni del Califfato e iniziare un’altra stagione di sangue, odio e violenza.

Nella sua Lettera pastorale dal titolo ‘Maestro dove abiti?’ l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, scrive ai giovani e agli educatori
“Saranno tre i punti dove daremo corpo a questo progetto – dichiara Daniele Trinchero, presidente di Senza Fini Senza Confini e docente al Politecnico di Torino – uno a Verrua, ma il pallone verrà ancorato su territorio del Comune di Brozolo, uno ad Odalengo Piccolo e l’altro a Treville. Lo svolgimento del progetto, naturalmente, è reso possibile grazie anche alla collaborazione delle
amministrazioni comunali dove verranno ancorate le stazioni e ci saranno i diversi punti di accesso alla rete, con notevole risparmio energetico.”. E sarà proprio da Treville che si incomincerà a lavorare proprio il giorno prima di ferragosto. Senza Fini Senza Confini è una realtà associativa ormai consolidata non solo nel Monferrato Casalese e la Città Metropolitana di Torino, ma anche in altri punti del Piemonte (come ad esempio il Vercellese) e d’Italia per la diffusione dei collegamenti di rete.
Qualche volta presente, passato e futuro si rincorrono fino a sovrapporsi. Una regola della storia che non ha risparmiato Torino. La città della Mole, nel corso degli ultimi due secoli, in più occasione si è trovata infatti a doversi rialzare dopo aver subito un colpo del destino
Il
Nell’ambito dello studio è stato selezionato anche il Comune di Torino che ha fornito al Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, nel rispetto della normativa sulla privacy, D.Lgs n. 179 del 2016, i dati demografici per l’esclusivo uso di pubblica utilità, come è il caso della presente ricerca epidemiologica sul gioco d’azzardo.
fra le diverse forze regionali che si batteranno per riempire il vuoto e a un’escalation del conflitto tra Arabia Saudita e Iran. I combattenti arruolati nell’Isis torneranno nelle file di Al Qaeda o daranno vita a una nuova organizzazione jihadista che farà terrorismo globale, senza un territorio da difendere”. Con la riconquista totale di Mosul il 9 luglio non finisce la guerra in Iraq contro l’Isis che si sta già riorganizzando in alcune province irachene come quella di Salahuddin e quella di al-Anbar in cui è nato “Al Qaeda in Iraq” (Aqi) che è diventato in seguito l’Isis. Dal 2014 lo “Stato Islamico” ha perso oltre il 60% delle zone occupate e gran parte dei suoi finanziamenti ma l’Isis non è ancora sconfitto. Gli osservatori concordano sul fatto che, con la presa di Mosul, siamo soltanto nella fase della vittoria militare sul Daesh. Le fasi più difficili cominciano adesso. Per quanto riguarda la seconda città irachena c’è il problema degli sfollati che vogliono tornare e poi la ricostruzione ma per tutto ciò ci vorrà molto tempo poiché mancano i servizi, acqua e luce, le case e le scuole sono state distrutte. Un passo indietro è però necessario farlo. Ci si continua a domandare come sia stato possibile tre anni
bussavano alla porta e chiedevano abiti civili per fuggire. Chi ha opposto una certa resistenza furono i peshmerga curdi ma dopo aver perso in poche ore cento uomini si sono ritirati” (dalla rivista “Il Dialogo”, n 3/2017, del Centro Federico Peirone). Ci vorrà del tempo anche per riprendere Raqqa, roccaforte siriana dell’Isis. La città è accerchiata dalle truppe curde appoggiate da milizie arabe e dalle forze speciali americane protette dagli aerei della coalizione occidentale. Il cerchio si stringe e la “capitale” siriana del Califfato è sempre più isolata, in attesa dell’attacco finale. Gli americani vogliono entrare a Raqqa prima dei siriani e dei russi per impedire che si formi un lungo “corridoio sciita”, dal Libano all’Iran. Con il possesso di Raqqa si potrà infatti controllare uno “spazio strategico” compreso tra Siria, Iraq, Iran,Turchia, Giordania e Arabia Saudita. Forse proprio attorno a Raqqa verranno decisi i futuri assetti post bellici della Terra fra i due Fiumi e tra iracheni, iraniani, turchi e curdi si aprirà presto lo
scontro per il controllo del territorio. Il Daesh, secondo gli analisti militari, avrebbe perso circa 80.000 kmq di territorio, liberando 4 milioni di persone dalla prigionia degli uomini neri del Califfo, ma controllerebbe ancora 35.000 kmq compresi tra Siria e Iraq. La cacciata del Califfato da Siria e Iraq non significa la fine dell’Isis che si rifugia in alcune zone di questi due Stati e rinasce nel resto del continente asiatico. L’entusiasmo per la caduta di Mosul ha fatto dimenticare che l’Isis è ancora in grado di controllare vaste zone sia in Siria che in Iraq. A Raqqa, dove all’inizio di giugno i curdi sono entrati per la prima volta nei sobborghi della città per avanzare verso il centro cittadino, non ci sono più i capi del Daesh, fuggiti a est, nel deserto siriano, lungo l’Eufrate, in un’area compresa tra Deir ez-Zour, dove da tre anni resiste un presidio militare siriano assediato dagli islamisti, al Mayadin e il confine iracheno, per tentare di riorganizzarsi e preparare una controffensiva difficilmente realizzabile. Ma il timore ora è che la piovra, sebbene mutilata, possa ricrescere in altri luoghi. I recenti attacchi in Gran Bretagna e in Francia dimostrano che l’Isis è sempre in grado di colpire in Europa ma i suoi obiettivi di conquista territoriale si spostano in Oriente e in Africa allungando i tentacoli in aree algerine e tunisine e in Somalia dove il gruppo terroristico Boko Haram nel 2015 ha giurato fedeltà all’Isis. In Libia è stato scacciato da Sirte ma è vivo e vegeto a sud, nel deserto, tra oasi e villaggi, nel Sinai spadroneggia nella parte settentrionale della penisola attaccando l’esercito egiziano (il 7 luglio uccisi 26 militari in un assalto presso il valico di Rafah), ammazza i turisti nei
resort sul Mar Rosso, massacra i cristiani e incendia le chiese. Si infiltra nella Striscia di Gaza e nello Yemen, in piena guerra civile, dove controlla una piccola fetta di di territorio in aperta sfida ad Al Qaida. E poi ci sono il Caucaso, l’Iran, l’Afghanistan e le Filippine. In Cecenia e nel Daghestan i leader dell’ “Emirato del Caucaso” combattono nel nome del Daesh mentre l’attacco del 7 giugno contro il Parlamento di Teheran da parte di un commando di iraniani affiliati all’Isis ha qualcosa di clamoroso tanto che gli apparati di sicurezza degli ayatollah hanno dovuto ammettere di aver scoperto almeno quaranta cellule jihadiste negli ultimi dodici mesi pronte a insanguinare l’Iran. Altrettanto sensazionale è il caso delle Filippine. Gli strateghi dell’Isis sono penetrati nell’isola di Mindanao assorbendo i movimenti jihadisti locali, Abu Sayyaf e Maute e mettendo a ferro e fuoco la città di Marawi (200.000 abitanti) con centinaia di cristiani in ostaggio. E c’è l’Afghanistan, la nuova fortezza del Califfato, in cui l’Isis sta spostando i suoi miliziani dal Levante mediterraneo e dove arruola con denaro e armi i pashtun, l’etnia maggioritaria di un Paese senza pace nel quale il presidente Trump si appresta a inviare altri 4000 militari per combattere i jihadisti.
Con l’ accordo firmato nelle scorse settimane nella sede della Regione Piemonte, il Ministero per la semplificazione e la Pubblica Amministrazione offre alla Regione una task force per aiutarla nell’ambito della semplificazione