ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 616

L’impatto di Re Peperone

Il bilancio della“68a Fiera Nazionale del Peperone di Carmagnola” e della “21a Mostra Regionale della Toma di Lanzo e dei Formaggi d’Alpeggio” di Usseglio

I dati presentati a Torino presso la Sala Stampa della Regione Piemonte – Piazza Castello 165

 

Le ricerche universitarie coordinate dal dott. Giuseppe Attanasi – docente dell’Università Bocconi di Milano e dell’Università di Lille 1 – confermano il successo delle due manifestazioni.  L’impatto economico totale minimo della Fiera Nazionale del Peperone 2017 è stato di 10.491.376 € – 2 volte l’impatto rilevato nel 2016, 4 volte quello del 2015 e 5 volte quello del 2014 – e sono aumentati del 15% i turisti altamente motivati che si sono recati a Carmagnola proprio per la Fiera.  L’impatto economico totale minimo della Mostra di Usseglio è di di 156.006,00 €

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Giovedì 7 dicembre 2017 presso la Sala Stampa della Regione Piemonte a Torino, si è svolta la conferenza stampa di presentazione dei risultati di due qualificate ricerche universitarie sugli effetti economici, sociologici e turistici delle manifestazioni “68a Fiera Nazionale del Peperone di Carmagnola” e “21a Mostra Regionale della Toma di Lanzo e dei Formaggi d’Alpeggio” di Usseglio, due eccellenze della provincia di Torino e del panorama nazionale delle manifestazioni gastronomiche e culturali che confermano il loro successo anche attraverso questi dati.

 

La ricerca è stata condotta da un team di ricercatori coordinati e guidati dal dott. Giuseppe Attanasi, docente dell’Università Bocconi di Milano e dell’Università di Lille 1, e composto dalla dott.ssa Simona Cicognani – ricercatrice dell’Università di Verona, dal dott. Paolo Galloso – responsabile Ufficio Studi Anima di Confindustria Milano e dalla dott.ssa Sara Poli – Laurea Magistrale all’Università di Torino, con la partecipazione del Laboratoire d’Economie Experimentale de Strasbourg (LEES) – Université de Strasbourg (Francia) e del Laboratori d’Economia Experimental (LEE) – Universitat Jaume I Castellón (Spagna).

Lo scopo di queste ricerche è stato quello di misurare gli effetti economico-sociologici delle due manifestazioni sul turismo culturale nelle loro città e nella Provincia di Torino, con valutazioni che non vogliono essere semplicemente informativi sulle rilevazioni statistiche dei dati di affluenza, quanto piuttosto un tentativo di monitorare, attraverso la raccolta continuativa dei dati nel tempo, l’impatto economico ed il capitale sociale generato sull’economia locale.

Per ciò che riguarda la metodologia, le stime sono state realizzate a partire da un questionario cartaceo sottoposto ai visitatori nel corso delle due manifestazioni da parte di diversi intervistatori, studenti di istituti superiori del territorio appositamente formati per questo genere di rilevazioni.

I DATI DELLA “68a FIERA NAZIONALE DEL PEPERONE” DI CARMAGNOLA”

La ricerca mostra il livello e la natura dell’effetto positivo della manifestazione sul territorio di Carmagnola, in termini sia di qualità percepita dai partecipanti sia di impatto economico generato dalle spese dei turisti.

È stato quindi stimato l’impatto economico totale nel breve periodo determinato dall’aumento transitorio della domanda nei settori di attività maggiormente legati alla manifestazione: alloggi, ristoranti, caffè e bar, visite culturali e trasporti.

La stima dell’IMPATTO ECONOMICO TOTALE MINIMO È PARI A 10.491.376 € 2 volte l’impatto rilevato nel 2016, 4 volte quello rilevato nel 2015 e 5 volte quello rilevato nel 2014 – e rappresenta il valore minimo della ricchezza economica prodotta dalla Fiera sul suo territorio nell’edizione 2017.

La causa di tale straordinario aumento dell’impatto economico dell’evento è stato identificato nella maggiore presenza, da 1% nel 2016 a 15% nel 2017, di turisti italiani e stranieri che si sono recati a Carmagnola nei giorni dell’evento per partecipare allo stesso, e che non vi si sarebbero recati se esso non fosse stato organizzato.

Il risultato dell’elaborazione costituisce l’IMPATTO ECONOMICO MINIMALE soprattutto per il fatto che il campione è stato ristretto considerando solo i “visitatori non originari che risiedono al di fuori della provincia di Torino e che si sono recati a Carmagnola motivati dalla Fiera”, escludendo quindi coloro che sarebbero venuti a Carmagnola anche se non ci fosse stata la Fiera, coloro che sono venuti a Carmagnola per far visita a parenti e amici e coloro che sono venuti per lavorare alla Fiera. Inoltre, l’aggettivo “minimo” indica che si tratta di una soglia inferiore anche perché potrebbero esserci altre componenti di lungo periodo (ritorno dei turisti nella zona, passaparola per la partecipazione ad altri eventi, ecc…) che questo studio ancora non compiutamente.

Per completare l’analisi dell’impatto economico dal punto di vista sociologico, è stato introdotto il concetto di CAPITALE SOCIALE ISTANTANEO, che mostra come le persone, dal semplice atto di condividere una singola esperienza comune (nel nostro caso, la Fiera del Peperone), sviluppino una fiducia maggiore nelle persone che incrociano durante l’evento, e che tale fiducia genera una maggiore spesa individuale nei prodotti della manifestazione e nei servizi del territorio che la ospita. Si è registrato un aumento del capitale sociale istantaneo del 9% rispetto al 2016, associabile sia all’esperienza di partecipazione alla Fiera che alla generazione di fiducia nei confronti del territorio che la ospita.

Per ciò che riguarda il CAMPIONE, sono stati raccolti in totale 487 questionari con una probabilità d’errore di campionamento del 4,5% (ottenuta dal test di Marbach e considerando la stima di 250000 visitatori in totale), valore di gran lunga inferiore alla probabilità limite del 10% accettata in letteratura.

Dei 487 intervistati, il 58% sono donne e il 42% uomini, il 36% ha meno di 30 anni ed il 38% ha più di 40 anni e si può quindi sostenere che l’evento attrae un po’ tutte le fasce di età. La provenienza degli spettatori è alquanto eterogenea e mostra una forte attrazione di turisti non-piemontesi, metà dei quali provenienti dall’estero,con il 31% residenti a Carmagnola ed il restante 69% composto come segue: il 7% risiede a Torino, il 17% in provincia di Torino, il 29% in Piemonte ma al di fuori della provincia di Torino (+9% rispetto al 2016, +20% rispetto al 2015, +19% rispetto al 2014), il restante 16% è composto da soggetti non residenti in Piemonte, dei quali l’8% risiede in altre regioni d’Italia e l’8% all’estero.

Per quanto riguarda l’origine degli intervistati si può dire che il turismo generato dalla Fiera non è un turismo cosiddetto “di rientro”, visto che la maggior parte dei visitatori non residenti a Carmagnola sono turisti non originari.

Riguardo alla durata della permanenza, il 94% dei turisti stranieri si è recato alla Fiera per restarci e viverla, pernottando a Carmagnola, così come hanno fatto anche molti turisti italiani non piemontesi (il 72%), magari approfittando della Fiera per visitare altri luoghi vicini a Carmagnola.

Per quanto riguarda l’alloggio utilizzato da chi resta almeno una notte, solo il 49% si è rivolto all’offerta tradizionale – alberghi, agriturismi e B&B (–15% rispetto al 2016, +37% rispetto al 2015), mentre il 42% è stato ospite di parenti e amici (+12% rispetto al 2016, +25% rispetto al 2015). L’offerta tradizionale di alloggio quindi regge e mostra un trend in crescita il legame col territorio in termini di ospitalità da parenti e amici.

Il 28% dei turisti piemontesi (ma residenti fuori dalla Provincia di Torino), il 49% dei turisti italiani (ma non piemontesi) ed il 31% dei turisti stranieri (–43% rispetto al 2016) hanno visitato quest’anno la Fiera per la prima volta, segno che l’evento svolge sempre un importante ruolo di attrazione di nuovi utenti nel territorio che lo ospita.

Per ciò che riguarda la PERCEZIONE GENERALE DELLA FIERA, la motivazione alla partecipazione allo stesso è stata alquanto eterogenea, segno di un evento maturo, che non si basa solo sull’elemento “tradizione” o sulla gastronomia. Il 13% del campione ha dichiarato di partecipare perché “l’evento rappresenta una tradizione” (–6% rispetto al 2016), il 30% per “l’offerta gastronomica” (+15% rispetto al 2016), il restante 57% si è diviso tra “per stare in mezzo a molta gente e divertirsi” (14%), “per curiosità” (29%), “per caso” (3%), “per gli ospiti delle serate” (5%), e per altre ragioni (6%).

Veniamo ora al GIUDIZIO DEGLI UTENTI SULLA FIERA. La stragrande maggioranza degli utenti pensa che si tratti di un evento culturale (81%, +19% rispetto al 2016) e di una manifestazione tradizionale (90%, +4% rispetto al 2016). Il 71% (+8% rispetto al 2016, in linea con il 2015) pensa che la qualità artistica della Fiera intesa come “spettacolo” sia elevata. Allo stesso tempo, il 94% (+11% rispetto al 2016, +15% rispetto al 2015, +40% rispetto al 2014) ritiene che si tratti di un raduno di massa, segno di come di anno in anno la maggiore affluenza di pubblico all’evento stia spostando la percezione dello stesso verso l’idea di una forma di ritrovo per un enorme numero di persone. Solitamente, nel momento in cui si perde il carattere “familiare” di un evento, avviene parallelamente un peggioramento nella percezione dello stesso. Non sembra essere il caso della Fiera del Peperone, visto che il 63% degli intervistati dà all’espressione “raduno di massa”un’accezione positiva.

Un dato molto significativo è che l’87% degli intervistati (l’89% nel 2016) parteciperebbe comunque alla Fiera anche se non fossero presenti ospiti di livello nazionale e internazionale, mentre solo il 62% (il 54% nel 2016) parteciperebbe ugualmente se non fossero presenti le piazze enogastronomiche. L’importanza di queste ultime nel motivare alla partecipazione all’evento è confermata durante questa edizione, se rapportata ai dati delle edizioni precedenti.

Per ciò che riguarda la PERCEZIONE DI ELEMENTI SPECIFICI DELLA FIERA, Come per le tre edizioni precedenti, le aree di maggiore interesse sono quelle enogastronomiche (47%) e la Piazza dei Sapori (40%) con un’offerta gastronomica ritenuta soddisfacente dal 91% degli intervistati (–1% rispetto al 2016), soprattutto a causa della sua varietà (48%) e qualità (40%), meno invece per il prezzo (4%) e la novità (8%) dei prodotti.

Per quanto riguarda invece l’offerta artistica le risposte degli intervistati indicano chiaramente che continuare ad offrire spettacoli artistici di genere diverso è la scelta migliore, vista l’eterogeneità delle preferenze dell’audience della Fiera, trovando in cima alle preferenze, per la prima volta, la Musica Tradizionale Piemontese (29%), e poi la Musica da ballo (27%), i comici (20%), la musica giovanile (16%), la musica tradizionale di altre regioni ed altri paesi (6%) ed il teatro (2%).

Veniamo ora alla spesa percepita e a quella ritenuta congrua per l’organizzazione degli spettacoli artistici, i dati evidenziano, ancora più che nelle edizioni passate, una richiesta di maggiore investimento finanziario nei pur apprezzati spettacoli artistici con solo il 48% degli intervistati (–30% rispetto al 2016) che crede che spendere meno di 30000 euro sia congruo.

I DATI DELLA “21° MOSTRA REGIONALE DELLA TOMA DI LANZO E DEI FORMAGGI D’ALPEGGIO” DI USSEGLIO

La ricerca si è compiuta per la seconda volta su questa manifestazione.

Con la stessa metodologia e gli stessi concetti utilizzati per la ricerca sulla Sagra del Peperone di Carmagnola, l’impatto economico totale della Mostra di Usseglio è di 156.006,00 € (+62% rispetto all’edizione 2016).

Per ciò che riguarda il capitale sociale istantaneo, si è osservato che il 31% dei visitatori accorda la propria fiducia “istantanea” al fatto che la Mostra Regionale della Toma di Lanzo valorizza la tradizione piemontese e in particolare promuove i prodotti di montagna.

Sono stati raccolti in totale 250 questionari su un numero totale di visitatori di circa 27.000. Il campione valutato è composto per il 45% da donne, il 55% da uomini, il 22% con meno di 30 anni di età e il 66% ha più di 40 anni.

Per quanto riguarda l’alloggio utilizzato da chi resta a Usseglio almeno una notte, il 76% ricorre all’offerta tradizionale, cioè ad alberghi, agriturismi e B&B (+51% rispetto al 2016), mentre solo il 7% è ospite di parenti e amici. Questo è un dato molto positivo per il settore turistico locale, in particolare per le strutture ricettive alberghiere.

La Mostra Regionale della Toma di Lanzo è una manifestazione in espansione. Infatti, più del 23% dei visitatori (più del 40% nel 2016) sono «nuovi» visitatori. Dei visitatori intervistati, il 33% (29% nel 2016) dichiara di partecipare alla Mostra perché “questa rappresenta una tradizione”, “per curiosità” il 20%. Il restante 47% si divide tra “per l’offerta gastronomica” (16%; 18% nel 2016), “per stare in mezzo a molta gente e divertirsi” (10%), “per caso” (3%), e “per gli ospiti delle serate” (1%). Ben il 17% dichiara di essere a Usseglio per altri motivi, soprattutto lavorativi, presumibilmente legati alla Mostra.

La stragrande maggioranza degli utenti pensa che si tratti di un evento culturale (74%; 77% nel 2016) e di una manifestazione folcloristica/tradizionale (89%; 91% nel 2016). Il 75% (stesso dato nel 2016) pensa che la qualità artistica della Mostra intesa come “spettacolo” sia elevata.

Un dato molto significativo è che la totalità degli intervistati (98%; +20% rispetto al 2016) parteciperebbe comunque alla Mostra anche se non fossero presenti ospiti di livello nazionale e internazionale.

 

 

 

Sant’Anna: 20 anni di parto a domicilio

903 le donne che sono state seguite in gravidanza dalle ostetriche del Servizio. Il primo contatto avviene tendenzialmente tra il 1° ed il 2° trimestre (rispettivamente 45% e 48%). Mentre solo nel 7% dei casi le donne sono prese in carico durante il 3° trimestre di gravidanza

Il Servizio di parto a domicilio dell’ospedale Sant’Anna della Città della Salute di Torino compie 20 anni. Primo e tra i pochi pubblici in Italia. Il primo bimbo nato a domicilio grazie alle ostetriche del Sant’Anna ora ha 24 anni, ma il Servizio nasce in modo ufficiale ed istituzionale nel 1997. Allora le ostetriche raggiungevano le donne nelle loro abitazione su una vecchia 126 FIAT. Oggi sono due le ostetriche reperibili che seguono le donne in gravidanza e durante i parti a domicilio.

In 20 anni (dati aggiornati allo scorso 31 dicembre) sono 903 le donne che sono state seguite in gravidanza dalle ostetriche del Servizio. Il primo contatto avviene tendenzialmente tra il 1° ed il 2° trimestre (rispettivamente 45% e 48%). Mentre solo nel 7% dei casi le donne sono prese in carico durante il 3° trimestre di gravidanza.

Delle 545 donne che sono risultate idonee al parto a domicilio, in 445 hanno iniziato il travaglio in casa ed in 368 hanno poi partorito nella propria abitazione: 112 (il 30% circa) erano al primo figlio, mentre 256 plurigravide. Dei 445 travagli iniziati a domicilio, 77 hanno richiesto un trasferimento in ospedale ed in 61 casi il parto è stato comunque spontaneo, mentre 13 sono stati i tagli cesarei. Nel post parto invece i trasferimenti in ospedale sono stati 19. Su 368 partorienti solo in 3 casi è stato necessario ricorrere all’episiotomia, un numero bassissimo rispetto alle percentuali nazionali.

Il numero delle coppie che hanno accolto il loro bimbo in casa è cresciuto in modo esponenziale. Dai parti di quel lontano 1997 ne sono avvenuti mediamente una ventina l’anno negli anni successivi, con un picco di 31 gravidanze nel 2007 e 39 nel 2010.

Per garantire la massima sicurezza, i protocolli per il parto a domicilio seguiti dal servizio pubblico sono rigidissimi e basati su criteri oggettivi: la donna deve essere sana; deve avere meno di 40 anni e nessun intervento o malattia importante pregressi; la gravidanza deve essere fisiologica, insorta spontaneamente e non gemellare; il bambino deve essere sano e rispettare una curva di crescita armonica e non deve essere in posizione podalica.

Le donne che hanno scelto di partorire a casa hanno un’età compresa tra i 30 ed i 40 anni, hanno una scolarità medio-superiore e sono al secondo figlio o oltre. Le famiglie che contattano il servizio del domicilio pubblico di solito vivono in città o in prima cintura. Per le abitazioni non esistono criteri particolari, se non l’accessibilità e la possibilità di raggiungere l’ospedale ostetrico ginecologico più vicino in 20-30 minuti.

Per le donne senza fattori di rischio, che effettuano una scelta motivata e consapevole di partorire a casa, sono riconosciuti i benefici per mamma, bimbo e famiglia di un parto domiciliare nell’intimità nella propria casa. L’Oms conclude che il parto a domicilio, se rispettoso di criteri di sicurezza clinici ed organizzativi, è sicuro per la madre ed il bambino.

Inoltre, considerata l’importanza indiscussa del latte materno e dei suoi benefici per la salute di mamma e bambino, bisogna evidenziare che nei parti a domicilio seguiti dal Sant’Anna l’allattamento al seno è avvenuto nel 99% dei casi con successo ed è durato oltre l’anno di vita del bambino. Inoltre è stata nulla la percentuale di casi di depressione post parto.

Uno dei principali punti di eccellenza del Servizio di parto a domicilio è la continuità assistenziale. Le ostetriche del Servizio seguono le coppie da subito, per tutti e nove i mesi di gravidanza, effettuano le visite a casa per tutto il periodo perinatale, fino a 40 giorni dopo la nascita. Queste settimane di visite e colloqui sono il tempo necessario perché si instauri un rapporto di fiducia, confidenza e conoscenza tra la coppia (con il papà coinvolto e protagonista sia delle scelte che del percorso) e le professioniste.

Secondo diversi studi la continuità assistenziale rende il parto ancora più sicuro. Il sostegno di una persona di fiducia in travaglio porta alla diminuzione sostanziale di interventi di medicalizzazione del parto, di uso di ossitocina e tagli cesarei; di traumi perineali ed episiotomie; diminuiscono i neonati che necessitano di cure intensive, i casi di depressione post partum e gli allattamenti inferiori a sei settimane.

Al fine di ampliare la propria offerta assistenziale e renderla sempre più appropriata nel 2008 il Sant’Anna ha anche introdotto una riorganizzazione per intensità di cure delle ostetricie con l’attivazione del reparto Fisiologia a gestione ostetrica, che attualmente gestisce circa 1500 parti all’anno con una percentuale di tagli cesarei inferiore al 6% ed ottimi esiti materni e neonatali ed inoltre nel 2015 ha attivato un Centro nascita a gestione ostetrica, che ha effettuato ad oggi circa 300 parti.

Recentemente, nell’ottobre 2017 il Comitato Percorso Nascita del Ministero della Salute ha elaborato le Linee di indirizzo per la definizione e l’organizzazione dell’assistenza in autonomia da parte ostetriche alle gravidanze a basso rischio ostetrico (BRO) con l’obiettivo di incoraggiare soluzioni organizzative che rispondano non solo a criteri di qualità e sicurezza ma garantiscano una maggiore continuità dell’assistenza al peripartum.

I 20 anni di parto a domicilio, i quasi 10 del reparto di ostetricia a gestione ostetrica, il più recente Centro nascita si inseriscono in modo coerente, armonico e sicuro nei processi di riorganizzazione ed umanizzazione del percorso regionale, che ha introdotto strumenti innovativi e di qualità per l’assistenza alle donne in gravidanza come l’Agenda di gravidanza.

 

 

Il Valore dei Papà

di Davide Berardi *

 

Viviamo ancora oggi in una società costantemente bombardata da messaggi illusori relativi alla figura dell’uomo che non deve chiedere mai, risolutore di ogni problema tramite l’acquisto di un determinato prodotto. Questa propaganda dell’uomo “giusto” è collegata costantemente all’immaginario collettivo per cui i maschi debbano prendere le distanze da comportamenti dedicanti ed affettivi o avvicinarvisi in minima parte a favore di atteggiamenti basati sulla durezza e indipendenza. Così da rappresentare l’uomo “forte”, colui che non piange mai. Ora, al di là del fatto che le lacrime fanno parte del corpo umano dunque, se esistono, possono essere usate come funzione corporea, in realtà, riuscire a sviluppare atteggiamenti caldi ed accudenti non rappresenta nessuna minaccia alla propria identità maschile anzi, semmai, un valore in più, poiché proprio l’aspetto accudente verso l’altro denota il livello di crescita interiore dell’individuo, segnando una matura capacità di crescita e sviluppo affettivo, demarcata dall’abbandono del semplice egoismo personale verso la considerazione dell’altro. Capacità necessaria per riuscire a volere bene veramente a qualcuno al di fuori di noi. Da ciò troviamo la forza per svincolarci dall’assolutezza della capacità cullante in famiglia affibbiata alle donne, nel corso della storia, per sottolineare la grande possibilità di revisionare la figura dell’uomo come elemento “caldo” del sistema famiglia, dandogli il corretto valore che può e deve avere oggi. La tenerezza non è soltanto donna, ma deve essere di entrambi i componenti della coppia e quale momento più propizio se non la nascita di un figlio per raccontare la capacità affettiva evolutiva che può raggiungere un uomo riempiendo a pieno la figura del Papà.

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La nascita indica un tratto di cambiamento nel corso della storia familiare ed è indispensabile sottolineare l’importanza della figura paterna, emotivamente partecipante allo sviluppo psico-fisico di un figlio. Questo perché il padre concorre ad instituire elementi quali sicurezza, stabilità ed affettività all’interno della sfera emotiva del bambino. In caso contrario, proprio perché la natura non tollera i vuoti ed il paterno è necessario nello sviluppo di crescita di un individuo, la mancanza di tale funzione di “padre” porterà con sé il rischio di un “non determinato” sentimento di appartenenza ed una probabile lacuna nei processi di identificazione. Dunque bisogna affermare che nella crescita è bello sentire l’esistenza del papà, un bello sano e funzionale allo sviluppo dei più piccoli. Papà che abbracciano, papà che baciano, papà che accarezzano e sostengono, mostrano proprio in questi comportamenti la loro forza determinante nella crescita del neonato. Non potendo sapere ne’ scegliere spesso il proprio contributo materiale nel rapporto con i propri figli è proprio nella presenza emotiva ed affettiva che il papà va a fare la differenza, non in concorrenza alle mamme, ma congiuntamente. La forza dell’amore verso i propri figli sta nel raccontarlo insieme. E, dato che la società continua ad invaderci con immagini di un “uomo standard”, l’uomo può mostrare il suo coraggio e la sua forza interiore, affettiva e mentale, proprio acquisendo consapevolezza della sua capacità di autodefinirsi, senza la necessità di seguire uno stereotipo imposto e raccontando culturalmente di quanta energia emotiva dispone, esistendo come punto caldo e forte del proprio sistema famiglia, tracciando una linea di condivisione dei compiti di cura dei figli. Il papà come risorsa di cure e valore di coraggio.

 

 

*Dott. Davide Berardi, Psicologo – Psicoterapeuta

Psicologo, Psicoterapeuta ad Indirizzo Relazionale Sistemico, Docente Corsi di Accompagnamento al parto, Psicologo della riabilitazione e del sostegno nella terapia individuale e familiare, Terapeuta del coraggio emotivo.

davide_berardi_78@yahoo.it      

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Sostegno alle imprese e comunità energetiche

La norma contro le delocalizzazioni e di sostegno all’imprenditorialità piemontese, ma anche la proposta di legge per le comunità energetiche. Per entrambi i provvedimenti le associazioni, gli enti, gli organismi che ne hanno titolo, possono presentare in via telematica le proprie osservazioni al Consiglio regionale.

Sono infatti aperte fino al 22 dicembre le consultazioni online sulla proposta di legge 204 “Norme in materia di contrasto alle delocalizzazioni produttive, incentivi alle imprese e sostegno all’imprenditorialità, al fine di salvaguardare i livelli produttivi ed occupazionali”. Qui il testo.  Fino al 29 dicembre, invece, sarà possibile inviare le proprie memorie per la consultazione online line sulla proposta di legge 271 “Istituzione delle comunità energetiche”. Qui il testo. Direttamente dalla homepage del sito del Consiglio regionale la nuova modalità di consultazione rende più facilmente accessibile, per associazioni ed enti aventi diritto, l’invio delle memorie per i provvedimenti discussi in Commissione. Si possono inserire le osservazioni sui progetti di legge inviandole all’indirizzo email che si trova cliccando qui.  Le consultazioni pubbliche sono uno degli strumenti attraverso cui le istituzioni di ogni livello chiedono regolarmente il parere delle imprese e dei gruppi interessati del settore pubblico e privato. Il Consiglio regionale ha da tempo previsto la possibilità di svolgere le consultazioni online sui singoli progetti di legge esaminati in Commissione, una modalità che va ad aggiungersi alla più tradizionale consultazione “fisica”. Una delle criticità che emerge da tutte le esperienze di consultazione digitale promosse dalle istituzioni italiane è l’esiguità della partecipazione, con percentuali molto basse rispetto al numero complessivo dei soggetti coinvolti. Per l’Assemblea piemontese, ad esempio, il tasso di adesione negli anni passati è stato di circa il 7per cento. La richiesta di partecipazione non è più ad invito via mail, ma è aperta a chiunque voglia far pervenire il proprio contributo. Non cambieranno i soggetti coinvolti nella consultazione. Come stabilito da Statuto e Regolamento sono presi in considerazione i contributi inviati da enti, associazioni e altri organismi e non da singoli cittadini.

GM  – www.cr.piemonte.it

 

Il destino del Libano

FOCUS  di Filippo Re

Che ne è del Libano a poche settimane dalla rocambolesca “fuga” del premier Hariri da Beirut, poi tornato in patria una volta passata la “grande paura”? Nella capitale libanese la crisi sembra rinviata ma l’incertezza politica resta molto alta e nasconde insidie ancora più pericolose. Il premier Saad Hariri ha ritirato le dimissioni dopo aver cercato all’estero una sorta di legittimità internazionale ma continua a ripetere che il regime siriano, filo-iraniano, lo vuole morto. Come il padre Rafik, fatto saltare in aria a Beirut est con una tonnellata di tritolo il 14 febbraio 2005 insieme ad altre venti persone. E per il figlio Saad i mandanti sono i servizi segreti di Damasco. Sullo sfondo di questo scenario si riaccende il duello Riad-Teheran che rischia di frantumare i fragili equilibri politici del Paese dei Cedri. L’offensiva regionale dell’Arabia Saudita sunnita ha come obiettivo l’odiato Iran sciita che continua a

guadagnare terreno nell’area e si presenta come il vincitore assoluto della partita siriana contro il radicalismo sunnita. Il governo libanese accusa i sauditi di aver “prelevato” il premier Hariri, la cui famiglia è legata a Riad da vecchie amicizie e interessi economici, perchè guida un governo in mano agli Hezbollah filo-iraniani, arcinemici dei sauditi. Se Teheran è sempre più forte sullo scacchiere mediorientale, Riad non va certo per il sottile. Tutto è cambiato con l’ascesa al trono di re Salman e soprattutto con la nomina a ministro della Difesa e poi a principe ereditario del giovane figlio, il trentaduenne Mohammad Bin Salman che è diventato in poche settimane l’artefice della nuova politica interna e internazionale del suo Paese. I sauditi non perdono tempo per scagliarsi ogni giorno contro gli ayatollah iraniani ritenuti i grandi avversari da sconfiggere ad ogni costo, con il benestare degli americani. Il principe MbS vuole dominare la regione ma deve affrontare la crescente influenza geopolitica iraniana e attacca tutti coloro che nell’area sostengono la potenza persiana, appoggiata dalla Russia. Come nello Yemen, dove continua a salire il livello dello scontro tra le due potenze regionali, reso ancora più incandescente dopo la morte dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, trucidato, stile Gheddafi, dai ribelli sciiti Houthi, a cui l’Iran fornisce i missili usati per colpire obiettivi in territorio saudita. Oppure quando rompe le relazioni diplomatiche col Qatar accusato di essere una pedina iraniana nel Golfo o quando tenta di destabilizzare il Libano per mettere in difficoltà l’aggressiva politica di Teheran.

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La sfida irano-saudita, che riesuma l’antica rivalità arabo-persiana, rischia di degenerare in una guerra aperta da combattere sul territorio libanese per interposta persona, tra gli Hezbollah libanesi filo-iraniani e i gruppi alleati di Riad, tra sunniti e sciiti, creando un contesto simile a quello siriano, con il pericolo di coinvolgere Stati Uniti, Russia e Israele. La tensione tra Saad Hariri e gli Hezbollah è altissima da dodici anni, da quando in un attentato a Beirut fu ucciso Rafik Hariri, padre dell’attuale capo del governo libanese. Gli ultimi eventi scavalcano lo scenario libanese e annunciano l’arrivo di una nuova crisi in una regione che non conosce pace e sta uscendo solo ora dall’orrore della lunga stagione di sangue segnata dall’Isis. La sfida è tra sauditi e iraniani che già si combattono in Siria, Iraq e Yemen armando le loro milizie alleate mentre il piccolo Libano, già sfiorato più volte dalla guerra siriana, può diventare il terreno di un altro scontro armato tra potenze regionali, Arabia Saudita e Israele da un lato, l’Iran e i suoi alleati dall’altro. Ma con Teheran c’è anche la Russia che nella guerra siriana è sul fronte opposto a quello saudita ma insieme a Riad decide pur sempre il prezzo del petrolio sul mercato mondiale. Un’alleanza consolidata dopo la storica visita a Mosca di re Salman d’Arabia nello scorso ottobre, la prima volta di un monarca saudita in Russia. Quanto sta accadendo nei Palazzi del potere a Beirut rischia di avere gravi contraccolpi in tutto il Medio Oriente. Nella cancellerie occidentali cresce la preoccupazione per il fragile Paese levantino, da sempre una polveriera sul punto di esplodere, ma anche un punto di riferimento per i cristiani della regione, un Paese di circa 4,5 milioni di persone che finora è riuscito a mantenere un equilibrio pur accogliendo un milione e mezzo di profughi siriani, mezzo milione di rifugiati palestinesi e pagando guerre e crisi divampate in altri luoghi. Quasi un miracolo che sembra sostenuto dalle parole cariche di ottimismo del suo presidente, il cristiano Aoun, che getta acqua sul fuoco per spegnere i primi focolai d’incendio, secondo cui “la crisi in Libano è alle spalle con il sunnita Hariri saldamente al vertice del governo insieme agli Hezbollah mentre la Siria si avvia verso la democrazia con Assad ancora presidente”.

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Teheran appoggia il Partito di Dio libanese (Hezbollah) presente con vari ministri nel governo di Beirut e nel Parlamento, militarmente più forte e meglio armato dell’esercito regolare libanese. In Siria gli Hezbollah hanno subito pesanti perdite, oltre 2 mila uomini, e per una forza stimata in circa 25 mila effettivi è un duro colpo. Continua a sognare Aoun: “il Libano non ricadrà in una guerra civile, anzi il modello di convivenza fra diverse comunità e religioni che ha retto dal 1990 in poi può estendersi ai Paesi vicini”. Uscito nel 1989 da quindici anni di guerra civile, il Libano è un mosaico etnico-religioso formato da 18 diverse entità confessionali, 12 delle quali sono chiese cristiane. In virtù di un’intesa tra le forze politiche, la carica di presidente spetta a un cristiano maronita, quella di premier a un musulmano sunnita e quella di presidente del Parlamento a uno sciita e i seggi dell’Assemblea nazionale sono divisi in modo da soddisfare le varie identità presenti nel Paese. Tutte le confessioni cristiane oggi raggiungono il 36%, gli sciiti il 34%, i sunniti il 23% e i drusi il 7 per cento. I cristiani restano la maggioranza ma l’equilibrio religioso è a rischio a causa del massiccio afflusso di rifugiati siriani che sta cambiando la proporzione tra i vari gruppi. Prigioniero di forze e interessi molto più grandi, il Libano resta un Paese a “sovranità limitata” come dimostrano i recenti raid israeliani che partono dallo spazio aereo libanese per colpire obiettivi iraniani in Siria.

(dal settimanale LA VOCE E IL TEMPO)

 

 

 

Contro lo spreco alimentare un quiz in piazza

Dimenticate la solita tombola e i giochi di società…mettetevi alla prova nello chalet di legno che Borello Supermercati, sponsor di Natale coi Fiocchi, porterà in Piazza Castello l’8, il 9 e il 10 dicembre. Con la regia di Cean, l’appuntamento è dalle 10 alle 20 sotto il grande albero illuminato, a due passi dal Calendario dell’Avvento di Luzzati

Durante il ponte dell’Immacolata si gioca con i pranzi e il cenone di Natale. Quiz, giochi e abilità… Chi vincerà?Le persone sono il valore principale attorno al quale il signor Borello ha costruito la propria rete di supermercati, pensandoli e progettandoli perché in ognuno degli oltre 50 punti vendita in Piemonte le persone e le loro esigenze siano i veri protagonisti. E quale migliore modo di festeggiare insieme se non organizzare una grande festa di Natale? Lo spunto per i giochi che animeranno il weekend sono i valori che in oltre 40 anni di storia hanno guidato Borello Supermercati, primo fra tutti l’impegno verso un consumo consapevole. Le feste di Natale, i pranzi… quanta roba si accumula nel frigo… e quanta roba rischia di finire gettata via! Da adesso non più! Impariamo il consumo consapevole giocando. Il cibo non si butta.  E voi, quanto siete bravi a non sprecare? Mettetevi alla prova con un quiz, tra conservazione dei cibi e trucchi da vera massaia! Chi è il più bravo a parlare in piemontese? Lo scopriremo partecipando alla sfida “Dialetto ti sfido”Spazio ai più piccoli nel gioco “Frigo mio!”, dove contano abilità e astuzia per sistemare tutti i cibi del cenone nel migliore dei modi. E per i romantici della tradizione #dillosottoalvischio… una parola, un bacio, un ricordo speciale per dire a qualcuno ti voglio bene! Chi sarà il primo a provarci?

 

Per i più golosi l’appuntamento è tutti i giorni dalle 17 alle 17.30, per la degustazione di panettone Borello.

Ecco come comportarsi in caso di eredità

Di Patrizia Polliotto* 

Quando scompare un congiunto, gli eredi sono tenuti a provvedere a risolvere alcune questioni burocratiche come la dichiarazione di successione, il passaggio di proprietà degli immobili, disdette varie, divisione dell’eredità e voltura di utenze. Le vigenti disposizioni legislative in merito statuiscono che gli eredi, i quali hanno accettato l’eredità, hanno l’obbligo di saldare anche le eventuali partite ancora aperte lasciate dal defunto: e, qualora i beni del congiunto non fossero sufficienti a garantire ciò, gli eredi che accettano la destinazione a proprio favore dell’eventuale patrimonio risponderanno anche con tutti i propri beni, e non solo con quelli ricevuti con l’eredità”. La terza via è accettarla con il cosiddetto ‘beneficio d’inventario’. In tal frangente è dunque sufficiente e necessario stilare una dichiarazione presso un notaio o un cancelliere del tribunale che redigerà l’inventario, cioè, l’elenco con relativa descrizione dei beni ereditati. Ed ecco che, in primo luogo, se l’erede aveva crediti o debiti verso il defunto li conserva: può farsi pagare come creditore e può pagare come debitore oltre al fatto che risponderà dei debiti solo con i beni ereditari.

* Avvocato, Fondatore e Presidente del Comitato Regionale del Piemonte
dell’Unione Nazionale Consumatori
UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI
COMITATO REGIONALE DEL PIEMONTE
TEL. 011 5611800, Via Roma 366 – Torino
EMAIL: UNC.CONSUMATORITORINO@GMAIL.COM

Preserviamo: le storie di pazienti e curanti

Esperienze, Storie, Emozioni Realmente Vissute Insieme Affrontando la Malattia Oltre le paure

 

Il 5 dicembre, in occasione del Convegno “Preservazione della fertilità e qualità della vita”, organizzato dalla Prof.ssa Chiara Benedetto e dal Prof Alberto Revelli all’Ospedale Sant’Anna, è stato presentato il libro di Medicina Narrativa PRESERVIAMO, che raccoglie le testimonianze rese da alcune pazienti affette da tumore che hanno affrontato il percorso della preservazione della fertilità e dagli operatori sanitari che le hanno aiutate a mantenere la speranza di poter diventare genitori. Il libro ha lo scopo di richiamare l’attenzione sull’importante opportunità che viene attualmente offerta ai giovani pazienti colpiti da tumore. L’idea nasce dall’esperienza vissuta nell’ambito del progetto “Fertisave”, attivato nel 1997 presso il Dipartimento Universitario di Discipline Ginecologiche e Ostetriche – Ospedale Sant’Anna di Torino, con lo scopo di preservare la fertilità dei giovani pazienti oncologici di entrambi i sessi, che grazie ai sensibili progressi nelle terapie possono non soltanto guarire, ma anche ambire a una qualità di vita normale, che comprenda anche la gioia di procreare. Ad oggi hanno usufruito del progetto “Fertisave” 476 donne, di età compresa tra i 3 e i 40 anni, e 1131 uomini. La proposta di preservare la fertilità, in un momento così critico della vita, ha importanti ripercussioni psicologiche: è accolta dai pazienti oncologici e dai familiari come uno “sguardo al futuro”, come un vero e proprio “investimento di vita”.

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Una giovane donna scrive: ”Nel raccontare la mia esperienza mi sono sentita parte di un qualcosa. E’ una sensazione bellissima vedere che a qualcuno davvero importa quello che le persone hanno da dire. Oggi si parla poco e non capiamo che la comunicazione tra le persone è il patrimonio più grande dell’umanità…Sono venuta in questo centro di preservazione della fertilità per proteggere il mio sogno. Da sempre immagino come sarà il giorno in cui incontrerò i suoi occhietti…pur essendo molto giovane è una cosa che coltivo dentro. La gioia di essere madre…ho deciso di congelare i miei ovociti in previsione di una chemioterapia che potrebbe portarmi a sterilità. Quando ho ricevuto questa notizia mi sono sentita il terreno crollare sotto i piedi…Quindi, appena mi hanno parlato della possibilità del congelamento e preservazione degli ovociti, mi hanno riacceso la speranza. Quando sono arrivata nel centro di preservazione della fertilità ho subito trovato delle persone splendide che mi hanno spiegato tutto chiaramente… Mi hanno sostenuta tutti…una volta fatto il prelievo degli ovociti mi sono sentita invincibile. Ho visto l’ennesima difficoltà della mia vita trasformarsi in un ricordo…Lo rifarei altre mille volte, perché mi è stata data la possibilità di poter essere felice nonostante la vita mi abbia messo davanti un ostacolo enorme… “ Altre pazienti che hanno effettuato la crioconservazione di ovociti prima di sottoporsi a chemioterapia, interrogate sul proprio futuro scrivono: “Ho cercato di fare vincere la vita e di lasciarmi una porta aperta verso il futuro che ho sempre immaginato, con una famiglia e dei bimbi…un qualcosa che potrebbe essere più forte degli effetti negativi che i farmaci hanno avuto sulle mie ovaie… la chiave che mi fa uscire dal tunnel buio”.  “Io ho tanta speranza nel mio domani. Speranza di ritrovare una vita fatta di piccole belle cose quotidiane. Speranza di riprendere le forze e di affrontare la vita ancora più pienamente e consapevolmente di prima. Speranza di stare bene e chissà, un giorno avere una maternità”.

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I racconti delle pazienti, unitamente all’esperienza clinica quotidiana in quest’ambito, hanno rinforzato la determinazione a potenziare l’offerta assistenziale per le donne affette da tumore in giovane età, e da alcuni mesi è funzionante presso la S.C. Ginecologia e Ostetricia 1U dell’Ospedale Sant’Anna il servizio “Mamme oltre il tumore”, dedicato non solo alle candidate alla preservazione della fertilità, ma anche alle donne che ricevano la diagnosi di tumore maligno in corso di gravidanza o che, guarite dalla malattia, desiderino iniziare una gravidanza. Al Servizio, che è a disposizione di tutti i centri della Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta, si accede telefonando direttamente allo 011.3134576 nei giorni feriali, dalle ore 11.00-12.30 e dalle ore 14.00 – 15.00. “Il vissuto della nostra realtà ci ha dimostrato quanto sia fondamentale un lavoro ‘di squadra’ in cui operino fianco a fianco ginecologi, oncologi, chirurghi, pediatri, biologi, biotecnologi, psicologi, ostetriche e infermieri” spiega la Prof.ssa Chiara Benedetto. “Nel 2016 in Italia, circa 5mila donne sotto i 40 anni hanno scoperto di avere il cancro, spesso ancor prima di essere diventate mamme, ma solo il 10% di loro ha avuto accesso alle tecniche di preservazione della fertilità.” riporta il Prof. Alberto Revelli. Il desiderio di diventare genitori dopo la malattia è stato sottovalutato troppo a lungo; e per questo è fondamentale sensibilizzare pazienti e operatori sanitari su questo tema.

 

 

 

Un presidente col pugno chiuso non è super partes

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

In televisione è apparso in modo molto visibile che il presidente del Senato Pietro Grasso, assumendo la carica di capo di “Liberi ed eguali”, ha salutato i suoi sostenitori con il pugno chiuso. Nulla da ridire per il pugno chiuso in una riunione di partito, invece molto da ridire sul fatto che Grasso si esibisca in un atto simbolico di parte, rimanendo presidente del Senato, la seconda carica dello Stato che può esercitare il ruolo di presidente della Repubblica supplente . Quella carica finora era rimasta non contaminata da quanto accadde con la Camera con Fini , Casini e con la Presidenta attuale. Ci fu un precedente nel 1967 quando il presidente del Senato  Cesare Merzagora per un’intervista nella quale criticava la degenerazione partitocratica senza toni polemici ,fu costretto a  dimettersi. Nel 1947 il presidente dell’Assemblea Costituente Giuseppe Saragat quando fece la scissione socialista  di Palazzo Barberini ,creando il futuro  partito socialdemocratico, inizialmente  chiamato partito socialista dei lavoratori italiani, si dimise dall’incarico. Giovanni Spadolini che fu segretario del partito repubblicano ,si dimise dal partito, quando venne eletto Presidente del Senato. Chi presiede certi organismi deve essere e deve apparire super partes. Una lezione che il sen.  Grasso avrebbe dovuto apprendere nel corso della sua  lunga carriera di magistrato. Ma ,evidentemente ,forse, né allora né dopo, Grasso ha prestato molta attenzione ai ruoli istituzionali ricoperti.

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Appare scandaloso che i maggiori giornali italiani non abbiano riportato la fotografia con il pugno chiuso e non abbiano neppure raccontato questo episodio emblematico che parla più di ogni discorso. “Liberi ed eguali” nasce senza fantasia ,guardando al passato. Per un partito che vorrebbe essere la sinistra dura e pura, richiamarsi alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 appare un gesto moderato. Va tuttavia ricordato  che la Dichiarazione delle nazioni Unite  precisava che “ tutti gli essere umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.” Un’eguaglianza nei punti di partenza che ha poco o nulla da spartire con l’egualitarismo giacobino e bolscevico che certa sinistra nostrana vuole sbandierare. Il pugno chiuso di Grasso evoca in modo macabro anche  il comunismo reale, i gulag, il Muro di Berlino, non solo i tanti militanti comunisti italiani in buona fede che meritano assoluto rispetto. Ernesto Rossi che aveva patito il carcere e il confino per i suoi ideali, sosteneva che certe “ineguaglianze“ sono “salutari” e sono quelle tra i pigri e laboriosi ,gli inetti e gli incapaci. La scuola facile per tutti, che regala i titoli di studio, e i sindacati che proteggono anche i fannulloni sono realtà di cui la sinistra radicale è responsabile storicamente. Il discorso dei “Liberi ed  eguali “ senza se e senza ma, si potrebbe dire, appare  ancorato ad un concetto di sinistra, forcaiola e giustizialista che ha provocato grandi guasti in Italia a partire dall’”Autunno caldo” del 1969 in cui si teorizzava il salario come variabile indipendente dalla produttività.  Forse il presidente del Senato dovrebbe meditare prima di ripetere per tre volte, come un vero agitatore di piazza, ”Liberi ed eguali”, domandandosi cosa queste parole significhino effettivamente nella cultura e nella storia.

 

quaglieni@gmail.com

Molinette in prima linea contro la calcolosi

Presso la Clinica Urologica universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino (diretta dal professor Paolo Gontero), è in atto una strategia per contenere le sempre crescenti liste d’attesa sulla calcolosi urinaria, una patologia che pesa significativamente sulla sanità regionale visto che può colpire, almeno una volta nella vita, il 10% della popolazione. Questo grazie alla possibilità di eseguire le procedure chirurgiche il giorno stesso in cui il paziente si presenta in Pronto Soccorso con la colica renale. Solo nel 2016 150 pazienti hanno beneficiato di questa modalità e si stima un 10% in più per il 2017. Si tratta di pazienti selezionati, cui viene conferito un grado di urgenza quando il calcolo urinario è di dimensioni tali da rendere impossibile l’espulsione spontanea oppure pazienti che hanno fallito i tentativi con la terapia medica e continuano a ripresentarsi al Pronto Soccorso. “Questa strategia ci consente di evitare l’inserimento in lista d’attesa di pazienti che altrimenti aspetterebbero 2 mesi per effettuare un intervento che ha il carattere di urgenza della classe A ed andrebbe quindi espletato entro 1 mese, secondo le direttive regionali”, spiega il professor Paolo Gontero, direttore della Clinica Urologica. Per fronteggiare queste situazioni è disponibile un’équipe di infermieri reperibili, coordinati dalla Caposala Mirabelli, in grado di attivare al di fuori dell’orario di servizio una sala operatoria attrezzata, in cui possono essere effettuati in tempo reale interventi di calcolosi urinaria anche complessi, quali la chirurgia intrarenale retrograda (nota con l’acronimo di RIRS), una modalità mini-invasiva che consente di trattare per via endoscopica anche calcoli renali di dimensioni significative. E proprio sull’argomento della RIRS, la Clinica Urologica delle Molinette dedicherà nelle giornate del 6 e 7 dicembre un Convegno presieduto da Paolo Gontero e coordinato dai dootori Paolo Piana (responsabile della calcolosi) ed Andrea Bosio. In tale occasione verranno effettuati in diretta interventi di RIRS alla presenza di una faculty di ospiti nazionali ed internazionali.

(foto: il Torinese)