Nel mondo siamo famosi come popolo di santi, navigatori, artisti e poeti, ma pure per mafia, spaghetti e mandolino. Soprattutto gli ultimi tre sono gli stereotipi con i quali all’estero si identifica l’Italia. Se quasi tutte le etichette che ci appioppano ci stanno bene, quella di mafia ci fa imbestialire, non siamo tutti mafiosi, anzi, per certi versi, siamo più santi. Perché tanto ci vuole per sopportare una classe di politici e di imprenditori che ha perso il senso dell’Italia e il suo consenso. Da molto tempo ci sono nel mondo operazioni di marketing che abbinano il prodotto da vendere ad un marchio di malaffare, ma sempre italiano. Un business milionario che si estende dai ristoranti ai prodotti, dal caffè “Mafiozzo” della Bulgaria agli snack “Chilli Mafia” della Gran Bretagna, dalle spezie “Palermo Mafia shooting” della Germania fino alla salsa “SauceMaffia” per condire le patatine e quella “SauceMaffioso” per la pasta diffusa a Bruxelles e ancora per arrivare a quello denominato “Cosa Nostra” e addirittura a Phuket (Thailandia), dove c’è addirittura un servizio take away. Ma nei diversi continenti ci sono i locali “Ai Mafiosi”, “Bella Mafia” e “Mafia Pizza”. E su internet è possibile acquistare il libro di ricette “The mafia cookbook”, comprare caramelle sul portale www.candymafia.com o ricevere i consigli di mamamafiosa (www.mamamafiosa.com). Fra i tanti marchi, scorretti, diffusi nel mondo, finalmente, in un caso, la Corte dell’Unione Europea ha accolto la richiesta dell’Italia di invalidare il marchio della catena di ristoranti spagnoli “La Mafia” (“La Mafia se sienta a la mesa”), vale a dire “La Mafia si siede a tavola”.
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La deprecabile vicenda si è protratta per molti anni (dal 2006) e ci porta ad alcune considerazioni amare sull’Unione Europea ( la vicenda Ema, l’Agenzia per il farmaco è fra queste), ma anche sulle contraddizioni dell’Euipo. Vale a dire l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale incaricato di gestire i marchi dell’Unione europea, i disegni e modelli comunitari registrati. Se l’Ufficio Europeo dei brevetti funzionasse in modo “corretto” la vicenda non sarebbe nemmeno dovuta nascere. Quando finalmente tale Ufficio ha proceduto all’annullamento della registrazione, la società spagnola “La Honorable Hermandad, subentrata a Mafia Franchises, ha fatto ricorso all’Alta Corte di Giustizia fino ad arrivare alla giusta sentenza che ha dato ragione all’Italia. “Va fermato – ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo - l’utilizzo commerciale di tutti quei marchi infami che sfruttano gli stereotipi legati alle organizzazioni mafiose, banalizzando fin quasi a normalizzarlo, un fenomeno che ha portato dolore e lutti lungo tutto lo Stivale. Il business è stato oggetto di uno specifico approfondimento anche nell’ambito dell’Osservatorio Agromafie promosso dalla Coldiretti che ha raccolto esempi concreti di oltraggio in diversi continenti”. La morale: marchi prestigiosi (s)venduti alla Francia, alla Spagna e via di seguito, fino ad arrivare all’offesa degli italiani. Basta. Solo al momento!
Tommaso Lo Russo
Nella Sala Colonne di Palazzo Civico si è svolta la conferenza stampa che annuncia ufficialmente il via ai lavori del gruppo Sigit per creare a Mirafiori un polo di innovazione legato al mondo dell’industria plastica;
ultima generazione.
e un laboratorio per tutti dove sperimentare il futuro per la crescita economica e sociale della città e del nostro Paese.
Nasceranno un centro di ricerca sulla transizione energetica e un curriculum di dottorato congiunto sui modelli architettonici nel mondo globalizzato, insieme alla Shanghai Jiaotong University e alla Tsinghua University
Torino sia il partner coinvolto grazie a dieci anni di collaborazione tra i due atenei.
Nuova partnership europea con Belgio, Francia e Germania 
Di Patrizia Polliotto*
*Avvocato, Fondatore e Presidente del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori
L’Ufficio Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Torino, nell’ambito dei programmi di formazione per garantire ai detenuti il diritto alla fruizione del patrimonio culturale della città, inaugura la collaborazione con il Museo Egizio, da anni impegnato in progetti di inclusione sociale.
MUSEO” poiché saranno utilizzati per laboratori che l’Egizio svolge presso l’Ospedale Pediatrico Regina Margherita.
I 400 licenziamenti annunciati sono stati congelati per 3 settimane
est di Berlino, il campo venne costruito tra i primi del sistema concentrazionario nazista, nel 1939, allo
scopo di internare le donne tedesche considerate asociali e le delinquenti comuni. Successivamente, nelle sue baracche e dietro ai suoi reticolati, finirono le donne deportate dai paesi progressivamente occupati dai nazisti: zingare, ebree, oppositrici al regime, lesbiche, testimoni di Geova. A Ravensbrück furono immatricolate 132.000 donne e decine di migliaia di loro persero la vita, fucilate o soffocate camere a gas con lo Zyklon B, il micidiale acido cianidrico, conosciuto anche come “acido prussico”. Tantissime altre morirono per malattia e stenti, sfiancate dal lavoro, dalla fame e dal freddo, oppure a seguito degli esperimenti
medici di cui erano le cavie. La conoscenza e la Memoria di questo luogo, se pure negli anni ha conservato poco dell’originaria struttura concentrazionaria, può e deve essere un doveroso omaggio a tutte le donne che nel campo hanno sofferto e trovato la morte. Recentemente è stato presentato al Polo del ‘900 di Torino un libro di immagini su quel lager. Ovviamente un libro non può restituire qualcosa alla sofferenza patita da quelle donne ma nel tentativo compiuto dall’autrice, Ambra Laurenzi , c’è l’impegno e la volontà di non dimenticarle e di non far dimenticare l’inferno di Ravensbrück. Con l’inserimento di fotografie realizzate negli ultimi dieci anni, l’autrice ha scelto di privilegiare non tanto l’immagine storica del campo, ma la sua contemporaneità attraverso le sensazioni che il luogo sollecita oggi. Una scelta che deriva dalla convinzione che un luogo della
memoria debba essere percepito come testimonianza di una terribile pagina della storia, ancora in grado di interrogarci e di stimolare un viaggio interiore nella consapevolezza di ciò che è stato e che ci si augura non sia mai più. Una delle due sezioni conclusive di questo lavoro è dedicata alle donne sopravvissute che, dopo aver creato nel 1948 un primo nucleo di ex-deportate appartenenti a quattro diverse nazioni, nel 1965 hanno costituito ufficialmente, con l’iniziale partecipazione di 11 Paesi, il Comitato Internazionale di Ravensbrück, che ancora oggi persegue i suoi obiettivi di tener viva la memoria di una delle vicende più atroci della seconda guerra mondiale e dei crimini nazisti.