“Una granata senza nome li ha portati via così, come in un colpo di vento, in una frazione di secondo”. Così scrisse Paolo Rumiz su “Il Piccolo” di Trieste il 29 gennaio 1994. Il giorno prima, un venerdì pomeriggio, gli inviati della RAI Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo vennero uccisi a Mostar Est da una granata sparata dalle postazioni tenute dai croati mentre stavano realizzando uno speciale per il TG1 sui bambini vittime della guerra nell’ex Jugoslavia. “In una guerra costruita sull’intossicazione dei mass media, il giornalista, comunque sia,era visto come un killer su commissione o un pericoloso rompiscatole”, scriveva ancora Rumiz nel suo libro “Maschere per un massacro”. Aggiungendo: “Prima della Bosnia, dirsi giornalisti in guerra equivaleva esibire un salvacondotto. In Bosnia ,invece, scrivere “Press” sull’automobile significava farsi impallinare”. Marco Luchetta, 42 anni, faceva il giornalista. Si era fatto le ossa come cronista alla “Gazzetta dello Sport” e poi era passato alla Rai regionale del Friuli-Venezia Giulia. Alessandro (Saša) Ota di anni ne aveva 37 anni ed era entrato alla Rai nel 1979 come operatore. Il più anziano dei tre, Dario D’Angelo, ne aveva dieci in più diSaša e lo assisteva nelle riprese televisive. Tutti e tre di Trieste, erano andati fin là a raccontare una guerra, con l’intenzione di rappresentarla per ciò che era davvero e che, nonostante tutto, a ovest di Trieste, non si riusciva a comprendere (o non si voleva): la violenza, gli effetti devastanti dei bombardamenti, gli stupri. Chi meglio di loro poteva trasmettere quelle sensazioni? In fondo, venivano da una città per definizione mitteleuropea,
l’avamposto più a nord-est, sul crinale del confine orientale. Oltre e più in là l’Istria e le isole del Quarnaro, la Dalmazia e, all’interno, la Bosnia. Abbastanza lontani per non sentire il rombo dei cannoni ma vicinissimi a una terra dove la guerra infuriava cruenta, senza risparmiare ospedali, donne, vecchi e bambini. Una guerra dove, si disse, “non esisteva una prima linea, con la morte che arrivava ovunque, anche in una giornata di sole”. Proprio dei bambini volevano parlare. Delle loro condizioni di dolore e privazioni che si leggevano negli occhi grandi e tristi. Delle sofferenze che pativano, dell’incertezza del presente e dell’angoscia del futuro che appariva loro provvisorio, impalpabile. A volte nemmeno immaginabile per chi è orfano o non trovava più i genitori. Dovevano girare un servizio per il telegiornale della prima rete sui “bambini senza nome”, nati dagli stupri etnici o figli di genitori dispersi in guerra. Nel loro ultimo giorno di vita erano a Mostar, la città divisa dalle acque verdi e tumultuose della Neretva. Nella sua parte orientale dove viveva la maggioranza musulmana, nel cuore della città vecchia sotto bombardamento, scoprirono l’esistenza di uno scantinato in una palazzina dove da mesi dormivano decine di persone, tra cui molti bambini. Marco, Saša e Dario decisero di fare qualcosa per loro, documentando e mostrando al resto del mondo la loro condizione. La telecamera e il microfono per denunciare la violenza e il terrore che ammorbavano l’aria, rendendola irrespirabile. E’ lì che incontrarono gli occhi azzurri e tristi di Zlatko, bambino di Mostar. Chi ricorda bene cosa accadde quegli attimi è un giornalista che era con loro, Alija Behram, all’epoca reporter di radio Mostar. Oggi è direttore di RTM, la radio televisione di Mostar, ma a quel tempo aveva la redazione proprio in quella palazzina. Raccontò a Giovanni
Longhi, inviato de “Il Piccolo” : “Eravamo usciti perché nel sotterraneo dove si trovavano circa ottanta persone di cui decine di bambini, la luce del faretto della telecamera di Ota si stava esaurendo e il cortile protetto dal condominio di sei piani sembrava un posto sicuro”. Era pomeriggio, attorno alle 15, quando la troupe con gli interpreti Vesna e Efendich e il piccolo Zlatko si appiattì per quanto possibile al riparo del muro. Mai fidarsi quando si è sotto tiro. Nell’istante in cui Marco Lucchetta porse il microfono al piccolo Zlatko una granata , sparata verso l’alto dalla zona ovest della città o dalle alture che circondano Mostar, valicò il tetto della casa sibilando e ricadde esplodendo nel cortile a un metro dal gruppo. “Marco è morto all’istante”, disse Alija. Anche Saša e Dario morirono. Tutto si consumò nello spazio di pochi secondi. La loro vita e il ronzio della telecamera che riprendeva quel visino triste ed emaciato. Il sibilo del razzo che anticipava la deflagrazione e la morte. Poi il silenzio del dopo-bomba, rotto dalle urla di Zlatko che ebbe salva la vita grazie ai corpi dei tre inviati “italijanski” che, cadendogli addosso,gli fecero da scudo . “Fu come se le lacrime di quel bimbo riassumessero le lacrime di tutti i bambini vittime di quella guerra. Durarono pochi minuti. Poi, il silenzio degli innocenti calò su Mostar”. Quel bimbo, Zlatko Omanovic, aveva cinque anni. Raggiunse in un primo momento Trieste dove, con la madre Sanela, venne ospitato dal Comitato per le vittime di guerra. Poi, ricongiuntosi alla famiglia anche il padre Adìs, emigrarono in Svezia. Sul luogo dove sono morti i tre giornalisti venne posta una lapide. Trovarla è un impresa perché quasi nessuno
ricorda, o vuole ricordare, quei fatti. Ho provato, a Mostar, a domandare in giro per farmi indicare il punto esatto dell’esplosione. Ero curioso di vedere la lapide rettangolare a fianco della scala che porta all’atrio del caseggiato. Niente da fare. Mi sono rassegnato a guardare le foto che la ritraggono , ricordo pietrificato di quel giorno e delle tre vittime che “con coraggio e amore”( “sa hrabrošcu i ljubavlju”) cercavano di testimoniare il dramma della guerra. Mani ignote hanno cancellato la parola “fratricida” in lingua bosniaca, riferimento diretto alla guerra che Luchetta, Ota e D’Angelo volevano capire e documentare. Hanno imbrattato con della vernice nera anche la traduzione in italiano , ma non sono riusciti a renderla del tutto illeggibile. Segno che le tracce del conflitto non si vedono solo nei fori sui muri delle case, provocati dalle sventagliate dei mitra e dalle schegge delle granate. Il fuoco dell’odio interetnico e dell’intolleranza religiosa cova sotto la cenere e avvelena gli animi. Non si vede ad occhio nudo ma si sente nelle parole, s’intravede nei gesti, negli sguardi obliqui e sfuggenti. Persino i silenzi parlano. E non s’avverte il segno delle buone intenzioni in questa rimozione della memoria. Ciò che Mostar si vuol accantonare, a Trieste invece non hanno dimenticato. La fondazione intitolata a Marco, Dario e Saša (a cui va aggiunto il nome di un quarto triestino, l’operatore della Rai Miran Hrovatin. assassinato il 20 marzo del 1994 in Somalia, insieme a Ilaria Alpi ) continua a occuparsi di bambini che hanno vissuto gli orrori delle guerre. Insieme al premio giornalistico dedicato ai tre inviati e al ricordo personale di parenti, colleghi e amici, rappresenta un modo concreto per rendere indelebile una memoria che nel tempo non si offusca ma ,al contrario, si consolida.
Marco Travaglini
Il volontariato di protezione civile, le istituzioni e il mondo della ricerca scientifica si impegnano insieme per comunicare sui rischi naturali che interessano il nostro Paese. Il 14 ottobre volontari e volontarie di protezione civile allestiranno punti informativi “Io non rischio
partite 
Un impegno pubblico per promuovere corretti stili di vita. Oltre duecento sindaci, autorità, rappresentanti delle categorie, dell’associazionismo e delle organizzazioni sindacali, mondo della scuola e dell’informazione della provincia di Torino
generale ed ex calciatore del Torino Fc, Antonio Comi, la dirigente dell’ospedale Molinette di Torino, specialista in dietologia e scienza dell’alimentazione, Etta Finocchiaro, il ricercatore del dipartimento di Scienze cliniche e biologiche della Suism dell’Università degli studi di Torino, Massimiliano Gollin, i cabarettisti Marco (Amerio) e Mauro (Mangone). L’attore Luca Argentero, testimonial dell’evento, anche in rappresentanza della onlus 1Caffé, di cui è vicepresidente e socio fondatore, partecipa attraverso un video. Presente invece sul palco del Conservatorio il presidente della onlus, Beniamino Savio. Chiudono la mattinata con un’esibizione dal vivo gli “Eugenio in via di gioia”, vincitori della precedente edizione di “_reset festival”, accompagnati dal direttore artistico del festival che si è appena concluso, Alberto Citriniti, che illustra il progetto Wellness 4 music e music 4 wellness – organizzato in collaborazione con gli Stati generali dello Sport e del Benessere.
“Il cammino verso la conquista dei diritti umani ha bisogno non solo della volontà di vedere rispettati i principi di uguaglianza e dignità di ogni singola persona, vicina e lontana, ma richiede anche la conoscenza e la condivisione delle storie, delle diverse realtà, delle culture in cui quei diritti devono e possono essere rispettati e affermati”
Prende avvio ufficialmente al Castello del Valentino con l’incontro di kick-off il progetto europeo STARS – Shared mobility opporTunities And challenges foR European citieS
sovranazionale per prepararle ad essere cittadine e cittadini di un’Europa unita in un mondo interdipendente. Il concorso consiste nella svolgimento di uno dei due temi proposti. Nel primo, basandosi sulla recente decisione della Gran Bretagna di uscire, dopo l’esito del referendum, dall’Unione europea e sulle ipotizzabili conseguenze di tale decisione, viene richiesta ai partecipanti la stesura di una lettera aperta ad una coetanea o ad un coetaneo del Regno Unito esponendo loro le proprie opinioni sull’argomento. Nel secondo, riflettendo sull’ art. 3 del Trattato di Lisbona che impegna l’Unione europea a perseguire la piena occupazione e il progresso sociale, rilevando come in Italia il tasso di disoccupazione, specie giovanile, sia preoccupante, pone ai partecipanti tre domande: se sono a conoscenza che l’Unione Europea offre loro molte opportunità per studiare e cercare lavoro in altri paesi europei; se conoscono le politiche intraprese dall’Unione Europea per combattere la disoccupazione; quali nuove iniziative dovrebbe intraprendere l’Unione per affrontare più adeguatamente il problema.
Al fine di illustrare i temi proposti è stata organizzata una giornata formativa che si terrà a Torino presso la sede del Consiglio regionale del Piemonte mercoledì 25 ottobre 2017 e un fitto ciclo di 19 conferenze – dal 24 ottobre al 7 dicembre- nelle scuole per preparare le studentesse e gli studenti al concorso.
sentiva dai tempi di George W. Bush. I toni si sono riaccesi all’improvviso e, tra minacce, insulti e lancio di missili, il duello tra Teheran e Washington è ripreso caldissimo, sul modello nordcoreano, preoccupando la comunità internazionale. La mano tesa di Obama all’Iran, che ha portato all’accordo sul nucleare iraniano del 14 luglio 2015, è stata recisa da Trump che non si fida degli ayatollah per tanti motivi e non crede all’impegno dell’Iran a rinunciare all’arma atomica, fino a mettere in discussione l’intesa di due anni fa. La definisce non solo “pessima e imbarazzante” ma “una delle peggiori intese che gli Stati Uniti abbiamo mai sottoscritto” ricevendo l’approvazione entusiastica di Israele e dei falchi di Teheran. Si torna dunque all’antica nei rapporti tra la potenza americana e il Paese degli ayatollah, uno scontro a suon di parole pesanti, accuse e provocazioni che ricorda la stagione di Bush e Ahmadinejad. Trump afferma tra l’altro che “l’Iran deve mettere fine alla sua ricerca di morte e di armi di distruzione di massa”. I leader iraniani, Rouhani e Khamenei, rispondono che le parole di Trump sono “ignoranti, assurde e
piene di odio”. Rispuntano anche le famose armi di sterminio di massa che nell’Iraq di Saddam Hussein erano chimiche e non furono mai trovate e che secondo Bush sarebbero servite agli iracheni per dominare il Medio Oriente e terrorizzare il mondo. Ora invece sarebbe l’Iran a produrre segretamente armi nucleari. Nuove nubi si affacciano sul tempestoso rapporto tra due grandi Paesi che non si sopportano dagli anni Cinquanta e che riporta alla luce una delicata questione che sembrava ricomposta dopo anni di lungo e faticoso negoziato. Si torna al muro contro muro, la piccola potenza persiana che si oppone alla forza della più grande potenza del pianeta. Trump e gli ayatollah vestono i panni di Bush e Ahmadinejad. Straccerà Trump l’accordo di Vienna? Il presidente americano detesta il regime iraniano ma all’interno della sua amministrazione le colombe sembrano prevalere sui falchi e pochi sono favorevoli a cancellare la storica intesa sul controverso progamma atomico. Il fronte
europeo, guidato da Macron, rischia di dividersi. Uscire dall’intesa, si sostiene a Bruxelles, sarebbe un errore ma si accusa l’Iran di esercitare troppa pressione nella regione e di esagerare con i test missilistici. Trump invece vuole riaprire un vecchio capitolo di politica estera che ha segnato le relazioni internazionali e i rapporti tra le grandi potenze per tanti anni rischiando di portare il mondo vicino a un conflitto dalle conseguenze imprevedibili. Azzerare l’accordo e ricominciare da capo? Rinegoziare una nuova intesa? Trump deve chiarire entro il 15 ottobre al Congresso, che non ha mai ratificato l’accordo, se l’Iran sta rispettando o meno il patto firmato due anni fa. Probabilmente ha già deciso perchè considera l’Iran inadempiente rispetto alle condizioni poste dall’accordo. In questo caso
lancio di un missile con una gittata superiore ai 2000 chilometri, in grado di portare diverse testate nucleari, in disaccordo quindi con la risoluzione votata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’Onu che prevede (il testo tuttavia non è molto chiaro su questo punto) la possibilità di sperimentare missili non in grado di caricare bombe nucleari. Il lancio del vettore
del regime, ordinarono il lancio di alcuni missili in Siria contro postazioni dei jihadisti dello “Stato islamico”. Il nucleare iraniano diventa quasi un pretesto per scagliarsi contro un Paese “che continua a esportare terrorismo, violenza e caos”, che combatte in prima linea in Siria per sostenere Assad, a fianco dei russi e che sostiene Hezbollah, il partito di Dio libanese, nella lotta contro i gruppi jihadisti. E mentre aumenta il suo peso politico e militare nell’Iraq sciita, gli iraniani cercano di arrivare al potere anche nello Yemen sul Golfo di Aden dove armano e finanziano i ribelli sciiti in lotta contro un governo, cacciato dagli insorti, ma alleato dell’Arabia Saudita intervenuta militarmente al suo fianco. É l’ombra nera, cupa e minacciosa che gli ayatollah proiettano con successo all’estero a preoccupare la Casa Bianca. É l’Iran il grande nemico da
affrontare, oltre alla Siria di Assad e alla Corea del Nord. Non è tanto il nucleare iraniano che torna a far paura uscendo improvvisamente dai bunker delle montagne iraniane in cui è stato confinato due anni fa dalla diplomazia internazionale ma il nuovo ruolo di primo piano che l’Iran ha assunto nella regione e di fronte al consesso mondiale dopo essere riemerso dall’isolamento internazionale e aver riacquistato credibilità e forza dopo anni di sanzioni. Ora che Teheran è rientrata nella comunità internazionale a tutti gli effetti è bene che ci rimanga. Le sue mosse vanno controllate attentamente, l’intesa prevede il ripristino delle sanzioni in qualsiasi momento ma isolarla di nuovo porterebbe su una strada sbagliata.
“Tutti i principali indicatori registrano un andamento positivo, in particolare il trend degli investimenti nell’industria, grazie anche agli incentivi inseriti nell’ultima legge finanziaria
