Lo scrittore di origini calabresi, ma torinese di adozione, Luisio Luciano Badolisani, classe ‘63 e sette libri pubblicati alle spalle, è uscito a dicembre con un nuovo romanzo pubblicato da Linea Edizioni, casa editrice padovana diretta da Lisa Marra.
Il mare oscuro della verità, a un primo approccio, potrebbe sembrare un normale romanzo, forse un noir (nella sua accezione più ampia) considerati i luoghi di ambientazione narrativa alquanto peculiari sotto l’aspetto criminale e di degrado.
Potrebbe, ma non è così. «Non voglio essere etichettato come giallista», chiarisce al riguardo Badolisani, «Scrivere gialli è divertente e continuerò a farlo sicuramente, ma vorrei avere la possibilità di esplorare altri ambiti: intimisti, sociali, esistenziali e sentimentali, perché no?».
Difatti, a una seconda e più attenta lettura, analizzando particolari passaggi, si appalesa come un testo polivalente, in cui trovano spazio diverse tematiche di natura letteraria, economica, sociologica, criminologica, financo giuridica. Di alcune se ne discute da diversi decenni, altre sono di recente attualità.

In altri termini, si può affermare che questo libro consente molteplici interpretazioni del testo stesso da parte del lettore. Per tali motivi lo potremmo definire “un’opera aperta”, secondo la famosa definizione che fu data da Umberto Eco nell’omonimo saggio del 1962. Ecco perché l’autore intende sfuggire alle definizioni nette, preordinate, come quella di “genere letterario”, analogamente al protagonista di questo suo ultimo lavoro, il professore Adriano Terranova, che in fondo difficilmente saprà darsi un’identità di luogo precisa, dopo molti anni di lontananza dalla propria terra di origine.
Compiuta la maggiore età, a fine anni Sessanta, il protagonista viene infatti spedito dai nonni paterni, che l’hanno adottato, a condurre la sua vita nella metropoli subalpina. Senza possibilità di scelta.
“Qui non torni nemmeno per i nostri funerali”, gli diranno, perché non vogliono che sia contaminato dalla cultura omertosa e criminale imperante nella Calabria di quegli anni, ossia quella della ’ndrangheta. Una piaga sociale, profonda, che affligge storicamente il nostro Paese e non solo, atteso che tale organizzazione mafiosa rappresenta uno dei network criminali più potenti al mondo.
Una descrizione precisa della realtà storica e socio-economico di un territorio e delle dinamiche psicologiche dei suo abitanti, che consente, anche ai non addetti ai lavori, di comprendere perché in quella parte d’Italia alligna la “mala pianta” (metafora efficace utilizzata da Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali, tra i massimi esperti di mafia calabrese nel mondo, n.d.r.). In particolare, con forza e incisività narrativa l’autore riesce a descrivere quello che il sociologo Edward C. Banfield definisce “familismo amorale”, inteso quale contesto socialmente ed economicamente arretrato, potenzialmente criminogeno, soprattutto quando impone come norma sociale l’omertà. Atteggiamento deviante che ricorre nel corso della narrazione, da cui non rimane indenne neanche il protagonista, a testimoniare la pervasività del problema.
Unica soluzione per sottrarsi all’influenza nefasta di detto condizionamento risulterà l’emigrazione forzata al Nord, scelta a lui imposta, proprio allo scopo di proteggerlo Rispetterà l’impegno di non tornare e di laurearsi, diventando un rispettabile docente liceale, ma a quale costo? Una vita, la sua, sospesa su un filo trasparente a precipizio nel vuoto: pure essendo stato amato, sente di aver vissuto senza amore. «Ho cercato di scrivere una storia di sentimenti per capire se questi possano prescindere dalle condizioni di appartenenza a un luogo, a una famiglia, a un ceto sociale», racconta l’autore, «Quello che noi proviamo, il nostro bagaglio emozionale è
strettamente correlato alla nostra storia personale».
Adriano che tornerà in Calabria dopo quarant’anni non la troverà così cambiata, ma soprattutto scoprirà delle amare verità rispetto alle sue vicende, dopo l’incontro clandestino con il suo compagno di giochi infantili, diventato un boss della criminalità organizzata, un latitante imprendibile.
Inoltre, il protagonista, dovrà fare i conti con la morte dei suoi genitori avvenuta a seguito di uno strano e alquanto misterioso incidente stradale. Lui un bimbetto in fasce fu tratto in salvo, ma il mistero dell’affidamento ai nonni sarà una delle tante questioni irrisolte della sua esistenza.
Alla fine congederà i lettori un vibrante proclama dell’autore: il contrasto alla mafia deve essere effettuato anche sul versante della cultura della legalità, diffondendola soprattutto tra le nuove generazioni. In siffatto modo Badolisani dimostra di aver interiorizzato l’insegnamento impartito dagli eroi della lotta alla mafia, tanto da inserirlo nel romanzo stesso come condizione di un possibile cambiamento della situazione in cui versa la sua terra d’origine e di aperto rifiuto alla rassegnazione.
Romanzo: IL MARE OSCURO DELLA VERITÀ
Autore: Luisio Luciano Badolisani
Editore: Linea Edizioni
Uscita: dicembre 2019
Pagine: 144, 15,00 euro
Prefazione: Pierluigi Granata
“Dipingere l’Asia dal vero”. Fino al 14 giugno in mostra al MAO /
dall’intensa attrazione per i romanzi di Jules Verne. Ancora giovanissimo – per bagaglio, scrisse lui stesso, solo pennelli, colori, taccuini vari e una pistola – gira il mondo in lungo e in largo, visitando prima alcuni paesi dell’Africa settentrionale e dell’America, per poi muoversi verso l’Asia: Cina, Giappone (nell’isola di Hokkaido, fu il primo occidentale ad entrare in contatto con il popolo allora del tutto sconosciuto degli Ainu), Corea, Tibet e Nepal. Ovunque dipinge. Annota. Documenta. Con uno sguardo da eccentrico “colonialista” come lo definisce il curatore della mostra. In quei luoghi misteriosi e, ai più, privi di connotazioni geografiche e culturali, dipinge con buona tecnica centinaia di opere “dal vero” in uno stile rapido, immediato e piacevolmente materico d’impronta decisamente impressionistico-macchiaiola. Le sue avventure, non poche e non da poco (in Tibet fu catturato e torturato a lungo, in Brasile si trovò faccia a faccia con un boa constrictor e sopravvisse a
16 giorni di assoluto digiuno) gli fornirono anche materiale di prima mano per i suoi 11 libri, tutti di gran successo e illustrati con le riproduzioni dei quadri dipinti in viaggio o con le fotografie da lui stesso scattate. L’esposizione al MAO (che segue quella realizzata sei anni fa alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze) raduna il corpus più consistente e a noi noto della sua produzione artistica: circa 130 dipinti ad olio, 10 acquerelli e 5 disegni. Il tutto proveniente da più collezioni private e capace di rendere la meritata gloria a un pittore ancora tutto da rivalutare dopo decenni d’immeritato oblio, a un artista decisamente “moderno” con i suoi soggetti “en plein air”, ben lontani “dallo stile minuziosamente classico della pittura di genere orientalista allora in voga”. Dalla realistica “Ragazza Ainu con bambino sulle spalle” alle poetiche “Figure sotto i ciliegi in fiore” fino alla coreografica “Danza delle donne Ainu”, ma anche nei soggetti paesistici come lo “Scorcio con il portale principale del Palazzo Reale a Seoul”, appare del tutto evidente la singolarità documentaristica di una pittura capace di “fotografare” con immediatezza “luoghi e persone che di lì a qualche decennio sarebbero completamente cambiati per effetto dell’incipiente globalizzazione”. Oltre ai dipinti realizzati in Asia, in mostra sono presenti anche alcune opere eseguite da Savage Landor durante l’adolescenza a Firenze, nel corso dei suoi viaggi in Europa e nella sua prima esperienza oltre confine, in Egitto, oltreché tutti i volumi da lui stesso pubblicati. Per l’occasione è stato anche realizzato un catalogo bilingue italiano/inglese, edito da SAGEP, con saggi di Francesco Morena e Silvestra Bietoletti.
“Dipingere l’Asia dal vero”



L’intervento del gruppo Palazzetti. Nel Salone delle Guardie Svizzere a Palazzo Reale
attraverso le sale del palazzo. Una dignità che, finalmente, torna a parlarci del nostro territorio e della sua ricchezza, rimettendo a vista, dopo un restauro durato tre mesi e per cui sono occorse 774 ore di lavoro, la bellezza dei marmi usati (di “musicalità di colori” parla ancora Pagella), taluni oggi scomparsi. Dieci persone all’opera, sotto la guida di Annarosa Nicola, le radici ad Aramengo, la competenza e la passione riunite in una sola famiglia ed in un gruppo vincente, un accanito lavoro di pulizia, una webcam a riprendere giorno dopo giorno le tante tappe dei risultati raggiunti, la salvaguardia di questo piccolo gioiello ma imponente e prezioso, l’alternarsi di marmi policromi e di pietre dure, una struttura nobilitata da colonne binate, dai putti di Quadri (forse un riciclo di epoca più antica) e dai busti antichi di imperatori romani (Giulio Cesare al centro, di sapore ellenistico quello a destra di chi guarda), in marmo bianco di Carrara, l’eleganza e il gusto modernamente legati alla corte da Carlo Emanuele II, sovrano mecenate pronto a riunire a Torino quelle opere antiche che andava acquistando durante i suoi viaggi a Roma.
Il 14 e 15 febbraio scorsi Verbania ha ospitato “Il Silenzio dei Corti”, iniziativa ispirata alla memoria di Nino Chiovini promossa dalla municipalità verbanese e dal Parco Nazionale Val Grande con Casa della Resistenza, Anpi e Tararà Edizioni
Riportiamo qui una sintesi dell’intervento di Marco Travaglini, collaboratore della nostra testata
Nelle sue opere Nino rende giustizia agli abitanti del territorio, al lavoro duro, alla fatica che schianta, al rispetto del tempo, del ritmo delle stagioni e della terra, all’impegno spesso obbligato che genera sudore mischiato a un grumo di rabbie e speranze, di tradizioni e fame, di poche gioie e tanti, troppi dolori. Mi è venuta in mente un’intervista a Francesco Guccini dove, ricordando quel prozio emigrato oltreoceano al quale dedicò la canzone “Amerigo”, raccontava come – ritornato in Appennino – al saluto della gente rispondeva con un “Buongiorno e vita lesta, mangiar poco e lavorar da bestia”.Quello indagato e descritto da Chiovini è un mondo che ci insegna ad essere umili, a riconoscere che una parte importante della cultura accumulata da generazioni di montanari risiede in quei luoghi aspri, spesso percorsi su sentieri ripidi sotto il peso di una gerla. Posti dove le frontiere dei crinali sono stati più un punto d’incontro che una linea di demarcazione e separazione. Se c’è una eredità che Nino Chiovini ci ha lasciato credo si possa individuare nell’assillo di una riorganizzazione della cultura in grado di aiutare una sintesi su storia, radici, saperi. Si riconosce lì il messaggio di chi, pur tra speranze e illusioni, ha sempre pensato ad una società nuova e più giusta. Un messaggio che sottende la volontà di ricerca, di un approfondimento più che mai necessari per salvare noi e il paese in questo tempo segnato da superficialità, dalla riduzione e impoverimento del linguaggio. E’ la rivalutazione di quella parte del paese che non sta sotto i riflettori e che rappresenta buona parte della montagna più povera, dell’area prealpina, dell’entroterra appenninico e pedemontano, dei piccoli borghi abbandonati,ai margini del commercio, dell’industria, della cultura. Negli incontri con Nino Chiovini e nella lettura dei suoi libri avvertivo l’urgenza, il bisogno di testimoniare e in qualche modo risarcire la memoria degli ultimi, narrando la civiltà contadina, le radici e le origini. Un pensiero antico e al tempo stesso moderno che, in parallelo, ricordava le ricerche di Nuto Revelli o – più tardi – quelle di Marco Aime sui pendii ruvidi della Val Grana o tra i pastori transumanti di Roaschia, in Valle Gesso. La difesa e il riscatto quantomeno culturale del “mondo dei vinti” fa emergere un’attenzione, una forza nella denuncia dell’abbandono della montagna, dei coltivi, degli alpeggi, delle borgate che ha portato ad un depauperamento dell’ambiente, alla perdita di capacità, conoscenze, competenze. Quando l’antico edificio agromontano si sgretolò, iniziò l’abbandono della montagna. Raccontando il disboscamento della Val Grande con l’Ibai, la cura del bestiame, i lavori precari nel fondovalle nello “spartano” secondo dopoguerra, Chiovini raccolse ,tra confessioni e reticenze, la testimonianza del collorese Settimio Pella sul tema delle “disobbedienze” – il bracconaggio, la pesca di frodo, il contrabbando con le bricolle –chiedendosi quale processo si dovesse fare a questi uomini che, al netto di queste “disobbedienze”, furono “corretti servitori di uno stato diretto da un ceto dirigente che tanto non meritava”. Siamo nel 1983 e così scrive Chiovini: “Gente che non evade il fisco, che non spreca, che non inquina, che produce fino alla fine dei suoi giorni, che non intrallazza con il potere, che non impoverisce l’azienda Italia; gente che, chiamata alle armi, mandata su ogni fronte, pagò i prezzi che conosciamo; gente che quando fu il momento ospitò i partigiani e fu dalla loro parte più che in altri luoghi, mentre anche i suoi giovani si facevano combattenti per la libertà; in cambio, dal nemico, ebbe devastazioni, spoliazioni, morte; dallo Stato nato dopo la Resistenza, che ancora oggi pretende e in parte ottiene il loro consenso politico, quasi nulla”. E si domandava ( e chiedeva) quale processo potesse essere fatto a queste persone e se non fosse il caso di conceder loro un’amnistia precisando però che non si trattava di “quella che periodicamente premia evasori, speculatori, trafugatori di pubblico denaro e via sottraendo… Un’amnistia culturale, di costume: quella che passando attraverso il territorio, possa giungere ai suoi antichi utenti”.
Aggiungeva: “Forse il Settimio e la sua gente comprenderebbe il valore e il senso di quell’amnistia, di quel messaggio: giungerebbero, forse, alla conclusione che il rapporto stabilito da sempre con l’ambiente, non tollera più antiche devianze, remote e recenti contraddizioni. Quell’amnistia, poetico e politico ripianamento di colpe nei riguardi dell’ambiente, se sorretta dall’assenso delle giovani generazioni, dei ragazzi che oggi frequentano le sopravvissute scuole di quei villaggi – che dovrebbero fungere anche da sedi di rifondazione della cultura montana e da fonte della sua memoria – potrebbe diventare più efficace dei guardacaccia e dei finanzieri. Forse, un esperimento da ripetere in settori molto più importanti e decisivi del pianeta”. Una grande lezione morale. La stessa lezione che si trova nella conclusione di “A piedi nudi” quando scrive : “ Quello scomparso era un mondo imperfetto e crudele in cui tuttavia erano ravvisabili e riconosciuti vivi gli obiettivi, il senso della vita, il suo fine:l’obiettivo della sopravvivenza e quello della continuità della stirpe; il senso della vita sorretto dalla memoria della specie; il fine del bene operare che faceva perno sulla speranza. Quel mondo scomparso rappresentava la riconosciuta e accettata civiltà della fatica quotidiana, del lavoro realizzato da mani con le palme di cuoio; la civiltà dei sentieri e delle mulattiere selciate e lastricate, dei geometrici terrazzamenti e, in fondo, dell’ottimismo collettivo, simboleggiato dal rituale saluto di congedo – alégher, allegri – che si scambiavano i suoi abitanti”. Qui si coglie, nel saluto, l’importanza della lingua e del linguaggio. Un caro amico mi ha fatto rilevare come la lingua si fondi sul significante, sull’immagine acustica della parola che la distingue dal significato. La nostra cultura ha dato la preminenza assoluta al significato mentre nel dialetto è il significante che pesa e conta. Alégher non è traducibile con un “ciao”. Il significato è più o meno lo stesso ma il saluto è più denso e più ricco, parla e suona diversamente perché è la lingua il significante. La parola risuona diversamente e ha effetti differenti su di noi e questa è l’identità della lingua. Tutto ciò racchiude quell’insieme che è la storia delle ceneri della fatica, di quella civiltà alpina sulla quale calò, come scrisse, “ un sipario di fogliame”.
IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni /
“The ballad of forgotten places”
sorta di dagherrotipo dall’azione del tempo”. Al centro dello spazio, sopra un basamento, si vede un libro d’artista di trecento pagine che raccoglie una serie di fotografie scattate dalla coppia in vent’anni di lavoro e modificate pittoricamente con la stessa tecnica delle immagini a parete, che testimoniano luoghi scomparsi, alterati e dimenticati.





