Di Mauro Anselmo / E’ il confronto fra due realtà culturali, due stili, due modi di interpretare la dignità della persona e della politica, la chiave di lettura del nuovo saggio Mario Pannunzio. La civiltà liberale (Golem Edizioni) a cura di Pier Franco Quaglieni. La lezione del Mondo fra ieri e oggi. La riflessione su un’esperienza editoriale di passione civile che, pur avendo lasciato il segno in un passato non remoto, si rivela ancora capace di dare una lezione al presente.
Quaglieni ripropone l’eredità intellettuale e morale del settimanale fondato da Pannunzio nel febbraio 1949 che cessò le pubblicazioni nel marzo 1966. E, soprattutto, offre al lettore una galleria di testimonianze preziose, in molte parti inedite (da Montanelli a Spadolini, da Soldati a Ronchey, Bettiza, Castronovo, Gorresio, La Malfa, Valiani, Elena Croce, Scalfari, Battista, il cardinale Ravasi e molti altri) in grado di far rivivere, grazie al sapiente dosaggio di Quaglieni, i momenti cruciali di quell’avventura con i protagonisti, i caratteri, le passioni, i conflitti delle idee, ma anche gli scontri decisivi che divisero l’Italia del dopoguerra.
Il Mondo era il giornale che il grande pubblico non leggeva, ma che non mancava sulle scrivanie di sostenitori e avversari e, in particolare, negli uffici dei palazzi che formavano l’establishment di allora. “Perché uomini come Moravia e Montanelli – si interrogava Domenico Bartoli su Epoca, nel 1968 – dovevano tenere il parere di Pannunzio in maggior conto di quello dei critici più conosciuti? E perché grandi personaggi come Croce, Salvemini e Einaudi, tanto più vecchi e famosi di lui, assai diversi l’uno dall’altro, gli avevano concesso interamente la loro stima e fiducia?”.
La risposta l’aveva data Montanelli: “Pannunzio era uno di quegli uomini che, subito dopo essere stato slattato, salì sul podio di direttore d’orchestra, perché era nato direttore d’orchestra e tutti gli riconoscevano questa sua capacità di dirigere”. Giornalista geniale, liberale antifascista in politica e fiero avversario dei comunisti, “un animatore di uomini” come lo definì Arrigo Benedetti, fu al timone di un giornale perbene, libero, nemico di ogni clericalismo, capace di fare argine all’assalto dei potentati economici.
“Non ho mai visto Pannunzio fare la coda in un ministero. Spirito indipendente come pochi, detestava ogni ossequio al potere politico” (Giovanni Spadolini). “In tempi di corruzione egli fece del suo giornale un impareggiabile strumento di libero esame, d’intransigente battaglia del vero contro il falso” (Leo Valiani). “Il laicismo del Mondo non era astioso. Il pregio del giornale era vedere gli avversari, di destra o di sinistra, per quel che fossero, di non costruirsene il manichino di comodo, troppo facile da colpire” (Arturo Carlo Jemolo).
E’ nel leggere queste pagine che viene spontaneo il confronto con lo spettacolo offerto quotidianamente dalla politica e dall’informazione mediatica di oggi. Incompetenza professionale dilagante nei partiti, il flagello delle fake news nel giornalismo, eclissi del senso dello Stato e dell’impegno civile, il razzismo come strumento di consenso elettorale. E si potrebbe continuare. Un abisso, rispetto ai valori e alle aspettative dell’Italia democratica nel dopoguerra alla quale si rivolgeva il Mondo.
Nella galleria dei ritratti che negli ultimi tempi Quaglieni ha dedicato ad esponenti della cultura e del pensiero liberale (Figure dell’Italia civile, Grand’Italia, Mario Soldati. La gioia di vivere, editi da Golem) Pannunzio è il personaggio la cui eredità continua ad interrogare in modo scomodo la nostra epoca. “Circola per l’aria – scriveva Montanelli agli inizi degli anni Novanta – una specie di guerra di successione per l’eredità di Pannunzio che fa gola a molta gente e farebbe gola moltissimo anche a me. Però vi rassicuro subito: non sono in corsa, non perché non mi piacerebbe, ma perché so di non averne i titoli. Non so se qualcuno possa averli. Non sono di quelli che la sera andavano in via Veneto, a Roma, anche perché, abitando a Milano, casomai andavo in via Montenapoleone”.
L’allusione di Montanelli era rivolta ad Eugenio Scalfari e al gruppo di Repubblica, ma la frecciata, più che pungente, era ironica e signorile. Quaglieni, che è fra i fondatori del Centro Mario Pannunzio di Torino, ricorda nel suo saggio questo episodio insieme a molti altri, ricostruendo, di Pannunzio, un ritratto politico, professionale e, soprattutto, intensamente umano. “Il Mondo ha lasciato un vuoto incolmabile nella nostra cultura ed è entrato a pieno titolo nella nostra storia intellettuale e letteraria (anche se non è stato sempre riconosciuto) impartendo – scrive Quaglieni nel saggio conclusivo – una grande lezione che ha contribuito in modo decisivo a far nascere in Italia una cultura laica e liberaldemocratica”.
Mauro Anselmo
In uscita il 2 luglio, Golem Edizioni
Al Castello di Miradolo, aspettando l’alba. Domenica 21 giugno, ore 4,30. San Secondo di Pinerolo (Torino)
Al termine del Concerto sarà possibile fare colazione con le dolcezze dell’Antica Pasticceria Castino, su prenotazione. A seguire, avrà luogo una guida all’ascolto curata dallo stesso Roberto Galimberti, che dialogherà con il pubblico.
Almeno 10.000 caduti tra gli imperiali, circa 2000 francesi tra morti e feriti, un territorio percorso e devastato da 30.000 soldati che causarono lutti e sofferenze nella popolazione locale. In quel giorno di primavera Ceresole d’Alba diventò un immenso campo di battaglia. Nel paese di poco più di 2000 abitanti, a una decina di chilometri da Carmagnola, il Museo della Battaglia, aperto lo scorso autunno, racconta il sanguinoso scontro tra le truppe francesi di Francesco I e l’esercito imperiale di Carlo V che lasciò sul terreno migliaia di morti, feriti e mutilati.
firmata a Crépy sarà solo una tregua di breve durata. Dopo Ceresole d’Alba i francesi dilagarono in Piemonte. Anche Alba, Chieri, Casale, Ivrea e gran parte del Monferrato caddero nelle mani dell’armata transalpina. A metà del Cinquecento un’ampia fetta del Piemonte era stata annessa al regno di Francia ma dopo pochi anni la situazione internazionale mutò drasticamente. Nel 1557 la disastrosa sconfitta dei francesi a San Quintino (Saint-Quentin), nel nord della Francia, annientati dalle truppe imperiali condotte da Emanuele Filiberto, duca di Savoia (battaglia celebrata dal Caval’d brons in piazza San Carlo a Torino) condusse poco alla volta alla pace di Cateau-Cambrésis nel 1559 che pose fine alle guerre d’Italia. Enrico II di Francia abbandonò i territori occupati in Savoia e in Piemonte anche se estese il suo dominio al Marchesato di Saluzzo e mantenne presidi militari nelle cittadelle di Torino, Chieri, Pinerolo e Chivasso. La prematura morte del conte d’Enghien, all’età di ventisette anni, fu causata da un banale incidente durante un gioco in un castello. Quando il Museo di Ceresole verrà riaperto, una volta superata l’emergenza sanitaria, il visitatore potrà seguire le tattiche e i movimenti degli eserciti sul territorio attraverso dei video raccontati da storici ed esperti militari ammirando reperti e cimeli storici.
Bella «come una Diana cacciatrice con gli artigli di velluto», come la definì sagacemente non molti anni or sono Jacques Séguéla, leggendario pubblicitario e collaboratore di quella vecchia volpe di Nicolas Sarkozy, «noiosa», come la ricorda l’arcinota (e ben più trasgressiva) compagna di sfilate Kate Moss.
barba a tutte noi. A ogni modo, alla fine della fiera, non sono certo stati i suoi anni all’Eliseo a passare alla storia. Che dire di quella femminilità graffiante che esibiva senza remore sulle passerelle più importanti del mondo negli spensierati anni 90? Per rinfrescarvi la memoria, eccovi una carrellata dei suoi momenti migliori nello sfavillante e deliziosamente ipocrita mondo della moda. Un plaisir pour les yeux!
Nelle foto:
“Storie dal Marocco. Oggetti testimoni di identità e memoria”. Fino al 30 agosto
e i piccoli oggetti adibiti al makeup. Oggetti partecipi di una sorta di “museo ideale”, selezionati dalle famiglie e in particolare dalle donne marocchine per farne memoria viva del loro Paese, curando- con il personale del Museo di via San Domenico- ogni dettaglio della piccola ma suggestiva mostra, dalla scelta dei materiali all’esposizione in vetrina fino alla scrittura delle didascalie. “Nel passaggio dall’oggetto al suo racconto – dicono ancora gli organizzatori – il patrimonio materiale si è così arricchito di un prezioso aspetto immateriale di ‘memoria’ e ‘testimonianza’: la cultura oggettiva e i ricordi personali delle partecipanti hanno in tal modo preso forma in tante narrazioni legate a oggetti iconici”. In cui raccontarsi, in un “mettersi in mostra” che è voglia e desiderio palese di confronto e dialogo. Mano tesa e voce amica. Per davvero bella da ascoltare.
XXXIII edizione del Premio Italo Calvino. Annuncio delle opere finaliste /
I testi finalisti e i loro autori