Music Tales, la rubrica musicale
“E prendo quello che passa il convento
Non tengo fede mai a un giuramento
C’è sempre un peccatore
Più peccatore di te”
Si potrebbe pensare che il blues stesse nel patrimonio genetico di Pino Daniele: qualcosa di inseparabile da tutta la sua carriera d’artista.
Così è, in effetti.
Ma, a guardar bene, si scopre che nel suo primo album «Terra mia» (1977) di blues non c’è quasi traccia se non, a essere di manica molto larga, in «Che calore» (che l’anno prima era stato il singolo d’esordio) e negli accordi di settima di «’Na tazzulella ’e cafè».
Per essere ancora più puntigliosi, si potrebbe dire che in quel disco folgorante non c’è praticamente nulla di «americano».
Ma la canzone “Blues del peccatore” (con l’Art Lounge Ensemble) si trova nell’album “Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui” uscito nel 2006 per Sony BMG Records.
E questa si che porta le impronte del Blues.
Ma, come si sa, nel vasto repertorio di Pino Daniele figurano molti testi cui caratteristica prima è la mescolanza fra italiano o, per meglio dire, napoletano e inglese, operata su un piede di assoluta parità a partire dalla medesima attitudine ossitona delle due lingue.
In tal modo, il napoletano precede e completa l’inglese, e viceversa, secondo un procedimento che, timidamente già messo a fuoco da Renato Carosone, ha conosciuto in seguito singolari momenti di originalità: basti ricordare gli Shampoo, il gruppo che alla metà degli anni Settanta riuscì a rifare le canzoni dei Beatles con testi in napoletano che parevano calchi degli originali in inglese, da «Si ’e llave tu» («She loves you») a «Pep» («Help»), da «Tengo ’e uaie» («Tell me why») a «N’ommo ’e niente» («Nowhere man»).
Pino arricchisce questi meccanismi attraverso la sua particolarissima vocalità che, tendenzialmente afona, s’impone in virtù di un timbro singolare, diventando uno strumento musicale simile alla chitarra, e che del resto con la chitarra finisce sempre per duettare: svisando, distorcendo, arpeggiando, improvvisando, essendo sempre un «assolo». Napoletano e inglese soccorrono in maniera uguale.
Dal 1993 Pino ci tiene a sottolineare di essere un cantante Blues, e noi gli crediamo, da sempre, e godiamo all’ascolto di brani incantevoli come quello che ho scelto oggi per voi.
“Il blues è verità, senza distinzione di colore.”
https://www.youtube.com/watch?v=jL7IL9bdhfs&t=62s&ab_channel=InsolitoIgnoto
CHIARA DE CARLO
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Mario Rigoni Stern racconta che “quel mattino divenne più silenzioso degli altri.. Mi alzai, accesi la stufa, scaldai l’acqua, con pazienza e con la lametta che non tagliava e con poca saponata mi tagliai la barba, e dopo, per quel giorno, mi passai sulle guance alcune gocce di acqua di colonia: pensando a quello che avrebbe dovuto essere il mio Natale, una settimana prima avevo scambiato con un marinaio di passaggio due lamette da barba nuove con un quarto di bottiglietta di acqua di colonia Prima di mezzogiorno la guardia venne a chiamarci per la zuppa; e fu allora che vidi scritto sulla neve lungo i reticolati, pestata con i piedi, questa frase.. Fröhliche Weihnachten (Buon Natale,ndr)”. E’ il secondo degli otto testi raccolti nel volumetto Quel Natale nella steppa, edito da Interlinea nella collana Nativitas. Scritti da Rigoni Stern tra il 1978 e il 2000, divisi in due parti ( Natali di guerra e Natali vecchi e nuovi) rappresentano una sintesi dei valori più autentici e genuini che il grande vecchio dell’altipiano di Asiago, il più grande scrittore di montagna del nostro secondo ‘900, attribuiva alla più importante delle festività di fine anno. Una sessantina di pagine dove la scrittura sobria, precisa e rigorosa di Rigoni Stern conduce il lettore alla scoperta o a un nuovo incontro con i valori di un mondo che sta irrimediabilmente scomparendo. L’intensità morale della sua narrazione trasforma la lucida testimonianza delle ultime disastrose guerre ( la ritirata di Russia, la prigionia nei lager) in una indimenticabile lezione civile, ricostruendo le ragioni profonde dell’essere uomini e dello stare insieme. Il Natale emerge come rappresentazione del mondo più autentico che l’autore porta con sé, custode di quei valori, delle tradizioni cerca di conservare e tramandare, e che rappresentano una formidabile e attualissima chiave di lettura con cui leggere e interpretare la realtà di ogni giorno. La stessa breve autobiografia che chiude il libro riassume la sua straordinarietà e l’attualità di uno dei protagonisti del nostro migliore panorama culturale. Ha ragione da vendere lo storico Gianni Cerutti quando commenta che “resta la forza straordinaria, per chi li ha vissuti, di quei Natali bambini, trascorsi intorno a un focolare sempre acceso di legna secca, quando due mandarini, quattro datteri e un pezzo di cioccolata regalavano emozioni in grado di sorreggere una vita intera. La forza che questi racconti ci restituiscono, per accompagnarci nel nostro cammino”.
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
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