CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 304

Pinerolo, i tesori nascosti del Fai

Sono arrivate a piedi o a dorso di mulo dal Monastero della Visitazione di Annecy e di Embrun nel 1634. Un lungo tragitto per una decina di suore visitandine che attraverso il colle del Monginevro sono scese a Sauze di Cesana e da qui hanno raggiunto Sestriere, Pragelato, Fenestrelle e Pinerolo. A Pinerolo si sono sistemate in una casetta del borgo in affitto dove ora si trovano la chiesa e il monastero della Visitazione, sulla collina della cittadina. Il monastero della Visitazione sorse nel 1643 al posto del Palazzo dei Conti Porporato. Ogni pietra del monastero e della chiesa parla di San Francesco di Sales (1567-1622), vescovo di Ginevra e, giova ricordarlo, patrono dei giornalisti, che dopo aver fondato il convento di Annecy, di passaggio a Pinerolo, durante una funzione religiosa preannunciò, pochi mesi prima di morire, l’arrivo in città delle suore visitandine e l’edificazione del complesso religioso.
La vita del convento iniziò effettivamente con l’arrivo delle suore nel 1634 quando Pinerolo era sotto la dominazione francese. Il monastero e la vicina chiesa sono due dei tanti “tesori nascosti” che il Fai, Fondo ambiente italiano, ha aperto al pubblico in occasione delle Giornate Fai d’autunno. Da quattro secoli la vita delle monache è intrecciata con la vita di Pinerolo, un legame fatto di storia, di preghiera e di ringraziamenti a Dio. Le suore visitandine erano povere e gli aiuti non tardarono ad arrivare. Ottennero donazioni importanti da persone facoltose del territorio e anche dal re di Francia, Luigi XIV, e dal governatore di Pinerolo Antonio Brouillez che consentirono di costruire parte del monastero. Pinerolo era a quel tempo la Pignerol francese essendo occupata dai sovrani d’Oltralpe che occuparono la città altre volte tra il Seicento e l’inizio dell’Ottocento.
Oggi le suore di clausura sono otto e, attraverso un ingresso interno, accedono alla chiesa della Visitazione costruita alla fine del Seicento, un piccolo gioiello del barocco piemontese, con una tela del torinese Claudio Francesco Beaumont, regio pittore. A poca distanza da Pinerolo, nella frazione Baudenasca, il Fai, d’intesa con i proprietari della tenuta, ha spalancato le porte del complesso delle Cascine Nuove che comprende la residenza nobiliare con una meridiana del 1763, la cappella del Settecento, la casa del pane con l’antico forno, la cucina con un grande camino del Seicento, le cascine agricole, l’orto, la scuderia e il giardino trasformato nel 1800 a pianta ovale. Una dimora storica vissuta e abitata tuttora che ha mantenuto intatto il fascino di una casa d’altri tempi.
Filippo Re
nelle foto:

Baudenasca la villa del complesso delle Cascine Nuove, il Monastero della Visitazione, la Chiesa del convento a Pinerolo.

Langa terra del Tartufo Bianco sul grande schermo

Langa terra del Tartufo Bianco scenario del film drammatico che sarà nelle sale di tutta Italia dal 17 ottobre. Il regista Gabriele Fabbro ha lavorato con un cast d’eccezione con Umberto Orsini Margherita Buy e Ydalie Turk per raccontare la storia di una famigli , il suo ricongiungimento alla ricerca delle proprie radici, confronto generazionale
Un nonno, una nipote, un cane , la terra, la natura.
Un film che fa ripensare sulle potenzialità delle nostre terre e delle nostre radici, della transazione generazionale.
Il film realizzato con il contributo di Film Commission Piemonte e la collaborazione degli enti territoriali langaroli mette in vetrina la Langa di solito apprezzata per i suoi prodotti enogastronomici, mettendo in rilievo paesaggi incantevoli narrando una storia che scopre nervi delicati come la demenza senile, le difficoltà economiche, l ‘incertezza dei giovani, la delinquenza, l’abbandono,la leggenda, la mortificazione, la realtà .
Triste realtà e l’infinita bellezza del territorio piemontese.

GABRIELLA DAGHERO

“Bon Bon Fabrique”. Un viaggio tra musica, cultura e parole su Sestarete, Canale 16

 

Venerdì 18 ottobre alle ore 21 debutterà Bon Bon Fabrique, un nuovo programma dove cultura, pensieri e musica si fondono in una narrazione coinvolgente e ricca di emozioni. La trasmissione sarà condotta da Paola Carmella, accompagnata dai suoi compagni di viaggio: Andrea Terranova, esperto di cinema e comunicazione, e il talentuoso fisarmonicista Luca Zanetti. Alla regia e montaggio, il poliedrico Angelo Ieva.
Ogni puntata offrirà musica dal vivo, ospiti speciali e reading culturali, creando un luogo di riflessione e intrattenimento per tutti gli amanti dell’arte e della cultura.
Nella puntata d’esordio, si parlerà del Tango, recentemente riconosciuto come patrimonio UNESCO, esplorandone la storia, l’anima e la passione che lo hanno reso un fenomeno culturale mondiale.
Non perdetevi questo appuntamento con Bon Bon Fabrique, una serata tra parole, musica e pensieri in compagnia di chi ama raccontare e far vivere la cultura in tutte le sue forme.

Bon Bon Fabrique – Venerdì 18 ottobre, ore 21, solo su Canale 16.

“Rocky”, una storia d’amore e rivincita, ben oltre l’aspetto sportivo

Sul palcoscenico dell’Alfieri, da venerdì 18 ottobre

Fabrizio Di Fiore è orgoglioso di averne acquistato i diritti e di poter portare per la prima volta in Italia, a Torino in prima nazionale – “per mantenere quella promessa fatta un paio d’anni fa di fare della città un punto d’eccellenza del musical e di tenere su di essa i riflettori sempre accesi” – sul palcoscenico dell’Alfieri, quel (primo) “Rocky” che nel 1977 si portò a casa inaspettatamente tre premi Oscar (Sylvester Stallone rientrò nelle cinquine e fu ad u passo dal vedersi assegnati quello per il miglior attore protagonista e quello per la miglior sceneggiatura originale), scommessa vinta di un giovane attore che fino a quel momento non aveva ancora trovato la sua giusta occasione.

Dopo i successi di Broadway e di Berlino, “faremo rivivere una storia che va ben oltre l’aspetto sportivo. È una grande storia d’amore, è la storia di un uomo che diventa campione non soltanto sul ring ma anche nella vita. Con la caparbietà e la determinazione. Un’orchestra dal vivo, la bellezza della colonna sonora di Tom Conti, delle musiche e delle canzoni, un cast d’eccezione fatto di attori, alcuni usciti dalla nostra scuola, selezionati con grande fatica: certamente il musical più complicato da mettere in scena, per i 31 cambi di scena che prevede, per le aspettative che il pubblico ha verso un film che è diventato un cult, per la necessità di intervenire su simulazioni che a ben vedere sono più cinematografiche che teatrali.”

Luciano Cannito, coreografo e regista di questa grande macchina teatrale che prenderà il via venerdì 18 (le repliche torinesi termineranno domenica 27, poi si proseguirà sino ad aprile 2025 per Trieste e Milano, Roma e Bari, Bologna e Napoli, piazze annunciate per ora), ribadisce che “non è stato facile confrontarsi con un titolo così famoso, è stata l’occasione per andare alla scoperta di nuovi talenti, cosa che certi produttori teatrali ancora fanno, a differenza del cinema che vede sempre più la presenza degli stessi nomi.” Il lavoro è stato tanto, durante l’estate (“mentre voi ve ne stavate al mare”, scherza Cannito con la compatta platea di giornalisti torinesi e non soltanto raccolta in una delle salette del teatro dal nuovo ufficio stampa, seduti in comodi banchi ben allineati sembriamo anche noi degli scolari al primo giorno di scuola), non solo la definitiva scelta dei protagonisti per cui c’è voluta l’approvazione dei responsabili americani, ma anche la preparazione delle scenografie dovute a Italo Grassi (pronto da ieri a buttarsi in un’opera lirica in Giappone, lui già applaudito frequentatore del Comunale di Bologna o del Maggio fiorentino) e dei costumi di Veronica Iozzi (“tutti rigorosamente anni Settanta, in un numero indescrivibile, ogni personaggio ne ha almeno sette”), l’adattamento e la traduzione delle canzoni, sempre di Cannito con la collaborazione di Laura Galigani, dovute a Stephen Flaherty e Lynn Ahrens  (chi abbia per anni, in passaggi televisivi o in rassegne macinato quella storia non potrà ancora commuoversi nel riascoltare “”Eye of the Tiger” o “Gonna Fly Now”), la direzione musicale di Ivan Lazzara e Angelo Nigro e gli arrangiamenti di quest’ultimo chiamato pure a dirigere l’orchestra.

 

Flaherty e Ahrens dovrebbero essere presenti in sala venerdì prossimo: e c’è chi spera anche nel mitico Sly (“non è facile raggiungere personaggi di questo calibro, noi l’invito glielo abbiamo fatto, una risposta dovrebbe arrivare nelle prossime ore e noi ci speriamo ancora”). Dopo i miti americani raccolti di recente dal Museo del Cinema, sarebbe un’altra fascinosa presenza in città.

Il giovane pugile di Philadelphia chiamato a combattere contro Apollo Creed avrà il viso piuttosto d’angelo e i tatuaggi (d’obbligo) che compaiono (per ora) dietro l’orecchio e alla base del collo e tutta l’agilità di Pierpaolo Pretelli. Anche lui scolaretto disciplinatissimo che, ricorda Cannito, “se ne è arrivato alle prime prove già con l’intero testo imparato a memoria”, dice di essere felice e orgoglioso di questo spettacolo “che mi vede coinvolto in prima persona, non è facile incarnare un mito, recito canto e ballo e ne sento tutta la responsabilità. Non ci dormo la notte, mi sveglio con le battute che mi girano in testa, è un’esperienza che ti mette i brividi, anche Fiorello mi ha detto che l’emozione che ti dà il teatro non te la dà nessun altro. Lo sto provando nelle tantissime prove. E poi è un ruolo veramente complesso anche a livello fisico.”

La sua Adriana avrà gli occhi ancora stupefatti, dolcemente meravigliati di Giulia Ottonello, arrivata in questo gruppo senza conoscere nessuno e immediatamente ambientata per quell’aria di famiglia che circola sin dal primo giorno. Calata con passione nel personaggio (fu nel film della bravissima Talia Shire, sorella di Francis Ford Coppola, che aveva sempre pensato a lei per il ruolo di Connie Corleone per la saga del “Padrino”), confessa “di avere parecchi punti in comune con Adriana, non ultimo quello di tenermi dentro un’indole introversa e questo mi ha aiutato anche se come attrice ho fatto di tutto per aggiungere al personaggio molto altro.” Come ognuno sa, il punto cruciale di tutta la vicenda sarà il combattimento finale traRocky e Apollo Creed, un altro momento che ha richiesto una preparazione non indifferente, il risultato che vedremo non potrà che essere pieno di emozioni e di perfetto realismo.”

Elio Rabbione

Nelle immagini, i protagonisti Pierpaolo Pretelli e Giulia Ottonello con il regista e coreografo Luciano Cannito; e ancora Pretelli davanti al guantoni indossati da Sylvester Stallone in “Rocky”, ora alla Mole per la mostra “Movie Icons: oggetti dai set di Hollywood”.

Teresa Maresca, “Il primitivo del sogno” 

Domenica 3 novembre verrà presentato l’evento dal titolo “Rock Art- Il primitivo del sogno” in cui Teresa Maresca, l’artista e autrice del libro intitolato “Il primitivo del sogno”, dialogherà con il poeta Gian Giacomo Della Porta sui temi della sua opera.

L’appuntamento avrà luogo alle ore 19, presso Diagon Hall, in via San Domenico 47 a Torino, e prevederà anche l’esposizione di alcune opere pittoriche e materiche di Teresa Maresca.

Teresa Maresca vive e lavora a Milano. Dopo gli anni di formazione a Roma, dal ’92 ha iniziato ad esporre in mostre collettive e personali presso istituzioni museali e gallerie in Italia e all’estero. La sua pittura figurativa e visionaria è stata accostata a maestri come Munch, Nolde, De Pisis e Carrà. Ha esposto alla Biennale d’Arte di Venezia, alla Galleria d’Arte Moderna di Genova, al Museo Diocesano di Milano, al Museo Marino Marini di Pistoia, in ex fabbriche come la Falk di Sesto San Giovanni e i Musei dell’Industria e del Lavoro di Brescia. Da tempo lavorava a un progetto sulla Rock Art del Paleolitico Superiore.

Teresa Maresca, originale e libera pittrice, dà vita a quadri di ammaliante bellezza misterica, ed è un’artista di colta sensibilità antropologica, orientata sulla perpetua e ipnoticamente enigmatica energia degli archetipi. In questo suo libro rivolge i propri sentimenti ai miti, alle visioni del mondo, ai riti delle popolazioni indigene polinesiane e di alcune etnie nordamericane (struggente la sua devozione a Wounded Knee) amazzoniche. Con frequenti richiami alla poesia, non solo di Whitman, ma anche, tra gli altri, di Byron, Kinsella e altri artisti della scena contemporanea, Teresa Maresca ha scritto un libro dedicato alla natura ed esalta la dimensione del sogno, scorrendo in essa, sciamanicamente, l’essenza inspiegabile dell’umano, e affidandosi alla sequoia di Whitman vede una campaniana prateria senza fine dove le orme dei bisonti sono le tracce dell’assoluto.

Rock Art – Il primitivo del sogno

3 Novembre, ore 19

Diagon Hall, via San Domenico 47, Torino

Per prenotazioni: infoeventi@larteficio.com

 

Mara Martellotta

Castello di Miradolo. “Storia di una rinascita”

Nuovo make-up al Castello di San Secondo di Pinerolo e, da marzo a giugno, “Erbari d’autore”

San Secondo di Pinerolo (Torino)

Ha più di duecento anni di storia il “Parco” del “Castello di Miradolo”, dal 2007 sede della “Fondazione Cosso”. E, vista l’età, un buon maquillage non era di troppo. Maquillage quasi compiuto, poiché, annunciano dalla “Fondazione, nella  primavera del 2025 si concluderà il progetto di “rinnovamento e manutenzione” straordinaria con cui la “Fondazione Cosso” ha ottenuto i fondi del “PNRR” del bando del “Ministero della Cultura”, finanziato dall’“Unione Europea” attraverso i fondi “NextGenerationEU”: ottavo nel centronord primo in Piemonte nelle graduatorie degli investimenti dedicati alla valorizzazione di parchi e giardini storici. A San Secondo di Pinerolo sono arrivati più di 1milione e 800mila Euro investiti in azioni di “manutenzione ordinaria e straordinaria” della “componente vegetale e del “disegno storico”, oltre che di restauro delle “componenti impiantistiche”, di “ricerca storico-paesaggistica” e di “rinnovamento dei servizi” per i turisti ed i visitatori. Lavori essenziali per un’immagine ancor più fruibile e suggestiva del “Parco storico”, dal 2008 oggetto di particolare attenzione (all’interno di un sapiente progetto di “sostenibilità ambientale”) da parte di PaoloPejrone, uno dei più rinomati paesaggisti italiani, che (al fianco di Elettra Bordonaro“architetto della luce” che ha invece firmato il magico progetto di illuminazione) dopo aver disegnato e progettato l’“Orto”, ha ridisegnato anche la “Corte aulica” del Castello e la zona antistante la “Serra”, con il rinfoltimento della collezione botanica, il ripristino delle antiche “Vaserie” e la selezione di arbusti idonei ad attrarre gli insetti “pronubi”, preziosi per la loro attività di impollinatori.

A fianco degli imponenti lavori incentrati sul progetto di “rinnovamento” del “Parco”, al “Castello” di via Cardonata (dove fino al prossimo 25 dicembre è visitabile la mostra “Giorgio Griffa. Una linea, Montale e qualcos’altro” che coinvolge tutti gli spazi del “Castello” e del “Parco”) già si sono accesi i motori per l’organizzazione della grande mostra primaverile “Di erbe e di fiori. Erbari d’autore. Da Bessler a Penone, da De Pisis a Cage”, a cura della “Fondazione Cosso” e di Roberto Galimberti, con la consulenza di Enrica Melossi e in programma da sabato 22 marzo a domenica 22 giugno del prossimo anno.

“Il percorso della mostra – spiegano gli organizzatori – intende costruire un confronto ‘impossibile’ tra alcune pagine di erbari storici con la visione di alcuni artisti che attorno alla riflessione sulla materia e sugli elementi della natura hanno costruito opere che sono specchio del proprio tempo e del presente”.

L’esposizione sarà, inoltre, accompagnata da un’inedita installazione sonora, a cura del progetto artistico “Avantdernière pensée, dedicata al brano “In A Landscape” di John Cage del 1948. Una lenta sequenza al pianoforte di note “omoritmiche”, separate tra loro dallo stesso intervallo, sembra sottolineare la possibilità di ascoltare e, insieme, di essere “dentro” l’ascolto, in un paesaggio sonoro da osservare con attenzione, da vicino, come un quadro o le pagine di un erbario. “Il sistema di diffusione del suono progettato per le sale espositive – spiega Roberto Galimberti – costruisce lo spazio, ne muta i confini percettivi e dialoga con la dimensione visiva, in un continuo controcanto in cui la cadenza dei suoni sembra confondersi con l’incedere dei passi di chi osserva”.

Parallelamente alla mostra si articolerà il progetto Da un metro in giù: un percorso didattico per i visitatori di tutte le età per imparare, con gli strumenti del gioco, a osservare le opere d’arte e la realtà che ci circonda.

Per info: tel. 0121/502761 o www.fondazionecosso.com

Gianni Milani

Nelle foto: Castello di Miradolo, “Serra neogotica”; Paolo Pejrone; Maria Luisa Cosso e Paola Eynard, presidente e vicepresidente “Fondazione Cosso”

“Se i pesci notassero fuori dall’oceano…”

MUSIC TALES LA RUBRICA MUSICALE

Se i pesci notassero fuori dall’oceano

avessero le gambe e iniziassero a camminare

e le scimmie scendessero dagli alberi

crescessero e iniziassero a parlare

e le stelle cadessero dal cielo

e le mie lacrime finissero nell’oceano

e ora sto cercando la ragione e le cui

hai messo il mio mondo in azione”

Johnny Manuel è di Flint, Michigan. Da bambino non riusciva a staccarsi dalla radio e iniziò rapidamente a imitare ogni nota che sentiva uscire dagli altoparlanti. Dopo aver presentat alcune cover ha firmato un contratto discografico all’età di quattordici anni con il soprannome di Lil’ Johnny. Era entusiasta di registrare negli studi e di andare in tournée con artisti famosi. Un paio di anni dopo, però, venne abbandonato dalla stessa casa discografica come spesso accade.

A 17 anni si chiuse in una stanza, depresso. Ha iniziato a lavorare nel settore della vendita al dettaglio e in altri lavori di ordine comune. Ora spera di tornare sotto i riflettori per una seconda possibilità mentre presenta se stesso e la sua musica al mondo attraverso i talent.

In questo brano lo vediamo insieme ad un Guy Sebastian, australiano, classe 1981 Vincitore di Australian Idol nel 2003 che ha conquistato immediatamente un enorme successo ottenendo svariate certificazioni platino con tutti i suoi album e mettendo a segno svariate collaborazioni con artisti internazionali, il che gli ha permesso anche di entrare nella top 20 della Billboard Hot 100.

““Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme un successo.””

Meraviglia in pochi minuti, spero piaccia anche a voi

https://www.youtube.com/watch?v=oPfmUhbx20g

 
 
 

 

Chiara De Carlo

Chiara vi segnala i prossimi eventi …mancare sarebbe un sacrilegio!

scrivete a musictales@libero.it se volete segnalare eventi o notizie musicali!

Raffaella Bona e Diego Dominici in “Sentenze”

Sentenze è stato il titolo di una mostra ospitata ai Docks Dora, una riflessione sulla libertà e l’accettazione della complessità umana da parte di due artisti Raffaella Bona e Diego Dominici, che si esprimono rispettivamente attraverso i progetti “Pene capitali” e “Parafilia”.

Raffaella Bona e Diego Dominici condividono numerosi punti in comune, pur affrontando tematiche diverse. Entrambi esplorano la complessità della condizione umana, ponendo al centro delle loro opere una riflessione critica sulle norme sociali, sugli stereotipi e sulle dinamiche di potere che influenzano l’identità e la sessualità. Utilizzano le loro opere come strumento di critica verso le convenzioni e i ruoli sociali imposti. Bona affronta la condizione femminile trasformando la violenza in un’ironia liberatoria. Dominici utilizza la maschera per rappresentare la dualità tra l’apparenza esterna e la realtà interiore, esplorando la frammentazione dell’individuo e la repressione dei desideri più intimi.

Un tema centrale nei due progetti è quello della libertà individuale e collettiva. Bona invita a superare i ruoli di genere tradizionali per una società più equa e priva di violenze di genere; Dominici propone una visione di accettazione della diversità sessuale e della complessità umana andando oltre il concetto di devianza. L’obiettivo, in entrambi i casi, è liberare gli individui dagli stereotipi e dalle costrizioni sociali.

Sono queste, opere che non temono di essere provocatorie. Bona utilizza immagini forti come quelle del pene impiccato o ghigliottinato per evidenziare l’oppressione femminile, mentre Dominici si avventura in territori tabù, come la parafilia, per stimolare una riflessione sulle norme sessuali e sociali. Si sfida il pubblico a considerare prospettive alternative e a riflettere sulle convenzioni. Nonostante la diversità dei temi, entrambi i progetti promuovono un messaggio di eguaglianza. Bona cerca una parità autentica tra i generi, dove le donne non siano più relegate a ruoli marginali, mentre Dominici, attraverso l’uso della maschera come simbolo universale, suggerisce che tutti condividano fragilità e luoghi comuni, desideri comuni, eliminando le barriere tra normalità e devianza.

Entrambi gli artisti cercano di abbattere gli stereotipi e di proporre nuovi modelli di identità. Bona immagina un futuro in cui gli uomini siano finalmente liberi da ruoli di potere imposti e dalle gabbie del maschilismo, mentre Dominici propone una visione in cui l’identità sessuali siano fluide e accettate nella loro complessità, libere da giudizi morali.

Sia Raffaella Bona sia Diego Dominici utilizzano l’arte per indagare e sfidare le strutture di potere e controllo che governano le dinamiche di genere e sessualità, proponendo una visione più libera, inclusiva e consapevole dell’identità umana.

Raffaella Bona, architetto e talentuosa ceramista, attua una costante sperimentazione attraverso la trasformazione della materia (grès e porcellana) abbinata all’uso del metallo (ottone e bronzo) e di altri elementi. L’espressione della forma, esaltata e vivificata dalla materia stessa, così come l’interesse tattile dei materiali, si traduce nella creazione di pezzi unici realizzati esclusivamente a mano.

Nella sua collezione “Penelope” affronta il tema della condizione femminile, intrecciando una visione duale che ruota attorno alla rappresentazione del pene, simbolo della mascolinità. Il titolo “Le Pene capitali” gioca con le parole, invitando lo spettatore a cogliere ironia e leggerezza che permeano le sue opere, in netto contrasto con la sofferenza femminile legata a un ruolo sociale ancora marginale rispetto alla libertà e al potere.

Attraverso immagini potenti come il pene impiccato, ghighiottinato o impalato l’artista stabilisce per contrasto un’analogia con la condizione della donna.

Il linguaggio forte e al tempo stesso provocatorio diventa strumento di comunicazione di un messaggio di liberazione e compassione, invitando a sconfiggere i mostri interiori e a immaginare nuovi modelli maschili.

Il progetto ‘Parafilia’ di Diego Dominici, fotografo, esplora in profondità la complessità della condizione umana attraverso una lente provocatoria e riflessiva, concentrandosi sui comportamenti che la società considera devianti o patologici, in particolare legati alla sessualità. Il termine “parafilia” deriva dal greco “para” (oltre) e filia( amore) e diventa un punto di partenza per affrontare la tensione tra desideri intimi e normatività sociale.

Attraverso le sue opere Dominici cerca di rappresentare le dinamiche nascoste della psiche umana, mettendo in luce i desideri e impulsi che spesso vengono repressi o stigmatizzati. Le parafilie, considerate come espressione di devianza, vengono qui individuate quale riflesso della complessità e della pluralità dell’espressione umana, offrendo una prospettiva alternativa e più inclusiva sulla sessualità e le sue sfaccettature.

Uno dei simboli centrali del progetto rimane la maschera, che Dominici utilizza come metafora della dualità tra l’apparenza esteriore e la realtà interiore. La maschera diventa un veicolo attraverso cui l’artista rappresenta le emozioni e gli impulsi nascosti, che spesso devono essere celati a causa di convenzioni sociali o per paura del giudizio. Questo crea una potente dicotomia tra l’immagine pubblica e la dimensione privata dell’individuo, evidenziando la frammentazione dell’essere umano, costretto a dividersi tra il sé che mostra agli altri e il sé autentico.

L’opera di Diego Dominici invita il pubblico a riflettere sul valore della diversità e a riconoscere che la autentica libertà nasce dall’accettazione della complessità che ci caratterizza come esseri umani.

 

Mara Martellotta

La voce di Karima a Torre Pellice

Sabato 12 ottobre alle 21, il tempio valdese di Torre Pellice ha ospitato la performance di una giovane artista vocale. Parliamo di Karima, artista livornese che è nota al grande pubblico dal 2006, sin dalle prime esperienze televisive (“Bravo Bravissimo”, “Domenica in” e “Amici”). Dopo aver partecipato al Festival di Sanremo nel 2009, ha collaborato con Burt Bacharach e si è esibita più volte in Cina.

Interprete di musical e jazzista, ha lavorato per musicisti quali Riccardo Fioravanti, Dado Moroni e Stefano Bagnoli. A Torre Pellice ha interpretato sia brani del suo repertorio storico sia canzoni di Whitney Houston, negli arrangiamenti di Piero Frassi che l’ha accompagnata al pianoforte.

Julien Coggiola

“Grazie di tutto” di Ornella Florio, un viaggio nelle profondità dell’animo umano

Torino tra le righe

Proseguiamo il nostro viaggio nel panorama letterario torinese con Grazie di tutto, un romanzo di tematica psicologica scritto dall’autrice chierese Ornella Florio. Laureata in Lettere Classiche presso l’Università di Torino, Florio ha insegnato greco e latino nei licei, per poi cambiare percorso professionale, mettendo la famiglia al primo posto. Attualmente lavora come dipendente comunale, dove promuove progetti di lettura in biblioteca, ma continua a coltivare la scrittura, una passione che l’accompagna da sempre.
A due anni dal suo esordio con Il sapore buono della speranza (EtaBeta, 2022), la Florio torna con una nuova opera incentrata sulla crescita emotiva di un giovane, offrendo una profonda riflessione sulle difficoltà relazionali e sugli ostacoli che la vita ci impone, ma anche sulla speranza che, nonostante tutto, possiamo sempre rinascere.
Il protagonista del romanzo è Giulio, un bambino che, al contrario dei suoi coetanei, si trova a vivere un’infanzia segnata da una famiglia incapace di offrirgli l’affetto e il sostegno di cui avrebbe bisogno. Isolato e triste, trova nella scuola un rifugio, un ambiente che gli dona serenità grazie alla presenza di un’insegnante determinata a cambiare il suo destino. Questa figura, centrale nella vita del ragazzo, si impegna con forza e dedizione per liberarlo dal senso di abbandono che lo opprime, cercando di offrirgli una vita diversa da quella che lei stessa ha vissuto.
Mi ha colpito molto come l’autrice esplori con precisione gli aspetti più intimi del percorso di crescita di Giulio, dando vita a descrizioni dettagliate delle sue emozioni. Dalla sofferenza iniziale, manifestata attraverso pianti incontrollabili e un profondo senso di vergogna, alla sua adolescenza, in cui Giulio cerca di reprimere il disagio mordendosi un dito, in un grido silenzioso che però resta inascoltato. Le emozioni represse si trasformano in attacchi di panico, con sintomi fisici come fiato corto, sudorazione e pallore.  Giulio avverte anche il peso della responsabilità di prendersi cura del fratello più piccolo, Giacomo, determinato a proteggerlo affinché non debba vivere le stesse sofferenze che ha subito lui. Sarà proprio l’insegnante a riconoscere i segni del suo dolore e a prendersi cura di lui, diventando il suo punto di riferimento.
Come nel suo primo romanzo, Florio ci ricorda che, anche di fronte a un destino avverso, esiste sempre una possibilità di riscatto. Se la protagonista de Il sapore buono della speranza aveva combattuto da sola per il proprio futuro, Giulio può contare su chi si prende a cuore la sua situazione, gli “angeli” che lo accompagnano nel suo percorso di rinascita. E a loro non può che dire: “Grazie di tutto”.
Con Grazie di tutto, Ornella Florio offre un’opera profonda che invita a riflettere su tematiche complesse e delicate, come la solitudine, l’abbandono e la responsabilità verso i propri cari, proponendo una via di speranza anche nelle situazioni più difficili.
Leggere questo romanzo mi ha fatto pensare a quanto sia importante non solo la nostra forza interiore, ma anche il sostegno degli altri nel superare le difficoltà. Giulio ci insegna che, nonostante le sfide della vita, c’è sempre una luce che possiamo trovare, se permettiamo a chi ci circonda di aiutarci. È una lezione che porto con me: il coraggio di chiedere e accettare aiuto non ci rende deboli, ma umani. Grazie di tutto ci ricorda che, insieme, possiamo affrontare qualsiasi destino.
Marzia Estini